Per una presa di distanze dall’evaporazione razziale in Italia (Candice Whitney, trad. Lorenzo Vanelli)

donna in giallo

 Per una presa di distanze dall’evaporazione razziale in Italia: riflessioni su bianchezza, african-americanitudine e privilegio

Il titolo di questo articolo è un richiamo a quello di David Theo Goldberg, cioè, “Racial Europeanization”, ma ambirebbe andare oltre il concetto di racial evaporations con la sua insistenza su come il retaggio coloniale delle nazioni europee venga nascosto “sotto il tappeto”, allo scopo di fare emergere la presenza minima, se non totale assenza oggi in Italia e in generale in Europa, di una messa in discussione della bianchezza e, di conseguenza, dei benefici sociali sottaciuti che la accompagnano.

In quanto donna afro-americana in Italia, sono principalmente interessata alle complesse intersezioni delle esperienze interpersonali, così come delle mie, che nei luoghi in cui mi muovo sono tutte soggette a quotidiano razzismo. La mia identità quando vivo all’estero comporta molti privilegi, non limitati alle mie risorse economiche personali, ma anche al capitale culturale afro-americano, alla mia cittadinanza americana, e alla mia identità cisessuale. La mia identità di donna nera mi permette di svolgere pratiche di etnografia riflessiva, nel senso che posso riflettere sulle mie stesse esperienze di razzializzazione e privilegio come mezzo per comprendere frammenti degli sforzi e difficoltà di cui fanno esperienza le minoranze in Italia.

Razzismo e xenofobia, due forme interrelate di discriminazione, influenzano i migranti ed i loro figli in Italia. Non serve guardare più lontano del database o della galleria del sito Cronache di ordinario razzismo. In che modo la riflessione sulla mia stessa esperienza e sui miei privilegi in quanto donna afro-americana in Italia può illuminare alcune “comodità” storicamente costituite di cui gli italiani bianchi possono beneficiare nel loro paese ma che sono invece precluse a chi bianco non è?

Identificare il modo in cui il “personale è politico” per quanto riguarda razza, razzismo e xenofobia in Italia può essere un metodo utile per sezionare pregiudizi e metterne alleati e solidali al corrente. Chiaramente, l’obiettivo non è affatto quello di negare l’impatto del lavoro delle istituzioni italiane e delle organizzazioni di attivisti che effettivamente agiscono per opporsi a razzismo e alla xenofobia, ad esempio la Questura, la Divisione investigazioni generali e operazioni speciali di Viterbo che ha mosso accuse contro chi ha scritto commenti razzisti, violenti e xenofobi a proposito del reportage sull’ivoriano Morientes Diomande, morto annegato. Ciò non di meno, ho notato che le relazioni tra bianchezza e privilegio sono ancora da discutere ampiamente nel contesto contemporaneo italiano; mi chiedo come potrebbe essere utile porre in discussione i benefici della razza “di default”, anche se non ci si identifica con essa, all’interno del clima sociale e politico xenofobo d’oggi. Forse questo processo potrebbe essere un ulteriore passo verso l’interruzione dell’evaporazione razziale (Hawthorne e Piccolo discutono i pericoli inerenti alla lotta contro il razzismo senza che vengano affrontati problemi di razza e razzismo in Italia) ed il riconoscimento dei benefici non guadagnati di cui gli italiani bianchi godono in confronto alla loro controparte non-bianca.

Prima di tutto descriverò brevemente cos’è un privilegio, come può sussistere in Italia in relazione con e a causa del passato coloniale del paese, e chi potrebbe beneficiare dalla bianchezza in Italia, cosa che è stata raramente discussa in modo diretto. Quindi esplorerò i miei stessi privilegi ed esperienze in Italia in quanto donna afroamericana, come finestra per comprendere il tipo di comodità di cui i bianchi italiani potrebbero godere nel loro stesso paese. Infine, elencherò due forme di comodità giornaliere che i bianchi italiani potrebbero avere in confronto alle minoranze e alle comunità di migranti in Italia.

 

Perchè parlare di privilegio?

