Nella terra di Bruzundanga, a cura di Maria Rossi

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Nella terra di Bruzundanga copertina_eccentrici

traduzione e cura di Jessica Falconi

Vol. 7 collana Gli Eccentrici, Edizioni Arcoiris, 2013

Prefazione

 

Nell’Arte de furtar, che di recente ha suscitato tante polemiche tra gli eruditi[1], c’è un capitolo (il quarto) dal titolo davvero singolare: Come i maggiori ladri sono quelli che hanno il compito di liberarci da altri ladri.

Non ho letto il capitolo ma, sfogliando casualmente una copia dell’insolito libretto, ho trovato un’ottima giustificazione per pubblicare queste mie “note” senza pretese.

La Bruzundanga[2] fornisce materia a volontà per aiutare noi brasiliani a liberarci dai peggiori mali, giacché ne possiede di migliori e più profondi. La sua missione, quindi, è simile a quella dei sommi ladri dell’Arte: liberarci da altri ladri, naturalmente minori.

Ne avremmo davvero bisogno, visto che qui i nostri ministri – semplici cassieri di negozi – raggranellano cifre esigue sul peso della carne secca, mentre i ministri della Bruzundanga si occupano esclusivamente di rincarare lo zucchero sul mercato interno, vendendolo agli stranieri a un prezzo inferiore a quello di produzione. Laggiù, tale operazione significa “soddisfare le pubbliche necessità”; qui non so come potremmo definirla…

Questo tipo di ministri fa parte della categoria dei “maggiori ladri” di cui parla l’Arte, incaricati di insegnarci come liberarci dei nostri modesti cassieri impiegati negli spacci ministeriali.

Non contenta, la Bruzundanga possiede tante altre cose che vorrei elencare interamente, perché tutte sono degne di nota e in grado di trasmettere proficui insegnamenti.

Come non trarre profitto dall’esempio di un signor dottore della Bruzundanga, lui stesso coinvolto nell’accumulo di carichi di cipolle, che, in una commissione nominata per studiare le cause della carestia, proponeva di adottare misure contro chi immagazzinava i prodotti? Si dà il caso che il signor dottore, uno dei “maggiori” di cui tratta il celebre libello, sapeva perfettamente di non immagazzinare nulla, infatti le sue riserve erano solo mentali. Non accumulava niente, semplicemente “alleggeriva” rapidamente grosse quantità di merci da rivendere all’estero, per un nonnulla, cosicché… Le pauvre homme! Avrebbe ingannato perfino il nostro povero Beckman![3]

Questo esemplare “grandissimo”, generoso e disinteressato, denuncerà i “minori” delle nostre parti, dai quali il nostro popolo potrà liberarsi.

Nella Bruzundanga (credo ci sia nelle “note”) ho conosciuto un ragazzo: con il cappotto di panno e l’aspetto di uno del Sant’Uffizio, in realtà trasudava Comte da tutti i pori, forse perfino anticlericalismo. Dalla sera alla mattina, dopo un ricco matrimonio ecclesiastico, è diventato direttore del Ricovero dei Trovatelli, in combutta con frati e preti, allo scopo di vedere se, con l’aiuto di sottana e zucchetto, sarebbe riuscito a diventare ministro, o anche presidente della Repubblica. Un buon esempio dei “maggiori”, non credete?

Un altro, ex ministro e consigliere dell’imperatore della Bruzundanga, è diventato macellaio per rivendere carne a basso costo ai paesi vicini, grazie alle esenzioni ottenute in virtù del prestigio del suo nome, degli amici, della famiglia e delle sue antiche cariche, mentre i suoi compatrioti dovevano pagargli il doppio.

Quanti esempi di laggiù, enormi, ci metteranno in guardia sulle piccolezze che abbiamo qui… L’Arte non mente…

Un’altra cosa curiosa della Bruzundanga, di quelle eclatanti e straordinarie, è la sua “Difesa Nazionale”.

Da quelle parti, come dappertutto, questa espressione dovrebbe indicare l’acquisto di armamenti, munizioni e attrezzature, l’addestramento delle truppe e così via, ma per i dogi del Kaphet[4] (vedi testo) significava ricevere denaro per aumentare artificialmente il prezzo dei loro chicchi di caffè. In che modo? Trattenendo il prodotto in magazzino, proibendone l’esportazione oltre una certa quantità, nonostante i dogi si fossero opposti tenacemente all’adozione di una misura simile sui beni indispensabili alla nostra vita: cereali, carne, cotone, zucchero, ecc. Si badi che questi prodotti, come ho già fatto notare, finivano all’estero per la metà del prezzo, o anche meno.

Impariamo così a conoscere i nostri “minori”.

Potrei citare ancora altri grandi esempi di laggiù, utili per liberarci dei nostri più piccoli, ma a quale scopo? Le pagine che seguono lo riveleranno, quindi mi dispenso dal citare altri esempi in questa breve prefazione.

