NESSUNO CONOSCEVA IL NOSTRO NOME… SÌ SIAMO NEGRI/NOBODY KNEW OUR NAME… YES, WE’RE BLACK (Reginaldo Cerolini)

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“This personal day, a terrible day, the day to which his entire sojourn has been tending. It is the day he realizes that there are no untroubled countries in this fearfully troubled world that if he has been preparing himself for anything in Europe, he has been preparing himself- for America” J. Baldwin – The Discovery of What It Means To Be an American

“Come nel medioevo/il giornale ne abusa, parla dello straniero/ come fosse un alieno / senza passaporto in cerca di dinhero” Ghali – Cara Italia

Come sia accaduto non me ne sono accorto. Forse già da quell’enfasi eccessiva – da parte mia – di guardare agli stranieri con un sorriso ebete ed in cerca di complicità come se in ognuno di loro fosse la parte mancante della mia ciotola di umanità. O forse in quella scelta del tutto casuale, per la verità, di dare alcune delle mie ore alla parrocchia di Rebbio che si occupa di migranti, oppure quando a Macerata 6 piccoli negri (inutili?) sono caduti in terra sotto gli spari e per tutta risposta l’istituzione e molte delle persone che conosco non hanno accusato il colpo come lo ho accusato io. Loro erano colpiti dalla tragedia di Pamela Mastropietro ma anch’io. O forse quando rileggendo i saggi su Bello Figo e la mia cronaca nereggiare mi sono accorto che sembravano essere passati anni, e ancora meglio quando rileggendo la distanza tra le mie due poesie La pelle e Sparami Occidente!, mi sono accorto che la situazione riguardo a negri e migranti si è così drasticamente aggravata da sembrare il primo uno scritto utopico, il secondo un proclama da America degli anni 50 con la sua triste e conosciuta realtà. Deve essere stata l’uccisione a Firenze del negro Idy Diene o forse la mia stessa memoria della violenza di cui io stesso, una volta, sono stato terribilmente colpevole. Ma alla fine è arrivata, attraverso delle domande, la consapevolezza.

“Conosci il tuo nome?”

“Reginaldo, il mio nome è Reginaldo”

“ Oh! E chi sei?”

“Sono un uomo. Sono un uomo negro italo-brasiliano”

 

Ed è in questo scandalo la consapevolezza di essermi lasciato dietro le spalle una protratta giovinezza per diventare adulto. Con me devono averlo fatto in molti, negli ultimissimi giorni, negli scorsi mesi, o da molti anni migliaia e milioni di persone in transito per l’Italia e l’Europa in cerca di casa. E se non lo hanno fatto, ci penserà la Storia che stiamo vivendo ad imporglielo.

Sorge però una nuova domanda. Cosa significa oggi essere un negro italiano? Ognuno in se stesso e fuori da sé dovrebbe rispondere perché il momento è arrivato. Lo stesso vale per i migranti, gli stranieri e i meticci con i quali i negri condividono lo stesso processo di nazionalizzazione, non solo Ius Soli.

Se devo guardare alla cultura italiana e ai media, recentemente Francesco Ohazuruike e Tony Iwobi[1] sembrano proprio fare al caso di un’apologia della negritudo, per dirla all’italiana della negrezza. Il primo autore del libro “Negro”, il secondo è il primo senatore negro, nominato dal partito di maggioranza, della destra, Lega Nord. L’unico precedente, illustre e di impatto nazional-internazionale in suolo italico è la deputata Cecile Kyenge, primo ministro afroitaliano. Ecco l’allegro terzetto.

 

Tutto questo per dire che se in Italia culturalmente, socialmente, politicamente e da un punto di vista mediatico i negri non esistevano se non come agglomerato di fatti sociali, mitologie e vere e proprie scorrettezze, negazioni e menzogne ad opera di politici e media, oggi hanno un nome. Avere un nome, significa avere un’identità ed una storia.

 

È chiaro che il modello di osservazione del mutamento del patrimonio genetico italiano dovuto a questa mescolanza giunta ai vertici, per la verità non più ambitissimi, delle istituzioni deve guardare nel mondo a tre punti di riferimento fondamentali, gli USA, l’Africa e il Brasile e in Europa alla Francia, all’Inghilterra e al Portogallo. La realtà di questo immaginario si articolerà necessariamente da queste stati e continenti.

