PATTUME (O CASA MIA) CAULONIA (Benny Nonasky)

lungomare-Caulonia

I disastri naturali esistono; e qualcuno li definisce il male del nostro nuovo secolo. Ma i disastri naturali sono eventi rari. I disastri naturali (dal latino nat, natura, seguita dal suffisso –urus, participio futuro del verbo nasci, cioè nascere, e quindi: ciò che si sta per generare, spontaneamente, normalmente, logico nel senso di consueto, intrinseco in sé) sono stati, e continuano ad esserlo, nell’arco della storia biologica del mondo, rappresentazioni di mutamento e rigenerazione e spostamento di fattori e faglie e distruzione ambientale unicamente coadiuvate e partorite dal ciclo vitale di cui si compone il globo terrestre. I terremoti, le tempeste, le ondate di caldo, le eruzioni vulcaniche sono cose che fanno parte del mondo come le farfalle, le mastodontiche montagne, gli ulivi padroni del Mediterraneo. L’incidente in percorso d’opera continua, che ha sparpagliato in giro miliardi di ostacoli da rendere sempre più incipienti le cause che scaturiscono un disastro ambientale (perché generato da una sua azione diretta), è l’uomo – colui che definisce le catastrofi ambientali come il male di questo ventunesimo secolo. Eventi come quelli che ormai ci colpiscono, quasi quotidianamente – improvvise piogge torrenziali, uragani, trombe d’aria, terremoti sempre più devastanti, incendi malsani; eventi così in rapida successione – frane, fogne in mare, trivellazioni spasmodiche, cemento su alvei e sorgenti; tutte queste cose così pazze e deraglianti sono unicamente e magistralmente manovrate dall’uomo e dalla sua indifferenza a ciò che gli è sempre stato intorno con deferenza, visto che è l’uomo ad averne necessità e non viceversa. Come si evince dagli ultimi dieci anni, quasi come se ogni cosa fosse satura del suo continuo sfruttamento e rimessa in commercio ed estratta e roghi e discariche – dall’avvento della tecnologia industriale al libero mercato, <<E’ l’inquinamento, baby!>> – le catastrofi ambientali sono diventate sempre più vicine e frequenti, con questo lassismo spudorato verso la nostra esistenza e verso quella esterna (floreale e faunistica), rendendoci solo dei barbari succubi della nostra avarizia e complici di chi vuole il male per giustificare il bene proprio, personale.

Casa mia.

