“Mele – un’esperienza vissuta”, racconto di Mario Eleno

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1.
Lavorare nei campi è massacrante, non potevo crederlo prima, ora ci sono andato, lo so, ora posso dire che amo i piccoli contadini senza nome, ai quali grandina sul viso ad agosto per un cesto di pomodori, che vogliono bene ai campi come ai figli, che accroccano un povero banchetto sulla piazza e vendono una cassetta di ciuffi di lattuga, ma posso dire parimenti che odio le grandi imprese agricole di esorbitanti dimensioni in cui si moltiplicano, come in una sorta di incubo, colture di cospicuo valore economico destinate ai mercati dell’alimentazione di massa.
ieri ho passato 10 ore a riempire cassoni enormi di mele, senza tregua, senza sosta, non ci siamo fermati mai, io e i miei compagni stranieri, come cani claudicanti abbiamo sgobbato per i padroni bevendo due bicchieri d’acqua in tutto. ieri sera, al termine del giorno interminabile di lavoro, avevo l’asma, le ossa della schiena a pezzi, e le dita delle mani che, a furia di agguantare mele dalle piante, si erano talmente indolenzite che gli oggetti sfuggivano dalla mia presa impotente quando li afferravo.
ho ripensato alle cattive piantagioni americane, quei tappeti di violenza, dove gli schiavi crepavano o venivano assassinati, e morivano di paura quando la frusta ustionava l’aria vicino alle loro orecchie o ustionava le loro spalle, deve essere stato assolutamente spaventoso, e ho ripensato anche agli immensi latifondi del meridione italiano, dove misere famiglie faticavano estenuate per un frusto di pane, e alla fine della raccolta erano decimate. ci ho ripensato perché i proprietari dell’azienda per cui ho deciso di spaccarmi la schiena – che io sia maledetto – sono alla stregua degli avidi latifondisti del passato, e se non torturano la loro mano d’opera è solo perché l’umanità ha conquistato qualche vetta intellettuale nel frattempo e ha vietato a certi marioli di commettere il male, ma loro lo farebbero se si trovassero in un regime politico che ammette il sopruso, e questa è l’ipocrisia, la grande contraddizione, il sopruso avviene ancora nella mente umana, ma non viene sviscerato, perché per fortuna c’è qualcosa di scritto che glielo impedisce. in soldoni l’aggressività inconscia e la brama di scannare l’altro per arricchirsi sono cose rimaste inalterate, quindi l’umanità ha fatto qualche passo in avanti, ma è ancora indietro. ieri i padroni hanno riempito di insulti un goffo ragazzo albanese pieno di acne, indifeso, inerme, molto giovane, forse sui 20, perché aveva versato nel cassone due o tre mele troppo piccole che non avrebbero potuto vendere, due o tre su migliaia però, cristo che esagerazione. anch’io ho gettato nel cassone qualche mela troppo piccola, e loro se ne sono accorti, ma nei miei confronti hanno avuto più riguardi perché l’anagrafe dice che sono italiano, eh già, siamo a questi livelli, i fatti di razzismo provocati dai politici italiani odierni sono lo specchio dei fatti che sto raccontando.
ora però mi tocca andare, sono le 6 e 50, e alle 7 e 30 si attacca, e poi ho promesso a tre dei miei compagni, tre nord-africani dalla faccia drammatica, di dargli uno strappo fino alla piantagione, non hanno la macchina, se la fanno a piedi dal paese vicino, 6 km alle 6 del mattino, voi lo fareste? devo andare, mi aspettano, ciao.

 

 

2.

