Piccolo viaggio in Leggerezza (tra Monteiro Martins e Calvino) (Marina Mazzolani)

fioriviola

Nell’intervista televisiva che consiglia Rosanna Morace alla fine del suo scritto dedicato a Julio Monteiro Martins (Arcoiris TV, 2006), Julio spiega, parlando del suo libro “Madrelingua”, come abbia voluto rifuggire dalla possibilità di indurre la noia nel lettore. Gli argomenti del libro, definito esempio di “metaletteratura”, ovvero la letteratura, la sua funzione, le sue forme, sono di solito materia di trattati o di saggi, non di romanzi, lunghi o brevi, e sono di solito affrontati con modalità “pesanti”, dicono e concordano Julio e il suo interlocutore: in questo caso invece l’autore riesce ad intrattenere il lettore piacevolmente.
Lo stesso aggettivo, piacevole, ritorna poi quando Julio parla di Sagarana, la sua rivista letteraria: per descriverla dice che, se qualcuno, in una giornata di pioggia, ritenesse di immergersi in uno qualsiasi dei numeri di Sagarana e ne scorresse le sezioni e si concedesse al piccolo viaggio nelle sue varie parti, sicuramente realizzerebbe alla fine di aver trascorso un tempo piacevole, e… di essersi dimenticato della pioggia. Rifuggire dalla noia e dalla pesantezza, dunque, come primo obiettivo; come secondo obiettivo, invece, intendere la letteratura e chi scrive, che lo faccia in racconti, romanzi, poesie o in scrittura drammaturgica, come “resistenti” della libertà. Dice Julio che questa non è stata una vera e propria scelta, ma che si è trovato come investito di questo compito. Dice ancora Julio che non concepisce la scrittura se non come atto, assolutamente libero e naturalmente creativo, di restituzione del mondo, nel suo essere che poi è un divenire – e veloce -, nelle dimensioni globali dei temi e dei problemi, nei vari panorami del presente, negli scenari futuri, prossimi e meno prossimi.
Occorre scrivere del mondo in tutti i suoi aspetti, quindi anche trattando di argomenti duri e tragici, che possono riguardare le biografie o la/le comunità, più o meno allargate fino a quella globale, dar vita a una letteratura che regga il passo veloce del nostro tempo, ma occorre farlo con “leggerezza”. Risulta di conseguenza fondamentale la ricerca di forma, che però viene collocata all’interno di una esigenza non puramente estetica, ma, anzi, in cui la riflessione sull’estetica diventa una questione etica.
Abbastanza naturalmente mi si è affacciata alla memoria la prima delle “Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio” di Italo Calvino. Ho seguito quindi questo piccolo filo, a partire dalle parole e non dagli scritti di Julio. Desidero restituire questo piccolissimo viaggio tra le parole di Julio e le ultime cose scritte da Italo Calvino, in quelle “Six Memos for the Next Millennium” che alla sua morte non avevano ancora un titolo italiano e chiamate poi “Lezioni americane”, dalla moglie Esther Judith Singer, perché, come lei stessa ha raccontato, così era solite chiamarle Pietro Citati, abituale visitatore di Calvino nella sua ultima estate.*
“Quando ho iniziato la mia attività, il dovere di rappresentare il nostro tempo era l’imperativo categorico d’ogni giovane scrittore. Pieno di buona volontà, cercavo d’immedesimarmi nell’energia spietata che muove la storia del nostro secolo, nelle sue vicende collettive e individuali. Cercavo di cogliere una sintonia tra il movimentato spettacolo del mondo, ora drammatico ora grottesco, e il ritmo interiore picaresco e avventuroso che mi spingeva a scrivere. Presto mi sono accorto che tra i fatti della vita che avrebbero dovuto essere la mia materia prima e l’agilità scattante e tagliente che volevo animasse la mia scrittura c’era un divario che mi costava sempre più sforzo superare. Forse stavo scoprendo solo allora la pesantezza, l’inerzia, l’opacità del mondo: qualità che s’attaccano subito alla scrittura, se non si trova il modo di sfuggirle. In certi momenti mi sembrava che il mondo stesse diventando tutto di pietra: una lenta pietrificazione più o meno avanzata a seconda delle persone e dei luoghi, ma che non risparmiava nessun aspetto della vita. Era come se nessuno potesse sfuggire allo sguardo inesorabile della Medusa.”