 

Il privilegio può essere definito come un set di benefici non guadagnati personalmente che vengono estesi alle persone che rientrano all’interno di uno specifico gruppo sociale. Nel 1988 viene pubblicato l’articolo “White Privilege: Unpacking the Invisible Knapsack” della studiosa statunitense Peggy McIntosh, Senior Research Associate del Centro per le donne della Wellesley University, che è servito a dare il via al dibattito sul tema della bianchezza e dei benefici non guadagnati negli Stati Uniti. Uno scritto fondamentale nel campo degli studi sulla bianchezza, l’autrice discute ed elenca una lista di benefici invisibili che quotidianamente la accompagnano in quanto donna bianca che vive negli States. Studi in relazione all’egemonia invisibile della bianchezza in Italia sono stati svolti e pubblicati in volumi accademici sul tema della postcolonialità come Bianco e Nero di Gaia Giuliani e Cristina Lombardi-Diop, A Fior di Pelle edito da Elisa Bordin e Stefano Bosco, Il colore della nazione edito Gaia Giuliani, e Leggere il testo e il mondo, vent’anni di scritture della migrazione in Italia edito da Fulvio Pezzarossa e Ilaria Rossini.

La razza in Italia ha una storia complicata, che ha influito sulla realtà presente caratterizzata dal privilegio di alcune tipologie di persone definite idonee ad essere considerate italiane e di conseguenza, idonee a rappresentare il Paese. Dibattiti su quali razze compongono la popolazione di cui è fatta l’Italia hanno caratterizzato la criminologia e la scienza prodotte qui nel diciannovesimo e ventesimo secolo, che infine hanno dato luogo all’unificazione razziale e le politiche di cittadinanza nelle colonie italiane (vedi il mio articolo “Race, Culture and Colonial Legacy in Today’s Italian Citizenship Struggles”, in cui riassumo le argomentazioni accademiche sulle modalità in cui i dibattiti sulla razza hanno dato forma alla legge italiana sulla cittadinanza e la stessa unità del Paese). Le antropologhe storiche Cristina Lombardi Diop e Gaia Giuliani discutono, nel loro libro Bianco e Nero. Storia dell’identità razziale degli italiani, i modi in cui la razza sia stata sfruttata come una strategia politica (e quindi conseguentemente sociale) per motivi specifici durante determinati periodi storici, come il periodo post-fascista coloniale.

Certe costruzioni linguistiche quali “stirpe italiana” sono state utilizzate come una sorta di codice per rimuovere ed eliminare il concetto di un sé bianco a cui fare riferimento. In questo solco, l’anno scorso Addes Tesfamariam aveva chiamato in causa il Ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, per aver ripetuto con insistenza di sostenere la “razza italiana” durante la campagna per la fertilità. Per ricordarci su base quotidiana quali siano state le conquiste della “stirpe italiana” basta aprire le pagine del libro Roma negata, di Igiaba Scego e Rino Bianchi che traccia l’eredità delle colonie italiane attraverso i monumenti coloniali presenti a Roma. E non si tratta solo di memoria ma di una continuazione nei fatti concreti di tale retaggio, come ci viene ricordato dallo sgombero ad agosto del 2017 dei richiedenti asilo in maggioranza eritrei e somali prima dal palazzo occupato di via Curtatone, seguito dalla “pulizia” degli stessi la mattina dopo in Piazza Indipendenza, a pochi passi dalla stazione Termini.

 

 

 

Cosa intendo per “italiani bianchi”?

 

Credo che il privilegio in Italia non richieda necessariamente che un soggetto si identifichi direttamente in modo razziale, cioè che dichiari di essere “bianco”, quanto piuttosto nel suo essere consapevole di come altri siano esclusi dall’appartenere all’Italia, facendo in modo, di conseguenza, che l’identità dei soggetti “idonei” possa rimanere inclusa nella nozione e nell’immaginario dell’Italia.

Quando dico italiani bianchi, mi riferisco a persone che non hanno dovuto intraprendere un “lavoro di elaborazione” nella propria sfera emotiva per combattere i pregiudizi o gli stereotipi di persone che gli assomigliano e con i quali condividono altre cose nei media. Nel corso dell’intera storia del paese non vi è stato alcun riferimento esplicito alla bianchezza, mentre invece le conseguenze dell’essere scuro, per quanto riguarda gli italiani del sud e gli africani, sono state chiaramente affrontate attraverso il colonialismo e la propaganda fascista. Purtroppo questo retaggio di propaganda coloniale e fascista può essere collegato alla propaganda odierna di Forza Nuova e alla loro pratiche, compresa quella grafica, che finisce poi per rappresentare in un manifesto i migranti neri come stupratori. Ad esempio, ho notato che molte delle persone vicine alle associazioni pro-riforma per la cittadinanza, dei richiedenti asilo, di coloro che lottano contro l’islamofobia e sostengono che i terroristi non rappresentano l’islam né i musulmani, quindi gruppi di attivisti come Italiani senza cittadinanza e Giovani Musulmani, debbano costantemente intrattenere relazioni pubbliche che sfidano gli stereotipi. Sono quindi costretti a un intenso percorso, un lavorio incessante nella sfera delle proprie emozioni per riuscire a minare quella che la scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie chiama il pericolo di una “storia unica”, portandomi a chiedermi, “chi non deve portare con sé quel bagaglio di emozioni necessario a mettere in discussione la “storia unica”?

