Petr-odio: comprendere la retorica del populismo italiano osservando Caracas – di Francesco Sorana

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Il Venezuela si trova oggi in ginocchio. Anni di scelte economiche disastrose, il crollo dei prezzi del petrolio sul mercato internazionale e l’iperinflazione, che si prevede toccherà entro quest’anno la cifra record di un milione percento, hanno condotto il presidente del Venezuela Nicolás Maduro e la maggioranza dei venezuelani di fronte al baratro. La rivoluzione bolivariana non ha prodotto i risultati che erano stati promessi nel corso dei tre mandati di Hugo Chávez, presidente dal 1998 al 2013. Chávez aveva sfruttato gli enormi proventi del settore petrolifero durante gli anni di bonanza per sovvenzionare il programma di interventi sociali e redistributivi che avrebbero dovuto liberare il Venezuela dalla povertà e dalla disuguaglianza: le cosiddette misiones. Nonostante anni di spese eccessive e risultati ridotti abbiano aggravato la già profonda crisi economica iniziata nel 2014, il presidente Maduro sta perseverando con le stesse politiche populiste. La differenza è che ora non c’è più nessuna ricchezza da distribuire. Le risorse petrolifere sono state anche sfruttate per stringere accordi con potenze opposte agli Stati Uniti, con l’intento di contrastarne l’influenza nell’area sudamericana. Le forniture vendute a prezzi scontati furono la risorsa principale che permise al governo venezuelano di occupare una posizione favorevole nelle relazioni con gli altri paesi e di promuovere progetti come quello dell’Alleanza Bolivariana per le Americhe. La politica estera di Chávez era focalizzata principalmente sul confronto ideologico con gli Stati Uniti e sulla ricerca di nuovi partner politici e commerciali tra i cosiddetti rogue states (come Iran, Siria e Cuba) e tra gli stati avversari degli USA, come Russia e Cina. L’uso strumentale di una retorica antiamericana ebbe l’effetto di rafforzare il sostegno e la legittimazione popolare interna e di irrigidire i rapporti con i paesi partner degli Stati Uniti, ma tuttavia non portò mai a una cessazione dei rapporti commerciali tra i due paesi: il mercato nordamericano ha assorbito per tutta la durata dell’era chavista più della metà dell’esportazione totale di petrolio venezuelano.

 

Già a partire da questa breve descrizione è possibile rintracciare l’importanza che il regime chavista ha riservato al valore simbolico dell’azione politica. Gli elementi che sono andati a costituire l’universo simbolico della rivoluzione bolivariana, emerso e istituzionalizzato negli anni di governo, hanno dato forza propulsiva alla visione chavista. Questa idea di società nasce da una fusione di socialismo, cristianesimo, militarismo e cultura popolare. Dottrine che possono sembrare incompatibili soltanto a un’analisi superficiale. È la loro unione a determinare la predisposizione messianica e organicista della sua idea politica: la volontà di rigenerazione sociale del “popolo”, la ricostruzione di una comunità olistica in Venezuela, l’esportazione del progetto bolivariano agli altri paesi dell’America Latina. Tramite la continua produzione e mediazione di elementi simbolici Chávez è riuscito a mobilitare ampi strati della popolazione venezuelana, radunata in occasione di numerosi incontri con i cittadini, di discorsi pubblici e apparizioni televisive. E ancora il frequente ricorso allo strumento elettorale e ad azioni rappresentative in cui la popolazione potesse avvertire come riaffermato il proprio ruolo nella gestione del potere. L’uso dei simboli e la fabbricazione di una mitologia nazionale hanno interessato tutti gli spazi della comunicazione politica con lo scopo di garantire forza divulgativa al messaggio del proceso bolivariano, e sono risultati essere strategie efficaci che hanno permeato a fondo la sfera pubblica e privata dei cittadini venezuelani.