 

Ai negri, metafora delle minoranze e della diversità perturbante- come i migranti, gli stranieri e meticci-, è riconosciuta non solo una obnubilata forma, bensì un volto e finalmente un nome[2]. Ma qui gatta ci cova. Cecile, Francesco e Tony[3] sono nomi particolari nella loro immediata semplicità. Senza dover essere un linguista o uno studioso della storia dei nomi, è evidente che Cecile, francesizzazione del nome etrusco-latino e poi italianizzato Cecilia, Francesco italianizzazione del nome latino Franciscus e in fine Tony anglo-americanizzione dell’italiano Antonio, a sua volta arriva dal latino Antonius. Tutto questo non per dire che tutti i nomi portano a Roma[4], ma per dire che i nomi di queste persone non sono certamente nomi di orgine africana. Perché? Forse perché i nomi africani, o stranieri in genere, sono troppo difficili a pronunciarsi e complicati?[5] Ed ecco come ci accorgiamo che l’affacciarsi alla legittimità di un volto e di un nome nelle istituzioni significa fin da subito dover patteggiare un addomesticamento, parziale o radicale. Quale siano poi i giochi di forza, le valenze di contrattualizzazione, le resistenze/ resilienze e la risposta identitaria nella semplice scelta di un nome sono da valutare. I cognomi, invece che tengono il contatto con la tradizione sono fortemente stridenti, in suolo italiano, o genuinamente originari. E dunque Kyenge risponde a Cecile, Ohazuruike corrisponde a Francesco e Iwobi corrisponde a Tony.

Proprio in questo contrasto tra nomi francesizzati o anglofonizzati in modo apparentemente vincente[6] si determina il contrasto e la storia che è nei nomi che vengono portati. Contrasto che non va dimenticato.

 

La provenienza di questi tre individui scelti fra i rappresentanti[7] per il discorso attuale dell’essere negro ed italiano, in apparenza mette in campo tutte le attestazioni della democraticità. Due uomini infatti testimoniano, in termini di percentuale, la dominanza maschile nel modello egenomico occidentale rispetto a quello femminile. Ma d’altra parte la presenza femminile testimonia una effettiva novità e in quanto tale va presa (quasi fosse oro che cola!).

I tre rappresentano una diversità africana significativa. Cecile Kyenge congolese, Francesco Ohazuirike italiano con origini nigeriane (un vero seconda generazione), e Tony Iwobi. Sia i congolesi che i nigeriani hanno una tradizione di migrazione europea di lunga data, e cotrariamente a quel che accade oggi, un tempo si trattava di una migrazione generalmente di persone con possibilità economiche e non neccessariamente disperate. I motivi di questi spostamenti erano di ordine diplomatico, accademico, artistico-intellettuale, conoscitivo. In un’epoca in cui l’Europa guardava con un certo curioso esotismo a questa approdo di negri-migranti interessati alla cultura europea, il loro arrivo non era vissuto come un attacco, ma con un certo paternalismo si plaudiva a questa originale, quanto rara, commistione cuturale.

Inoltre, i soggetti che venivano erano soventi elementi di spicco della propria cultura e fondamentalmente colti, e già spesso cresciuti o addomesticati in contesti formativi europei, ovvero in scuole private di tradizione cristiana.

Kyenge e Iwobi rispondono precisamente a questo modello[8]. Da loro si discosta invece Ohazuruike, cresciuto in italia da una famiglia più modesta, ma comunque colta che, gli permette di studiare. Iwobi e Ohazuruike vivono sulla propria pelle alcune delle difficoltà che accomunano i migranti, con una distanza temporale e situazione significativa. Iwobi da solo, Ohazuruike con il presente sostegno dell’unità famigliare, la presenza di un contesto culturale nigeriano di identificazione ma un clima sociale, a partire dal 2000, molto più ostile. Kyenge fra i due negri è in apparenza la mosca bianca, perché il benessere famigliare e la professionalizzazione in medicina la tutelano da certi contesti stratificati. Insomma parte dall’alto o da più in alto rispetto agli altri due.

