Mr. Bello Figo! -anche gli artisti piangono e crescono (Reginaldo Cerolini)

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Quando circa un mese fa, tramite internet, scopro che lo srapper Bello Figo ha scritto un libro biografico, mi è parso un momento atteso dell’epopea dell’immaginario negro, meticcio e straniero in Italia. Chi, mi sono chiesto, se non Bello Figo è più rappresentativo dell’accettazione, del successo, del vilipendio e dei timori che stranieri, meticci e negri suscitano ad un certo numero di italiani?!

A Como ho preso il libro “Swag Negro: non ce la fa nessuno” edito da Rizzoli, e in poco più di un giorno – tra treno e casa- mi sono divorato le agilissime 222 pagine.

Sulla copertina uno sfondo, neo-pop, multi stratificato, floreale e colorato, a cura dell’artista Felipe Cardeña, trasforma in icona un Bello Figo in abiti bianchi, occhiali, orologi e mutande Gucci ad altezza pacco, come più viva espressione dello Swag! Basterebbe questo per dire che si tratta di un prodotto vincente, ma non si tratta di un album, bensì di un libro.

Il libro si presenta come ‘biografia’ di un artista a partire dal 2012 fino al mese di marzo del corrente anno (2018). Un diario diviso in 8 capitoli scritto da Bello Figo: Trollo… se voglio, Akwasi, Swaggo con Dio, Non mi sporco le mani, Bello e semplice, Negro, Stai lì a creare…, Non ce n’è di fighi come me; ed un ultimo capitolo dal titolo Il vero Bello Figo, con le opinioni degli artisti che, nello stesso libro, hanno dedicato delle opere all’artista. Mentre il diario, come lavoro editoriale con l’artista, è a cura di Marta Boggione, la parte del collettivo di artisti del neo-pop italiano è un lavoro, su commissione (presumo) a cura di Christian Gangitano. Dell’editor apprezzo la delicatezza di non essersi messa in copertina come co-autrice (come sembra spesso succedere con autori stranieri, meticci o negri!), della curatrice della parte visiva di aver dato un giusto contesto culturale in cui poter inserire Bello Figo.

Risulta difficile credere che Bello Figo abbia davvero tenuto un diario in questa forma a spirale dove gli anni si succedono, per poi ricominciare ogni volta da capo in ogni capitolo (ma l’idea è ottima), così come è difficile credere ad una così alta e ferma consapevolezza dell’artista di se stesso fin dagli esordi periferici su YouTube. Certe continue ripetizioni di frasi e situazioni sembrano poi errori editoriali.

Il libro ha poi delle vere e proprie mancanze, per esempio il passaggio da video su YouTube a performances live, che se non ben pensate e guidate difficilmente avrebbero potuto raggiungere una sistematicità nazionale ed una vera fonte di denaro e brand.

Ma detto questo, per dovere di critica, il libro di Bello Figo risulta interessante e godevole, soprattutto si legge bene.

Si intuisce subito che il vero motivo non sia la volontà autobiografica, quanto l’evento importante su cui sembra girare tutta la confessione intima, ovvero il controverso successo di Io non pago affitto, in relazione alla trasmissione tv su rete 4, il 2 dicembre 2016, ed alla soppressione di numerosi concerti dell’artista in ascesa. Da questo pretesto l’artista racconta di sé nei primi dodici anni in Ghana (singolare nazione, contrariamente all’immaginario misero che si ha dell’Africa, con la più alta scolarizzazione in Africa, pluralità religiosa, plurilinguismo, libertà d’espressione, danze che- dico per esperienza diretta – qui sarebbero quasi illegali tanto si approssimano ad un atto di copula), dell’arrivo in Italia, delle difficoltà d’inserimento, della solitudine e difficoltà comunicativa, della passione per la musica e per i suoi miti americani Soulja Boy e Young Thug, delle prime prove di video su YouTube, delle collaborazioni col fratello maggiore Don Cappuccino, Junia Osako, Black Boy, Vikkio etc., del rapporto di stima e ammirazione con Dupré (il suo primo e vero scopritore di razza!), dell’unica droga che a Bello Figo sembra interessare “figa bianca”, tanto da non avere mai avuto neppure relazioni erotiche con donne nere in Italia ( e possiamo immaginare che non fossero così adulte o dinamiche quelle che aveva potuto trovare nei suoi primi dodici anni in Ghana), del suo rapporto con Dio (non viene specificato attraverso quale culto, ma si tratta certamente di uno dio Swag!), della distanza culturale e generazionale col padre e la madre, dei circa 28 tattoo (come possa essere incerto su un numero così esiguo e su un area -il suo corpo- piuttosto circoscritta è un mistero che non mi perito di risolvere!), della sua immedesimazione nostalgica verso i calciatori di successo in particolar modo Totti, Messi e Dybala, del suo rapporto ‘semplicistico’ col cibo, molti testi e di una certa ricerca sentimentale con l’altro sesso che negli ultimi anni dell’età adulta sembra essersi presentata . Ma il tema centrale, degno di uno studio mediatico, è della sua impreparazione per il successo di Io non pago affitto, sulla dimensione YouTube e del contesto politico-mediatico in cui sorge ovvero l’inasprimento nazionale verso la questione migranti e l’emerge della destra (politica) ed anche del vero e proprio razzismo di estrema destra (antipolitica ed antinazionale) che sfocia in razzismo, fascismo ed atti intimidatori di violenza. C’è insomma tutto per far sì che Bello Figo Re dello scazzo o dello Swag abbia un’importante crisi artistica e personale ed una crescita. Lo schianto con la realtà, in realtà a me sorprende che la molto interessante canzone Profugo – di una certa complessità auto rappresentativa non abbia suscitato lo stesso successo e stupore, ma forse questo invece descrive meglio il pubblico di fruitori italici dei suoi successi. Tutto questo rende il libro, di grande interesse anche se della sua intimità – giustamente- l’artista concede poco, ma svela la costanza della sua passione e la sua voglia di divertimento goliardico. Come dicevo un’ironia complessa, che si lega ai video, alla forza delle parole (e ai neologismi: minghie, boneggiare, troll, vaffanchiulo, asgarra, paiura, torogiuro, porca madimma e insuperabile razzistare etc..), all’estremismo estetico dove osare è creare stile – sempre e comunque-, ed all’imprevedibilità ed all’audacia espressiva.