 

Chiariamo cosa intendiamo quando parliamo di populismo. Il populismo è privo di un corpo teorico definito e dei caratteri tipici delle ideologie politiche tout court, tanto da poter essere interpretato come un’ideologia apolitica (Zanatta, 2013) o come uno stile politico (Moffitt & Tormey, 2014). Esso si declina in senso più o meno democratico a seconda delle condizioni socioeconomiche in cui si sviluppa e delle idee politiche sulle quali poggia, strutturando una narrazione politica capace di raccogliere più consensi possibili, con la pretesa di divenire espressione totale delle ambizioni e dei bisogni del ‘popolo’. Nella retorica populista spesso la veridicità delle affermazioni assume una minore importanza sia per i mittenti che per i destinatari rispetto al capitale emotivo che queste producono. Questo ha fatto sì che ampi strati dell’opinione pubblica in contesti di post-verità venissero suggestionati dal carisma dei leader populisti, che avevano quindi a disposizione un maggiore margine di manovra per rispondere alle diverse istanze che emergevano dalla popolazione. Per raggiungere e consolidare il potere, il populismo non presta in genere attenzione ai limiti imposti dalla democrazia né alle frontiere ideologiche, ma usa in modo strumentale i mezzi politici su cui esercita un controllo e basa il proprio successo politico sull’istaurazione di un complesso universo simbolico di riti, cerimonie collettive e simbologie nazionali. Nonostante lo scarso rispetto dei meccanismi democratici e la diversa interpretazione della democrazia rispetto a quella propria del costituzionalismo liberale, il populismo può di fatto muoversi ed esistere soltanto all’interno di un contesto che sia almeno nominalmente democratico, che cioè riconosca il popolo come titolare della sovranità. Nell’ideale populista questa sovranità è in mano a una comunità organica di cittadini con un patrimonio storico-culturale condiviso. Nelle parole e negli atti del leader carismatico si rispecchia la comunità unita contro un nemico interno o esterno a cui vengono attribuiti i mali patiti dal popolo.

 

A livello generale il populismo è riuscito ad imporsi maggiormente nel corso di congiunture critiche del modello democratico liberale, grazie alla sua capacità di reintegrare nella comunità quei cittadini che si erano sentiti o che erano rimasti esclusi dalla politica, diventando un motore di integrazione nella politica nazionale per un elevato numero di individui. Il modello politico chavista ha mostrato negli anni di essere una commistione di elementi populisti e carismatici da una parte, e di caratteri riconducibili all’esperienza religiosa e rituale dall’altra. Tali caratteri sono la base teorica delle politiche missionarie e redistributive per la lotta alla povertà che sono poi confluite nella costruzione del Sistema Nacional de Misiones, che aveva il compito, la missione, di liberare la popolazione venezuelana dalla povertà, dalla fame e dal generale sottosviluppo. Numerosi elementi strutturali del chavismo derivano da una visione del mondo di tipo ‘religioso’, ad iniziare da una struttura verticale in cui grandi masse rinnovano quotidianamente la propria dedizione al capo e alla missione di cui si è fatto carico. Una concezione organicista è presente con diverse intensità in movimenti populisti di qualsiasi orientamento politico, e non è determinata dalla posizione assunta nei confronti della religione stessa. La visione religiosa della politica ha accomunato movimenti socialisti, laici e addirittura anticlericali ad altri di natura corporativa e confessionale. Nei contesti in cui dei governi populisti sono riusciti a conquistare abbastanza margine di manovra, i compiti che erano tipicamente svolti dalla religione sono stati di norma inclusi tra gli incarichi politici del governo. Sono i partiti che tentano di rispondere al bisogno di identità della popolazione appellandosi alla necessità di una rigenerazione sociale, che riaffermi il valore della comunità riunita in un unico ‘popolo’ contro le forze disgreganti che la minacciano. Un importante aspetto delle politiche che vennero adottate durante i quindici anni di governo di Hugo Chávez nell’ambito della rivoluzione bolivariana fu l’uso che venne fatto di quegli elementi socio-culturali che costituivano il patrimonio simbolico venezuelano. Attraverso l’istituzione di riti civili e pratiche raffigurative che potessero riaffermare l’impegno nei confronti della missione rivoluzionaria venne a imporsi un sistema ideologico manicheo, contraddistinto da paradigmi morali che affondano le radici nel sostrato culturale cattolico latinoamericano.