 

Le mie comodità quotidiane

 

A questo punto della mia riflessione, sento sia necessario far notare come fatico ogni volta persino a trovare le parole nella lingua disponibile per discutere i benefici sociali non guadagnati. Mi sento a disagio con il termine privilegio, in quanto ho l’impressione che mi stia di nuovo riportando verso l’egemonia delle dinamiche razziali negli Stati Uniti e quindi non è un linguaggio genuino per l’Italia, costituisce una sorta di sovraimposizione. L’autore Sandra Ponzanesi discute il fatto che la letteratura postcoloniale viene spesso espressa in inglese, il che marginalizza altre lingue come l’italiano. Ricordando la domanda della antropologa Tina Campt nel suo articolo “The Crowded Space of Diaspora: Intercultural Address and the Tension of Diaspora Relation”, quali sono i modi attraverso cui questo continuo richiamarsi all’inglese sia gravemente asimmetrico e permetta ad un numero comunque limitato di persone di parlare in modo autentico della propria esperienza? Per questo motivo, ho deciso di usare la locuzione inglese “everyday conveniences” (comodità quotidiane), in quanto sento che essa richiami sia il fatto di trascinare una persona fuori dalla propria “comfort zone” cioè una zona cognitiva circoscritta in cui si sente a proprio agio, sia incoraggiarla a riflettere su quanto questa “zona di agio” sia limitata a pochi e, potenzialmente, costituisca una regolare frustrazione e fonte di fastidio per gli altri che ne sono esclusi.

La mia analisi auto-riflessiva è principalmente radicata nelle mie letture nel campo dei Black European Studies, in quanto queste mi hanno dato un contesto teorico per aiutarmi ad approfondire e complicare la mia stessa comprensione e tirare fuori ulteriori domande relative all’essere nera e italiana, o essere afroitaliana, o una afroamericana nera in Italia. La nozione proposta da Campt di “cultural address” è particolarmente utile. Si riferisce al modo di indirizzarsi a interloquire con una persona che indica il modo in cui vediamo le differenze e somiglianze tra le esperienze di Afroamericani e Neri Europei attraverso i riferimenti al “capitale culturale” egemonico dei neri americani in tutto il pianeta e ha ispirato le mie riflessioni e la mia analisi. L’autrice lo descrive come “una serie di esplosioni e interruzioni che personalmente avevo incontrato quotidianamente nei processi di intervista durante i quali, in quanto afroamericana, ero spesso l’oggetto di attenzioni, essendo direttamente o indirettamente posta in discussione – a volte divenendo addirittura l’argomento di discussione stesso tra noi – con i miei interlocutori afrogermanici nell’intervista nei loro tentativi di descrivermi e spiegarmi la loro esperienza come neri nella società tedesca”. Nella mia conversazione con afroitaliani, ad esempio, i riferimenti a movimenti o passi in avanti degli afroamericani, così come i riferimenti a lotte contemporanee, erano un punto di incontro comune per discutere l’essere afroitaliani e la nerezza in Italia. Come può la mia identità afroamericana rappresentare forme di egemonia da cui io traggo benefici mentre vivo in Italia? Cercherò di abbinare la prassi femminista dell’indirizzo interculturale e il concetto di privilegio bianco per dare forma alla mia comprensione dei miei stessi privilegi e delle mie esperienze in Italia.