Io non posso che parlare di casa mia. Casa mia è un posto di gente calorosa e piena di cose da raccontare ad ogni minuto; storie incredibili, pettegolezzi, briganti ribelli, di cose quasi mitologiche. Qui ha radicato l’olivo più spettacolare. Qui ha seminato il suo sangue il melograno più succoso, l’oleandro colloso, la ginestra solare. Ma tutto questo è ombra. Perché casa mia è un posto di ‘ndrangheta, montagne color cenere (roghi assicurativi, dispetti tra vicini o puro divertimento). La bellezza del luogo è strozzata perché casa mia è il posto delle vacche sacre, delle stragi di potere, dell’amianto nel mare, dei profughi annegati, delle faide dei boschi. Casa mia è dove un uomo deve chiedere i permessi per lavorare, per amare, per costruire, per vivere in santa pace. Casa mia è un posto dove la gente parla sottovoce, dove la gelosia è il senso vitale di ogni esistenza, dove la disonestà giustifica i mezzi per l’ingordigia, il malaffare, le istituzioni. Casa mia è una contraddizione di situazioni in rapida successione. In queste condizioni così negative e repressive – a livello psicologico – per il libero cittadino (che si trova a servire due Stati e due Leggi, la Costituzione e i suoi rappresentanti e quelle della criminalità organizzata, che disgraziatamente a volte collidono e portano lo stesso marchio destabilizzante), nel continuo conflitto tra la ricerca di serenità e possedere, nell’abitudine come regola non scritta, è facile vittimizzare e dare la colpa sempre a forze maggiori; spesso ignorandone la provenienza: incolpando sempre la fazione esterna, sorvolando su quella interna. Se un popolo decimato da decenni d’immigrazione, da povertà intellettuale, da clientelismo e mala sanità, continua a compiere gli stessi errori, con la medesima costanza – cioè dare il voto al dottore o all’avvocato di turno, a fare favori per ricevere competenze e sussidi, a vedere l’immondizia per quindici giorni accumularsi sulle strade, ad agosto, quintali di pattume riverso ovunque, senza fare una piega: o va tutto bene così (ma non va mai bene niente) o qualcosa non funziona: e non è solo la stupidità raffigurata in qualche politicante di turno – perché quel politicante è stato insignito di quel ruolo, come dicevo, dal voto e dal compiacere di alcuni cittadini e amici e parenti e altri. Sarà sempre più semplice dare la colpa di errori generali a qualcun altro – coloro che sono più deboli o più forti di noi, ma irraggiungibili, perché rappresentanti in altre sedi, lontani dai confini visivi e regionali. Quando si vive in una comunità ci si aspetta che sia il popolo a dare stimolo e vigore all’ambiente in cui vive, chiedendo e denunciando ai propri politici ciò che serve. La decadenza non fa parte della classe politica. La classe politica vive in un incubatore fatto di denaro e privilegi. Lì lo schifo esterno non attacca. La decadenza sta nell’uomo comune che combatte per i propri diritti e per guadagnare la bellezza e lo stipendio che gli conferisce la possibilità di, almeno, tirare avanti. Se ci pensiamo bene, anche se ciò è ormai un’offesa per quante volte è stata citata e vandalizzata, la Democrazia è l’emblema di questa struttura, l’unica, che dal basso va verso l’alto. Democrazia si compone di due parole che insieme rendono un messaggio univoco: Demos, popolo e Cratos, potere: quindi Potere del popolo. Questo potere, come dicevo, è unico perché stabilisce un scala gerarchica impossibile, anche quando attuata: potere di scelta dal basso per le decisioni da attuare su larga scala dall’alto. Ma rappresentare, ormai, è una questione individuale e questo individualismo non nasce dalla persona che siede sul trono o sullo scarno del potere. Non vivendo in una teocrazia, nel 2015, l’anno in cui scrivo, in un mondo iper tecnologico, sorvegliato, inquinato, colonialista, capitalista, maltrattato, autodistruttivo, riportando in noi una Storia di privilegi Occidentali, illuministici, poetici e liberali, guardare il proprio orto-giardino, l’individualismo sociale, l’imbuto nel quale siamo finiti, il patetico populismo che si afferma e si fa marcia, l’indifferenza verso l’altro e la natura, non derivano dall’alto: sono un riflesso che giunge dal basso, dalla massa che incede verso l’incidente e che non frena, ma chiude ancora i confini, crea muri, non da la mano ad una ragazza di colore in una festa cittadina, non si ribella alle forze negative e minacciose e fa finta di niente se – per l’ennesima volta – il mare distrugge un lungo mare pieno di case sul mare (l’irrealtà degli ecomostri; la compiacenza esotica di qualche sfizio malato, per qualche voto, sempre dal basso verso l’alto).

