“Muovimenti – segnali da un mondo viandante” – Editore Terre d’Ulivi. Anteprima dell’antologia di prossima uscita (B. Bellanova)

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Il ricavato della vendita di ogni libro, dedotti i costi dell’editore, verrà interamente devoluto all’associazione non profit “Amal for Education” per creare un ponte ideale con i bambini e i ragazzi siriani devastati da cinque anni di guerra civile. Amal si occupa a Kilis, sul confine turco siriano, di formazione e educazione dei bambini e ragazzi fuggiti da quell’assurdo conflitto. Così le parole di questa antologia dallo stato gassoso si materializzeranno in aiuto concreto per volare al di là di ogni inutile confine.

La perdita della memoria o la sua opacizzazione è uno dei problemi che affliggono l’uomo contemporaneo, il suo slittare verso l’oblio completo delle sue origini, di come si muoveva in piena libertà negli spazi infiniti a sua disposizione. Il nostro antenato, il nonno dei nonni di ognuno di noi, proviene dalla pancia dell’Africa e da lì, circa un milione d’anni fa,  si espande nelle regioni limitrofe.

La dimensione della migrazione è, quindi, una caratteristica primaria, ontologica, dell’esistenza. Le persone  devono potersi muovere senza barriere o confini per realizzare il proprio progetto di vita, famiglia, lavoro o studio.

Se osserviamo il mondo dallo spazio come fanno gli astronauti con raro privilegio, la terra appare a macchie verdi-marron per le terre emerse e blu per gli oceani. Non esistono confini,  recinti o nazioni.

Non sono gli europei discendenti da popoli arrivati dall’Asia e dall’Africa, dall’Egitto, dalla Persia, dalla Turchia, dalle steppe russe degli Urali? Chi può pensare che un continente abbia un padrone come se fosse un latifondo? E soprattutto chi può decretare che i padroni sono coloro che lo abitano e non anche chi, nel corso delle sue migrazioni, lo continua ad abitare, come è accaduto per lungo tempo all’arrivo in Europa di molti dei nostri antenati?

La globalizzazione intesa come superamento dei limiti sbandierata dalla civiltà occidentale non può valere solo per le merci e i capitali che si muovono velocissimi da una parte all’altra del globo, o solo per la tecnologia che ci connette a migliaia di chilometri, mentre tutti gli anni circa sessanta milioni di persone sono costrette a lasciare la propria terra nativa spinti da guerre, carestie, siccità o discriminazioni etniche e sessuali, senza nessuna certezza di non morire come moscerini nel viaggio verso una vita dignitosa.

Non ci rassegniamo alla geografia del destino, alla regola ferrea che il diritto a una vita degna sia determinato dalla casualità del lancio di dadi che ci ha fatto nascere a Bologna o a Londra, piuttosto che a Damasco o a Asmara. Non ci rassegniamo a pensare che in Europa possiamo al massimo tremare sotto lampi e tuoni mentre a Damasco e Yemen grandinano le nostre bombe ogni giorno.

Guardandoci intorno con mente aperta e scevra da pre-giudizi si avverte purtroppo in modo chiaro, con un  escalation preoccupante negli ultimi tempi, il radicalizzarsi all’interno dei paesi occidentali di pulsioni egoistiche e nazionalistiche di difesa di privilegi e status quo indifendibili negli ultimi anni che si accompagnano alla tolleranza, quando non all’aperta complicità, verso discriminazioni e violenze verbali, fisiche o psicologiche nei confronti di emigrati e rifugiati. Dai governi delle singole nazioni e dall’Unione Europea, come pure dai media, non mancano i segnali di un imminente e apocalittico “assedio” al quale le popolazioni europee sarebbero assoggettate, e che necessita dunque di una risposta parimenti energica, mediante l’inasprimento di controlli, barriere, muri, respingimenti.

Troppo spesso si connette la migrazione con la sottrazione di lavoro, in verità sfruttato e sottopagato, ai nativi disoccupati, si collega migrazione e terrorismo, si equipara migrazione a esplosione di criminalità e spaccio di droga. Ultimamente poi la paura del terrorismo è stata innestata al ramo “problema migrazione” producendo orribili effetti.

Scatta facilmente in Italia e nell’occidente la rimozione del pesante passato coloniale, delle efferatezze verso i nativi ritenuti inferiori e schiavizzabili, delle frontiere tracciate a caso senza considerare i gruppi etnici locali e dello sfruttamento delle ricchezze del suolo e sottosuolo del Sud del mondo, allo scopo di arricchire re e colonizzatori ieri, magnati e industriali del nord del mondo oggi. E dopo la rimozione, altro sentimento comune è la sindrome da invasione, da minaccia al proprio giardinetto di privilegi. E’ assolutamente urgente e necessaria una riflessione profonda da parte di ognuno, giovani stanno ruotando e ruoteranno ancora maggiormente nei prossimi anni intorno al “governo” delle migrazioni, comprese quelle di cui sono protagonisti i giovani italiani e che non vengono classificate come tali.

Sono temi oltremodo complessi e che s’incrociano l’un l’altro in mille sfumature  e che non abbiamo la pretesa di poter sviscerare in maniera esauriente in queste poche righe. Per esempio, secondo le statiche del 2007 dell’UNHCR (dei 4 milioni di sfollati dall’Iraq, un milione e settecento sono divenuti sfollati, profughi interni (internally displaced people) e due milioni si sono stabiliti in zone urbane dei Paesi limitrofi, cercando soluzioni individuali. Degli sfollati esterni provenienti dalla Siria (che si aggiungono ai 6,6 milioni di sfollati interni), secondo le statistiche dell’UNHCR del marzo 2016, si calcola che la Turchia ne accolga oltre 2.600.000 (il 30% dei quali in campi profughi) mentre oltre un milione si è insediato in Libano e oltre 600.000 in Giordania. Si noterà facilmente e per confronto, che il numero di profughi che cercano di raggiungere l’Europa è irrisorio e questo dovrebbe farci riflettere su come, a dispetto della limitatezza del fenomeno, si sia potuto creare tale clima di “assedio”, di rifiuto e indifferenza.