Povera terra di Bruzundanga! Terra antica quasi quanto l’intero pianeta, la sua unica missione è stata creare vita e fecondità per gli altri, perché mai coloro che ci sono nati, vissuti e che l’hanno amata, succhiandone il latte, vi hanno trovato pace!

Ancora oggi, quando un geologo vi trova l’osso mascellare di un Megatherium o il femore di un Propithecus, vorrebbe offrire a Minerva un’ecatombe di buoi bianchi!

Le persone in gamba, da vive, vengono messe in fuga, cacciate, vessate, qualora dimostrino grandi ideali; una volta morte, attendono che i grandi fiumi della Bruzundanga portino via le loro ossa a fecondare le terre altrui, laggiù, molto lontano…

Tutto in questa terra è capriccioso, vario e irregolare. Qui terreno fertile, ricco; poco più in là, sterile e sabbioso.

Se a valle abbonda la calce, manca l’acqua; se c’è acqua a monte, è la calce a mancare…

Perfino le foreste sono capricciose: gli elementi non si associano. Vivono orgogliosamente isolati, rendendo penoso lo sfruttamento della natura. Se qui c’è una specie, un’altra simile si troverà solo più in là, a distanza…

Terra invecchiata e caduca, tutto quanto le si avvicina subisce il contagio della sua antichità: decade!

Tuttavia, e forse proprio per questo, i suoi costumi e abitudini possono servirci da insegnamento, perché, come dice l’Arte de furtar: «I maggiori ladri sono quelli che hanno il compito di liberarci da altri ladri».

Tramite quelli della vecchia e ancora ricca terra di Bruzundanga, liberiamoci dei nostri: ecco lo scopo di questo breve libro.

Lima Barreto, Todos os Santos, 2 settembre 1917

 

[1] Dedicata al re João IV e composta nel 1652, l’Arte de Furtar è una sorta di catalogo satirico dei vari tipi di ladri e ladrocini esistenti nella società portoghese dell’epoca. Le polemiche a cui allude Barreto riguardano la paternità dell’opera, a lungo attribuita al gesuita portoghese Padre António Vieira e successivamente a Padre Manuel da Costa. Quest’ultima tesi è attualmente la più accreditata. (Tutte le note sono della curatrice).

[2] Il termine bruzundanga, oggi in disuso, possiede diversi significati: baraonda, confusione; discorso confuso; brodaglia, intruglio. Variante di burundanga, indica anche una sostanza estratta da alcune erbe medicinali utilizzata in pratiche magiche. Trasformato da Lima Barreto nel nome di un luogo fittizio, si è scelto di non tradurlo proprio perché in questa nuova veste il termine conserva e al tempo stesso trascende tutti i suoi significati.

[3] Probabile allusione a Manuel Beckman, protagonista di una ribellione passata alla storia con il nome di “Rivolta di Beckman” (1684), contro il monopolio esercitato dalla Companhia Geral do Comércio do Maranhão.

[4] Come si vedrà più avanti nel testo, la parola Kaphet sarà utilizzata per indicare una provincia della Bruzundanga. Vi leggiamo un chiaro riferimento al caffè.

 

Immagine di copertina gentilmente concessa dalla casa editrice.

 

eccentriciNato a Rio de Janeiro nel 1881, Afonso Henriques de Lima Barreto svolse un’intensa attività giornalistica come critico letterario, narratore e appassionato osservatore di fenomeni politici, collaborando con le principali testate brasiliane. la situazione economica precaria, l’ostilità espressagli dall’ambiente letterario carioca e l’insorgere di patologie mentali segnarono la sua vita, fino alla morte, nel 1922, a seguito di un attacco cardiaco. Tra i suoi romanzi ricordiamo Recordações do Escrivão Isaías Caminha (1909) e Triste Fim de Policarpo Quaresma (1915). Il volume di cronache Os Bruzundangas fu pubblicato postumo, nel 1922. 

 

 

Immagine in evidenza: foto di Tracy Allen.

Riguardo il macchinista

Maria Rossi

Sono dottore di ricerca in Culture dei Paesi di Lingue Iberiche e Iberoamericane, ho conseguito il titolo nel 2009 presso L’Università degli Studi di Napoli l’Orientale. Le migrazioni internazionali latinoamericane sono state, per lungo tempo, l’asse centrale della mia ricerca. Sul tema ho scritto vari articoli comparsi in riviste nazionali e internazionali e il libro Napoli barrio latino del 2011. Al taglio sociologico della ricerca ho affiancato quello culturale e letterario, approfondendo gli studi sulla produzione di autori latinoamericani che vivono “altrove”, ovvero gli Sconfinanti, come noi macchinisti li definiamo. Studio l’America latina, le sue culture, le sue identità e i suoi scrittori, con particolare interesse per l’Ecuador, il paese della metà del mondo.

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