‘ORECCHIO E OCCHIO’: LA VIDEOPOESIA TRA ESTETICA TRADIZIONALE E RICERCA POSTMEDIALE* (Maria Pia Arpioni)

maxresdefault-4

Lei (la poesia) è il bambino che vede

per la prima volta e cerca di scolpire nel suono

l’immagine delle cose che sente e vede

disegnandole con la voce. Questa è la sua magia.

È la poesia. Le parole così neonate sono animali sonori

che lui mette in vita. Coi nomi così soffiati lui anima il mondo.
G. Scabia, Il poeta albero (1995)

 

 

Margini, Bordi, Orli, Confini, Frontiere e Limiti

sono comparsi ai loro orizzonti separati

come una banda di folletti maligni.

Creature piccole dalle lunghe ombre,

che pattugliano un Limitare Sfocato.
A. Roy, Il dio delle piccole cose (1997)

 

 

‘ORECCHIO E OCCHIO’: LA VIDEOPOESIA TRA ESTETICA TRADIZIONALE E RICERCA POSTMEDIALE*

“Orecchio di Dionisio” è il nome di una latomia di Siracusa, una grotta artificiale fatta costruire, secondo la leggenda, dall’omonimo tiranno della città siciliana per ascoltare le voci dei prigionieri ivi rinchiusi. La forma e le proprietà acustiche della cavità ne spiegano ulteriormente il nome. “L’orecchio di Dioniso” è invece quello che questo festival porge alla voce della poesia, forma artistica fin dalle sue origini variamente mescolata con la musica, la danza, la messa in scena teatrale, anche per tramite del dio Dioniso, che attraverso il vino presiede all’uscita da stessi, all’incontro con l’Altro/altro, nella vita sociale, politica e spirituale.

L’orecchio non è infatti un luogo chiuso, o di prigionia delle parole: l’effetto della voce su chi ascolta è al tempo stesso imprevedibile e inevitabile, l’amplificazione più desiderabile dei suoni poetici.

L’orecchio di Dionisio non è una grotta naturale; similmente, la poesia è anche artificio, invenzione, opera d’ingegno, ma a vivificarla è una scintilla che rimanda a un ‘oltre’, che precede (e segue) l’essere umano, segnando i limiti della creatività umana proprio mentre la esalta: una sorta di ammonimento a non oltrepassarli, a non trasformare uno slancio costruttivo, di interconnessione col mondo, in violenza distruttiva.

All’interno della dialettica significato-significante, la poesia ha incorporato qualità sonore, iconiche e simboliche, col fine di evocare ‘presenze’ – reali o no – collocate altrove, fuori dal testo e dal possibile contesto condiviso col lettore di ogni epoca e latitudine. Il tessuto verbale assume così proprietà ‘multimediali’: in particolare, la parola poetica ha assorbito, per mezzo di un nutrito apparato retorico, la potenza espressiva dell’immagine, l’altro fondamentale linguaggio naturale della mente umana.[1]

La condivisione di finalità visive ha portato la poesia non solo a far proprie tecniche espressive dell’‘arte sorella’, la pittura, ma anche a incorporare segni non verbali, come è avvenuto in particolare nelle avanguardie del Novecento.[2] L’invenzione prima della fotografia e poi del cinema e la conseguente possibilità di nuove ‘fertilizzazioni’ hanno scandito un’ulteriore tappa di un vivace, prolifico rapporto, ben documentato in letteratura.[3]

Nella videopoesia, la parola (orale, a volte cantata, spesso accompagnata dalla musica) e l’immagine (mentale) si combinano, secondo proporzioni e funzioni di volta in volta diverse, fra loro e con le rispettive versioni tecnologizzate, la parola scritta e l’immagine materializzata e in movimento, come vedremo negli esempi di seguito analizzati. Nei suoi esiti più alti, la videopoesia si potrebbe definire come una rappresentazione artistica con caratteri performativi che mostra un’unione tra parola e immagine vicina alla simbiosi originale pretecnologica, quella di una sfera sensomotoria condivisa in cui le parole restavano udibili nella stessa misura in cui gli interlocutori vedevano le stesse cose.