Il lungomare

Il lungomare di Caulonia è un fantasma fastidioso nei sogni di ogni cittadino – attivo e passivo nella sfera pubblica. Il lungomare di Caulonia è sempre stato soggetto a forti mareggiate nel periodo invernale, anche quando il lungomare non esisteva. <<Durante le forti mareggiate>>, riprendendo le parole del professor Ortolani dell’Università di Napoli <<si determina un sopralzo dell’acqua marina sotto costa, vale a dire che il livello medio marino aumenta fino ad 1 metro rispetto allo zero idrometrico facilitando l’ingressione dell’acqua marina con le onde. Ingenti volumi di sabbia in questi casi vengono coinvolti e si accumulano, come sta avvenendo, anche lungo le strade costiere. L’erosione marina che si sta accentuando lungo le spiagge, causando la riduzione dell’arenile, determina un incremento degli impatti sull’ambiente costiero.>> E le barriere architettoniche, i quintali di cemento a ridosso del mare, non fanno altro che diminuire questa distanza necessaria per evitare eventi catastrofici come quelli avvenuti nei primi giorni di novembre (e questo vale anche per i letti dei fiumi). Come si sul dire, fa parte del mare prendere e dare. Nelle foto degli anni cinquanta e sessanta dello scorso secolo possiamo notare un luogo ancora incontaminato, fatto di una spiaggia lunghissima, alcune case disparate (senza logica, non esistendo un piano regolatore), verde e alberi di eucalipto e una fontana. Qualcuno ricorda che si faceva pari e dispari per risalire la spiaggia per prendere da bere all’unico lido di mattoni presente. Quanto era noiosa quella traversata sulla spiaggia bollente. Ma per quanto fosse paradisiaco quel paesaggio, nulla poteva fermare la forza del mare. Altre foto mostrano la distruzione: il lido spezzato, la spiaggia ridotta al lumicino, l’acqua oltre le case – già tante altre in costruzione. Questa ciclicità che negli anni è andata ad aumentare, non è stata sufficiente a far comprendere alla gente e alle istituzioni l’inutilità e la fragilità del mettere cemento in un luogo così ad alto rischio idrologico. Se prima gli eventi catastrofici erano situazioni rare e indipendenti dall’uomo, con la cementificazione completa degli anni ottanta e novanta, la perdita quasi totale dell’arenile, l’inquinamento costante, ha portato ad un aumento di queste situazioni apocalittiche. I vari lungomari costruiti nel tempo, nel tempo sono stati sempre, totalmente distrutti. Se prima la strada era sullo stesso piano della spiaggia, con lo spingersi, per via di nuove abitazioni sempre più pressanti, quasi a ridosso della battigia, riducendo il bacino d’azione naturale delle onde e dello scorrere fluido delle due fiumare, ha generato sempre maggiori danni, più devastanti soprattutto a livello monetario (sia per i privati che per le casse del comune). Improvvisamente ci si è ritrovati con muri sempre più alti – anche tre metri dal livello del mare – che dovevano avere lo scopo di proteggere la parte in cui si trova la passerella per la gente – riducendone ancor di più la sua base, la spiaggia, la nostra difesa naturale. Invece di investire in barriere frangiflutti così da attenuare la violenza del mare in tempesta, si è investito in progetti mirati ai voti e all’apparenza – come il catrame sulle strade solo quando si è in campagna elettorale. Avere un lungomare costato oltre un milione di euro per vederselo spazzare via dopo tre anni dalla sua inaugurazione, dovrebbe essere un monito a cercare una soluzione al problema. Ma purtroppo non è andata così. Anzi, non se ne è fatto più nulla. E’ andata che la decadenza ha preso piede nei meandri più reconditi e ha fatto sì che oggi tutto è rovina e abbandono. La fogna che risale sulla spiaggia, anche se tentano di coprirla con cumuli di sabbia, e crea pozzanghere nauseabonde e piante malsane (piccola parentesi: alcune volte le fogne scaricano a mare; non c’è un depuratore proprio, era stato anch’esso costruito a ridosso del mare, ma mai completato e, comunque, ormai, devastato dalle varie mareggiate); cavi elettrici e pezzi di ferro appuntiti sparsi un po’ ovunque; pietre gigantesche, una sopra l’altra, come monoliti o macerie dopo un bombardamento; campetti di basket e tennis abbandonati all’incuria del niente; corde come ringhiere o il vuoto: tratti dove non c’è nessuna protezione e il rischio di cadere sotto è alto – anche se non potrebbe essere pericoloso per un adulto, lo può diventare per un bambino. Mentre dieci metri più in là: decine e decine di palazzoni e garage e ristoranti ammassati in un rettangolo di pochi chilometri quadrati. E la gente, in quel luogo così scarno e sporco di inerzia e non curanza, ci vive. Tutto questo è un sintomo. Un sintomo malato che nasce dalla decadenza e dall’indifferenza. Quel turismo di massa agognato (così malsano per ogni luogo vergine e sano) è divenuto in breve tempo un campo desolato, fatto al massimo dei parenti di chi ci vive in quella solitudine facendovi visita un paio di settimane all’anno. Ogni volta che scendi dal ponte e ti avvicini in pochi secondi alla spiaggia, non sai mai se ti trovi su un terreno sminato da breve o in un parco archeologico (visti anche i due Bronzi, come due corna, a difesa di una piazzetta ormai masticata e masticata e masticata dalla solerzia del mare). Ma sai benissimo di trovarti a Caulonia dove si sta aspettando la fine del mondo senza tanto scompiglio – e, da quanto si vede in giro, gli si dà anche una mano.

