Mediterraneo: corpi, numeri, vergogne e falsità (Bartolomeo Bellanova)

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Mediterraneo: corpi, numeri, vergogne e falsità

 

Barroso e la sua compagnia cantante l’avevano giurato sulle bare dopo la mattanza del 3 ottobre 2013: “mai più queste tragedie” e l’eco si era velocemente dispersa nei fondali dove i senza bara giacevano, ma erano dei bari a giurare sui morti. Inizia subito dopo l’operazione “Mare nostrum”, salvataggi tanti, morti sempre troppi, ogni vita umana non ha prezzo in questo mercato globale dove tutto è prezzato. Dopo quasi un anno di operazioni di salvataggio con alterne fortune i burocrati attenti ai dettami di bilancio affermano: “il costo è insostenibile”, allora bisogna sforbiciare, tagliare, potare anche questa assistenza! Nove virgola cinque milioni di euro al mese era il costo di Mare Nostrum, quindici centesimi di euro per ognuno dei sessanta milioni di italiani. Nell’anno di durata il progetto ci è costato meno di un caffè e brioche a testa. Propongo allora di allestire in ogni comune d’Italia un simpatico maiale di terracotta che a Roma e a Milano supererebbe in altezza il terzo piano delle case e vedere cosa succede. Sicuramente c’è chi tirerebbe la mano indietro, chi si girerebbe dall’altra parte con le mani in tasca, chi farebbe il pieno di “sì, ma” , chi mostrerebbe rabbioso il dito medio, ma anche chi si toglierebbe di bocca un pezzo di pane per versare i suoi quindici centesimi mensili.

Poi da novembre 2014 arriva “Triton”. Tritone, il figlio del Dio del mare Poseidone, metà uomo e metà pesce a cospetto di così tanti cadaveri metà uomo e metà disperazione si è già rifugiato nell’Olimpo in preda a incubi di impotenza. La regia del dramma passa all’Europa, con pochi mezzi e un duplice innegabile risultato: pochi costi sul bilancio europeo, tre milioni di euro al mese e un’ecatombe di morti, lutti e disperazione, oltre duemila in soli sei mesi fino agli ottocentocinquanta del 19 aprile 2015. Del resto Triton è un’operazione di controllo delle frontiere europee, non di raccolta e salvataggio: le parole sono macigni precisi, la differenza tra vita e morte è chiara senza inutili commenti. Cosa sono tre milioni al mese sul bilancio europeo? Un goccia d’acqua del Mediterraneo insanguinato in un bilancio che spesa centinaia di migliaia di euro per discutere del diametro delle cipolle e della lunghezza minima dei cetrioli.

E ora nuove solenni promesse da chi un anno e mezzo fa aveva già promesso invano. Ci credono davvero sudditi senza memoria pronti a bere ogni cosa? Forse i potenti hanno capito che tutto ci scorre addosso: lutti, brutture e violenze, come l’acqua sporca di un fiume in piena quando l’onda dei primi martellanti telegiornali diventa increspatura. E ora parole stonate come affondare, distruggere, respingere, parole roboanti, taglienti, missilistiche che dovrebbero spaventare forse gli scafisti e la mafia afro – italiana. Intanto brindano a caviale e puttane per gli affari che vanno a gonfie vele e per i prezzi della traversata che aumenteranno ancora. Provo un misto di vergogna e ribrezzo nel leggere i commenti postati da diversi italiani che trasudano odio e razzismo.

Vorrei sbagliare, vorrei essere tacciato di pensar male e malamente smentito: probabilmente vedremo qualche barcone scassato saltare in area colpito da un drone intelligente, vedremo effetti speciali da dare in pasto ai telespettatori in prima serata. E la cattiva coscienza dei capi di stato, chi più chi meno, sarà sedata come quella di molti europei. Ma chi vive in buche e fogne da mesi e aspetta e ha già pagato in tutto o in parte il suo lascia passare per l’inferno a “Caron dimonio con occhi di bragia[1]”, come potrà uscire “a riveder le stelle”[2]? Pensiamo forse che se scarseggiassero i barconi da trasporto le bestie trafficanti di uomini e donne che hanno già riscosso il prezzo di ogni anima abbiano scrupoli a sotterrare tutti vivi o a trasformare migliaia di uomini, donne e bambini in bersagli mobili per tutti gli sparatori facili nell’inferno libico?

Il Financial Times che di contabilità se ne intende scrive per ogni traversata rende agli organizzatori otto volte il costo di un barcone e tutti sanno che la legna in Africa non scarseggia.

E poi vedremo muri costruiti con la calce dell’ignoranza, col cemento della paura, con le pietre pronte a lapidare per difendere un confine, un fazzoletto di roba mia, un privilegio minimale che non vuole essere condiviso. Chi non ha peccati scagli la prima pietra e nessuno in occidente può tirare nemmeno un sasso di fiume.

E dietro ai muri si squaglia la speranza di costruire un continente di inclusione e di pace e tornano cupe le ombre della segregazione, delle stelle tatuate sulla pelle: allora “ebreo, omosessuale, zingaro”, ora “clandestino”.

In questa tragedia infinita vorrei che le nostre parole fossero parole – carezza come alleviare, suturare, curare le ferite profonde di pelle e cuore, assistere, solidarizzare, dare un futuro. Sostantivi che si vergognano a uscire dai denti timorosi dell’accusa infamante, del dito puntato a gridare: “buonista!”, diventato sinonimo di incapace, ingenuo, sfigato. Non dobbiamo avere paura: beati i semplici, beati i puri di cuore, di loro sarà il regno dei cieli, già, nessuno ha mai detto quello sulla terra.