Nel corso del World Humanitarian Day, organizzato dalle Nazioni Unite, la scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie circa l’emergenza rifugiati ha sostenuto: “In Igbo, la mia lingua, la parola che usiamo per “amore” è “ifunanya” e la sua traduzione letterale è “vedere”. Perciò mi piacerebbe suggerire oggi che è arrivato il momento per una nuova narrativa, una narrativa in cui vediamo realmente coloro di cui parliamo. Raccontiamo una storia diversa. Ricordiamoci che lo spostamento di esseri umani sulla terra non è nuovo. La storia umana è fatta di spostamenti e mescolanza. Ricordiamoci che non siamo solo carne e ossa. Siamo esseri che provano emozioni. Condividiamo tutti il desiderio di essere apprezzati, il desiderio di essere importanti. Ricordiamoci che la dignità è tanto importante quanto il cibo.” Il “muovimenti” che speriamo di attivare è proprio questo: un accostamento a un mosaico di storie di vita di migrazione, la possibilità -muovendosi tra di esse- di farle proprie e analizzarle, forse scuotere alcuni falsi miti imperanti sulla migrazione, muovere nella nostra mente nuove letture della realtà in cui siamo immersi per cercare nuovi modi di cambiare il mondo insieme. Questa volontà di vedere più da vicino e più in profondità è quella che agita i testi qui presentati -per lo più poesie ma anche riflessioni e prose poetiche- scritti da scrittori, giornalisti, rifugiati che hanno dovuto inventarsi una nuova vita e giovani sbarcati nei nostri centri d’accoglienza, le cui letture interpretative vengono poste allo specchio con quelle dei loro coetanei italiani. Ciò che spicca distintamente -al di sopra dei toni di speranza, delle grida di disperazione e urla di rabbia delle diverse voci presenti nel volume- è l’insostenibilità dell’attuale organizzazione politico-sociale, basata su crescenti disuguaglianze e su un sistema economico che ha munto terra e mari per massimizzare i guadagni di pochi e marginalizzare le speranza di vita di miliardi di persone.

Chi viene dal mondo ci dona una parte di sé e noi ricambiamo una parte del nostro essere: solo intrecciando le radici potremo piantare un vitigno duraturo e giusto.

Vorremo condividere con i lettori l’auspicio che il sostantivo “migrazioni” possa riappropriarsi del suo più alto significato di umanità, di dolore, di paura, d’inquietudine e soprattutto di quella speranza di un altro mondo possibile a cui non possiamo rinunciare, pena la rinuncia al nostro stesso essere uomini. Questi versi del grande poeta lusitano Eugenio de Andrade, racchiudono e sintetizzano gli intenti del nostro lavoro, con l’augurio che ognuno di noi le faccia proprie:

 

È urgente l’amore.

È urgente una barca in mare.

 

È urgente distruggere certe parole,

odio, solitudine e crudeltà,

alcuni lamenti,

molte spade.

 

È urgente inventare allegria,

moltiplicare i baci, i raccolti,

è urgente scoprire rose e fiumi

e mattine limpide.

 

Cade il silenzio sulle spalle

 e la luce impura, fino a dolere.

È urgente l’amore,

è urgente restare.[1]

 

 

 

I CURATORI DELL’ANTOLOGIA

Bartolomeo Bellanova, Pina Piccolo, Gassid Mohammed, Lucia Cupertino

 

[1]             Traduzione di Vera Lúcia de Oliveira, apparsa in http://www.filidaquilone.it/num004andrade.html

 

Riguardo il macchinista

Bartolomeo Bellanova

Bartolomeo Bellanova pubblica il primo romanzo La fuga e il risveglio (Albatros Il Filo) nel dicembre 2009 ed il secondo Ogni lacrima è degna (In.Edit) in aprile 2012. Nell’ambito della poesia ha pubblicato in diverse antologie tra cui Sotto il cielo di Lampedusa - Annegati da respingimento (Rayuela Ed. 2014) e nella successiva antologia Sotto il cielo di Lampedusa – Nessun uomo è un’isola (Rayuela Ed. 2015). Fa parte dei fondatori e dell’attuale redazione del contenitore online di scritture dal mondo www.lamacchinasognante.com. Nel settembre’2015 è stata pubblicata la raccolta poetica A perdicuore – Versi Scomposti e liberati (David and Matthaus). Ė uno dei quattro curatori dell’antologia Muovimenti – Segnali da un mondo viandante (Terre d’Ulivi Edizione – ottobre 2016), antologia di testi poetici incentrati sulle migrazioni. Nell’ottobre 2017 è stata pubblicata la silloge poetica Gocce insorgenti (Terre d’Ulivi Edizione), edizione contenente un progetto fotografico di Aldo Tomaino. Co-autore dell’antologia pubblicata a luglio 2018 dall’Associazione Versante Ripido di Bologna La pacchia è strafinita. È uno dei promotori del neonato Manifesto “Cantieri del pensiero libero” gruppo creato con l'obiettivo di contrastare l'impoverimento culturale e le diverse forme di discriminazione e violenza razziale che si stanno diffondendo nel Paese.

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