Nel libro scopriamo che Bello Figo un tempo Gucci Boy, già nel settembre del 2012, in procinto di pubblicazione, riceve una lettera dalla casa Gucci dove gli viene intimato in toni giudiziari di non potere godere del noto nome della griffe, da cui in alternativa la scelta di Bello Figo, traslazione concettuale – anche se l’artista non lo dice- di Pretty Boy Swag (noto successo in due versioni di Soulja Boy). È lo stesso anno del suo primo concerto, e da un punto di vista della forza di volontà l’artista dimostra una tenacia non comune, decide di andare avanti di postare i suoi video e di esibirsi nei locali. Lo stesso decide di fare dopo molti concerti bloccati tra ottobre 2016 e marzo 2017.

La sostanza del diario è più una cronaca di un artista, anarchico e radicalmente autonomo, messo ai margini ancora prima che abbia una maturità e solidità artistica per resistere alla realtà che nonostante YouTube, i social e gli slogan esiste e alla fine dei conti rivendica la propria egemonia. È insomma il momento in cui l’uomo deve mediare con l’ideale artistico e pianificare un piano di sopravvivenza artistica attraverso un’ideologia. Probabilmente la sua radicalità, l’assenza di un’etichetta che produca un prodotto spendibile e consumabile, l’apparizione in radio o nelle trasmissioni televisive (a parlare di ciò che fa e non di politica italiana), e la mancanza di una agenzia che lo rappresenti, segnano la difficoltà enorme a restare in piedi. Al contempo Bello Figo non sembra tradire le premesse goliardiche e scazzate con cui sono nati i suoi primi baluginii internauti. È proprio un giullare, in senso tragico, capace di dire una verità o quanto meno di proporla per il solo gusto dello scherzo e di farla emergere per poi dirigersi con un guizzo in direzioni diverse, imprevedibili. La sua complessità, la sua ironia e la sua comicità zavattiniana (sì!) è lungi dall’essere conclusa. Persino Wharol non lo avrebbe capito. E allora? Allora nonostante tutto possiamo dire che Bello Figo, con questa sua confessione estetica, si sta trasformando in Mr. Bello Figo. E con questo a noi, …?! Lunga vita allo Swag!!

 

2 Giugno 2018

 

 

Immagine in evidenza: Foto a cura di Mujeres en travesìa scattate nel corso della mostra “Sotto le suole” progetto dell’artista Ximena Soza,  nell’ambito di Imola in musica, tamburi africani  a cura  da Associazione Senegalesi Imola.

Riguardo il macchinista

Reginaldo Cerolini

Nato in Brasile 1981, Reginaldo Cerolini si trasferisce in Italia (con famiglia italiana) divenendo ‘italico’. Laureato in Antropologia (tesi sull’antropologia razzista italiana), Specializzazione in Antropologia delle Religioni (Cristianesimo e Spiritismo,Vipassena). Ha collaborato per le riviste Luce e Ombra, Religoni e Società, Il Foglio (AiBi), Sagarana, El Ghibli . Fondatore dell’Associazione culturale Bolognese Beija Flor, e Regista dei documentari Una voce da Bologna (2010) e Gregorio delle Moline. Master in Sceneggiatura alla New York Film Academy e produttore teatrale preso il National Black Theatre. Fondatore della CineQuartiere Società di Produzione Cinematografica e Teatrale di cui è (udite, udite) direttore artistico. Ha fatto il traduttore, il lettore per case editrice, il cameriere, scritto un libro comico con pseudonimo, l’aiuto cuoco, conferenziere, il commesso e viaggiato in Africa, Asia, Americhe ed Europa.

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