MAURO PIPANI: UN PITTORE CHE INCANTA CON TENERA MAESTRIA – Walter Valeri

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La pittura di Mauro Pipani, al di là dei temi trattati, incanta, rimanda immediatamente ai riverberi brucianti del sole, alla luce maternale dell’Adriatico, all’odore salmastro e acuto delle alghe. Scorre sotto i nostri occhi e ci cattura prima ancora di esistere. Descrive con tenera maestria un sentire che appartiene intimamente alla riviera romagnola, ai i pittori che hanno attinto a quel sentire, a quel  paesaggio nel corso dei secoli. La sua opera che si distingue da quella dei suoi predecessori soprattutto per originalità compositiva, complessa varietà di forme, è stata definita dal critico Raffaele Quattrone come l’opera di un “viaggiatore del mondo interiore, che con forza e leggerezza crea immagini che trasmettono memorie, ricordi, narrazioni. Un sentire poetico che racconta il mondo attraverso alcune sue tracce stratificate in una contaminazione di segni, immagini, parole o silenzi”. E’ certamente un percorso visivo onnivoro, che vaga seriale, disciplinato e  sistematico per finire sui muri delle gallerie, con dipinti di piccole e grandi dimensioni, oppure formelle e istallazioni, che si rincorrono in Italia e all’estero per nutrirsi dell’immaginazione degli spettatori, farlo arrivare sino a noi.  Due mostre dal titolo ‘Luoghi Riflessi’,  quella dal 1 dicembre 2018 al 20 gennaio 2019 al Museo Casa Moretti di Cesenatico, e in contemporanea quella di Cesena, presso la Galleria Damasco, ne sono un chiaro esempio. Due momenti accompagnati dalla pubblicazione di un volume antologico prezioso, che documenta la produzione dell’artista negli ultimi trent’anni, più  la presentazione di un video-documentario con interviste all’autore, prodotto per l’occasione. Quello che da più parti ormai viene definito come ‘un amanuense dei giorni nostri’ filtra negli interstizi dell’inizio del   secolo  come un refolo di vento instancabile e lo fa respirare. Riaffiorano dai suoi dipinti, dalle sue istallazioni, il varco e il subbuglio del mare aperto che contamina: ora abbagliante ora cinereo. Sono tracce, luci riflesse di oggetti ed emozioni del suo passato, archiviati poi dissepolti da vari strati della memoria come un gioco di scavi, microesplosioni controllate e incruente, senza sconfinare nell’irrealtà, immaginismo tipico del  surrealismo. “Come da una grande distanza quello che guardiamo ci appare sbiadito, senza distinzione delle parti più piccole; e come le voci diventano deboli, inarticolate: così ad una grande distanza di tempo la nostra immaginazione del passato è debole e perdiamo (ad esempio) delle città visitate molte strade, delle azioni molte circostanze particolari. Questo senso della perdita, quando vorremmo esprimere la cosa stessa (voglio dire la fantasia stessa)  la chiamiamo immaginazione. Ma quando vorremmo esprimere la decadenza e significare che il senso indebolisce, è vecchio e passato,  la chiamiamo memoria. Così immaginazione e memoria sono una sola cosa.”  E’ un pensiero tratto da Il Leviatano di Hobbes che fotografa e credo aiuti a decifrare la pittura di Pipani. Con la bassa marea incalza la visione del fondale, affiorano o scompaiono per sempre i ricordi dell’infanzia, immersi nel  fluire della nostra esistenza. Va detto che il mare deve essere visto come metafora inarrestabile, tema pregnante che ricorre continuamente nella sua pittura, anche quando non c’è. Ed è l’immagine, la parola o melodia sbiadita di un sentire comune, quindi con valenza anche politica, spesso rimossa e trascurata, che torna a bussare sugli occhi dei vivi, partendo da tele predisposte e arrangiate con arguzia. E’ un’arguzia che a volte sfiora il manierismo di chi ormai ad occhi chiusi sa come realizzare il proprio mandato riproponendo in modo rinnovato e sorprendente i materiali già usati; sono masse di colore chiaro confinanti, corpi, voci, sensazioni rinnovate di forme subitanee, masse materiche disegnate come lavagne che non vanno facilmente  in rovina. Una sorta di sentire in transito, un’agilità di segni che  resiste, s’arrampica fra gli scogli del secolo  per farsi atto segnaletico, segno e segnale, oppure nobile  orchestrina di colori . Per la “Rimessa al mondo di un mondo: che è, in modo non diaristico ma ferocemente interrogativo, il suo mondo, trasceso  sino a farne il nutrimento di opere plastiche  d’autonoma, appropriata forza” scrive   centrando il bersaglio Flaminio Gualdoni nella sua prefazione al catalogo di cui sopra. Un catalogo d’arte prezioso, utile avere a portata di mano, una monografia di immagini di dipinti autobiografici  e fotografici che documentano, riassumono e testimoniano l’indiscutibile bravura