 

  1. “Ahhh! Sei americana!”: Nazionalità americana e appartenenza culturale

Quando sono arrivata a Taranto con la mia pettinatura afro e bagagli al seguito pronta per il Capodanno 2014, ero eccitata all’idea di aver finalmente la possibilità di celebrare l’inizio dell’anno in una città del sud. Mentre aspettavo il bus per Montalbano, avevo chiesto a un uomo seduto vicino, che sembrava essere similmente in attesa, se sapesse quando sarebbe arrivato il bus. La nostra conversazione si era poi spostata verso reciproche presentazioni: lui calabrese, io americana. “Ahhh! Sei americana!” aveva risposto non appena saputo della mia nazionalità. La conversazione allora era virata verso Malcolm X, Angela Davis, e altri Black Panthers e il loro ruolo nel Black Liberation Movement. Non è stato l’unica persona che ho incontrato che mi ha guardata con interesse e apprezzamento, pronta a discutere aspetti della storia e della cultura afroamericane. Quello che mi colpisce è che è così facile sentirsi privi di valore negli Stati Uniti – da cui il movimento Black Lives Matters – mentre all’estero le persone sono consapevoli dei movimenti politici afroamericani e vogliono discuterli. Anche se riconoscere la dicotomia potrebbe essere abbastanza scioccante, l’egemonia del capitale sociale afroamericano presenta nuove opportunità per discutere la propria storia. Ma a spese di chi?

Quando uscivo con gli amici afroitaliani, alcune persone reputavano scoprire il mio background più interessante di quello dei miei amici. Nella sua recente intervista con The Black Expats, Johanne Affricot articola chiaramente il dominio del capitale culturale afroamericano, in quanto gli italiani sono più interessati in altre forme di nerezza all’estero, ad esempio gli afroamericani, ma dimostrano poco desiderio di comprendere le difficoltà degli italiani neri nel loro stesso paese. Questa forma di dominio rende facile, volendo, non partecipare nemmeno nelle lotte degli afroitaliani ed altri figli di immigranti, se non addirittura, facilita la tendenza a comprendere i loro sforzi in una cornice americana.

 

  1. La comodità di essere cristiana

Anche se sono battezzata presbiteriana, ovvero una forma di protestantesimo, relativamente alla maggioranza cattolica italiana posso ancora contare sul privilegio di vivere nel paese come cristiana. Chiaramente, ci sono molte e differenti religioni che esistono e si sviluppano floride in Italia. Probabilmente la differenza tra l’identificarsi come cristiana, o semplicemente esser cresciuta in una famiglia cristiana, rispetto a chi pratica altre religioni in Italia, equivale semplicemente alla non esistente aspettativa di dover spiegare alcunchè riguardo alla mia fede. Questa aspettativa è un dato di fatto a prescindere da quanto io pratichi o meno la mia fede. Il massimo che posso aspettarmi di dover chiarire è il fatto che il presbiterianismo è una forma di protestantismo, a confronto invece, ad esempio, di tante donne musulmane a cui spesso tocca dover spiegare perché alcune di esse indossano l’hjiab. Marwa Mahmoud ha condiviso la sua prospettiva a proposito del costante lavoro emotivo che ci si aspetta che lei debba svolgere per spiegarsi come donna che indossa l’hjiab e vive in Italia.

 

  1. La comodità economica

Ho i fondi per venire in Italia come studente, così come le desiderate ma ancor non raggiunte competenze e gli strumenti per fare soldi. Come madrelingua inglese, insieme al mio passaporto blu, è facile per me trovare opportunità di lavoro pagato impartendo lezioni di lingua o facendo babysitteraggio in inglese.

 

  1. La comodità di essere eterosessuale cisessuale

Per farla breve, io rientro nella prospettiva di genere binaria egemonica in Italia, come negli Stati Uniti e in molti paesi in tutto il pianeta. Non ho bisogno di combattere per difendere la mia sessualità. Ciò non di meno, questo non significa che io non veda quanto sia stato monumentale il riconoscimento delle unioni civili in Italia nel maggio 2016, neppure la necessità di lottare per i diritti LGBTQ in Italia e nel mondo. Il mio genere e la mia sessualità, grazie all’eteronormatività, la supposizione che gli eterosessuali siano superiori alle altre sessualità, mi permettono di adattarmi perfettamente al contesto italiano. In Italia se una coppia LGBT o una persona single intendono adottare o accedere alla fertilizzazione in vitro si trovano ad affrontare ostacoli quasi insormontabili, che sono rafforzati dall’immaginario e dalle aspettative imperanti che la famiglia debba essere costituita da un uomo e una donna cisessuali.