 

Lo stile retorico di Chávez ha mostrato numerosi tratti in comune con altre esperienze populiste. Uno degli obiettivi iniziali della sua azione politica fu quello di riaffermare il legame profondo tra sé e il popolo all’interno della società venezuelana. Il modo migliore di assicurare questo legame fu di riunire gli individui contro un avversario comune: fuori gli Stati Uniti d’America, dentro la borghesia venezuelana. Il ruolo centrale rivestito dai leader politici nel populismo deriva dall’importanza dei processi di immedesimazione e di costruzione di un’identità collettiva che essi mettono in moto facendo leva su tratti (come etnia, religione, provenienza territoriale, l’uso di un determinato linguaggio) in comune con i propri sostenitori. Anche caratteristiche fisiche e culturali particolari come l’appartenenza alla classe popolare, il colore della pelle e il particolare modo di esprimersi furono utilizzate da Chávez per identificarsi a un livello più emozionale con i suoi sostenitori. Le risorse emotive che si intendevano sfruttare possedevano una capacità di attrazione maggiore, mobilitavano all’azione e fornivano un rassicurante senso di appartenenza. I discorsi carismatici e accorati di Chávez oltre a permettergli di conservare il potere, ebbero anche l’effetto di nascondere i risultati parziali del processo di sviluppo economico della rivoluzione bolivariana. Chávez ha conferito una dimensione non mediata e anti-intellettuale alla sua leadership, mostrandosi tra la gente sempre come un uomo comune, di umili origini e capace di capire a livello empatico le sofferenze dei venezuelani. Questa condizione di prossimità con le masse è stata rievocata costantemente in una narrazione simbolica in cui il capo politico non è più soltanto un uomo ma diviene simbolo, l’incarnazione vivente di un popolo: “Quello che rappresento è, semplicemente, la voce e il cuore di milioni[1].

Nel corso del cosiddetto “processo bolivariano” il dialogo politico divenne assai polarizzato e la radicalizzazione politica fu la principale tattica impiegata allo scopo di ottenere il sostegno popolare. Si venne così a inasprire la narrazione politica contro gli avversari e il livello dello scontro ideologico nel governo. La retorica adottata da Chávez era più diretta e comprensibile rispetto a quella tradizionale, mirava a una semplificazione della politica per raggiungere i cittadini a un piano più emotivo e meno razionale. Si voleva anche scongiurare l’eventualità che il livello del dibattito politico facesse comparire negli individui un senso di inferiorità di fronte a tematiche troppo articolate. Il culto della personalità che si sviluppò intorno alla figura di Hugo Chávez, in una situazione in cui il potere era concentrato nel ramo esecutivo (e quindi nelle sue mani), determinò l’abbandono dei meccanismi di intermediazione tra il popolo e il presidente. Inoltre portò ad un graduale deperimento delle istituzioni. Nell’immaginario collettivo della società venezuelana il conflitto politico divenne assoluto e assunse tratti che appartengono ad un immaginario millenaristico, tanto che somigliò in maniera crescente a un conflitto religioso. L’uso politico di elementi e simboli religiosi hanno quindi guidato la politica venezuelana lungo tutto il corso dell’esperienza politica di Hugo Chávez, e hanno avuto un ruolo determinante nel trasformare il conflitto politico in conflitto di fede. L’effetto è stato di unire un gruppo intorno a un sogno, a una promessa di cambiamento che poggiava sulla figura del leader. Ma è stato anche quello di creare una cesura profonda nella società venezuelana, dichiarando nemici della nazione tutti gli oppositori della “rivoluzione” bolivariana.

 

Ma perché è necessario guardare al Venezuela per poter analizzare lo stato di salute della politica italiana? Lo scorso 4 marzo i cittadini italiani sono andati alle urne, e con il loro voto hanno decretato la definitiva disfatta dei cosiddetti partiti tradizionali. Si noti che il termine “tradizionali” non è usato per distinguerli dai partiti più giovani, ma dai partiti populisti. La Lega Nord di Salvini e il Movimento Cinque Stelle di Di Maio, che hanno ricevuto il maggior numero di voti e formato un governo insieme, non sono partiti giovani: la Lega Nord esiste dal 1991, è la formazione politica più vecchia in parlamento, e alle elezioni del 4 marzo Potere al Popolo, Liberi e Uguali, Fratelli D’Italia e +Europa erano partiti più giovani rispetto al M5S, fondato nel 2009[2]. Questi partiti si sono dati battaglia prima e durante la campagna elettorale, per poi ritrovarsi a dover redigere un contratto di governo in cui fossero esplicitati i punti fermi dell’una e dell’altra formazione, senza che venisse costruito un programma fondato da una visione comune. Il programma di governo è rimasto un’accozzaglia di promesse e di obiettivi provenienti da orientamenti politici spesso contraddittori.

