Pensieri paralleli ARTHUR SCHOPENHAUER E GIACOMO LEOPARDI di Enrico Macchia

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Certe volte la storia umana riesce a nascondere il genio e gli spiriti liberi per secoli interi.
Certe altre invece si mostra generosa e arriva a concepirne anche più d’uno nel medesimo periodo, come a voler recuperare il tempo perduto dall’ultimo “vero progresso”[1] e rischiare per un attimo ancora 1 le tenebre mai vinte dell’ignoranza.

Può essere il caso del filosofo tedesco Arthur Schopenhauer e del poeta italiano Giacomo Leopardi vissuti a cavallo tra la fine del diciottesimo secolo e la prima metà del diciannovesimo.
Francesco De Sanctis riassume così l’analogia spirituale tra i due nel suo saggio “Schopenhauer e Leopardi” del 1858: “Leopardi e Schopenhauer sono una cosa. Quasi nello stesso tempo l’uno creava la metafisica e l’altro la poesia del dolore. Leopardi vedeva il mondo così e non sapeva il perché. {….} Il perché l’ha trovato Schopenhauer con la scoperta del Wille”[2].

Se infatti è vero che per “visione della vita”[3] essi quasi coincidono, per nascita e contesto discordano ampiamente.
Nato a Danzica nel Regno di Prussia il 1788, Arthur Schopenhauer crebbe “nell’aria libera della grande casa commerciale del padre”[4], che banchiere lo educò al lato concreto e pratico della vita. Egli infatti fornì al figlio “il carattere fiero e repubblicano {…} e la prima cosa di cui un filosofo ha bisogno: una virilità inflessibile e rude”[5].

I due viaggiarono molto per lavoro in numerosi paesi stranieri dove, oltre ad imparare ben cinque lingue, conobbe gli uomini e le loro inclinazioni maturando nei loro riguardi un’esacerbata diffidenza.
Tutti gli ingredienti più adatti per “forgiare un animo libero forte e indipendente”[6] che aspiri alla verità e alla saggezza.

Al contrario a Recanati dieci anni più tardi nasceva Giacomo Leopardi che crebbe in tutt’altro contesto.
L’ambiente era “bigotto e conservatore”[7] dominato da una madre austera e da mancanza d’affetto. Precocissimo si formò una vastissima cultura accademica di stampo settecentesco illuminista e dopo i dieci anni si chiuse solo nella biblioteca del padre per ben “sette anni di studio matto e disperatissimo”[8]. Ad aggravare la condizione in cui crebbe si aggiungevano le precarie condizioni fisiche che gli diedero il tormento per tutta la vita.

Il nodo da sciogliere per spiegare il pensiero e la produzione di entrambi è infatti proprio “il male di vivere”[9].
Questo dolore, maturato in entrambi in età adolescenziale, è dato da “un’infelicità connaturata alla condizione naturale umana”[10].

Quello che avviene strictu sensu nel loro intimo è una presa di coscienza del “sostrato crudo e terribile”[11] che fa da base alla vita: “e se infatti la filosofia deve discendere da una visione universale della vita e assomigliarle più possibile”[12] allora entrambi rientrano tra i “veri filosofi”[13].
E ancora: se la filosofia è ricerca della saggezza per cercare di costruirsi una propria “arte di vivere felici”[14] allora ecco che rientrano nuovamente in quel novero.

Partendo dall’esperienza leopardiana, egli non si ripiega vittimisticamente a contemplare la propria infelicità, isolato dal mondo e dai suoi problemi. Bensì anela ad un bisogno di pienezza e gioia vitale, di vita intensa attiva ed energica (di cui vede la massima espressione negli antichi e la nulla nei contemporanei).  Non trovandola inizia a riflettere ed indagare arrivando a descrivere “quel travaglio che deriva dalla certezza della nullità delle cose”[15], affermazione che per lui si tradusse nella caduta di tutte le illusioni (inventate dall’uomo nel corso dei secoli e della sua evoluzione) in cui tutti inconsapevolmente vivono: “a rendere ancora più crudele e torturante questo destino è la certezza della disfatta finale”[16].

