“Per questa luce d’ambra che ha il nostro sole”, 6 poesie edite ed inedite di Maria Luisa Vezzali

vezzali

 

da NIHIL TETIGIT QUOD NON ORNAVIT

He touched nothing without embellishing it

 

a occhi chiusi ascolta il fiotto

dal foro dello sparo   così nero

che nemmeno si distingue dalla pelle

il prato di rifiuti lacerato dai grilli di giugno

 

le dita dei piedi si arricciano sulla pozza

di percolato   lamiere contorte che potevano

essere una casa    e  non era per fame

se pure la fame poteva essere una ragione

 

non era per frode   se rubare

si fa sulla cosa di qualcuno   era

per questa luce d’ambra che ha il nostro sole

nei campi di agrumi irrigati a scirocco

 

era per queste braccia che si stendono

come la sera   lontane da noi   imperlate

di sudore   a occhi chiusi sembrano quasi ali

stracci che sbattono   nel profumo dei frutteti

Soumaila Sacko (†  2/6/2018), 29 anni, immigrato regolare, originario del Mali. Sindacalista delle Unioni sindacali di base a Gioia Tauro.  Sparato alla testa mentre andava a prendere in discarica delle lamiere per rinforzare i tetti di alcune baracche.

 

Poesia inedita, per gentile concessione dell’autrice

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da “TUTTO QUESTO” puntoacapo, 2018

 

della violenza

 

vieni, taglia il ramo che il germoglio non brucia
taglia la maniglia della porta, il raggio
della ruota che non gira, taglia
la strada che non sfiora le lontananze
vieni, taglia il vento che tossisce al buio, accendi
il sangue che s’imbarca fischiando verso il danno
quello che può succedere succederà per te
nelle cose vicine come nelle cose nascoste
e tu non saprai neppure quando, cosa
non saprai minimamente fino a dove, saprai solo
allo sportello della banca radicale
il valore di cambio del timore

 

***

lingua sasso

dentro le gabbie o nella testa
o sotto la sabbia grigia dei deserti
le parole possono morire
come gli uomini
una volta strappato
il tessuto che le contiene
una volta strappato via
aperto il burrone che le fa cadere
tra gli atomi che rabbrividiscono al contatto
la materia nauseata si ritrae e frantuma
come una specie di pioggia di pietrisco
solo il modo (a piombo)
con la schiuma dell’acqua nelle orecchie
solo il peso (l’ingombro)
la lingua sasso
che si rotola in bocca
succhiando inarticolati
respingimenti

solo la cosa senza flessione
le perifrasi che brancolano tra
i suoni come lacci

e noi fatica e prega*
e parla nella notte
di là dal taglio del canale freddo

come triangolando con le stelle
e la casa troppo accesa nel ricordo
piena di passi di serra d’attesa
lo snodo d’orizzonte sulle labbra
la teiera fischia il canto tra i tetti
l’odore della pelle della mano
che è come una terra d’approdo
all’indietro

ma tornare indietro
è difiscile
stare qui
difiscile
il mio tempo te lo do
la schiena il corpo te lo do
in cambio di un cartoccio
ma la faccia l’espressione degli occhi
la bocca

se vuoi sparare spara in cielo
noi non siamo
uccelli

2010

* Questo testo nasce dall’impatto con le interviste dei lavoratori extracomunitari feriti durante i disordini avvenuti nella cittadina calabrese di Rosarno nel gennaio del 2010. L’ultima strofa è una citazione letterale.

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Gretel

se stai zitta, Margherita, forse non si accorgono
che ti ho chiusa nell’armadietto
insieme ai libri vecchi alle tesine dell’anno scorso
alle videocassette scricchiolanti ai materiali
d’aggiornamento, non si accorgono forse
che non ti voglio lasciare andare, uscire da qui
che ti porto l’acqua della macchinetta
da mangiare il panino nel cellophan
può diventare, quest’armadietto, la tua tana
ci staresti meglio che fuori in ogni caso
allunga il mignolo dallo spiraglio dello sportello
se c’è ancora carne intorno all’osso puoi restare
non c’è pericolo ancora dell’inedia

resta dentro e zitta, però, la tua faccia
fa troppa paura: in mezzo stanno quei tuoi occhi d’Etna
che squadernano le ore, fanno appelli
di cose disparate, la tua bocca digrigna
alla lavagna, è più scritta e nera di lei,
e quando ti muovi hai un’inarcatura del mento
che squassa di domande disordinate
sei maleducata e forse anche educata al male
balli sui confini scalza una specie di danza
primitiva, i piedi pesti e scrolli le mani
neanche ti fossi davvero bruciata
ma se stai zitta, Margheritina, non si accorgono
e ti tengo ancora un poco con me

****

richiami e risposte

 

Fa’ semplicemente come se la terra fosse muta
muta come sono le cose quando si distoglie lo sguardo

 

Ignorerò il tanfo del fango
che produce urlo di carne nelle notti di tempo affamato

 