Calvino scrive queste cose nel 1985: il mondo sembra diventare tutto di pietra. Julio rilascia l’intervista nel 2006: i mutamenti del mondo procedono talmente velocemente che non si ha quasi il tempo di raccontarli. In entrambi i casi gli autori sentono la rappresentazione del mondo come un “dovere” e, pur nell’ambito di contesti sociali e culturali molto mutati, perseguono la ricerca di una scrittura “leggera”.
Parlando de “L’insostenibile leggerezza dell’essere” di Milan Kundera, Calvino scrive:
“Il suo romanzo ci dimostra come nella vita tutto quello che scegliamo e apprezziamo come leggero non tarda a rivelare il proprio peso insostenibile. Forse solo la vivacità e la mobilità dell’intelligenza sfuggono a questa condanna: le qualità con cui è scritto il romanzo, che appartengono a un altro universo da quello del vivere. Nei momenti in cui il regno dell’umano mi sembra condannato alla pesantezza, penso che dovrei volare come Perseo in un altro spazio. Non sto parlando di fughe nel sogno o nell’irrazionale. Voglio dire che devo cambiare il mio approccio, devo guardare il mondo con un’altra ottica, un’altra logica, altri metodi di conoscenza e di verifica. Le immagini di leggerezza che io cerco non devono lasciarsi dissolvere come sogni dalla realtà del presente e del futuro… Nell’universo infinito della letteratura s’aprono sempre altre vie da esplorare, nuovissime o antichissime, stili e forme che possono cambiare la nostra immagine del mondo…”.
Ecco che Calvino e Monteiro Martins parlano una lingua comune e si intendono perfettamente, in merito alle possibilità della letteratura, capace di produrre nuove immagini del mondo e quindi di suggerire la trasformazione dello stesso.
La “lezione” di Calvino sulla Leggerezza si chiude con quella che quindi potrebbe essere la descrizione in anticipo del lavoro di Julio Monteiro Martins, si chiude così:
“Abituato come sono a considerare la letteratura come ricerca di conoscenza, per muovermi sul terreno esistenziale ho bisogno di considerarlo esteso all’antropologia, all’etnologia, alla mitologia. Alla precarietà dell’esistenza della tribù, – siccità, malattie, influssi maligni – lo sciamano rispondeva annullando il peso del suo corpo, trasportandosi in volo in un altro mondo, in un altro livello di percezione, dove poteva trovare le forze per modificare la realtà. In secoli e civiltà più vicini a noi, nei villaggi dove la donna sopportava il peso più grave d’una vita di costrizioni, le streghe volavano di notte sui manici delle scope e anche su veicoli più leggeri come spighe o fili di paglia. Prima di essere codificate dagli inquisitori queste visioni hanno fatto parte dell’immaginario popolare, o diciamo pure del vissuto. Credo che sia una costante antropologica questo nesso tra levitazione desiderata e privazione sofferta. E’ questo dispositivo antropologico che la letteratura perpetua. Prima, la letteratura orale: nelle fiabe il volo in un altro mondo è una situazione che si ripete molto spesso. Tra le “funzioni” catalogate da Propp nella Morfologia della fiaba esso è uno dei modi del “trasferimento dell’eroe” così definito: “Di solito l’oggetto delle ricerche si trova in un “altro” “diverso” reame, che può essere situato molto lontano in linea orizzontale o a grande altezza o profondità in senso verticale”. Propp passa in seguito a elencare vari esempi del caso “L’eroe vola attraverso l’aria”: “a dorso di cavallo o d’uccello, in sembianza d’uccello, su una nave volante, su un tappeto volante, sulle spalle d’un gigante o d’uno spirito, nella carrozza del diavolo, ecc'”. Non mi pare una forzatura connettere questa funzione sciamanica e stregonesca documentata dall’etnologia e dal folklore con l’immaginario letterario; al contrario penso che la razionalità più profonda implicita in ogni operazione letteraria vada cercata nelle necessità antropologiche a cui essa corrisponde.