Il problema dunque è che se tutto è falsato e brutalmente senza speranze, l’esigenza per Leopardi è quella di ricercare il vero ed esprimere al meglio il suo dolore come solo con la poesia sapeva fare. Guardandosi attorno scorge poi la rovinosa situazione italiana e scaglia la propria insofferenza contro i pregiudizi e gli stereotipi mentali del suo tempo (i suoi componimenti subirono non a caso numerose censure), contro i falsi miti di progresso e la certezza positivista che un giorno ci sarebbe stata prosperità per tutti.

Nel far ciò coglie due aspetti terribilmente profetici:

-tutto ciò avrebbe concorso a generare sanguinose guerre imperialistiche fra le potenze per dominare materie prime e mercati;

-la diffusione dei mass media avrebbe reso possibile la manipolazione delle coscienze e conseguentemente avrebbe generato un’opinione pubblica standardizzata.

Tanto vero per lui quanto per Schopenhauer, entrambi critici demolitori della verità apparente accettata acriticamente da tutti (o quasi tutti).

Verità che il pensatore di Danzica definisce con l’espressione orientale “Velo di Maya” che è quella soggettiva, la rappresentazione di ciascuno: “il mondo è la mia rappresentazione” così inizia il suo capolavoro “Il mondo come volontà e rappresentazione”. Schopenhauer intuisce che l’uomo possiede una “naturale inclinazione metafisica”[17] a differenza degli altri esseri viventi, che lo porta a stupirsi della propria esistenza e a interrogarsi sull’essenza ultima della vita aggiungendo inoltre “senza dubbio è anche la conoscenza della morte, e con essa la considerazione del dolore e della miseria del mondo ciò che dà il più forte impulso alla riflessione filosofica e alle spiegazioni metafisiche. Se la nostra vita fosse senza fine e senza dolore forse non verrebbe in mente a nessuno di chiedersi perché il mondo esista e perché sia fatto così com’è”[18].

L’uomo può quindi “concepirsi dall’esterno”[19] attraverso la propria rappresentazione mentale (attraverso due categorie, spazio e tempo, in relazione con la casualità) riuscendo a cogliersi come ente tra gli enti, manifestazione tra le manifestazioni della natura.

Ecco il perché (a cui accennavo all’inizio dell’articolo) trovato da Schopenhauer ma non da Leopardi… esiste infatti in antitesi alla realtà soggettiva una realtà vera e oggettiva “a cui l’uomo può anelare”[20].

È quella valida per tutto il creato, è quella che detta legge sul corpo naturale di ciascuno, sugli alberi e le piante; sugli animali: un impulso prepotente e inarrestabile che spinge tutti ad esistere, la “Wille zum Loben”[21] (La Volontà di vivere).

È incontrollabile, senza tempo né luogo, è irrazionale illogico principio animatore del tutto e valido per tutto.

Ognuno infatti in piena coscienza si trova costretto a dire: “voglio perché voglio. C’è in me una volontà irresistibile che mi spinge a volere”[22]. Ne consegue che miliardi di esseri (vegetali, animali, umani) “non vivono dunque che per vivere e continuare a vivere”[23] e gli uomini hanno tentato di mascherare la crudissima evidenza nel corso del tempo postulando Dei vari ai quali finalizzare la propria vita tra l’altro escludendo gli altri esseri viventi, che nelle tradizioni religiose filosofiche occidentali sono ridotti a mera “cornice”[24] dei destini umani.

“Non c’è senso razionale che la riscatti”[25], la ragione casca sempre in un “perenne miraggio”[26] cercando di nascondere a sé stessa che la vita è in primo luogo “privazione, indigenza, bisogno”[27].
Bisogno è la parola chiave.

Tutti possiamo concordare che quando un bisogno di qualsiasi natura viene appagato, quando un appetito è soddisfatto, ecco che subito sopraggiunge un senso di sazietà e noia. “La vita è come un pendolo che oscilla tra la noia e il dolore”[28] e ancora: “La vita è un affare che non copre i suoi costi”[29].