Termine.

La stupidità umana, a questo punto, arriva sempre a un incrocio assoluto: scegliere il declino sociale nel quale già vive (quindi anche quello del proprio orto-giardino, visto che non esistono oasi nel cemento che possano brillare e sopravvivere a lungo; se c’è decadenza strutturale, il contagio, senza cura, è inevitabile) o provare a riunirsi con i propri vicini e salvare il salvabile e ricostruire e ricominciare. Sembrerà facile la scelta, ma non lo è. Ripeto: il mio popolo è succube di una mentalità mafiosa ormai radicata negli strati sociali più bassi e più alti, e il clientelismo, il favore, l’indifferenza, essendo cose comuni – “da fare” – immobilizzano la rivolta culturale perché il timore, l’abitudine, la diffidenza e l’ignoranza hanno fatto casa e televisione e chiesa per i pettegolezzi, la noia e il pentimento finale. C’è gente stanca, che non sempre si può biasimare, divenuta nel tempo, rassegnata, sconfortata, inutile. <<Io non posso farci niente contro questo sistema, sono stufo di gridare al vento. Io ho un’attività e devo servire tutti. Se niente mi protegge, se quando mi vandalizzano l’insegna, e la polizia del luogo non viene neppure a chiedermi cosa è successo: io devo far finta di nulla e andare avanti. Se un tempo sentivo la necessità di andarci contro, ormai non ci faccio più nemmeno caso>>. Queste parole così dure mi sono state confidate da un amico imprenditore, mentre discutevamo – tra troppe sigarette – sul balcone di casa mia. Io tentavo di fargli capire che se ognuno si pone in modo passivo agli eventi che lo disturbano e lo limitano, ogni cosa perde significato e, in quel contesto vuoto, il miglioramento di uno stato sociale ibrido diventa un peso insopportabile perché troppo forte la pressione gravitazionale, troppo distante la giusta causa – da dimenticarsela, asservendosi a quella nel frattempo scaturita: quella del servilismo e parassitismo generale. Lui è rimasto fisso nel suo modo di dire e fare. Lo ha difeso e non ha saputo nascondere il suo scoraggiamento. Henry James, scrittore americano, devastato dagli eventi della prima guerra mondiale (si trovava già in Inghilterra, nella quale visse per quarant’anni), scrisse nel suo diario: “E’ un organizzazione balorda e transitoria l’attuale corpo sociale. Il solo atteggiamento rispettabile è esprimere costantemente la propria assoluta insoddisfazione”. Sono d’accordo. Perché la mano dal cielo non basta. Non basta neppure che qualche politico di turno, per le prossime elezioni regionali, venga a farsi qualche foto e video davanti ad un ponte crollato o ad un binario ferroviario rimasto sospeso sul vuoto. Questo è ciò che sempre accade ed è sempre accaduto. Serve la forza globale, dal basso, dal micro al macro, quella che Orwell definiva “Proletariato” (Prolet) e che io definisco semplicemente, oggi, col significato che porta in sé, sartrianamente: “Umana”. Un ponte crollato può restare in quello stato per anni, come lo sono rimaste migliaia di opere in Calabria e in tutta Italia, ma quel ponte – che unisce – può esser riportato al suo stadio primordiale con la pressione del popolo verso le forze che comandano i lavori e la metodica vita di ogni giorno. Per quanto sembri retrogrado, la piazza (il luogo pubblico) è ancora un mezzo utile per ribaltare le concezioni e le strutture gerarchiche, mafiose e illegali che corrodono il nostro mondo.  Nelle piazze, come nelle strade, nei circoli o nelle aule comunali, scaturisce quel collegamento che innesta la favola e la morale utile per arrivare ad una soluzione comune e non individuale (ognuno il proprio pezzo di terra e la propria mediocrità). Cercare soluzioni nell’indifferenza e nel solo circolo parentale non porta a nessuna soluzione. Solo rispettando le leggi e solo creando delle reti sociali, in una situazione così omertosa e opprimente, si può pensare di rendere possibile uno sviluppo che aiuti a non far fuggire più nessuno e a generare quel passo superiore che licenzi la compravendita del potere e dia pari diritti ad ogni persona di questo luogo – e dell’intera nazione. Dare valore al bene comune. Migliorare l’istruzione – principalmente nelle frazioni più disagiate. Aumentare i servizi pubblici per i turisti e i cittadini stessi. Non scendere a patti con politici e ‘ndranghetisti. Aprire più biblioteche e strutture culturali per bambini e genitori. Dare senso civico alle cose che possediamo – la natura selvaggia, i reperti archeologici, il cibo e il vino e il calore umano insuperabili. Fare ostruzionismo quando serve, non quando conviene. Ma se di nero vogliamo coprirci, se davvero abbiamo intenzione di essere solo una mareggiata distruttrice, vittime di noi stessi:

 

Siamo i marciapiedi più affollati.

Siamo i treni più lunghi.

Siamo le braccia le unghie d’Europa il sudore diesel.

Siamo il disonore la vergogna dei governi

L’odore di cipolla che rinnova le viscere d’Europa.

Siamo un’altra volta la fantasia gli dei.

Milioni di macchine escono targate Magna Grecia.

Noi siamo le giacche appese nelle baracche nei pollai d’Europa.

Addio, terra.

Salutiamoci, è ora.

 

per gentile concessione dell’autore, ripubblicato da http://ciavula.it/2015/11/caulonia-un-articolo-sul-pattume-o-casa-mia/

bennynonasky_n

 

Benny Nonasky è un poeta calabrese, da alcuni anni risiedente a Torino. E’ attore e scrittore di teatro, performer e libraio. I suoi libri pubblicati in Italia sono i seguenti: “Nelle trasparenze caotiche di nuvola perpetua” Montag Edizioni (2009); “Vestito a nozze, carne e trenta lamette” GDS Edizioni (2010) e “Imàgenes trasmundo” Albeggi Ediioni (2012). Nel giugno del 2013 esce l’antologia poetica “The tears of things”, a Berkeley (California), tradotta da Jack Hirschman. Benny Nonasky è l’ideatore e gestore del blog di video/letture e studio poetico: “Venerdì di Poesia”.

 

Foto in evidenza a cura dell’autore

Foto dell’autore a cura dell’autore.

Riguardo il macchinista

Bartolomeo Bellanova

Bartolomeo Bellanova pubblica il primo romanzo La fuga e il risveglio (Albatros Il Filo) nel dicembre 2009 ed il secondo Ogni lacrima è degna (In.Edit) in aprile 2012. Nell’ambito della poesia ha pubblicato in diverse antologie tra cui Sotto il cielo di Lampedusa - Annegati da respingimento (Rayuela Ed. 2014) e nella successiva antologia Sotto il cielo di Lampedusa – Nessun uomo è un’isola (Rayuela Ed. 2015). Fa parte dei fondatori e dell’attuale redazione del contenitore online di scritture dal mondo www.lamacchinasognante.com. Nel settembre’2015 è stata pubblicata la raccolta poetica A perdicuore – Versi Scomposti e liberati (David and Matthaus). Ė uno dei quattro curatori dell’antologia Muovimenti – Segnali da un mondo viandante (Terre d’Ulivi Edizione – ottobre 2016), antologia di testi poetici incentrati sulle migrazioni. Nell’ottobre 2017 è stata pubblicata la silloge poetica Gocce insorgenti (Terre d’Ulivi Edizione), edizione contenente un progetto fotografico di Aldo Tomaino. Co-autore dell’antologia pubblicata a luglio 2018 dall’Associazione Versante Ripido di Bologna La pacchia è strafinita. È uno dei promotori del neonato Manifesto “Cantieri del pensiero libero” gruppo creato con l'obiettivo di contrastare l'impoverimento culturale e le diverse forme di discriminazione e violenza razziale che si stanno diffondendo nel Paese.

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