Questa nuova forma poetica, tuttora in via di codificazione, sollecita questioni di ordine teorico più o meno rilevanti ed altre di natura ricettiva forse più interessanti: quando e come è nata la prima videopoesia? Che cosa implica l’utilizzo di testi preesistenti o di testi invece concepiti insieme alle altre componenti dell’opera videopoetica? La combinazione con un video fa sì che gli effetti visivi del testo siano amplificati, delegati al medium loro proprio o sempre e comunque ricomposti in una predominante immagine mentale? Quali gli eventuali termini di confronto con la videoarte? E quali margini di immaginazione ri-creativa e di interpretazione restano al lettore-spettatore?

E tuttavia, al di là di ogni possibile formula, forse ciò che davvero importa è continuare a fare arte, perché l’arte è una parte ineludibile e necessaria del nostro essere umani, ossia civili.

 

(Video)poesia e città

Tracciare la storia antichissima, coessenziale del legame tra poesia e città intesa come scenario fisico, morale e simbolico dell’esistenza umana non è il nostro obiettivo. Basti ricordare il teatro greco come forma poetica urbana, politica e di stato, per far emergere il legame tra arte e civitas, la comunità di cittadini o aspiranti tali. Fin dalla sua nascita la città è luogo per antonomasia di vita organizzata, di scambi e di incontri, dove economia cultura e politica si intrecciano. Va inoltre sottolineato che l’idea di appartenenza che il concetto di cittadinanza porta con sé evoca anche l’idea, complementare ma non necessariamente opposta (per le dinamiche di potere il rischio di marginalizzazione è permanente), di esclusione.[4]

Soprattutto l’io lirico moderno ha sviluppato un rapporto poetico privilegiato con lo spazio, urbano ma non solo. Alcuni autori possono sviluppare un legame particolare con la città natale o di adozione, come Caproni con Genova o Roma, Baudelaire con Parigi, Saba con Trieste e così via.

La città è del resto sempre più lo spazio della contemporaneità: un numero sempre maggiore di persone negli anni a venire abiterà in mostruose megalopoli, specchio di un ‘ordine’ economico-finanziario sempre più esteso, in cui il desiderio di profitto spesso genera sperequazioni sociali di difficile gestione. I grandi agglomerati extraeuropei riprendono i modelli occidentali, che furono dapprima condizionati dalle utopie neoplatoniche umanistico-rinascimentali, poi dalle rivoluzioni industriali del Sette-Ottocento, infine dalle ricostruzioni postbelliche e dalle successive espansioni tuttora in corso, che rendono sempre più difficile riconoscere un centro e una gerarchia spaziale, forme e proporzioni. Proprio queste caratteristiche del fenomeno, la sua diffusione planetaria e la sua difficile governabilità lasciano intuire che sarà sempre più arduo individuare luoghi privilegiati ed esclusivi, e che se non altro per questo ci si dovrebbe augurare che relazioni di tipo cooperativo prevalgano su ogni malsana forma di competizione.

Se le città dunque raccontano anche oggi un’ampia parte del mondo, le poesie sulle città ci aiutano ad analizzarlo, a comprenderlo nelle sue complesse trasformazioni, nei sentimenti e nei bisogni dei suoi abitanti, vecchi e nuovi, soprattutto nel frangente storico attuale, che il linguaggio mediatico e comune definisce ‘di crisi migratoria’. Purché si osservi e si ascolti con attenzione, si riconoscano segni e sintomi, si indaghino ragioni.

La forma da sempre aperta della poesia, inconfondibile eppure sfuggente, può servire quindi a esprimere, e di riflesso migliorare, questo nostro mondo urbano apparentemente tanto aperto e invece sempre più chiuso e ripiegato in difesa, talora estremamente aggressiva. La videopoesia rinnova il modo più antico di fare letteratura, sempre vivo perché sempre impegnato ad attraversare i confini tra le arti e i generi, fra i rispettivi codici e supporti (i cosiddetti ‘media’).

Generosamente, la poesia attraversa il tempo e lo spazio per giungere all’orecchio (e ora anche alla retina) di tutti, attraversa l’immaginazione delle persone nella lettura che esse ne danno, si trasforma per continuare il suo viaggio, cambiata. La poesia è dunque e sempre anche altro da sé, amica e alleata di ciò che poesia (ancora) non è; combina e scombina le identità precostituite, in una stupefacente ‘poetica della relazione’, per dirla con Édouard Glissant, accogliente o almeno tollerante, disponibile, inclusiva.