In questi due celeberrimi aforismi il verbo è chiaro: “il destino ci mostra durante la nostra esperienza di vita che nulla è nostro e tutto è suo: vanta un diritto incontestabile sui nostri possedimenti, guadagni, braccia gambe e occhi”[30].

Ed è qui che si realizza la vera simbiosi tra lui e il “poeta della vita”[31] ossia nella riflessione sul piacere. Rimanendo fedeli ad un indirizzo sensistico materialistico settecentesco – che identificava la felicità con il piacere sensibile e materiale – entrambi realizzano che nessun piacere e appagamento è eterno e veramente soddisfacente.

E dato che l’uomo aspira ad un piacere “infinito” non può che sopraggiungerli un senso di vuoto incolmabile e come afferma Leopardi nella sua “teoria del piacere” contenuta nello Zibaldone: “Se anche fosse possibile che restasse pago per estensione non potrebbe per durata, perché la durata delle cose porta ancora che niente sia eterno”.

“Il poeta del dolore”[32] pone allora come soluzione intima quella di affidarsi alla immaginazione: essa infatti è l’unico luogo (vago e indefinito per definizione) in cui “il piacere infinito che non si può trovare nella realtà si trova nell’immaginazione”[33]. Il componimento “l’infinito” è la massima espressione di questo suo pensare:

 

“[…] Ma sedendo e mirando, interminati

spazi di là da quella, e sovrumani

silenzi, e profondissima quiete

io nel pensier mi fingo; ove per poco

il cor non si spaura. E come il vento

odo stormir tra queste piante, io quello

infinito silenzio a questa voce

vo comparando: e mi sovvien l’eterno,

e le morte stagioni, e la presente

e viva,e il suon di lei. Così tra questa

immensità s’annega il pensier mio:

e il naufragar m’è dolce in questo mare.”

 

Dall’altra parte delle Alpi invece il filosofo tedesco parla di “tre vie” per liberarsi dal dolore: Arte, Morale (etica della pietà e della compassione) e Ascesi.

Tra queste solo l’ultima è completa e consente di distaccarsi in toto dal dolore derivante dalla Volontà di vivere, l’impulso responsabile dei nostri incessanti desideri e bisogni. Richiamando l’attenzione su individui eccezionali (geni dell’arte, santi, mistici, eremiti) che nel corso dei tempi hanno intrapreso il cammino della liberazione dai “bisogni ed egoismi terreni”[34] (ad esempio Buddha), Schopenhauer sostiene che attraverso pratiche di digiuno, castità, macerazione del corpo e penitenze si possa assurgere ad una vera e propria condizione di annullamento, la cosiddetta illuminazione o esperienza del nirvana che nella tradizione orientale simboleggia il momento in cui l’uno (uomo) si riconosce nel tutto (universo) rimanendo completamente privo di ogni condizionamento e illusione.
E mentre Schopenhauer, filosofo orgoglioso e rude, suggerisce di trovare la risposta al dolore per noi e dentro di noi, Leopardi va oltre negli ultimi anni di vita e si supera nuovamente.

Nel suo testamento spirituale “La Ginestra” parla di un’altra idea di progresso fondata sulla consapevolezza pessimistica della condizione umana: gli uomini, se riconosceranno che la natura è il vero nemico, la vera causa dei problemi più gravi e delle sventure più nefaste (ad esempio disastri naturali), saranno indotti a porgersi mutua assistenza ponendo fine a guerre reciproche e ad azioni turpi e vili.  Essi si uniranno in una “social catena” fondando un “onesto e retto conversar cittadino” e un progresso basato su “giustizia e pietade” sullo sfondo del “vero amore tra gli uomini”.
In estrema sintesi cultura, filosofia e amore sono gli unici termini di riscatto in risposta al malessere di vivere.

