Persona di Fausto Paolo Filograna (Giuliano Landolfi Editore – 2017) – Note di lettura di Bartolomeo Bellanova

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“Persona” dal vocabolario Treccani della lingua italiana è un “individuo della specie umana, senza distinzione di sesso, età, condizione sociale e simili, considerato sia come elemento a sé stante, sia come facente parte di un gruppo o di una collettività”.

Nessun altro titolo avrebbe potuto essere più adatto per questa raccolta poetica d’esordio nella quale Fausto Filograna interroga ognuno e, collettivamente, l’intera razza umana nello srotolarsi di testi che ci squarciano nel profondo e che si sedimentano nel lettore attraverso l’uso di un linguaggio pregno, a tratti quasi solido, ricco di immagini.

La raccolta si apre con la dedica “a tutti i medicanti” cioè a tutti noi, che ogni istante mendichiamo di conoscere il senso della vita, questuanti con l’anima nel cappello e il cappello sul pavimento di una strada, sulla riva di una spiaggia notturna o sulla pista di una discoteca.  Dopo il naufragio delle ideologie del novecento seguito all’affondamento dei dogmi delle religioni e insoddisfatto del balbettare incompiuto della filosofia, l’autore ci rappresenta in questa scrittura sofferta, l’interrogativo ultimo sul senso vero della vita, che è pietra d’inciampo di ogni nostra azione e pulsione. Ci pone questa domanda assillante che diventa ossessiva e, alla fine, l’uomo si sfinisce come nuotatore solitario in un oceano immenso di cui non vede limiti.

La nostra volontà individuale e la morale sono insufficienti a rispondere sul perché continuare a vivere: per l’autore non resta che rimanere in “questa” vita che “è un fascio di responsabilità” accettandone la sofferenza incancellabile. Nelle note di chiusura della raccolta, Fausto Filograna dopo averci messo di fronte al nulla, alle contraddizioni, alla morte e al non senso, elabora una sua riflessione, uno spunto di approfondimento per noi tutti “mendicanti”: “Ho cercato il fondamento della vita nella volontà di vivere, ma la volontà passa, e rimane il non-senso. Penso di essere giunto a un punto di non ritorno, perché la morale non è risolutiva. Bisogna uscire dalla morale, fino a che, se si è obbiettivi, si giunge a un punto di totale arbitrato, a un punto senza spiegazioni, ingiustificabile, assurdo, che riguarda l’eterno, l’immodificabile. Questo perché la morale è limitata […]La moralità è condizionata dal desiderio, dal vivere comune, dall’avere uno scopo, un senso. Le cose immortali sono libere, perché insensate e arbitrarie. E bisogna tirarle fuori così, con naturalezza e senza spiegazioni. Qualunque discorso vitale a un certo punto deve tirar fuori le cose eterne, il tempo, le cose immutabili. Ma questa volta chiamiamole doveri”. 

 

Copertina Persona

I

Eravamo a Gallipoli notte piena

eravamo pochi e bianchi faceva freddo

non ho voglia di mangiare questa notte

eravamo suicidi e battezzandi

attraverso la strada principale si arriva presto

fiammelle sopra la spiaggia fino a chilometri dal mare

la bionda seduta è vestita uguale all’altra

e ha gli occhi di un uomo morto

fermate la bionda non sopravvivrà

ha gli occhi di chi se lo prende il mare

un tizio con una torcia è messo a scacciarci

siamo troppi e puri come bestemmie

siamo santi e tutti troppo prossimi alla morte

un’estrema pulizia regna incontrastata tra gli

[ombrelloni e il mare.

 

Ricordo di spessore

Vita è violenza di immaginazione

o solo ricordo

e qui, sulla via del mare

solo una foto emerge tra i calcinacci. Le pietre

non scoprono gli occhi

e tutto è ciò che è solamente. Non qui

non qui si può volare dal mondo, non

qui riemergere o spirare, qui

sarebbe già troppo

immaginare.

Tutto questo spazio

non è che arbitraria voglia di danzare,

volare tra i crocicchi in assenza di peso

ma ci vogliono ali, ci vogliono gambe a danzare

e ci vogliono occhi, almeno

dotati di gambe; la luce

non è che luce, di stelle o vetrine

e una danza, in definitiva, non attraversa la strada:

puoi solo immaginare

ciò che vive in assenza, la danza di foglie

che non avviene

dalla schiera dei caseggiati

a quella di fronte. Qui

non emerge che una foto,

nella luce impossibile e forse

ricordo di stelle lontane. Le pietre

ne sconvolgono il volto, ne nascondono gli occhi

abbreviati e forse stesi

come guardare in alto l’uomo

che ti sotterra.

Così leggemmo scritto su una targa ciò che non ha occhi

non chiamarlo volto

è ciò che è solamente

come un’automobile che, spiegando le ali

non si riesce ad alzare.

Così gli occhi non sporgono a scostare le pietre

ciò che è è solamente

sotto le macerie appena la metà

e il resto

è solo ricordo

e voglia

di religione…

È solo violenza l’umano

prevaricazione o eccessivo sforzo,

in fin dei conti fraintendimento.