Non poteva quindi mancare, la poesia (enigmatico soggetto-oggetto), di confrontarsi con le immagini e la loro invadenza apparentemente superficiale, per tentare di restituire le immagini stesse a un’armoniosa convivenza con la profondità della parola.

 

Poesie a New York (2010-2013)

Poesie a New York di Walter Valeri[5] è un’opera che presenta in apparenza un impianto piuttosto tradizionale, in dialogo evidente tanto con la poesia lirica, quanto con teatro – arte familiare a Valeri – e cinema, accentuando la valenza ‘ambientale’ del sottogenere videopoetico, soprattutto nei casi come questo, forse i più frequenti, in cui i testi poetici preesistono alle videopoesie.[6] La persona dell’autore riempie i primi fotogrammi, sullo sfondo di una tempesta di neve. Il soggetto all’inizio è in movimento, ma silenzioso (la sua voce è fuori campo, interiore e meditativa); è introdotto dal suono del sax di Stefano Fariselli, presente dalla seconda versione, del 2013 (lo sentiamo quando l’immagine è ancora nera), che lo accompagnerà per tutta l’opera. Poi la telecamera (la regia è di Lorena Luciano e di Filippo Piscopo) resta fissa, limitandosi a scandire per scene, per momenti testuali, la lettura poetica. La città scorre appena sullo sfondo, privata dei suoi rumori. La preposizione “a” del titolo sembra mantenere una certa ambiguità di significato, divaricandosi fra una funzione di dedica a un’interlocutrice che rappresenta uno dei nuclei lirico-tematici e quella di referente locativo. La ricchezza stilistica della tradizione poetica di riferimento dell’autore, quella italiana, intesse questi versi, densi e musicalmente espressivi grazie anche a frequenti allitterazioni. New York appare in immagini di strade, ponti, veicoli, ma sempre a distanza, evocatrice di una fase esistenziale dell’autore, con valori memorialistici e autobiografici (come nel ricordo di alcuni cari trapassati) che aspirano a essere universali.

 

Geopoeticon 1 e 2

Geopoeticon è un progetto di videopoesia aperto e tuttora in corso, che conta al momento due opere complessive, dirette delle norvegesi Odveig Klyve e Kari Klyve-Skaug, autrici anche del poemetto tripartito Between, in Geopoeticon 1.[7] La Norvegia è il Paese in cui vivono in esilio alcuni degli autori dei versi scritti, pronunciati o cantati nei cortometraggi, come la keniota Philo Ikonya (This Time), l’indiana Easterine Kire (Song of Nagaland) e lo yemenita Mansur Rajih (la cui voce anima la seconda parte di Between, Embrace), entro una dimensione poetica transcontinentale che mette in discussione l’idea di frontiera linguistica e geopolitica.

Alla ‘geopolitica’ sembra alludere in effetti il titolo, coincidente peraltro con il nome di una branca della critica letteraria che legge gli spazi fisici come fondamentali nella creazione dell’opera, dove assumono valenza tanto finzionale quanto fattuale. In questi film le immagini, più che simulacri, appaiono calchi del reale, con valore talora persino documentario, pur non mancando di suggestione visiva. La componente verbale, riguardante vari temi, dal lavoro alla migrazione alla stessa poesia, non appare sempre fusa con quella cinematografica.

Queste opere sono leggibili anche come una riflessione sui movimenti migratori, sulla dispersione delle forze identitarie (favole e canzoni tradizionali, ad esempio), sulla solitudine, sulle dolorose dinamiche di perdita e di appartenenza. Geopoeticon delinea la condizione di questi poeti, dei migranti, in generale di tutte le persone in relazione autentica come una condizione in between fra noto e ignoto. La figura cosmico-simbolica del cerchio sembra attraversare alcuni dei cortometraggi, con significati anch’essi in between tra positivo e negativo: il ciclo del tempo e della vita, la ruota di una bicicletta, la circonferenza di un piatto e del pane e quella di una luna che fa sognare, un abbraccio amorevole che spezza l’eterno ritorno della violenza.