 

Comodità quotidiane

Le due comodità quotidiane che ho scelto di condividere in questo saggio sono le stesse di cui godo nelle mie esperienze come afroamericana negli Stati Uniti. In ogni caso, ritengo che mettere in evidenza questi privilegi o vantaggi sociali che le persone posseggono e che rendono i loro giorni anche solo di un grado più semplici, con solo una cosa in meno da assorbire o ignorare, sia una forma di enorme potere. È necessario esaminare queste comodità quotidiane per iniziare a riconoscere come il personale sia davvero politico in Italia, forse in un modo diverso da come questo slogan veniva lanciato dal movimento femminista negli anni Settanta del Novecento, e come il razzismo ordinario sia plasmato dalla storia e da stronzate contemporanee.

Citare le mie stesse comodità quotidiane aiuta a mettere in luce potenziali comodità quotidiane di cui gli italiani bianchi potrebbero usufruire. Le comodità quotidiane precedentemente elencate normalmente mi seguono quando viaggio al di fuori degli Stati Uniti. Dal momento che non sono italiana, è comprensibile che le persone vogliano sapere di più a proposito del mio background, ma ciò non nega il fatto che la mia storia appartenga alla narrativa dominante esportata degli afroamericani.

Mi concentro su esempi che mettono in evidenza le modalità in cui i bianchi italiani non subiscono una sorta di messa al vaglio della propria appartenenza culturale all’Italia da parte di altri “paesani”. Nel suo post “Antirazzismo italiano, se ci sei batti un colpo!” la blogger MeticciaMente spiega le varie responsabilità che gli italiani bianchi devono assumersi, come pure quelle a carico degli immigrati e dei loro discendenti. Nel post indica che i bianchi italiani, per combattere contro il razzismo devono riconoscere i propri privilegi, e che ci deve essere solidarietà tra la nuova generazione figlia di immigrati/rifugiati e le comunità immigrate da tempo. Prendendo spunto dalle idee di MeticciaMente spero che il breve elenco qui di seguito offra considerazioni utili a ispirare attivismo e difesa dei diritti sia da parte degli italiani bianchi sia solidarietà nelle diverse generazioni di immigrati.

 

Le seguenti si concentrano maggiormente sui fenomeni di xenofobia e razzismo che non su altre forme di pregiudizio (sessismo, omofobia, discriminazione nei confronti dei disabili). Richiamando il formato della lista di McIntosh del 1988, anch’io uso la prima persona, come se parlassi dal punto di vista di un italiano bianco. Una delle principali differenze qui sta nel fatto che la McIntosh è bianca e io no. Ho deciso di aggiungere del contenuto addizionale citando esempi pubblicati online che dimostrano che queste sono realtà che colpiscono gli italiani di nuova generazione.

 

Non sono stata oggetto di una qualsivoglia variazione di “Ma come è che parli l’italiano così bene?”, un immediato invito a interrogare le mie origini.

Se sei migrante, figlio di migranti, o misto, probabilmente conosci bene questa frase o una sua variante. A far scattare questa frase potrebbe magari essere stato il colore della tua pelle, specialmente se di toni più scuri. Nel fotoromanzo Apparenze creato dalla Rete G2, il protagonista italiano bianco Adriano, immagina che la protagonista nera Lucia non parli italiano e prova a parlarle in inglese, solo per scoprire che lei conosce la lingua. Le dice che non sembra nemmeno italiana, anche se parla italiano perfettamente, spingendola a spiegare che i suoi genitori si sono trasferiti in Italia 30 anni prima e che lei era nata e cresciuta nel paese. Fare complimenti rispetto all’italiano di qualcuno, specialmente quando sembrano avere un background di migranti, costringe chi è stato interrogato a spiegare le origini e dar prova di essere italiani come le loro controparti bianche.

Non dobbiamo guardar più lontano del recente video di Sonny Olumati, attivista di Italiani Senza Cittadinanza, in cui discute della necessità di una riforma della cittadinanza, per il quale i visualizzatori hanno fatto al richiesta di “vedere il video originale” in quanto “le persone di colore hanno un timbro di voce inconfondibile” (lascio metto da parte parlare di quanto sia problematico usare “persona di colore” in Italia riservandolo ad una altra discussione).

Lo chiedo un’altra volta: si può immaginare una domanda del genere più frequentemente, come un tentativo paternalista di applaudire la competenza dell’interlocutore nel parlare la lingua italiana, ma alla fine porre in dubbio la sua appartenenza culturale all’Italia?

 

Non sento nessuna pressione che mi spinga a far mie, o a resistere, le etichette che si riferiscono (anche in modo non corretto) al mio colore di pelle o al profilo delle origini culturali o geografiche della mia famiglia.