Cerco di cancellare le gocce di nebbia
gocce di corpo in catene, gocce di ferro incistito nei corpi

 

Stanno erodendo la mia memoria
i fuochi mal spenti di là dall’uscio, i bicchieri di vino condivisi per sbaglio

 

Dovrò aggirare la mia memoria
più in là ancora nell’aldilà del possibile

 

Nel giorno del giudizio staranno in piedi nudi
mentre muore la gioventù come la primavera, come i canti, come la bocca di dio
mentre i colpi di stato, veri e presunti, falliti e montati, diretti e ignorati

 

Perdere l’anima costerà tempo
atterrito in modo del tutto improvviso, nuovo, incomprensibile
che cosa farò del mio amore sotto i ceppi spenti del sorriso

 

Parte della terra di cui la terra arrossisce
cosa farà per me il mio amore se il sonno viene come un miasma
e le labbra hanno la tinta ultraterrena del deserto

 

Foto: ti sostituiscono fino al tuo ritorno
perché ha un senso anche come cadeva l’ombra sul tuo
zigomo il giorno dell’ultimo fuoco tra foglie tranquille

 

Una miscela di sangue tuo, di sudore tuo, di liquido che dai tuoi occhi trasuda
la partenza estrema e nera che accerchia tutte le certezze
nel cono di tenebra, nel gomito della storia

 

Ogni cosa ha un suo peso
se te ne vai ora sarà per sempre, sarà per agonia
sarà per piazze gelide su cui toccherà strascinare
una sopravvivenza inquieta e senza ossa

 

Riempi il ventre dell’esilio con ciò che puoi del tuo sangue
se ora te ne vai sarà per ponti spezzati
dove i piccoli suoni delle nostre gole
avranno eco incagliata di vetri

 

E una scatola – dove tua madre un giorno intrappolò il tuo grido
ci sarebbero altri percorsi, altri gesti, altri giorni inarresi
grumi di sangue staminale con altre direzioni
nel rovente di questo duemila figliato nell’odio

 

La vecchia porta applaude al vento
ama sentirsi vibrare una spina dorsale nel legno
riconoscersi soglia d’accoglienza a qualsiasi clima
una bambina-allodola ancora ammessa al giardino

 

E il vento è un essere invisibile
la porta del dolore si apre si chiude scricchiola ancora
diecimila volte ripete il tuo nome insieme ai nomi perduti
perduto l’uomo, rimasto l’estremo ritmo del silenzio

 

Anche quando danza con gli alberi.

2017

Nota: I versi in corsivo sono del poeta palestinese Ashraf Fayad, da me tradotti dall’inglese, e precisamente: i vv. 1-5 provengono dal testo “Frida Kahlo’s mustache”; i vv. 6 e 9 da “The last of the line of Refugee Descendants”; il v. 7 da “Disputed”; il v. 8 da “Tense times”; il v. 10 da “A melancholy made of dough”; il v. 11 da “A space in the void”; i vv. 12 e 13 da “On the virtues of oil over blood” e i vv. 14-16 da “Logic”.

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Quasi che l’acqua dovesse derivare dal fuoco e la terra dall’acqua,
e in questo modo dovesse sempre derivare
un qualche elemento di altro genere da uno precedente.

7. (da una cabina dell’Enel a Correggioverde, MN)

Che in quella nebbia che era di umori quasi come di pioggia una scintilla era l’ultima cosa che ci si aspettava, in quel fasciame di assi totalmente in disuso che un tempo aveva avuto camere, e storie, e reciproche parafrasi di vite in transito. Una luce sbagliata da una connessione scordata, quasi un frammento nel vuoto senza invito né clinamen. Così quel vetrame brulicava giù dalle palpebre che non sbattevano da giorni, colla secca aderente alla pira di solleciti sulla scarpiera dell’ingresso. Come quando il guerriero azzoppato guarda in faccia il nemico e con il catrame si tatua la luna intorno agli occhi per azzannare il buio. Trentacinque anni, quattro figli (compreso quello che remeggiò nella periferia ossidata fino alle guglie del tramonto), e penelope davanti al telegiornale, e un licenziamento di più, uno tra i tanti, di questi che segnano i confini della nostra nuova inavvertita età del rame.

 

Video di Maria Luisa Vezzali che recita l’ultima poesia.

 

 

Per maggiori informazioni su Maria Luisa Vezzali , consultare il suo sito

 

Immagine in evidenza: Foto di un dipinto di Lule (Barbara Gabriella Renzi). Per conoscere meglio l’artista e poeta https://www.youtube.com/watch?v=RwM6vcPjRzM

Riguardo il macchinista

Pina Piccolo

Pina Piccolo, la macchinista-madre, è una scrittrice e promotrice culturale calabro-californiana. Si imbarca in questa nuova avventura legata alla letteratura spinta dall'urgenza dei tempi, dalla necessità di affrontare la complessità del mondo, cose in cui la letteratura può dare una mano. Per farsi un'idea dei suoi interessi e della sua scrittura vedere il suo blog personale http://www.pinapiccolosblog.com

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