Colore sbiadito, o foglia

che si posa su un volto ghiacciato

senza per questo farne un albero.

Trasparenza in fin dei conti

senza corpo da trasparire

luce, ricordo travolto di luce

luce che non può nutrire, luce

soltanto. Miracolo

è la trasparenza. Le insegne religiose delle discoteche

ne diffondono le intermittenze

e tutto è ciò che è solamente

luce

e ricordo di spessore. Qualcosa

color ametista.

Pietà Signore, pietà.

Una città ci dev’essere, e questa

ha conosciuto le tenebre delle vetrine

il silenzio delle croci disabitate da anni e mai

rinfrescate da un corpo

e qui, definitivamente chiamate

strade.

 

III

Da una parte, lontano cade una chitarra e non fa rumore.

Questo è il momento di chiedersi

ci sarà pelle? Ci sarà

carne lungo tutte le strade le finestre

lungo tutti i nomi scritti sulle porte

ci sarà vita dentro? e ancora passando

con un soffio di vento per piedi ci sarà

vita dentro? e ancora ci sarà

vita dentro?

Dietro i muri intonacati non emerge spessore di muscoli

chitarre di cemento armato

girandole che conobbero il movimento

hangar che conobbero l’urlo delle catene.

Ricordo di piazze desolate, grandi bocche, quelli

furono i loro denti, le case

morte per fame, magre per attesa,

lampioni nella violenza dello spegnimento

furono i loro occhi

e tutto giace nella confusione della luce

e del buio e di ciò che si può solo vedere.

FATE PRESTO SI CHIUDE

Quando cadde quella colonna dicono i vecchi

terribile fu il rumore che fece

ma loro sono sordi

e nessuno sa più niente dell’udito.

Occhi furono tutto ciò

occhio fu Dio nei secoli dei secoli

ab aeternum ecco l’eternità

ciò che si può solo vedere

la perfezione al massimo riflessa

e mai grande abbiamo peccato

dicevano i vecchi

abbiamo peccato.

Pietà per il sole.

Un sole splendente come mille vetrine o stelle

ricordò la Verità

e la Verità era l’ombra per terra e la luce sui corpi

senza sole dicevano i vecchi

ci saremmo amati abbracciati confusi

senza mai vedere noi stessi

senza mai dunque dimenticarcene.

Su questa città, sole o non sole,

splendeva una luce

e gli anziani sbalorditi ai loro occhi

dimenticarono se stessi

vedendo la luce che li illuminava.

 

IV

Pietà, Signore, della luce.

Chiamarono giovinezza la luce più dolce

e vecchiaia quella più truce

Pietà, Signore, della luce.

Chiamarono muri le case

e pelle i fratelli

e presero le ombre per le persone che cominciavano dai

[loro piedi

Pietà, Signore, della luce.

I miei occhi Signore hanno visto la luce.

Per continuare a vedere

dimenticarono di mangiare.

 

V

Questa città non ha tendini

e si può solo immaginare

o ricordare

un po’ di pelle.

FATE PRESTO SI CHIUDE

un girovago Prometeo

senza scarpe

tira i calcinacci

senza coscienza, senza rumore

rotolano le pietre senza eco

senza verificabilità, mentre noi

così morti di vita

giungiamo verso il mare dalla strada

la stessa per andare e tornare

senza coscienza, e

si potrebbe dire dormendo –

ma non è così.

Fermate la bionda

non sopravviverà

Eravamo a Gallipoli notte piena

eravamo pochi e bianchi faceva freddo

non ho voglia di mangiare questa notte

eravamo suicidi e battezzandi

attraverso la strada principale si arriva presto

fiammelle sopra la spiaggia fino a chilometri dal mare

la bionda seduta è vestita uguale all’altra

e ha gli occhi di un uomo morto

fermate la bionda non sopravviverà

ha gli occhi di chi se lo prende il mare

un tizio con una torcia è messo lì a scacciarci

siamo troppi e puri come bestemmie

siamo santi e tutti troppo prossimi alla morte

un’estrema pulizia regna incontrastata tra gli

[ombrelloni e il mare.

 

Ti dedico la grandezza

che non ho. Quando il pensiero non vola, le parole

non sono una danza e tutto

sta in un riposo da nulla

nella notte che non è riposo dal giorno

né attesa ti penso, amore mio

e ti dedico il nulla. Il pensiero legge seduto

e mi inforca

come un paio di occhiali, vorrei

dirti l’amore che sento in questa paralisi

senza bocca seduto al balcone a questo paralitico

cenozoico

di albe ripetute a notti e notti.

Datti calma, fa’ silenzio, ascolta

un concerto di odori si espande

blu, verde, giallo

il canto dei colori – albeggia

tra i monti tra gli alberi – e fende lo sguardo

e l’immobilità. Dove tu sei

dove tu sei

un intrico di ruote si spagina

l’universo brancolando tenta nuovi

uguali cicli e l’alba

il sole in una distrazione di hangar

ci promette l’eterno. E noi?