Vorrei chiudere questa conferenza ricordando un racconto di KafKa, Der Kübelreiter (Il cavaliere del secchio). E’ un breve racconto in prima persona, scritto nel 1917 e il suo punto di partenza è evidentemente una situazione ben reale in quell’inverno di guerra, il più terribile per l’impero austriaco: la mancanza di carbone. Il narratore esce col secchio vuoto in cerca di carbone per la stufa. Per la strada il secchio gli fa da cavallo, anzi lo solleva all’altezza dei primi piani e lo trasporta ondeggiando come sulla groppa d’un cammello. La bottega del carbonaio è sotterranea e il cavaliere del secchio è troppo in alto; stenta a farsi intendere dall’uomo che sarebbe pronto ad accontentarlo, mentre la moglie non lo vuole sentire. Lui li supplica di dargli una palata del carbone più scadente, anche se non può pagare subito. La moglie del carbonaio si slega il grembiule e scaccia l’intruso come caccerebbe una mosca. Il secchio è così leggero che vola via col suo cavaliere, fino a perdersi oltre le Montagne di Ghiaccio. Molti dei racconti brevi di Kafka sono misteriosi e questo lo è particolarmente. Forse Kafka voleva solo raccontarci che uscire alla ricerca d’un po’ di carbone, in una fredda notte del tempo di guerra, si trasforma in quête di cavaliere errante, traversata di carovana nel deserto, volo magico, al semplice dondolio del secchio vuoto. Ma l’idea di questo secchio vuoto che ti solleva al di sopra del livello dove si trova l’aiuto e anche l’egoismo degli altri, il secchio vuoto segno di privazione e desiderio e ricerca, che ti eleva al punto che la tua umile preghiera non potrà più essere esaudita, – apre la via a riflessioni senza fine. Avevo parlato dello sciamano e dell’eroe delle fiabe, della privazione sofferta che si trasforma in leggerezza e permette di volare nel regno in cui ogni mancanza sarà magicamente risarcita. Avevo parlato delle streghe che volavano su umili arnesi domestici come può essere un secchio. Ma l’eroe di questo racconto di Kafka, non sembra dotato di poteri sciamanici né stregoneschi; né il regno al di là delle Montagne di Ghiaccio sembra quello in cui il secchio vuoto troverà di che riempirsi. Tanto più che se fosse pieno non permetterebbe di volare. Così, a cavallo del nostro secchio, ci affacceremo al nuovo millennio, senza sperare di trovarvi nulla di più di quello che saremo capaci di portarvi. La leggerezza, per esempio […]”.

*Italo Calvino “Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio”, Garzanti, Milano 1988

 

MarinaM

 

Marina Mazzolani vive a Imola. Laureata in Architettura a Venezia, si occupa di teatro dal 1977. E’ attrice, regista, drammaturga, ideatrice e organizzatrice di eventi culturali, direttore artistico. Scrive poesie e altro. Progetta azioni e percorsi teatrali ed artistici con forti valenze sociali, come induttori di movimento (motus contra status quo). Collabora o partecipa a progetti di altri.

Foto in evidenza di Melina Piccolo.

Foto dell’autrice a cura di Marina Mazzolani.

Riguardo il macchinista

Marina Mazzolani

Marina Mazzolani Vive a Imola. Laureata in Architettura a Venezia, si occupa di teatro dal 1977. E’ attrice, regista, drammaturga, ideatrice e organizzatrice di eventi culturali, direttore artistico. Scrive poesie e altro. Progetta azioni e percorsi teatrali ed artistici con forti valenze sociali, come induttori di movimento (motus contra status quo). Collabora o partecipa a progetti di altri.

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