 

Salvini ha costruito il consenso sdoganando un linguaggio duro e celando tesi razziste dietro a termini all’apparenza innocui su temi molto delicati come la sicurezza, l’immigrazione e i rapporti internazionali, giustificandosi attraverso l’uso di una retorica del “buonsenso”. Attaccare le ONG e impedirgli di operare nel Mediterraneo perché accusate falsamente di cooperare con gli scafisti, bloccare per giorni i 177 passeggeri di una nave perché ritenuti presumibilmente tutti immigrati illegali, invocare “le ruspe” sui campi rom e sui centri sociali, sono esempi di questo buonsenso.  Il capitano, come lo chiamano i suoi, ha capito che per mobilitare i propri elettori e quelli delusi degli altri partiti, deve utilizzare continuamente toni sprezzanti e aggressivi nei confronti degli avversari politici e reiterare la narrazione dell’invasione della nazione e della sostituzione etnica, abbandonando le pretese autonomiste che avevano caratterizzato la storia politica della Lega Nord. In quattro anni come leader, ha trasformato un movimento di separatismo regionale nel suo contrario, un partito nazionalista: il nemico non era più Roma, ma Bruxelles, le banche internazionali e le multinazionali. Gli attacchi contro i migranti, l’Islam, i matrimoni gay e i criminali hanno preso il posto del separatismo nella retorica della Lega Nord, che ha tolto la dicitura “Nord” dal logo del partito e ha velocemente tentato di far dimenticare gli anni in cui Salvini portava la maglietta con la scritta “Padania is not Italy” e si riferiva ai napoletani chiamandoli “colerosi”.

 

È evidente d’altronde la conformità dell’azione mediatica e politica di Matteo Salvini con altre esperienze populiste come quella venezuelana: nelle sue parole il popolo italiano è minacciato da nemici esterni (l’Unione Europea) e interni (migranti e minoranze) e da oppositori politici che sono definiti “rosiconi”, “buonisti”, “comunisti col Rolex” e “radical chic da salotto” lontani dal paese reale e dalle difficoltà delle persone comuni. Salvini parla sempre “da ministro, da papà, da italiano” e si esprime attraverso un linguaggio colloquiale e semplice, non si preoccupa di fare i conti con i numeri reali e la realtà dei fatti, ma si concentra unicamente nella riaffermazione ridondante di pochi concetti e temi chiave. Inoltre i social network gli hanno garantito la possibilità di parlare liberamente e a un livello più informale attraverso tweet e video in diretta con i suoi sostenitori, senza il rischio di essere messo in difficoltà e di dover rispondere a domande scomode. Il ministro dell’interno non presta attenzione alle istituzioni e alle leggi, ma tenta di scavalcarle e piegarle a suo favore. Minaccia di abbandonare l’euro, attacca ogni giorno le “élite” europee e sostiene che la Commissione europea e il Parlamento europeo lavorano contro gli interessi nazionali italiani. Salvini ha stretto un patto con il presidente ungherese Viktor Orban, contrario alle politiche di accoglienza dei migranti e vicino alla Russia, creando un’altra significativa spaccatura tra gli stati membri dell’UE sul futuro delle politiche di asilo dei rifugiati dell’Unione Europea. Dal governo accusano Bruxelles di aver scaricato il fardello dell’immigrazione sulle spalle dell’Italia e denunciano che ci dovrebbe essere maggiore condivisione degli oneri tra gli Stati membri dell’UE, a cominciare dalla redistribuzione tra tutti i paesi dell’Unione degli immigrati sbarcati in Italia in base a delle quote, secondo l’idea che “chi arriva in Italia arriva in Europa”. L’obiettivo del Ministro dell’Interno è quello di costruire un fronte conservatore che collabori a tenere chiuse le frontiere europee.

 