 

Trovo strano che in un posto in cui sia facile etichettare le persone secondo categorie usate con accezione razziale come neri, cinesi, filippini, marocchini (in riguardo alle ultime tre non importa la reale provenienza da quei paesi) etc., ci sia ancora difficoltà e imbarazzo nell’esplorare o affermare quale sia la razza di “default”. Chiaramente, un italiano può venire da qualsiasi background, dal momento che sono nati o cresciuti in Italia, ma ciò non nega il fatto che alle persone vengono ascritti marcatori razziali che danno luogo a varie responsabilità che si ripercuotono sulla sfera emotiva, ad esempio, affermare o resistere etichette e marcatori razziali.

Nelle parole delle ricercatrici Annalisa Frisini e Camilla Hawthorne, le comunità italiane di musulmani e afroitaliani, hanno ri-politicizzato questi marcatori razziali. Riguardo alle politiche dei capelli, estetica e bellezza, Frisini e Hawthorne hanno suggerito che le ragazze afroitaliane e musulmane hanno “ri-politicizzato” le pettinature afro e gli hjiab come forme di resistenza contro la razzializzazione, e queste pratiche di genere sono legate a donne che affermano negli spazi pubblici di appartenere all’Italia.

In uno sviluppo simile, il termine relativamente nuovo Afroitaliano e Italiano Nero hanno prodotto nuove conversazioni relative alla dimensione del vivere con la pelle nera e marrone in Italia. L’attivista Ian Ssali rifiuta l’etichetta nero, in quanto legato a stereotipi che falliscono nel distinguere la diversità dei discendenti di popoli africani, mentre le scrittrici Johanne Affricot, Celine Angbeletchy e Gaylor Mangumbu fanno proprio il titolo come un modo di resistere l’anti-blackness e riconoscere le similitudini tra le lotte contro l’anti-blackness nei diversi luoghi della diaspora.

 

Conclusioni

 

Ho creato questa sorta di elenco concettuale come punto di partenza per esplorare la nozione di privilegio e la forma che essa prende in Italia. Come ho menzionato precedentemente, questa lista di comodità quotidiane è ispirata alla mia stessa esperienza di donna etero, normodotata, afroamericana. Questa lista potrebbe essere significativamente più lunga e più complessa a seconda dell’orientamento sessuale, genere, abilità, eccetera. Ovviamente, quando si verificano atti di razzismo o azioni xenofobe, lo si segnala subito all’UNAR e, si spera vengano intraprese azioni legali. Infine, spero che questa riflessione sui miei privilegi personali di afroamericana all’estero che vive in Italia possa servire da stimolo per portare allo scoperto alcune delle cancellazioni del fattore razziale in Italia, citando esperienze che gli italiani bianchi non dovranno mai prevedere o patire.

 

Inedito, per gentile concessione di Candice Whitney, traduzione di Lorenzo Vanelli, revisione di Pina Piccolo.

 

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Candice Whitney: Laureata in antropologia e lingua italiana nella prima università per donne degli Stati Uniti, Mount Holyoke, è attualmente impegnata in un progetto di ricerca sovvenzionato dalla Commissione Fulbright, che svolge con l’appoggio dell’Università di Bologna e l’International Women’s Forum di Bologna. Il progetto riguarda le strategie imprenditoriali messe a punto da imprenditrici africane immigrate in Emilia Romagna: come hanno superato gli ostacoli incontrati e come definiscono il loro successo. Lo studio è svolto applicando una prospettiva fondata sull’intersectionality, definita per la prima volta da avvocato Kimberlè Crenshaw e qui applicata per render conto del modo in cui le istituzioni e i discorsi politici beneficiano dalla co-costruzione di differenti strutture storiche e attuali di oppressione (ad esempio colonialismo, patriarchia) e come questi processi di ineguaglianza, che si rinforzano reciprocamente, vengono vissuti dagli individui.

 

Foto dell’autrice a cura di Candice Whitney.

Foto in evidenza: Donna in giallo, quadro di Barbara Gabriella  Renzi Iule.

Riguardo il macchinista

Pina Piccolo

Pina Piccolo, la macchinista-madre, è una scrittrice e promotrice culturale calabro-californiana. Si imbarca in questa nuova avventura legata alla letteratura spinta dall'urgenza dei tempi, dalla necessità di affrontare la complessità del mondo, cose in cui la letteratura può dare una mano. Per farsi un'idea dei suoi interessi e della sua scrittura vedere il suo blog personale http://www.pinapiccolosblog.com

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