Accomuna tutti e tre la corrente cristiana, e una significativa identificazione con un contenuto identitario europeo. Ne parlo in termini pratici. Intendendo aiuti sostanziali della comunità cristiana, istruzione, borse di studio, sostegno morale, sociale e modello comportamentale in cui ritrovarsi uniti e simili. Ecco io questo lo vedo come un problema, benché a livello individuale possa essere chiaramente una scelta ed una risposta intima. Il problema che riscontro consiste nella legittimazione radicata nell’accesso culturale e sociale. Essa viene elargita e veicolata in nome di una somiglianza che si riduce ad essere un rapporto di dominanza, che ha ancora le sue origini ed influenze nella tradizione coloniale. Per negri-migranti è poco ancora lo spazio per una diversità sostanziale. Una diversità legittimata istituzionalmente, ma molto meno socialmente e mediaticamente, è l’islam (con una predilezione per quello di provenienza indio-orientale, piuttosto che nordafricano). Ma la diversità di cui parlo riguardano i colti alternativi o ibridi, ne esistono a centinaia, ma anche una diversità che comprenda il laicismo, l’agnosticismo, l’ateismo etc. Questa diversità non è ancora un tipo di potere che possa essere esercitato da negri e migranti, e non lo sarà probabilmente per decenni.

Insomma la religiosità cristiana e marcatamente cattolica, sembra un tratto distintivo d’identificazione per negri che aspirano all’italianità. Il che sarebbe in contraddizione con l’articolo 19 della Costituzione della Repubblica Italiana. Ma tant’è, e politicamente parlando è una distinzione valida anche per gli italiani autoctoni o di lunga data (sic!).

 

Legata a questa appartenenza cristiano-cattolica, vi è un altro elemento, ovvero la mediazione coniugale. Cecile, Francesco, e Tony sono tutti sposati o sono stati sposati e con italiani (la Kyenge è attualmente divorziata). Questa fatto che di per sé testimonierebbe un meticciato[9] segno dei tempi è per me invece non privo di ambivalenza. Non lo è certo per i soggetti, presumo, ma per un’analisi contestuale diventa significativo e determinante[10]. Appare come un passaggio necessario, un imbuto identitario attraverso cui legittimare il proprio discorso di persona pubblica. Così almeno si manifesta.

 

Ai negri che hanno l’ardire di avvicinarsi alla cultura e alle istituzioni è chiesto un addomesticamento, una mediazione, tale mediazione è agita da una vis dominante che è chiaramente d’impronta autoctona[11]. Si tratta di un discorso implicito anche per gli italiani di lunga data, ma imposto in modo che se si esula dal modello nasce il sospetto, il timore, la paura e lo stigma[12]. E quindi ci si deve sposare, cristianamente, e meglio ancora se cattolicamente, ci si deve integrare mescolandosi (di per sé fattore positivo)[13], esprimere l’etica e l’estetica del buon lavoratore -meglio ancora se abnegato e poco vittimaro -, mostrarsi impegnati civilmente[14] – quasi un dovere culturale e sociale. Politicamente, questi sono requisiti che significano prendere posizione in modo netto. E in questo senso, oggi, l’alterità negra e migrante -qualunque cosa abbia essa significato o significherà- viene meno in favore di un’uniformità, che non sembra dare spazio alla differenza sostanziale. Per esempio, quale potrebbe essere lo spazio di esistenza concesso, oggi, ad una straniera negra, omosessuale, laica, senza il pallino della cause civili[15] da impugnare o l’ambizione ad una famiglia canonica, ma desiderosa di una progenie come madre libera e single!? Ecco, questa donna che sicuramente esiste, nonostante la sua esistenza sia ignorata, non essendo un’americana della Upper Side di New York, o delle zone bene di Parigi, Rio de Janeiro o una rampante figlia adottiva di origine africana di Torino, Roma o Milano, si perde nella massa oscura dei negri, senza sesso e identità e parola, che sopravvivono talvolto al flusso dei mari. Questa donna, per esempi diversa di una diversità altra e non addomesticabile, credo domanderebbe una ragione, un ….Perché nessuno conosce il mio nome? Nobody Knows My Name.