Il nuovo governo è espressione di un populismo che soddisfa il desiderio di vendetta sociale avvertito da moltissimi italiani nei confronti di chi è considerato la causa dei loro mali, una schiera di nemici individuati al bisogno nei grandi esponenti della finanza internazionale e delle istituzioni europee, tra i politici e i “potentati economici” di Di Maio, ma anche al margine opposto della piramide sociale, tra i migranti e le minoranze fragili, come le comunità LGBTQ e romanì. L’idea di società che emerge dai programmi del Movimento 5 Stelle e della Lega Nord si fonda sulle stesse basi del populismo chavista, anche se con diversi gradienti: cultura popolare, cristianesimo, socialismo e militarismo. Una cultura popolare nella sua accezione peggiore, dato che tenta di mobilitare i cittadini facendo leva su aspetti intrinsecamente negativi come la paura e l’ignoranza. I riferimenti religiosi sono numerosi e mirati a costruire un immaginario preciso, rinnovando il ruolo della religione come instrumentum regni. Vediamo Matteo Salvini giurare sul Vangelo e sulla Costituzione durante un comizio in Piazza del Duomo a Milano, vediamo Luigi Di Maio in fila tra la gente comune a Napoli per baciare l’ampolla con il sangue liquefatto di San Gennaro, e ancora Matteo che durante il raduno di Pontida rispolvera rituali pagani baciando “l’albero della vita” con sottofondo di cornamuse (scozzesi, non padane). Riguardo agli elementi socialisti, questi provengo più dal M5S che ha presentato varie istanze, per quanto inefficienti, per combattere le disuguaglianze sociali. Ma nonostante tutto istanze dello stesso tipo esistevano anche nella Lega Nord dei primi anni, più attenta alla giustizia sociale e alla difesa di salari e pensioni, e a sostegno delle piccole e medie imprese. Inoltre vale la pena ricordare che nelle elezioni del Parlamento della Padania del 1997 Salvini fu capolista dei Comunisti Padani, e Umberto Bossi è un ex membro del Partito Comunista Italiano. Questi aspetti dell’ideologia leghista si sono persi definitivamente con la nomina di Salvini nel 2014 a segretario del partito, insieme al federalismo e al regionalismo, che hanno oggi lasciato il posto all’euroscetticismo e al rifiuto di una società multiculturale e aperta. Infine possiamo rintracciare il militarismo nelle parole e negli atti del Ministro Salvini, il vero leader carismatico e uomo forte al potere del governo gialloverde: la lotta contro l’istituzione del reato di tortura, la decisione di dotare la Polizia di Stato di taser “per essere più buoni, non più cattivi” promettendo inoltre che con lui “la Polizia avrà mano libera”, e il nuovo decreto legislativo sulla detenzione delle armi passato in sordina lo scorso 14 settembre mostrano come il governo sia orientato a un maggiore controllo e a una maggiore capacità di coercizione nei confronti dei cittadini. Da questi elementi, riaffermati continuamente nel corso della campagna elettorale e nei mesi che sono seguiti durante le numerose apparizioni televisive e gli incontri pubblici, emerge un quadro scoraggiante per quanti siano preoccupati per le condizioni delle categorie deboli, delle minoranze, e dello stato di salute della democrazia italiana e dei valori democratici.

 

Dicevamo che Salvini, nonostante la carica di Ministro dell’Interno, è di fatto l’uomo al vertice, il leader di questa composizione di governo. Il suo partito si è da sempre contraddistinto per le teorie etno-nazionaliste che erano alla base delle istanze per l’indipendenza della Padania, raffigurata come cuore economico del paese e contraddistinta da un popolo dedito al duro lavoro e al rispetto delle leggi. Buona parte del Nord Italia si è per anni immedesimata in questo immaginario collettivo di purezza e vigore contrapposto alla indolenza del mezzogiorno. Con Salvini il bacino di potenziali elettori ha superato ampiamente i confini della pianura e la retorica del partito è stata riconvertita da “Prima i padani” a “Prima gli italiani”. Abbiamo visto come le risorse emotive e simboliche impiegate dal nuovo governo giochino un ruolo di primo piano nella capacità del messaggio politico di coinvolgere e mobilitare i cittadini di un paese, e questa capacità di comunicare a un livello più diretto e carismatico, attraverso un linguaggio diretto e una retorica capaci di semplificare la realtà snaturandola, e rendendola quindi fruibile alle grandi masse senza sforzi di approfondimento, è stata uno dei fattori che hanno decretato il trionfo in sede elettorale di Lega Nord e Movimento 5 Stelle.