 

Comunque io avevo iniziato a lavorare come raccoglitore di mele, ma ho smesso dopo un giorno e mezzo, a proposito di violenza, di violenza latente però! Avevo immaginato di potercela fare, non pensavo fosse così dura, invece era una cosa da brividi, 10 ore solo a staccare mele, e le mele non finivano mai in questa piantagione sterminata dove si coltiva all’ingrosso, e nemmeno le 10 ore finivano mai! Avevo immaginato tutt’altro, avevo idealizzato una sorta di ritorno a quel mondo rurale che ormai nessuno vuole più, invece ero come uno schiavo insieme ad altri 8 schiavi in una piantagione americana di cotone! Le mele erano milioni, veramente, e noi le coglievamo ininterrottamente, stando muti come delle macchinette, un incubo! Dopo il primo giorno stavo a pezzi e pure mezzo allucinato, provavo terrore, puro terrore per i due mesi che avrei dovuto fare, sempre ripetendo quel gesto convulsivo, a torcere mele dai rami, circondato da un labirinto di piante di mele, sopra un tappeto marcio di mele che cadevano da sole e che non venivano raccolte perché ce n’erano troppe, e nessuno, nemmeno un mago della raccolta delle mele avrebbe potuto starci dietro! che spreco! con tutta quella roba avrebbero potuto sfamare un sacco di gente decrepita! Io, da ingenuo, pensavo che fosse divertente come la raccolta delle olive che facciamo noi, e poi volevo guadagnare qualche soldo e dire che non c’è niente di male a tornare alla terra, e che per giunta è divertente! Col cavolo, ci sono rimasto di merda, freddato, secco, quella non era terra, è piuttosto un’industria impiantata in campagna gestita da proprietari latifondisti avari e pieni di odio per lo straniero, che coltivano brutalmente e anti-naturalmente per l’alimentazione di massa! manderanno le mele ai supermercati e ai grandi marchi di succhi di frutta, quelle spremute mischiate ai coloranti che fanno tanto schifo. Però mi è dispiaciuto molto lasciare gli altri schiavi, i nord-africani e gli albanesi, ragazzi davvero per bene, simpatici per quel poco che ho visto, volevo sentire le loro storie e raccontarle, per questo ieri sono stato molto male, abbattuto spiritualmente dopo aver preso la decisione di mollare, deluso da me stesso, io mi ritiravo e loro rimanevano a schiattare… ma ho lasciato soprattutto per mia figlia, per due lunghissimi mesi l’avrei vista solo di sera, quattro ore al massimo e con il corpo e il morale a pezzi, non mi andava di rovinarle questo periodo che si sta dimostrando bellissimo… ho lasciato anche per la mia ragazza che non avrebbe avuto più tempo di fare niente, nostra figlia è un vulcano attivissimo, e la mia ragazza avrebbe dovuto abbandonare le lezioni di violino per esempio… e ho lasciato pure per me, per la mia salute, dopo appena un giorno avevo la schiena storta e acciaccatissima, l’asma m’aveva attaccato poiché m’avrà fatto allergia qualche pianta, e le dita erano talmente indolenzite che non riuscivo ad afferrare più gli oggetti, mi sfuggivano. Mi sono detto: “e se dopo il primo giorno sto così, fra due mesi mi raccolgono col cucchiaino”. Ma io ho potuto mandare il lavoro a quel paese perché ho un’altra scelta, posso scegliere altro da fare, non morirò certo di stenti, ci sarà qualcuno da qualche parte pronto a darmi fiducia per fare altro, qualcosa di meno faticoso, di più dignitoso, di più creativo, di meno inumano, ci sarà sempre un posto dove crederanno al fatto che io sia un attore o uno scrittore o un artista, invece quei ragazzi come fanno, non hanno scelta, devono rimanere lì e sorbire, per forza, perché se anche hanno qualche reale, unica capacità personale nessuno gli darà modo di esprimerla, e seppure custodiscono un po’ di genio nessuno sarà disposto a volerlo guardare, è terribile ma è così… io c’ho provato, volevo guardare le loro anime, ma ho fallito.