 

Till Damaskus

Ghayath Almadhoun è un poeta palestinese nato in un campo profughi a Damasco (Siria), che vive a Stoccolma dal 2008.[8] Insieme alla poetessa svedese Marie Silkeberg ha pubblicato nel 2014 la raccolta Till Damaskus, contenente alcuni dei testi che costituiranno la componente verbale delle videopoesie concepite sempre insieme a Silkeberg.

Epico e tragico è il tono delle opere di Almadhoun, che ci trasportano nell’immediatezza di un flusso spazio-temporale permanente. Anche in questo caso la parola è presente sia nella versione orale (pretecnologica) che in quella scritta (tecnologica) ma immateriale, digitale, e in più lingue: l’arabo, l’inglese, a volte lo svedese. Siamo di fronte all’esperienza di una realtà estetica nuova piuttosto che a un assemblaggio più o meno compatto di componenti preesistenti: è la videopoesia stessa che si esprime, con un’autonomia che ne fa un’opera d’arte postmediale. La sfida all’indicibile, ereditata dal secolo scorso con le sue tragedie e l’‘impossibilità’ di parlarne, si traduce in espressione realizzata in vece di un altro, di chi non può o non vuole (più) farlo, un’espressione in grado di fronteggiare il condizionamento dovuto agli usi consumistici e spettacolari dei mass media, rispetto ai quali si mostra del tutto inconciliabile, tanto sul piano della forma che del contenuto, e di grandissima portata civile.

 

* Sono qui presentati gli esiti parziali e provvisori di una ricerca in corso.

 

[1] Sullo sviluppo storico del rapporto fra parola e immagine, cfr. F. Antinucci, Parola e immagine. Storia di due tecnologie, Bari-Roma, Laterza, 2011.

[2] Cfr. L. Pignotti, Figure scritture. Su certi segni delle arti e dei mass media, Udine, Campanotto, 1987 e L. Pignotti-S. Stefanelli, Scrittura verbovisiva e sinestetica, Udine, Campanotto, 2011.

[3] Cfr. Fototesti. Letteratura e cultura visuale, a cura di M. Cometa e R. Coglitore, Macerata, Quodlibet, 2016.

[4] Diamo per acquisito, senza peraltro riuscire a renderne l’enunciazione meno approssimativa, il nesso storico città-cittadinanza, che pur sarebbe interessante approfondire sul piano sociologico. I gruppi umani hanno sempre determinato modi per rendersi riconoscibili e coesi, ma il contesto urbano avrà reso necessaria la formalizzazione di norme utili allo scopo.

[5] Fondatore e direttore artistico del festival L’orecchio di Dioniso, nel 1981 con la raccolta Canzone dell’amante infelice (Guanda Editore) ha vinto il premio internazionale di poesia Mondello. Nel 1990 ha pubblicato la raccolta di versi Ora settima con la prefazione di Maurizio Cucchi (giunta nel 2014 alla sua quarta edizione). Ha insegnato per sette anni presso l’American Repertory Theatre/MAXAT Institute della Harvard University. Ha scritto e curato vari saggi fra cui Franca Rame: a Woman on Stage (Perdue University Press 1999). Nel 2006 ha pubblicato l’antologia di versi Deliri Fragili (Besa Editrice). Ha tradotto vari testi di teatro, poesia e prosa. Ha fondato e diretto dal 2001 al 2007 il Cantiere Internazionale Teatro Giovani realizzato dalla Città di Forlì e dall’Università di Bologna, con il contributo della Regione Emilia Romagna. Dal 2006 al 2012 ha diretto la rassegna internazionale di poesia Il Porto dei Poeti prodotta dalla città di Cesenatico. Nel 2016, con il sostegno dell’associazione Poliedrica ha fondato il festival internazionale di poesia, video e arti visive L’Orecchio di Dioniso, prodotto dalle città di Forlì e dal 2017 la città di Cesenatico. Ha poi pubblicato le seguenti raccolte poetiche: My Name/Il mio nome (qudulibri, 2015), Another Ocean/Un altro Oceano (Sparrow Press, 2015). Dal 2015 è membro della direzione del Poets’ Theatre di Cambridge (USA). Attualmente insegna negli Stati Uniti al Boston Conservatory at Berklee, da dove collabora attivamente alle riviste internazionali Sipario, Teatri delle diversità e lamacchinasognante.com.

