Parole per esistere (Monica Dini)

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“Talvolta uno dice al primo che capita le proprie cose migliori e più importanti.

Non bisogna vergognarsene, perché non si parla sempre a delle orecchie.

Le parole vogliono essere dette per esistere.

(Elias Canetti – La provincia dell’uomo)

 

 

 

Dalla finestra dell’appartamento al quarto piano si vede la pineta. E’ sera d’estate e il rosso del cielo scompare tra il nero dei pini in controluce. A tratti filtra. Come una scheggia.
Una donna è sola in casa. I figli e il marito sono usciti. Lei ha rigovernato la cucina e adesso scrive una mail a un uomo da sempre conosciuto. C’è chi beve una tisana.

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Spero che tu stia bene. Qui tutto scorre.
Adesso mi riposo un po’ e ti racconto che stupidaggine ho combinato oggi.
Ogni mattina faccio lo stesso percorso per andare al negozio. Tu forse hai in mente la strada. C’è un semaforo prima di entrare in città. Se lo trovi rosso puoi scendere a prendere il caffè. Credimi, fai in tempo prima che torni il verde. Lì appostato c’è un uomo che pulisce i vetri delle auto, a fine giornata li insudicia perché la fontana per cambiare l’acqua è lontana. Ci mette lo stesso impegno però, mattina e sera.
E’ scuro di pelle.
I miei ragazzi mi prendono in giro perché non capisco i tratti diversi delle razze umane. Io della gente ricordo frasi, espressioni. Gli occhi. Sono distratta per il resto. Ma tu di certo lo sai.
Quest’uomo ogni mattina mi dà il buongiorno e si fa da parte.
Io i vetri non voglio che li pulisca.
Non compro un euro di buona coscienza.
Comunque ci scambiamo il buongiorno, lui alza la mano per saluto e passa oltre.
In molti lo lasciano fare, forse hanno bisogno di qualcosa di buono da dire al prete, per questo certe mattine lava anche cinque o sei vetri a rosso.
Nei prefestivi.

E’ con lui che ho fatto la stupidaggine.

Stavo in fondo alla fila, stamani. Credevo che non mi avrebbe raggiunto e invece eccolo con il secchiello da arselle. Legato alla cintola aveva il suo portamonete. Una borsetta moscia come un chicco di uva fragola succhiato. Vuota. E’ normale, era mattina e poi oggi è giovedì.
Lui mi ha detto:

«Buongiorno!»
«Buongiorno» ho ribattuto.
«Niente vetri?»
«Sai già la risposta.»
«Sì …» Fa lui.

Le persone che si incontrano ogni giorno, finiscono per appartenere alla nostra vita. In positivo o in negativo. Un’abitudine.
Lui conosce già cosa gli dirò. E’ una certezza.
Io non faccio elemosine in questo modo, non ho bisogno di schiavi.
Però come ogni volta, mi soffermo a indagare i suoi occhi scuri, attraverso loro io vedo che, nel nostro mondo, non incontrerà per strada qualcuno che gli dirà: sai io ti ho visto nascere! Nessuno ricorderà sua nonna. Nessuno gli domanderà: ma di quali sei? Come fai di cognome? Tutte frasi che aiutano a vivere dimostrando la nostra appartenenza ad uno specifico pezzo di umanità.
Io ci vedo bene perché uso anche suoi occhi per capire.

«Ho fame oggi» mi dice.
«Ci credo.»

Qualcuno suona stizzito il clacson. E’ verde.
Tu sai com’ è la gente di mattina. Sembra aver paura che diventi subito sera.

«Salta su. Andiamo a far colazione.»

Mi guarda. Altri clacson si lasciano contagiare.

«Dai, monta che ci picchiano!»

Sale portandosi dietro il secchiello.
Non ho mai fatto una cosa simile. Dare un passaggio a uno sconosciuto. Da sola.
Ammetterai che di solito sono prudente.

Al centro commerciale ho parcheggiato. E’ sceso e si è portato dietro il secchio, come fosse una parte di sé. Non ci ho fatto caso lì per lì. Quando me ne sono accorta siamo tornati indietro e l’abbiamo chiuso in macchina. Come un cagnolino.

Al bar ci hanno guardato strano. Soffoco fra questa gente ottusa.
Ha detto a me che avrebbe voluto una focaccia, ho fatto cenno al cameriere imbalsamato che lo ascoltasse, che gli desse ciò che voleva.
Finalmente ha avuto la focaccia più grande che c’era, pomodoro e mozzarella. Mi ha detto che non beve birra, ha preso un’acqua frizzante e io un cappuccino.
Non voleva sedersi al tavolo con me, teneva gli occhi bassi. Qualcuno parlava ad alta voce del governo, meno male che adesso li cacciano tutti.

