Pasqua al poligono, di Pina Piccolo

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Amber infila il suo inseparabile in quello che per anni era stato il borsone degli indumenti da ginnastica, in un’epoca in cui era stata presa in maniera spropositata dalla mania del fitness. Adesso a stento riesce a controllarsi e non sbottare a ridere quando le amiche le chiedono quanti sono i passi registrati nel suo contapassi. Forse appena un centinaio: dal bagno all’armadio a muro, al computer, collocato sulla scrivania in camera sua e poi qualche viaggetto serale verso il soggiorno dove c’è lo schermo gigante e può godersi gli episodi di “Sneaky Pete”.

Ha, per averli vissuti sulla propria pelle, una profonda conoscenza di quei meccanismi competitivi che si scatenano quando la mania del momento ti intrappola nella sua rete. In vita sua ne era stata una facile preda. Sa benissimo che le sue amiche hanno uno stile di vita non troppo dissimile al suo e che tante migliaia di quei passi le avevano fatte all’interno del loro armadio a muro per mantenere la sincerità (guai a dire bugie!) una mezzoretta prima che le altre amiche le chiamassero per confrontarsi ed era chiaro che sarebbero rimaste indietro.

Come non ricordarsi poi degli anni passati a praticare yoga (per un periodo in una specie di inferno sudereccio del Birkam Yoga), a comprarsi gli indumenti e gli accessori adatti nei negozi specializzati (dove ti spennavano), per non parlare poi del regime alimentare che si era costretta a seguire? Beveroni verdastri che contenevano estratti di verza dolcificata con il succo di ananas o mela e diluiti nell’acqua? Forse in macchina da qualche parte era rimasto uno di quei bicchieroni di plastica con la cannuccia progettato appositamente per sorbire dei sorsi quando sei al volante. Le era capitato più di una volta di scagliarlo adirata contro il finestrino quando seguendo le istruzioni vocali del GPS si era trovata irrimediabilmente persa nella parte opposta della città, ad almeno trenta miglia di distanza dalla destinazione desiderata.

Ma adesso che aveva trovato il suo inseparabile, che aveva scoperto l’ebrezza dello sfogo e del potere il bicchierone di plastica accessoriato con maxi cannuccia le sembrava povera cosa. L’oggettino che le piaceva tenere tra le braccia e cullare le provocava un piacere di tutt’altro segno ed era per perseguire questo piacere che oggi si era inventata una scusa per la sua famiglia.

Domenica primo pomeriggio era sempre dedicato al poligono, non avrebbe certo rinunciato oggi per mantenersi fedele alle tradizioni famigliari italo-americane. Quindi appena aveva ricevuto l’sms della mamma “Oggi c’è la nonna! Non ti dimenticare le S e i cestini infornati con l’uovo sodo, come hai fatto l’anno scorso. Sai che si offende” lì per lì si era messa a ridere pensando a come quella generazione non ne sapeva una mezza sulla differenza tra un sms e una telefonata e una mail. Dovrebbero organizzare corsi nei community college per gente di quella generazione così potevano imparare le differenze di struttura del messaggio e anche qualche nozione di IT e la smettevano di chiamare ogni cinque minuti per problemi a qualche dispositivo elettronico, dai telecomandi delle televisioni ai computer. Per fortuna era anche riuscita a disattivare il T9 e non le toccava più interpretare i messaggi sibillini che ogni tanto le arrivavano dalla nonna. Comunque, tolte queste considerazioni generali, restava il problema di come evitare la tavola pasquale. Tra l’altro sarebbero venute anche le cugine, quelle liberal di San Francisco, con le loro utopie e i discorsi avrebbero inevitabilmente virato verso le manifestazioni dei teenager volte ad eliminare il secondo emendamento della costituzione americana, cioè “The right of the citizens to bear arms.”

Se adottava la strategia della malattia, non era da escludere che mamma o papà si sarebbero presentati alla porta del suo appartamento con un cestino di manicaretti da consumare in absentia, e inevitabilmente l’avrebbero sgamata. Certo non poteva dire che per Pasqua andava al poligono e per questo non poteva partecipare al rito famigliare.

Bisognava inventare un’emergenza che si sarebbe presentata provvidenzialmente un quarto d’ora prima che tutti fossero chiamati alla tavola. Quindi pensa e ripensa, solo un gesto caritatevole, da buona samaritana, che la teneva involontariamente lontana dagli affetti poteva risultare accettabile.