 

L’inasprimento della narrazione politica è una strategia utilizzata dalla maggioranza dei movimenti populisti a prescindere dagli ideali politici di partenza: essa ad esempio accomuna il proceso bolivariano di Hugo Chávez, il Fronte Nazionale francese, l’Argentina di Perón, il Movimiento al Socialismo di Evo Morales in Bolivia, e lo stile politico di Donald Trump. Questa capacità di monopolizzare il panorama politico e mediatico sta contribuendo alla nascita di un culto. L’odio è il cuore della macchina politica del nuovo governo. Quello che per Hugo Chávez era il petrolio, per il governo gialloverde ora è la promessa che sarà fatta pulizia ai vertici e alla base della società. Il sogno di purificazione della società potrebbe facilmente divenire spinta epurativa se non si riuscirà a realizzare un fronte comune capace di opporsi e difendere le comunità e le categorie socio-economiche discriminate dal governo. È necessario fronteggiare la visione manichea che il populismo fornisce della società, bisogna destrutturare la narrazione politica populista opponendole una continua opera di verifica dei fatti, e soprattutto è importante che venga riaffermato il rifiuto netto di abbassare il livello del dialogo politico per sfruttare gli stessi strumenti demagogici dei partiti ora al potere. È indispensabile risolvere il problema dell’ignoranza politica e dell’analfabetismo funzionale in Italia partendo dall’istruzione per rendere i cittadini in grado di interpretare l’informazione, i processi migratori e le sfide imposte dalla globalizzazione ai governi dei singoli Paesi con gli strumenti necessari. Ci troviamo di fronte ad una prova importante non soltanto per la politica italiana ma anche per la tenuta della stessa Unione Europea. Da come i Paesi europei e i loro popoli risponderanno alle sirene del populismo che risuonano in tutto il vecchio continente e al di fuori di esso, si determinerà il destino delle conquiste sociali e dei diritti garantiti dalle democrazie liberali a seguito della sconfitta dei totalitarismi del novecento. La pacchia ora è davvero finita.

Francesco Sorana

 

Francesco Sorana (1992, San Severino Marche) Cresco conoscendo la meraviglia quanto la noia  tra le  montagne dell’appennino marchigiano, a Visso (MC) finché non mi trasferisco a Bologna per laurearmi alla triennale in Antropologia Sociale con una tesi sul consumo di droghe sintetiche nell’area di Bologna e attualmente sto per conseguire la laurea magistrale in Sviluppo Locale e Globale con una tesi che analizza il populismo latinoamericano e i processi di sacralizzazione della politica, focalizzando lo studio attorno alla figura di Hugo Chávez in Venezuela. Nel 2016, a seguito del sisma il paese è distrutto, la mia famiglia perde la casa ed è costretta a traferirsi sulla costa, a Porto Potenza Picena. Leggo e scrivo da quando sono piccolo per immaginare altre realtà, o per riuscire a dire quelle che ho sulla punta delle dita. In futuro spero di riuscire a diventare giornalista di reportage. Ho partecipato in forma anonima per qualche anno alle attività del MEP (Movimento per l’Emancipazione della Poesia), e seguito corsi di scrittura creativa e collettiva, tra i quali il corso organizzato nel 2017 da Eks&Tra e WuMing2 che ha portato alla pubblicazione della raccolta di racconti “Dall’altra parte del mare”. Ha pubblicato poesie su riviste digitali come A4 e La Macchina Sognante, e dirige il blog letterario Lattea.

 

Lattea Blog: https://latteablog.wordpress.com/

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[1] Chávez H., El golpe fascista en Venezuela, La Habana, Ediciones Plaza, 2003, p. 113.

 

[2]  Ai quali si potrebbe aggiungere Forza Italia, rifondata nel 2013.

Foto dell’autore a cura di Francesco Sorana.

Immagine in evidenza: foto di Melina Piccolo.

Riguardo il macchinista

Bartolomeo Bellanova

L’attenzione ai temi sociali e di denuncia civile caratterizza il mio cammino di narrativa e poesia. "La fuga e il Risveglio" (Albatros Il Filo- Dicembre 2009) è il mio romanzo d'esordio a cui ha fatto seguito “Ogni lacrima è degna” (Inedit – Aprile 2012). La silloge poetica indedita “Sguardi scomposti e liberati” è risultata vincitrice della dodicesima edizione del Concorso di Poesia e Narrativa Insieme nel Mondo (Savona 6 settembre 2014). Nell’ambito della poesia ho pubblicato in diverse antologie tra cui "Sotto il cielo di Lampedusa - Annegati da respingimento" - Rayuela Edizioni Gennaio 2014 e nella successiva antologia “Sotto il cielo di Lampedusa – Nessun uomo è un’isola” Rayuela Edizioni Aprile 2015. La raccolta di poesie e riflessioni scelte composte tra il 2011 e il 2014 "A perdicuore" è stata pubblicata il 30-9-15 da David and Matthaus Edizioni – Collana ArteMuse.

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