Tu sai che non mi importa di ciò che pensano, la maggioranza della gente parla come brucherebbe erba.

L’ho convinto dicendogli che da qualche parte bisogna pur cominciare ad insegnare le buone maniere. Che se ne andassero gli altri se avevano il problema. Così ci siamo seduti.
E’ stato bello guardare negli occhi quelli che erano contrari. Si vedeva bene.

Ho bevuto un sorso di cappuccino e poi non so cosa è successo. Qualcosa come una vescica troppo piena che scoppia. Ho cominciato a parlare. D’improvviso gli ho rigurgitato addosso la mia famiglia. Era frastornato. Mangiava e mi guardava. E’ stata una violenza da parte mia, adesso la vedo così. Gli ho raccontato di mio marito, di come è strano, rissoso, non riesce mai ad ascoltare. Parla e basta. Dei ragazzi che oramai non hanno più bisogno di me. Di mia madre che mi assilla su ciò che dovrei fare.

Ma la cosa più grave è che gli ho raccontato anche di noi. Di questo non avevo mai parlato con nessuno. Gli ho detto di te e delle nostre mail.
Conosce i computer, ha fatto le scuole superiori quando era ragazzo.
Gli ho detto delle nostre riflessioni, dei pensieri. Dei filosofi, dei paesaggi.
Mi sono sorpresa a confessare che mi manchi. Anche se non ti ho mai accarezzato, baciato. Non ti ho mai rifatto il letto. Anche se non conosco casa tua, i tuoi cari. Gli oggetti a cui sei affezionato.
Ho raccontato della mia vita che via mail si colora con la tua. Solo via mail.

Ha finito la focaccia, ne ho fatto portare un’altra. Avevo ancora da dire che sono stufa di vivere qui obbligata a contare giorni come pecore, tutti uguali.

Si è pulito la maglia dalle briciole e mi ha detto che ti amo. L’amore non è virtuale.
Gli ho risposto che si sbagliava. Che tu mi ascolti ed io sopravvivo.

Non è bene. Ha continuato. Io non ti vorrei come moglie. Dovresti avere dei vetri da lavare. Penseresti meno, anche pochi in più alla sera renderebbero quel giorno speciale.

Ho pagato il conto e siamo usciti. Non ha voluto che lo riaccompagnassi. Ha preso il suo secchiello, ha strizzato la spugna, ha lavato tutti i vetri della mia macchina e se n’è andato.
Del resto ero già in ritardo per il lavoro.

Ho raccontato tutto a uno sconosciuto, puoi crederci? Non mi bastano dunque le parole delle nostre mail? Ho raccontato tutto a lui perché avevo accanto a me un corpo che ascoltava.
Una cosa stupida.

Non sapevo che lo avrei fatto.
Volevo che mangiasse.

Anche lui ci vede bene.
Nemmeno io la vorrei una come me.

Depressione da casalinga questa sera. Dormi bene.

Invio in corso …

 

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Monica Dini vive e lavora a Camaiore paese della campagna toscana. Ha pubblicato le raccolte di racconti brevi: Sulle Corde (2006 Società Speleologica Italiana) e Leggerezze (2008 Besa) e una sorta di diario: Lezzo – i giorni dell’ospizio (2015 Tralerighe Libri). Ha collaborato con la rivista on-line Sagarana diretta dal Prof. Julio Monteiro Martins. È stata più volte ospite della rivista on-line El-Ghibli diretta dal Prof. Pap Khouma, del sito Nuove Tendenze della Dott.ssa Oriana Rispoli, dello Stralunario di Alessandro Trasciatti. E’ membro della redazione della rivista Prospektiva di Andrea Giannasi.

 

 

 

 

 

 

 

Vedi recensione alla raccolta di racconti  Angoli acuti nella sezione Recensioni e interviste di questo numero.

Immagine in evidenza di Giulio Rimondi, Venezia, Veneto. Dall’antologia Italiana,  Kehrer Verlag Hrildelberg Berlin 2016. Vedi galleria fotografica del numero 8 de www.lamacchinasognante.com

 

Riguardo il macchinista

Pina Piccolo

Pina Piccolo, la macchinista-madre, è una scrittrice e promotrice culturale calabro-californiana. Si imbarca in questa nuova avventura legata alla letteratura spinta dall'urgenza dei tempi, dalla necessità di affrontare la complessità del mondo, cose in cui la letteratura può dare una mano. Per farsi un'idea dei suoi interessi e della sua scrittura vedere il suo blog personale http://www.pinapiccolosblog.com

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