“Tragica fu la loro vita individuale, ma nulla come la tragedia può trapassare così durevolmente e intimamente un animo {…} quanto il destino tragico di un uomo esemplare”[35].
Alla fine la loro inattualità è stata premiata con l’attualità sempre fresca e dissetante per chi ha e avrà sete, nel corso della storia umana, di verità e risposte sulla vita e sulla morte.

 

 

[1] Qui inteso come il progresso spirituale nel quale gli uomini riconoscono di essere un’umanità
andando oltre la propria individualità.

[2] Concetto affrontato successivamente nel corso dell’articolo.

[3] Ibidem.

[4] Friedrich Nietzsche, Schopenhauer come educatore, Milano, Adelphi, 1985.

[5] Ibidem.

[6] Ibidem.

[7] G. Baldi, S. Giusso, M. Razetti, G. Zaccaria., Il piacere dei testi vol. Giacomo Leopardi, Varese,
Paravia, 2014.

[8] Ibidem.

[9] Ibidem.

[10] Ibidem.

[11] Ibidem.

[12] Ibidem cit. n.3.

[13] Ibidem.

[14] È il nome dell’omonimo libro di Schopenhauer L’arte di vivere felici.

[15] Dalle lettere a Pietro Giordani di Giacomo Leopardi.

[16] Arthur Schopenhauer, L’arte di invecchiare, Milano, Adelphi, 2006.

[17] Supplementi al “Mondo come volontà e rappresentazione”.

[18] Ibidem.

[19] Ibidem.

[20] Ibidem.

[21] Ibidem.

[22] Arthur Schopenhauer, Il Mondo come volontà e rappresentazione, Milano, BUR, 2002.

[23] Ibidem.

[24] Ibidem.

[25] Ibidem cit. n.10.

[26] Ibidem.

[27] Ibidem.

[28] Ibidem cit. n.16.

[29] Ibidem cit. n.10.

[30] Arthur Schopenhauer, L’arte di vivere felici, Milano, Adelphi, 1997.

[31] ovvero Leopardi.

[32] Ibidem.

[33] Ibidem cit. n.5.

[34] Ibidem cit. n.16.

[35] Ibidem cit. n.3.

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Mi chiamo Enrico Macchia, ho 20 anni e frequento il primo anno del corso di Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l’Università di Bologna. Curioso di sapere come sono andate, vanno e andranno le cose.

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Riguardo il macchinista

Bartolomeo Bellanova

Bartolomeo Bellanova pubblica il primo romanzo La fuga e il risveglio (Albatros Il Filo) nel dicembre 2009 ed il secondo Ogni lacrima è degna (In.Edit) in aprile 2012. Nell’ambito della poesia ha pubblicato in diverse antologie tra cui Sotto il cielo di Lampedusa - Annegati da respingimento (Rayuela Ed. 2014) e nella successiva antologia Sotto il cielo di Lampedusa – Nessun uomo è un’isola (Rayuela Ed. 2015). Fa parte dei fondatori e dell’attuale redazione del contenitore online di scritture dal mondo www.lamacchinasognante.com. Nel settembre’2015 è stata pubblicata la raccolta poetica A perdicuore – Versi Scomposti e liberati (David and Matthaus). Ė uno dei quattro curatori dell’antologia Muovimenti – Segnali da un mondo viandante (Terre d’Ulivi Edizione – ottobre 2016), antologia di testi poetici incentrati sulle migrazioni. Nell’ottobre 2017 è stata pubblicata la silloge poetica Gocce insorgenti (Terre d’Ulivi Edizione), edizione contenente un progetto fotografico di Aldo Tomaino. Co-autore dell’antologia pubblicata a luglio 2018 dall’Associazione Versante Ripido di Bologna La pacchia è strafinita. A novembre 2018 ha pubblicato il romanzo breve La storia scartata (Terre d'Ulivi Edizione). È uno dei promotori del neonato Manifesto “Cantieri del pensiero libero” gruppo creato con l'obiettivo di contrastare l'impoverimento culturale e le diverse forme di discriminazione e violenza razziale che si stanno diffondendo nel Paese.

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