 

Reginaldo Cerolini 23 Marzo 2018

 

[1] Ci sono diversi politici sporadici o signfificativi fra migranti e negri che hanno fatto e fanno politica, come Jean-Leonard Touadi, Dacia Valent, Khaled Fouad Allam, Souad Sbai, Magdi Allam, Khalid Chaouki ma non hanno avuto quella rilevanza di impatto sociale immediato, oggetto che io tratto come indagini della dialettica di questo tempo globale.

Qui non tratto neppure della questione Iwobi, primo senatore negro italiano e leghista perché non aggiungerei molto alle posizioni esasperate su e contro il suo ruolo di negro politico di destra. Posso dire che stupore a parte per la sua mancata comprensione del dramma dei migranti e dei neri che ancora stanno cercando un posto legittimo dove essere persone, trovo la sua posizione un azzardo della Lega molto furbo, ovvero per prendere le distanze dai suoi coinvolgimenti con la destra. In Iwobi a mio parere l’ambizione e la furente rivalsa, proprio in quanto negro ed appartenente alla storia del razzismo, spiegano la mancanza di empatia umana e la sublimazione del senso critico in slogan e frasi politiche da ottundimento. A Ohazuruike ho dedicato una recensione del suo libro.

[2] Per uno strano fenomeno di mitologia esaperata e transumana considero, i già esistenti da decenni, sportivi, artisti e personaggi televisivi delle entità a sé che nell’immaginario hanno la facoltà di ispirare e creare vanto o scandalo, ma perdono i connotati del vivere comune. Di altra natura sono invece gli Youtuber e i fenomeni online che sono dei meta linguaggi autorappresentativi che inscenano il vivere comune. Qui la distinzione non sta, in verità, tra finzione o menzogna, ma tra spettacolarizzazione e vivere, laddove anche chi scegliesse di vivere spettacolarizzandosi di fatto, come atto cosciente e consapevole (non sempre critico o consapevole della estensione del proprio domino e delle conseguenze, va detto!), non vivono, inscenano, portando ad istanza di vivere la propria spettacolarizzazione.

[3] E’ curioso rilevare come i nomi dei polici che ho appena menzionato nella nota 1, abbiano nomi e cognomi che esprimono completamente la diversità africa (in questo caso), e sono infatti rimossi dalla memoria collettiva, o quanto meno da quella generale.

[4] È un lieto apprendimento notare come i nomi spostandosi nel mondo mantengono sia la propria radice che un aspetto peculiare della lingua del territorio dove vengono utilizzati.

[5] È molto difficile non vedere in questa storia dei nomi della loro sostituzione, della loro codificazione, della loro mutazione, del loro adattamento e della loro complessità un mero fatto di egemonia e imposizione culturale che merita uno studio attuale.

[6] Per la scarsa dimestichezza degli italiani in genere con le lingue, è un atto di affermazione identitaria e culturale vantare la provenienza e la conoscenza di queste lingue dominanti – secondo un modello economico culturale che vede fra i grandi paesi l’Italia come fanalino di coda – come atto che riequilibria le distanze e disparità socio-culturali imposte nella vita istituzionale e quotidiana. In realtà scegliendo le appartenenze europee non si fa che reiterare un principio di dominanza subita, se bene introiettata ed assimilata. Lo si vede in modo evidente nei social, nei blog e nei siti tematici dei migranti e degli afro-discendenti.

[7] Il modello nei tempi moderni si esautora ed esaurisce in tempi rapidissimi, per cui già solo fra pochi mesi questo posto sarà di altri. Questa successione emblematica, enfatica, temporanea e caotica esprime appieno la forza tellurica di una sommossa identitaria che deve ancora solidificarsi in nomi e istituzioni che abbiano esse stesse una storia ed una tradizione.

[8] Iwobe ha anche il tempo di assaporare il Mito Americano e si diploma in informatica nella patria della evoluzione dei computer.