[6] Le poesie sono apparse in Ora settima, Edizioni Corpo 10, 1990.

[7] Odveig Klyve è poetessa, scrittrice, traduttrice e regista. Autrice di otto libri per bambini e nove raccolte poetiche, tradotte in diverse lingue asiatiche, tra cui il cinese, l’arabo, il punjabi, il malayam e numerose lingue europee. Klyve ha tradotto in norvegese le poesie dell’iraniana Forugh Farrokhzad, della palestinese Fadwa Tuqan e delle inglesi Sarah Maguire e Gerda Mayer. Klyve e Klyve-Skaug avevano in precedenza diretto e prodotto insieme altre pellicole (documentari e fiction).

[8] È autore di quattro raccolte poetiche, tradotte in diverse lingue europee e in cinese. In italiano possiamo leggere tre testi nella traduzione di Pina Piccolo (La capitale, Latte nero, I dettagli, da cui è tratto il testo della videopoesia The Celebration, del 2014) e una nella traduzione di Fawzi Aldelmi.

Inedito, per gentile concessione dell’autrice.

 

 

Questo saggio costituisce una versione ampliata di quello presentato dall’autrice stessa, Maria Pia Arpioni, ad apertura della seconda edizione del festival  L’Orecchio di Dioniso, a Forlì il 23 giugno 2017.  Le opere di video poesia citate dall’autrice si riferiscono ai video presentati nelle 3 giornate del festival, il 23, 24 e  25 giugno 2017.

Nella a terza edizione del festival che quest’anno si terrà tra Forlì, Cesena e Cesenatico dall’11 al 15 ottobre 2018 si darà nuovamente grande spazio all’elemento visivo nella poesia. I lettori potranno trovare informazioni più dettagliate negli aggiornamenti che appariranno in questo contenitore nei prossimi mesi.

 

 

Screen_Shot_2017-07-25_at_12.33.26_PM

Maria Pia Arpioni, laureatasi all’Università degli Studi di Padova sotto la guida del prof. Silvio Ramat con una tesi sulla poesia di Adriano Guerrini (1923-1986), in corso di stampa con prefazione di Silvio Ramat. Recentemente addottoratasi in letteratura italiana contemporanea all’Università Ca’ Foscari (Venezia) con una tesi sulle rappresentazioni del paesaggio in Guido Piovene e Gianni Celati. Si occupa prevalentemente di letteratura italiana del Novecento e contemporanea e di visual culture, soprattutto in relazione ai temi dell’identità, del senso del luogo (anche in prospettiva ecocritica), della memoria e del lavoro. Collabora con il Centro Studi Città e Territorio (http://www.cittaeterritorio.eu/), del cui direttivo fa parte, su tematiche inerenti il rapporto tra paesaggio e società. In particolare ha collaborato, anche in qualità di membro del comitato scientifico, all’organizzazione del convegno internazionale “I paesaggi del vino nella letteratura e nel cinema”, svoltasi a Grumello del Monte (BG), nei giorni 6, 7, 8 giugno 2016. E’ stata visiting scholar all’Università di Augsburg (Germania), da ottobre a dicembre 2015. Per le pubblicazioni ed altre attività accademiche e didattiche vedi il curriculum https://unive.academia.edu/MariaPiaArpioni/CurriculumVitae

 

Foto dell’autrice a cura dell’Orecchio di Dioniso, mentre legge parte del saggio di cui sopra.

Immagine in evidenza: Da “The Celebration”  video poesia di Ghayath Almadhoun e Marie Silkeberg.

Riguardo il macchinista

Pina Piccolo

Pina Piccolo, la macchinista-madre, è una scrittrice e promotrice culturale calabro-californiana. Si imbarca in questa nuova avventura legata alla letteratura spinta dall'urgenza dei tempi, dalla necessità di affrontare la complessità del mondo, cose in cui la letteratura può dare una mano. Per farsi un'idea dei suoi interessi e della sua scrittura vedere il suo blog personale http://www.pinapiccolosblog.com

Pagina archivio del macchinista