In Europa siamo settecentocinquanta milioni d’individui: se davvero fossero ammassati in Libia e dintorni cinquecentomila fratelli e sorelle mezzi morti di fame e violenze, significherebbe prendersi cura di un migrante ogni millecinquecento europei. E’ come se in ogni piccolo paese come tanti ce ne sono nella nostra Italia arrivasse un ospite e si spalancassero le porte della compassione che è compartecipazione al destino di ogni uomo e ogni donna, che è gioire e soffrire insieme perché tutti proveniamo dalla stessa radice Umana. Qualcuno dice a ragione: italiani ricordiamoci quando noi siamo stati migranti brutti, sporchi e cattivi approdati a cercar fortuna nell’America dei primi anni del Novecento. Senza tornare così indietro nei tempi vorrei ricordare una vicenda bella e meno nota della nostra storia patria così ricca, al contrario, di connotati tragicomici, amari e picareschi. Era appena terminata la seconda guerra mondiale con le sue macerie, i suoi lutti e gli inverni erano troppo freddi per tanti bambini del nostro Sud, in parte orfani e con le case a pezzi e vestiti di pezze. Settanta mila di loro furono ospitati, nutriti, scaldati e cresciuti da famiglie di lavoratori emiliani, romagnoli, toscani e liguri. Un’accoglienza inizialmente prevista per pochi mesi ma che in molti casi si protrasse più a lungo, a volte per anni, anche fino al 1951. Alcuni di loro vennero addirittura adottati dalle famiglie di cui furono ospiti e tutto questo cambiò la vita di quei fanciulli per sempre. Erano famiglie normali, non possedevano il superfluo e non padroneggiavano certo la politica o la letteratura, ma le loro azioni erano guidate da un grande sentimento: la compassione. Che fine ha fatto a meno di settant’anni la solidarietà semplice, magari incolta, ma decisa, utile e senza palcoscenici mediatici?

Certo non sono così ingenuo da pensare che la questione migrazione si risolva in modo duraturo e stabile con una personale disposizione d’animo. L’emergenza Africa è un macigno che i governi occidentali si guardano bene dal sollevare, al massimo ci scavano intorno qualche buca nella sabbia. Come possiamo pensare a un orizzonte di sviluppo e speranza per quei paesi martoriati finché governanti occidentali e dirigenti delle principali industrie d’armamenti e delle aziende di sfruttamento delle risorse naturali condividono lo stesso banchetto o, addirittura, i secondi sono nominati dai primi?

Come possiamo immaginare uno scatto d’orgoglio della politica quando le principali aziende alimentari, farmaceutiche e manifatturiere che finanziano le campagne elettorali dei nostri aspiranti governanti, hanno il loro fottuto tornaconto a mantener instabilità, caos e malgoverno per meglio impossessarsi delle terre africane e delle ricchezze del sottosuolo?

Solo i giovani con la loro cocciuta incoscienza e con la linearità del proprio agire potrebbero avere la forza di rovesciare il paradigma, di mettere in discussione i tabù inviolabili della libera circolazione degli uomini e non solo delle merci, dei limiti sociali alla proprietà privata, dell’abuso delle terre altrui, dei pericoli in agguato di un rigurgito della peggior storia del novecento.

Il coraggio purtroppo anche per i ragazzi è una risorsa rara in questa metà di mondo, nell’opposta semisfera, no! I giovani che scappano dall’Eritrea, da altri paesi sub-sahariani o dalla Siria sanno che uno su due di loro morirà brutalmente prima dell’arrivo nella terra promessa Europa, ma se continuano ad affidare la loro vita ai trafficanti di vite non possiamo ignorare il loro grido muto.

 

FOTOAUTORE

 

 

Bartolomeo Bellanova

19 giugno 2015

[1] Dante Alighieri – Divina Commedia – Inferno III Canto

[2] Dante Alighieri – Divina Commedia – Inferno XXXIV Canto

 

Foto in evidenza di Melina Piccolo.

Foto dell’autore a cura di Bartolomeo Bellanova.

 

Riguardo il macchinista

Bartolomeo Bellanova

L’attenzione ai temi sociali e di denuncia civile caratterizza il mio cammino di narrativa e poesia. "La fuga e il Risveglio" (Albatros Il Filo- Dicembre 2009) è il mio romanzo d'esordio a cui ha fatto seguito “Ogni lacrima è degna” (Inedit – Aprile 2012). La silloge poetica indedita “Sguardi scomposti e liberati” è risultata vincitrice della dodicesima edizione del Concorso di Poesia e Narrativa Insieme nel Mondo (Savona 6 settembre 2014). Nell’ambito della poesia ho pubblicato in diverse antologie tra cui "Sotto il cielo di Lampedusa - Annegati da respingimento" - Rayuela Edizioni Gennaio 2014 e nella successiva antologia “Sotto il cielo di Lampedusa – Nessun uomo è un’isola” Rayuela Edizioni Aprile 2015. La raccolta di poesie e riflessioni scelte composte tra il 2011 e il 2014 "A perdicuore" è stata pubblicata il 30-9-15 da David and Matthaus Edizioni – Collana ArteMuse.

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