Ora mi sto chiedendo se ce la faranno a sopravvivere a questi due mesi. Dopo una giorno passato a riversare cesti di trenta chili di mele nei cassoni enormi barcollavano mezzi morti! Fra sessanta giorni come staranno se non tutti morti e completamente fuori di testa?!
Sembrava un incubo vero e proprio, giuro, ieri non riuscivo più a distinguere la grandezza delle mele, ne avevo viste troppe, davvero troppe, e faceva caldo, sotto il Sole improvvisamente diventato brutto, io ho sempre amato il Sole, stava succedendo qualcosa di sgradevole, tutti eravamo sudatissimi e puzzavamo, non si sopportava più, uno sanguinava dalla tempia perché un ramo gli era sbattuto in faccia mentre si faceva largo in mezzo a una pianta di due metri e mezzo particolarmente frondosa, le mele stavano nascoste ovunque, spuntavano dappertutto, ti giravi a destra e c’erano mele, a sinistra e c’erano mele, il cielo non si vedeva più, c’erano mele al posto del cielo, facevano addirittura schifo, m’hanno fatto stomacare, sembravano tante tette viscide ripetute in una moltiplicazione angosciosa. Poi c’era questo discorso, che noi dovevamo cogliere soltanto le mele della grandezza giusta, perché sennò quelle troppo piccole i padroni non avrebbero potuto venderle! Così i padroni (un padre e due figli, il padre un veneto razzista che intercalava sempre con quell’odioso DIO CANE, DIO FA) hanno lanciato manate di ingiurie, senza rispetto, a un ragazzo albanese grassottello con la faccia piena di bolle che ne aveva gettate nel cassone due o tre eccessivamente piccole! Dicevano: “e tu non hai la testa, ti manca la testa, e che facemo, è da stamattina che fai così, e che sei scemo, e poi usa tutte e due le mani, noi te pagamo per due mani non per una, coglione, e se ne continui a usare una domani rimanitene a casa e fattece una sega, e mo togliti e facce finì a noi sta pianta, dio cane, dio fa, che tu non sei capace, se vede che non sei capace a fare un cazzo te, oh ma lo capisci l’italiano, lo parli, o non capisci una sega, ma ce l’hai la testa?! ma non lo vedi che è il cesto che te porta, non sei tu che porti il cesto, coglione! datte una mossa sennò togliemo la catena al cane e poi vedi come te dai na mossa, oppure vattene da dove sei venuto, con la zattera, su datte una mossa!”. Se si fossero trovati ai tempi dello schiavismo in America, o in paesi dove ancora adesso la tortura degli schiavi è permessa, lo avrebbero messo contro un tronco e lo avrebbero fustigato a morte… poveraccio, poveracci, oggi sono stati ancora lì, domani staranno ancora lì, dopodomani pure, fino a metà novembre… ma come si fa, come si fa, o lì o morire di fame, e forse è meno doloroso morire di fatica che di fame, non lo so…
Per gentile concessione di Mario Eleno.
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Mario Eleno nasce nel 1983 a Montecelio, in provincia di Roma. Comincia a studiare teatro come autodidatta intorno ai 17 anni. Si trasferisce a Milano nel 2007 e studia alla Civica Scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi. Inizia un’intensa attività come scrittore dopo la morte prematura di sua madre, avvenuta nel gennaio 2009. Da allora porta avanti con costanza il suo lavoro di scrittore intrecciandolo spesso a quello di attore e regista teatrale.
Foto dell’autore per gentile concessione di Mario Eleno.
Immagine in evidenza: foto di Melina Piccolo.

Riguardo il macchinista

Pina Piccolo

Pina Piccolo, la macchinista-madre, è una scrittrice e promotrice culturale calabro-californiana. Si imbarca in questa nuova avventura legata alla letteratura spinta dall'urgenza dei tempi, dalla necessità di affrontare la complessità del mondo, cose in cui la letteratura può dare una mano. Per farsi un'idea dei suoi interessi e della sua scrittura vedere il suo blog personale http://www.pinapiccolosblog.com

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