Amber carica in macchina il borsone, lo mette sul sedile di dietro, preme il bottone d’avvio della sua macchina ibrida e inizia il percorso. Dalle diverse chiese, sia cattoliche che protestanti, si vedono uscire o entrare grandi e piccini tutti vestiti negli abiti più eleganti, le bambine tutte floreali, qualcuna addirittura con un cestino in mano, forse appena tornata dalla caccia alle uova dipinte (come dimenticare quella volta che un estroso zio appena sbarcato dall’Italia con gesto partecipe ed entusiasta si era offerto di colorare e nascondere le uova per i bambini, solo per scoprire la mattina dopo infanti in lacrime che avevano calpestato le uova crude colorate e nascoste magistralmente che quindi avevano riempito il giardino di albumi, tuorli e gusci schiacciati).

Comunque bando ai ricordi… A mezzo miglio dal poligono, Amber preme il vivavoce collegato con bluetooth, mossa da persona responsabile che non vuole mettere in pericolo la vita altrui tenendo in mano il cellulare, e con voce concitata lascia un messaggio vocale“ Mamma, mamma, mi hanno appena telefonato dall’ospedale! Britanny, te la ricordi? la mia ex coinquilina, è in ospedale che ha fatto un incidente, i suoi hanno preso l’aereo dal Kentucky per venire, è molto agitata e non la possono sedare, quindi stanno telefonando agli amici in zona (prendendo i numeri dal suo cellulare) perché vengano a starle vicino. Devo assolutamente andare sono già per strada verso Santa Rosa e devo spegnere il cellulare. Scusami tanto con tutti, magari ci vediamo domani o più tardi stasera.”

Dopodiché spegne il cellulare e gira a sinistra in un vialetto alberato, in fondo un edificio a due piani circondato da un bel parco. Ora Amber si sente finalmente collegata alle viscere della terra. Nel corso di Women Studies ha letto di Demetra e di Persefone, dei misteri Eleusini, di una probabile discendenza della Pasqua da quei riti. Quale modo migliore di celebrare queste consonanze con la terra se non con il tuo AR15 “Armalite rifle, design 15, fucile semiautomatico, azionato a gas, alimentato con caricatori,  e raffreddato ad aria. Generalmente carica munizioni intermedie come la 5,56 × 45 mm NATO, ed è costruito con ampio uso di leghe di alluminio e materiali sintetici. La sua struttura permette di smontare l’arma in due parti principali: la metà inferiore, che comprende il grilletto e il calcio e la metà superiore che comprende l’otturatore e canna”. Montare le due parti dà grande soddisfazione a una giovane donna come Amber abituata a cavarsela da sola, ad analizzare gli oggetti con l’occhio da ingegnere che divide il creato in forme geometriche, alcune delle quali possono combaciare e nella loro integrazione dare vita ad altro. Imbracciando cullando ed abbracciando il suo fucile Amber si sente completa, in controllo capace di gestire il pericolo e di affidare alla sua razionalità un oggetto capace di distruggere vite. Potrebbe addirittura chiamare in causa Kali, dea della creazione e della distruzione, ma al di là di giustificazioni mitologiche o femministe è proprio la soddisfazione della mira perfetta, della precisione degli ingranaggi e la consapevolezza di averne la padronanza. Forse la stessa soddisfazione che poteva provare la sua nonna, quando ancora nelle campagne calabresi era nota per la precisione della sua mira che superava ampiamente quella dei fratelli, i quali venivano regolarmente canzonati dai vicini per questo motivo e naturalmente non vedevano l’ora di liberarsi di quella sorella che li metteva in ombra con la sua bravura dandola in sposa a qualcuno che poteva fare comodo a loro. Ma un bel dì, da quella casa vicino al bosco passò un cacciatore e il resto è storia.

Ed è andata così che per questa Pasqua Amber ce l’ha fatta a scampare ai dibattiti con le cugine liberal, che quest’anno alimentate dalla figura di Emma Gonzales sarebbero state ancora più pericolose. Ma è stato anche così che Amber ha perso anche l’ultima occasione di sentire le parole della nonna, quella che aveva infornato per lei una bella S cosparsa di confettini multicolori e un cestino di pasta frolla intrecciata lucidato con l’albume, con un mezzo un uovo sodo trattenuto da strisce di pasta che aveva poi adornato con la forchetta. Forse quella, dai cui geni aveva ereditato la mira, le avrebbe potuto spiegare nel suo inglese stentato perché, specialmente in tempi sospetti come questi, è meglio sentire l’ebbrezza di abbracciare un albero che quella di imbracciare un fucile.

Berkeley 29/03/2018.

Immagine in evidenza di Teri Allen Piccolo.

 

Riguardo il macchinista

Pina Piccolo

Pina Piccolo, la macchinista-madre, è una scrittrice e promotrice culturale calabro-californiana. Si imbarca in questa nuova avventura legata alla letteratura spinta dall'urgenza dei tempi, dalla necessità di affrontare la complessità del mondo, cose in cui la letteratura può dare una mano. Per farsi un'idea dei suoi interessi e della sua scrittura vedere il suo blog personale http://www.pinapiccolosblog.com

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