Rifugiati o migranti? (Teju Cole)

Alhambra

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Sto leggendo le ultime opere prodotte da Derrida, in cui permane l’intensità del linguaggio ma si intravede già una svolta verso le questioni più spinose dell’etica. Nel libro “Donare la morte” (1995) si trova un brano straordinario che tocca un elemento ignorato dai media: “… in ragione della struttura e delle leggi di mercato così come essa le ha istituite e le supporta, in ragione dei meccanismi del debito estero e di altre analoghe asimmetrie, la stessa “società” fa morire (il mancato aiuto una persona in pericolo costituisce una differenza trascurabile) lascia morire di fame e di malattia centinaia di milioni di bambini (… ) senza che alcun tribunale morale o giuridico sia mai competente per giudicare qui quel sacrificio, il sacrificio dell’altro per evitare il proprio sacrificio. Una simile società non solo partecipa a questo sacrificio incalcolabile, ma perfino lo organizza.”

 

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Ultimamente vedo molti scritti in cui si sostiene che non si debbano chiamare “migranti” i rifugiati, in reazione a coloro che affermano essi siano “solo” migranti, che questa “marea” di migranti defluisce verso le nazioni più ricche per ottenere benefici economici. Ed è anche vero che esiste un’urgenza nelle condizioni dei rifugiati (crescendo nessun bambino pensa che questo sarà il suo destino: essere un rifugiato alla mercé della compassione altrui) e ciò che è particolarmente tremendo nell’essere rifugiato deve essere riconosciuto e affrontato con una serie di azioni, non essere semplicemente ridotto alla dimensione monetaria.

Ma ecco la questione: anche i migranti sono degni di accoglienza anche loro devono essere benvenuti. Alcuni dei rifugiati diventano migranti una volta passato il pericolo immediato. Alcuni migranti diventano rifugiati quando vengono risucchiati nel vortice della malvagità. Non lasciatevi convincere da chi imbastisce un discorso basato sull’odio e sull’esclusione, in questo momento ‘caldo’ in cui si approva il sostegno ai rifugiati ma si condannano i migranti.

Dico rifugiato, dico migrante, dico vicino, dico amico perché tutti meritano dignità. Perché emigrare per benefici economici è una questione di vita o di morte. Perché i soldi sono il linguaggio universale ed esserne privi significa essere deprivati di voce mentre tutti gli altri stanno a gridare. Qualche volta è la povertà o la lotta per la sopravvivenza, o il tedio che ti uccide l’anima ad essere la pistola puntata alla vostra tempia.

Più che di “rifugiati” o “migranti” io parlerei di “persone” e lo direi con empatia perché tutti coloro che amo, e tutti i loro amati in qualche momento della loro vita si sono trovati a dover dire addio versando lacrime e a spostarsi da un posto all’altro in cerca di nuove opportunità. Quasi tutti loro hanno visto la propria situazione migliorare proprio in seguito a questi spostamenti. Rifiuto la povertà di un ‘noi’ definito in maniera ristretta che mi deruba della complessità umana, non credo che una ‘inclusività’ radicale possa distruggere il ‘nostro’ stile o modo di vita perché in realtà non so di che ‘noi’ e ‘nostro’ si stia parlando e sono, comunque, convinto che si possa fare molto meglio di questo malevolo stile e modo di vivere.

Tutti e 16 i vostri trisavoli, bisnonni, nonni materni e paterni hanno vissuto, lavorato e sono morti nello stesso paese in cui abitate adesso? Se rispondete di no, vuol dire che siete figli di migranti. Se avete risposto di sì, allora vuol dire che avete disperatamente bisogno di uscire e girare  più spesso.

“Va bene, allora quale dovrebbe essere il limite?” è la domanda che create nella vostra mente per distrarvi dal dovere umano verso gli altri. Se quella linea di demarcazione, quel limite fosse stato segnato davanti a voi e non dietro, oggi non sareste nemmeno in quel ‘qui’ in cui attualmente vi trovate.

Dobbiamo trovare modi per smantellare questa forma di società che organizza la morte di massa, passivamente e attivamente, e poi, al minimo segno di comportamento umano, si lancia in un parossismo di autocompiacimento.

traduzione di Pina Piccolo

Ripreso da un post personale pubblicato nella pagina Facebook da Teju Cole, inteso per libera  diffusione.

