Non nascondiamoci dietro i sopravvissuti (Mely Kiyak)

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Perchè non discutiamo di un livello massimo di decessi? Il dibattito sui migranti lo chiarisce bene: si è deciso di proteggere le frontiere e non le persone.

Raramente nelle dichiarazioni ufficiali dei politici la verità viene dissimulata così profondamente come nelle seguenti dichiarazioni: Proteggere le frontiere esterneChiudere le frontiereRidurre le quote dei migranti.

Il dibattito sui rifugiati rappresenta una semplice descrizione tecnica per evitare di usare le parole che andrebbero realmente usate. La nostra lingua è molto precisa. Noi non riduciamo il numero di rifugiati. No, noi respingiamo persone in fuga. Noi non proteggiamo le frontiere esterne quando in Bulgaria o nella periferia dell’Unione Europea erigiamo barriere di filo spinato. No, noi respingiamo persone in fuga. Noi non stiamo semplicemente a guardare mentre vengono chiuse le frontiere nazionali degli stati europei. No, noi respingiamo persone in fuga.

Nel mondo ci sono 60 milioni di persone attualmente in fuga. La stragrande maggioranza di esse a causa della guerra, della penuria di risorse alimentari e della estrema povertà non ha nè le possibilità finanziarie nè la libertà di movimento per arrivare in Europa. I più arrivano nelle aree limitrofe o in qualche paese confinante. Quasi nessuno può lasciare il continente.

In grossi campi (orig: Lager) che funzionano esattamente come le realtà che rievocano o, ancora, in campi di prima accoglienza che funzionano come delle prigioni, vige la più assoluta discrezione da parte dello stato o della organizzazione che si occupa di queste persone.

Che si tratti di un campo profughi dell’ONU in Africa o in Libano, le persone vengono spogliate, perquisite, private dei passaporti o del denaro, degradate al livello di materiale umano privo di diritti e curate solo se strettamente necessario. Così che non muoiano proprio adesso. I nostri governi hanno deciso di non investire in queste strutture. Quando qualcuno abbandona i campi di prima accoglienza, lo fa perchè noi non investiamo abbastanza denaro per mettere fine alla fame nel mondo. O meglio: noi paesi contribuenti siamo responsabili degli stenti che i profughi patiscono nei campi dove vengono rinchiusi.

Soltanto 5 milioni di migranti – stando alla più generosa delle stime- si fermano attualmente in Europa. Alcuni si muovono in Europa da Europei. Inoltre ci sono paesi nei Balcani in cui il traffico di droga e esseri umani, inasprisce episodi di discriminazione e persecuzione soprattutto nei confronti della comunità Rom. Noi, come paesi che per primi hanno aderito al progetto di una Europa unita, abbiamo deciso di ignorare questa realtà e di non reagire politicamente.

Da parte nostra abbiamo sottoposto questa quota ridicola di persone che vogliono raggiungere l’Europa o la Germania alle misure sovracitate: Chiusura delle frontiere nazionali. Protezione delle frontiere esterne. Diminuzione delle quote di migranti.

La conseguenza è che uomini e donne, giunti in Europa dopo una pericolosissima traversata del Mediterraneo, vengono respinti in ogni angolo del continente proprio da noi che abbiamo avuto l’idea di chiudere le frontiere tramite norme per regolamentare il loro ingresso o tramite la chiusura delle stesse frontiere con armi e filo spinato.

Accettiamo che le persone muoiano. 

Il motivo è semplice: abbiamo deciso di proteggere le frontiere.

Diminuire le quote di rifugiati e chiudere le frontiere vuol dire non garantire i diritti umani, non considerarli diritti universali validi per tutti gli esseri umani in ogni epoca. Chiudere le frontiere non significa abbassare una sbarra quanto piuttosto accettare che le persone muoiano. Perchè devono risalire sui barconi e attraversare nuovamente il Mar Mediterraneo. Chi sopravvive al viaggio di andata potrebbe non sopravvivere a quello di ritorno. Chi non è morto di fame o stanchezza sulla rotta balcanica verso l’Europa potrebbe farlo sulla via del ritorno.

Quando parliamo di chiudere le frontiere abbiamo a che fare con la vita umana. Chiudere le frontiere e ridurre le quote di rifugiati vuol dire nient’altro che uccidere. E’ questa l’espressione corretta per descrivere la situazione sottintesa da questi termini tecnici e ben studiati. Una volta preso atto di ciò, bisogna anche avere il coraggio di usare questa espressione tagliente come lama. A quel punto non ci saranno più dibattiti sulla “richiesta di un tetto massimo di profughi” o “di una quota giornaliera”, ma si parlerà del numero di persone a cui concediamo una vita degna. Dai nostri politici dobbiamo esigere un linguaggio preciso. Dobbiamo costringere tutti i politici a definire il numero esatto di persone che non intendono far passare alle frontiere. Devono fare la conta esatta dei morti. Non devono più nascondersi dietro chi si è salvato, ma rispondere di chi non ce l’ha fatta, di chi è rimasto invalido o abbandonato a se stesso.

Traduzione di Maria Grazia Patania, testo originale di Mely Kiyak, DIE ZEIT ONLINE, ripubblicato per gentile concessione del Collettivo Antigone dal loro post di venerdì 19 febbraio 2016


Radio Bonn è una sezione nuova che ci servirà per raccontare che aria tira in Germania tramite traduzioni di testi in lingua di cui troverete sempre il link all’originale per poter risalire alla fonte ed eventualmente segnalare errori o imprecisioni.

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Riguardo il macchinista

Lucia Cupertino

LUCIA CUPERTINO (1986, Polignano a Mare). Scrittrice, antropologa culturale e traduttrice. Laureata in Antropologia culturale ed etnologia (Università di Bologna), ha conseguito un Master in Antropologia delle Americhe (Università Complutense di Madrid) con tesi sulla traduzione di fonti letterarie nahuatl. Vive da tempo tra America latina e Italia, con soggiorni più brevi in Australia, Germania e Spagna, legati a progetti di ricerca, educativi e di agroecologia. Scrive in italiano e spagnolo e ha pubblicato: Mar di Tasman (Isola, Bologna, 2014); Non ha tetto la mia casa - No tiene techo mi casa (Casa de poesía, San José, 2016, in italiano e spagnolo, Premio comunitarismo di Versante Ripido); il libro-origami Cinco poemas de Lucia Cupertino (Los ablucionistas, Città del Messico, 2017). Suoi lavori poetici e di narrativa sono apparsi in riviste e antologie italiane e internazionali. Parte della sua opera è stata tradotta in inglese, cinese, spagnolo, bengali e albanese. È curatrice di 43 poeti per Ayotzinapa. Voci per il Messico e i suoi desaparecidos (Arcoiris, Salerno, 2016, menzione critica nel Premio di traduzione letteraria Lilec – Università di Bologna); Muovimenti. Segnali da un mondo viandante (Terre d’Ulivi, Lecce, 2016) e Canodromo di Bárbara Belloc (Fili d’Aquilone, Roma, 2018). Membro della giuria del Premio Trilce 2018, Sydney, in collaborazione con l’Instituto Cervantes. Cofondatrice della web di scritture dal mondo www.lamacchinasognante.com, con la quale promuove iniziative letterarie e culturali in Italia e all’estero.

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