dell’artista. La sua opera lumeggia dal buio della memoria del presente e del passato come un dono doloroso e felice. E più che stravaganza di un ossimoro di facile ascendenza retorica, dall’abbraccio e significati dei due aggettivi ‘doloroso’ e ‘felice’ emerge una rara certezza: si  documenta, l’assemblaggio di finestre non del tutto inutili, o infelici, come vorrebbero in molti far credere. “Il lavoro nasce dopo un’attenta disposizione dei materiali usati. All’inizio creo la superficie del supporto ligneo su cui dispongo a strati, con attenzione: garze, tessuti, carte incollate, frammenti metallici, resine, che generalmente caratterizzano l’incipit della creazione, sia nei piccoli o nei grandi formati”. Ed è un ordine necessario, un’ artigianalità necessaria, imprescindibile per dare forma a ciò che non esiste più, o esiste come vago  sentire, formicolio  della mente. Un pigolio delle mani lontano dall’astrattismo dato che Pipani non è un pittore astratto. Ogni suo quadro è una somma visibile dell’esistenza, vera e propria narrazione che a volte sconfina nella scrittura, la integra, la ingloba come una macro citazione di pensieri e versi di poeti, nomi di strade o paesi che lo hanno impressionato; due nomi fra tanti quello di Franco Fortini e di Alfonso Gatto, frammisti ad angoli di mondo, inteso come pianeta,  o scorci di cortili non provinciali e alberi della casa accanto. “Sono immagini condivise che, nelle mie intenzioni, dovrebbero portare lo spettatore ad una (sua) riflessione rallentata e parallela.” E’ certamente un affresco lussureggiante di emozioni personali, che si susseguono in una sorta di narrazione multipla e polifonica, che  “ha origine da visioni liriche, frammenti emotivi che appartengono alla mia storia, poi divenuta mondo interiore” conferma Pipani in una nota pubblicata in occasione di una mostra che aveva per titolo ‘Geografia dei silenzi’ Ma noi sappiamo bene che bisogna diffidare di ciò che gli artisti in generale dicono a proposito di loro stessi, delle loro opere. Raramente si sdoppiano con successo, diventano autori e interpreti di ciò che fanno. Per Pipani non è così. Quella stessa nota si conclude con un atto di umiltà, chiaro avvertimento per sé e per gli altri, meglio dire: un segnale d’intesa, una guida e innocente avvertenza per chi si accinge a visitare i suoi quadri:  “non mi interessa, non compete  a me interpretare i segni o i simboli della vita che che ho vissuto; quello che mi interessa è farla nascere, rinascere sotto forma nuova, come solida sinopia di un mondo che non c’è  più, ma esiste ancora. E’ questo il patto segreto fra me e la mia pittura. Si può dire che parte del mondo che ho vissuto è messo in salvo nella mia opera. E’ un diario personale fatto di racconti, piccoli o grandi, episodi della vita di tutti i giorni intrisi di nuova luce”. Su quest’ordine narrativo e contenuti si espande il magma elegiaco, l’incandescente pittura di Mauro Pipani, di sicura provenienza culturale risalente alla metà degli anni ’70. Un’inconfondibile  unicità culturale e poetica  marginale, che si era auto segregata  in una provincia ‘pensante’ e visionaria,  simile ad una mela capace di mordere la bocca di chi avrebbe voluto farla sua per semplici e volgari baratti, ragioni di profitto e neo-colonialismo culturale. Una ‘faustiana’ contraddizione, una battaglia titanica  e modo di voler essere con forza  se stessi in piena trasformazione della società italiana in chiave consumistica, a cui veniva negato ogni altro valore che non fosse autolesionista e auto distruttivo nell’atto dello scomparire in un gorgo economico senza scampo. Oltre a un sentimento goetiano composto di ritratti, giochi di specchi, riconvocazioni  d’un passato esistenziale struggente v’è qualcosa di tragico e recondito nei ‘luoghi riflessi’  di Pipani, non percepibile a prima vista. Sono luoghi dove si torna a respirare il vento della marina di Cesenatico, l’ultima traccia di fortunosi capanni da pesca, l’ascolto della risacca, il balzo d’un delfino stordito, preso fra le maglie delle reti  d’un turismo cannibale; oppure il silenzio, lo spirito raccolto di un battana che lascia la riva, l’aura di una Cesenatico invernale ora scomparsa. C’è più mare in un quadro di Mauro Pipani che nell’intera costa adriatica. Se ne è nutrito, aggiustando le vele di un andare e venire sul porto canale, la schiuma delle onde, le burrasche di febbraio, come visione che non  si lascia spegnere, non accetta di scomparire nell’orrido del presente. Dire della sua pittura non è facile, ma doveroso; perché passato e presente s’abbracciano ostinati nell’amorosa resurrezione che compie, senza soluzione di continuità, con la sua pittura che è anche la nostra storia.