 

Teju Cole (1975) Poeta, scrittore e storico dell’arte nigeriano naturalizzato statunitense. Nato negli USA da genitori nigeriani è cresciuto  in Nigeria, ri-trasferendosi però più tardi a New York dove vive tuttora.  Autore dei due romanzi  Every Days is for the Thief  (2007) , tradotto e pubblicato in Italia nel 2014 da Einaudi con il titolo Ogni giorno è per il ladro,  e il romanzo Open City, pubblicato in Italia con il titolo  Città aperta, Einaudi 2013. Incentrato  su una riflessione  sulla condizione dell’essere stranieri  (come storia e sentimenti) nelle grandi metropoli contemporanee, il secondo romanzo ha vinto nel 2012 il premio Hemingway Foundation/PEN Award. Attualmente Teju Cole è Writer in Residence presso il Bard College e collabora regolarmente con giornali quali The new York Times, Qarrtsiluni, Granta, The New Yorker, Transition, The New Inquiry e A Public Spa.

 

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Refugees or migrants

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I’ve been reading the later work of Derrida, in which the intensity about language remains but there’s also a turn towards the thorniest questions of ethics. There’s a remarkable passage in “The Gift of Death” (1995) that gets at something the news isn’t touching on:

“…because of the structure of the laws of the market that society has instituted and controls, because of the mechanisms of external debt and other comparable inequities, that same ‘society’ puts to death or (but failing to help someone in distress accounts only for a minor difference) allows to die of hunger and disease tens of millions of children…without any moral or legal tribunal ever being considered competent to judge such a sacrifice, the sacrifice of the other to avoid being sacrificed oneself. Not only does such a society participate in this incalculable sacrifice, it actually organizes it.”

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I’m seeing a lot of writing about not calling refugees “migrants.” This is in reaction to those who say refugees are “only” migrants, that this “flood” of migrants flows to richer countries for economic benefit. And it’s true that there’s an urgency in the condition of refugees (no one growing up thinks this will be their fate: to be a refugee, at the crucial mercy of others), and what is specially awful about being a refugee must be recognized and acted on, and not simply reduced to money.

But here’s the thing: migrants should be welcome too. Migrants are welcome. Some of the refugees become migrants, once the immediate danger is past. Some migrants become refugees, caught in an unexpected vortex of malice. Don’t let yourself be spun into a language of hatred and exclusion, at this hot moment in which it’s deemed OK to support refugees but still condemn migrants.

I say refugee, I say migrant, I say neighbor, I say friend, because everyone is deserving of dignity. Because moving for economic benefit *is* itself a matter of life and death. Because money is the universal language, and to be deprived of it is to be deprived of a voice while everyone else is shouting. Sometimes the gun aimed at your head is grinding poverty, or endless shabby struggle, or soul crushing tedium.

And more than “refugee” or “migrant,” I say “people,” and say it with compassion because everyone I love, and everyone they love has at some point said tearful goodbyes and moved from place to place to seek new opportunities, and almost all of them have by their movement improved those new places. Because I reject the poverty of a narrowly defined “we” that robs me of human complexity. Because I don’t believe that radical inclusivity is going to destroy “our” way of living, when I generally don’t know what “our” you’re talking about, and when I think we can do much better than this malevolent way of living anyway.

Did all sixteen of your great great grandparents live, work, and die in the same town where you now live? If no, then you’re a child of migrants. If yes, then y’all seriously need to get out more.

“OK, but where do we draw the line?” is a question you create in your head to distract you from your human duty to the other. If the line had been drawn in front of you instead of behind, you wouldn’t even be here now, wherever here might be.

We have to begin finding ways of dismantling this form of society that actively and passively organizes mass death and then, at the faintest flash of humane behavior, throws itself into paroxysms of self-congratulation.

 

 

Foto in evidenza di Melina Piccolo.

 

 

 

 

 

Riguardo il macchinista

Pina Piccolo

Pina Piccolo, la macchinista-madre, è una scrittrice e promotrice culturale calabro-californiana. Si imbarca in questa nuova avventura legata alla letteratura spinta dall'urgenza dei tempi, dalla necessità di affrontare la complessità del mondo, cose in cui la letteratura può dare una mano. Per farsi un'idea dei suoi interessi e della sua scrittura vedere il suo blog personale http://www.pinapiccolosblog.com

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