[9] Nei siti ed in internet prolificano video e foto di adolescenti o giovani multietnici che si baciano, si abbracciano e si tengono felicemente per mano, secondo un modello dominante americano, francese, inglese e recentemente italiano e tedesco come segno di modernità. A parte il fatto che il modello della giovinezza (spesso nelle foto identificato con la bellezza estetica dei soggetti in questione) questa tendenza è a sua volta un mito esasperato di ostentazione dei corpi adolescenti. Bisogna anche notare come esso stesso si riduca, o possa farlo, ad un egemonia autartica ed escludente. Va poi inteso che il contesto mediatico da cui partono queste immagini e idealizzazioni utopiche – spesso decontestualizzate – e il contesto in cui si fruisce di esse e dove esse hanno effetto sul reale (confini nazionali, in genere occidentali) testimonia un retaggio culturale specifico. In contesti nazionali com Brasile, Africa (molti suoi stati), Portogallo, India, Indonesia, Asia il meticciato è un fattore pluridecennale senza che venga osannato o preso come modello esistenziale di riferimento. Dunque sottolineando un senso critico di mescolanza che non scade in ideologia e, peggio ancora triste utopia.

[10] La mia stessa posizione di figlio adottivo italo-brasiliano negro è determinante per la mia affermazione. Non posso in nessun modo prescindere da queste istanze e significati storicizzati, sì, ma vivi.

[11] Anche se le resistenze e resilienze personali e di gruppo veicolano una parte attiva in questo processo.

[12] Tale fenomeno, in un processo più radicalizzato, tende ad una vera e propria ghettizzazione, il conseguente stereotipo e in casi estremi la persecuzione del diverso a scopo intimidatorio, di allontanamento e soppressione.

[13] Le valenze storiche (non posso permettermi di valutare quelle personali) dei rapporti interetnici e la loro espressione di radicale dipendenza e dominanza sono ben espresse dall’antropologo Bastide, che li analizzò nel contesto francese e brasiliano.

[14] Non so ancora, con questa mia propensione civile, se io subisco il modello in modo sintomatico o se sia una semplice conseguenza delle mie fratture identitarie. Sono consapevole però che non appartenendo ancora all’istituzione le mie scelte sono, fin ora, dettate da quella che identifico come necessità espressiva e assunzione di responsabilità verso me stesso e il mondo che mi sta attorno. Ma mi accorgo di come questa stessa istanza autogiustificativa sia degnamente dubbia, fuori da me stesso.

[15] A cui sarebbe storicamente costretta a ricorrere non fosse che per la sola necessità di autoaffermazione identitaria.

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Nato in Brasile nel 1981, Reginaldo Cerolini si trasferisce in Italia (con famiglia italiana) divenendo ‘italico’. Laureato in Antropologia (tesi sull’antropologia razzista italiana), Specializzazione in Antropologia delle Religioni (Cristianesimo e Spiritismo,Vipassena). Ha collaborato per le riviste Luce e OmbraReligioni e Società, Il Foglio (AiBi)SagaranaEl Ghibli. Fondatore dell’Associazione culturale Bolognese Beija Flor, e regista dei documentari Una voce da Bologna (2010) e Gregorio delle Moline. Master in Sceneggiatura alla New York Film Academy e produttore teatrale preso il National Black Theatre. Fondatore della CineQuartiere Società di Produzione Cinematografica e Teatrale di cui è (udite, udite) direttore artistico. Ha fatto il traduttore, il lettore per case editrici, il cameriere, scritto un libro comico con pseudonimo, l’aiuto cuoco, conferenziere, il commesso e viaggiato in Africa, Asia, Americhe ed Europa.

Immagine in evidenza di Tracy Allen.

Foto dell’autore di Melina Piccolo.

Riguardo il macchinista

Pina Piccolo

Pina Piccolo, la macchinista-madre, è una scrittrice e promotrice culturale calabro-californiana. Si imbarca in questa nuova avventura legata alla letteratura spinta dall'urgenza dei tempi, dalla necessità di affrontare la complessità del mondo, cose in cui la letteratura può dare una mano. Per farsi un'idea dei suoi interessi e della sua scrittura vedere il suo blog personale http://www.pinapiccolosblog.com

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