Io tento una vita,

un nome a giorni innominabili

tento di alzarmi e di dire «…

…» vorrei

sorriso millenario rivolgerti mille parole

non c’è secolo per questo fastidio

né giorno che viene né notte che passa

c’è che a volte seduto al balcone mi sento fissare. Sento

l’enorme marchingegno guardarmi

non mutare mai da un tramonto

due cariatidi sembriamo, sprezzare il vento

la pioggia i fulmini, io con occhi

e tu no, mentre qualcosa dice

non finirà mai tutto ciò

finirà la carne

lo spirito

ma la volontà l’altezza io penso

a un risveglio, a un’alba

a un’aria freschissima e respiro l’immoto

svegliarsi delle cose e il mio

intentato, penso a un risveglio

a ipotesi e ipotetiche salvezze nell’alto

sospeso con uno sguardo a un balcone –

dalla bocca del mondo una lingua nel cielo –

è questo, mi chiedo? è questo il vento

della carne che soffia da dietro e mi spinge alle stelle?

Sentimi, amore che vai, pregherò

al Nord come l’ago di una bussola

con un corpo di albero sorriso dal vento

beato e immobile. È questo il nulla che sento

e mi ammala di me? miserere mei

me stesso, Fausto, miserere del nulla

del sonno, sogno

una luce impossibile rifarmi l’anima, fa luce

tra gli alberi, e una forza sovrumana

non sorge, Fausto, non è possibile

che la disperazione per noi. Sento un malessere

[sopra la pelle

uno sciame di strade che va perdendosi

e io mi chiedo dov’è dov’è, e mi risponde,

[l’impossibile stradario:

niente. Perché non più ritornare

non più ritornare è possibile – madre

da dove io uscii io torno. Nulla

sono, né sono stato né ho sperato di essere. Io penso

a un risveglio, all’infinito propagarsi dal balcone

gli alberi, al verde, senza muovermi dal mio balcone.

Arri arri cavalluccio, un canto si propaga

e induce al sonno, all’eterno, e dormo,

nato mai nato, senza azioni e senza sonno dormendo.

[Io penso

a un risveglio, io penso

e mi dico: “senza azioni non esisti

Fausto, tu sei quello che fai” e intanto si sfa

[l’ambaradan

universale, mentre tutto ruota

il disastro. E penso al freddo su Plutone

all’invivibile vita di noi, alle risse

delle mosche, tutto

ridicolo.

L’umanità litigherà anche stanotte, io

sono solo un individuo

che un insetto verrà a visitare con sguardo umano. Vieni

gran madre e vattene, lasciami solo, che dica: io ho fatto

io sono. Intanto sogno inondazioni, precipitazioni

terremoti e morti e morti,

tutto sa di nuovo

la pioggia, dal mio balcone

il disastro, l’odore

il tabula rasa universale. Scivola vai via, lasciami

fare,

morire. È tempo,

sono grande.

 Fausto

 

Fausto Paolo Filograna nasce a Casarano in provincia di Lecce nel 1992. Si laurea in Lettere Antiche nel 2014 e in Filologia Classica nel 2017, con una tesi sul teatro. Si interessa di teatro, di cinema e di ogni arte. Studia drammaturgia, regia teatrale e pianoforte in conservatorio. Nel 2016 va in scena come regista e drammaturgo con Le Baccanti, ovvero Il processo, riscrittura a due delle Baccanti di Euripide. Si occupa di poesia, di teatro e di cultura, perché, come dice Artaud, «L’umanità ha fame».

 

Foto dell’autore, a cura di Fausto Paolo Filograna.

Immagine in evidenza: Foto a cura di Mujeres en travesìa scattate nel corso della mostra “Sotto le suole” progetto dell’artista Ximena Soza,  nell’ambito di Imola in musica, tamburi africani  a cura  da Associazione Senegalesi Imola.

Riguardo il macchinista

Bartolomeo Bellanova

L’attenzione ai temi sociali e di denuncia civile caratterizza il mio cammino di narrativa e poesia. "La fuga e il Risveglio" (Albatros Il Filo- Dicembre 2009) è il mio romanzo d'esordio a cui ha fatto seguito “Ogni lacrima è degna” (Inedit – Aprile 2012). La silloge poetica indedita “Sguardi scomposti e liberati” è risultata vincitrice della dodicesima edizione del Concorso di Poesia e Narrativa Insieme nel Mondo (Savona 6 settembre 2014). Nell’ambito della poesia ho pubblicato in diverse antologie tra cui "Sotto il cielo di Lampedusa - Annegati da respingimento" - Rayuela Edizioni Gennaio 2014 e nella successiva antologia “Sotto il cielo di Lampedusa – Nessun uomo è un’isola” Rayuela Edizioni Aprile 2015. La raccolta di poesie e riflessioni scelte composte tra il 2011 e il 2014 "A perdicuore" è stata pubblicata il 30-9-15 da David and Matthaus Edizioni – Collana ArteMuse.

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