Imola, 27/10/2018

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Riguardo il macchinista

Walter Valeri

Walter Valeri, MFA, MAXT/ART Institute at Harvard University in drammaturgia. Ha fondato nel 1973 a Cesenatico la rivista Sul Porto, del fare cultura in provincia. È stato assistente personale di Dario Fo e Franca Rame dal 1980 al 1995. Nel 1981 con Canzone dell’amante infelice (Guanda) ha vinto il premio internazionale di poesia Mondello. Nel 1985 a Londra ha fondato e diretto la rivista indipendente Il Taccuino di Cary. Nel 1990 ha pubblicato Ora settima (Corpo 10) con la presentazione di Maurizio Cucchi. Ha scritto vari saggi fra cui Franca Rame: a woman on stage (Perdue University Press,1999), An Actor’s Theatre (Southern Illinois University Press 2000), Donna de Paradiso (Editoria & Spettacolo 2006), Dario Fo’s Theatre: The Role of Humor in Learning Italian Language and Culture (Yale University Press, 2008). Ha fondato e diretto dal 2000 al 2007 il Cantiere Internazionale Teatro Giovani realizzato dalla Città di Forlì e Università di Bologna. Nel 2005 ha pubblicato l’antologia di versi Deliri Fragili (BESA). Ha tradotto vari testi di poesia, prosa e teatro, tra cui RequiemTedesca di James Fenton, Carlino di Stuart Hood, Adramelech di Valére Novarina, I Ciechi di Maurice Maeterlinck, Knepp e Krinski di Jorge Goldemberg, Nessuno Muore di Venerdì di Robert Brustein. Nel 2006 ha fondato il Festival internazionale di poesia Il Porto dei Poeti. Ultimi versi pubblicati Visioni in Punto di Morte (Nuovi Argomenti, 54, 2011), Another Ocean (Sparrow Press, 2012), Ora settima (seconda edizione, Il Ponte Vecchio, 2014), Biting The Sun (Boston Haiku Society, 2014), Haiku: Il mio nome/My name (qudu edizioni, 2015). Collabora alla rivista teatri delle diversità e Sipario. È membro della direzione del The Poets’ Theatre di Cambridge. Vive negli Stati Uniti e insegna al Boston Conservatory e MIT.

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