MARIA ZAPPIA: ERESIE E UTOPIE, UNA LETTURA DI TOMMASO CAMPANELLA

Citta del sole

 

Maria Zappia: Eresie e utopie, follie antiche e moderne: breve riflessione sulla vicenda umana di Tommaso Campanella

La valle dello Stilaro, in Calabria, sospesa tra orridi creati dal tempo, tra le fenditure del monte Consolino e del Monte Stella, l’uno rappresentante la polarità maschile, l’altro quella femminile, fu l’ambiente naturale che vide il formarsi della personalità di Tommaso Campanella, utopista per antonomasia, tra i filosofi occidentali. A 450 anni dalla nascita, essendo l’illustre personalità nata a Stilo il cinque settembre 1568, dopo decenni di studi, dopo la scoperta ottocentesca dei verbali degli interrogatori del filosofo in carcere, ci chiediamo se sia possibile identificare il carattere ribellistico dei calabresi, la proverbiale tenacia unita alle secolari quiescenze con la personalità di un singolo. In effetti, raffrontando la vita e le opere di Campanella con quanto del popolo calabrese ordinariamente viene affermato, con una certa immagine stereotipata, anche di derivazione lombrosiana, che descrive il calabrese, riottoso, insofferente alle regole, criminale per natura, giungiamo alla conclusione che sì il filosofo rappresenta l’identità caratteriale del popolo che abita nella regione che al filosofo diede i natali.

Certamente, se scorriamo la biografia del filosofo e leggiamo i verbali dell’interrogatorio cui fu sottoposto ripetutamente nel carcere di San Elmo in Napoli dal settembre 1599 al luglio 1600, comprendiamo il carattere dell’uomo e l’aspirazione alla libertà del pensiero, più che all’eresia, crimine del quale fu accusato già a partire dal 1589, allorquando venne segregato nel convento di Altomonte in provincia di Cosenza.  La condanna più dura fu tuttavia quella alla pena di morte per aver capeggiato una rivolta contro gli Spagnoli, nel 1599. Durante la primavera di quell’anno il frate, dopo aver a lungo peregrinato per numerose città d’Italia, perseguitato dall’Inquisizione per via di scritti e discorsi “eretici” e per essersi dedicato a pratiche magiche, si trova in Calabria, costretto a permanere nella propria regione di origine, a seguito di un ordine perentorio proveniente dall’ordine monastico al quale appartiene: quello dei domenicani.

Esperto di magia e astrologia e ritenendo che lo scadere del secolo sia propizio per attuare rivolgimenti sociali, inizia un’attività febbrile di proselitismo, sia con prediche pubbliche (famosa è quella che pronuncia la domenica di Pasqua del 1599 nella cattedrale di Stilo), sia tramite una corrispondenza attiva in codice con i confratelli, e sia partecipando a riunioni clandestine.

Al filosofo si uniscono altri sodali, tra cui frate Dionisio, Paolo Ponzio e Maurizio De Rinaldis, un nobile della città natale del filosofo. Tutti svolgono una rilevante campagna di propaganda e proselitismo, stigmatizzando il totalitarismo del governo spagnolo e l’intollerabile fiscalismo.

Le iniziative dei frati non passano inosservate ai fedeli del nuovo viceré Fernando Luiz De Castro, conte di Lemos, che, in sostituzione del precedente viceré, conte di Olivares, dal 16 luglio 1599 esercita il potere vicario in tutto il regno di Napoli.

In una lettera datata 24 agosto 1599, inviata al Re di Spagna, il conte di Lemos informa il sovrano di aver ricevuto il giorno 18 agosto una dettagliata relazione da Don Luis Xarava del Castillo sulla confessione resa da Fabio Di Lauro e Giovanni Battista Biblia all’avvocato fiscale della Regia Udienza di Calabria Ultra.

La relazione riporta che nella confessione i due dichiaravano di aver aderito al tentativo di rivolta organizzato dai frati domenicani Tommaso Campanella e Domenico Porzio e di essersi successivamente dissociati.

A questo punto Fernando Luiz De Castro invia nella regione uno dei più fidati e valenti uomini al fine di prevenire e sedare eventuali rivolte: Carlo Spinelli.

Spinelli giunge in Calabria con il pretesto di controllare le coste al fine di scongiurare un’eventuale incursione turca, ma la permanenza nella regione gli permette di accertare un piano ben strutturato di rivolta, che si estende dalla Calabria Citra, con nuclei di ribelli a Castrovillari, Cosenza, Cassano, Bisignano, Sant’Agata e Amantea, alla Calabria Ultra ove i maggiori centri di sollevazioni sono: Taverna, Terranova, Crotone, Squillace, Nicastro, Rosarno, Paola, Catanzaro, Monteleone, Mileto, Stilo, Seminara, Arena e Tropea.

La vastità dei territori calabresi coinvolti nel tentativo di sommossa popolare si mostra subito allarmante e le notizie arrivano presto al viceré De Castro che teme il dilagare della rivolta a tutto il regno.

A queste notizie se ne aggiungono altre, ben più inquietanti, che riguardano le alleanze che i  rivoltosi intessono con  alcuni notabili del luogo. Le informazioni, di cui si ha riscontro documentale, riferiscono di un “ copioso numero de otros predicatores y religiosos” appartenente a vari ordini monastici nonché del vescovo di Nicastro, Pier Francesco Monitorio, il vescovo di Mileto, Marco Antonio del Tufo e di qualche appartenente al patriziato urbano e alla nobiltà calabrese e meridionale, fra cui il principe di Bisignano, Nicola Bernardino Sanseverino, il duca di Gravina, Lello Orsini e soprattutto quel Maurizio de Rinaldis, nobile compaesano del filosofo che mette disposizione dei patrioti una compagnia di 200 uomini armati.

Il viceré ordina dunque al Conte Spinelli di tessere una rete di delatori, formata da signorotti locali di fiducia, al fine di ricevere aiuto nello scoprire la reale portata dell’insurrezione.

Giunto a Catanzaro, Spinelli predispone eccezionali misure difensive nei castelli di Gerace, Santa Severina, Squillace e Monteleone, l’attuale Vibo Valentia. Inoltre crea un apposito tribunale da lui stesso presieduto e, con la collaborazione di alcuni signorotti locali, opera mediante una vasta e violenta attività repressiva.

Il frate domenicano si rifugia in un casolare di Roccella Jonica, con la speranza di trovare un imbarco per fuggire lontano, ma viene tradito dal suo ospite, Antonio Mesuraca e, catturato la sera del 6 settembre 1599 dagli uomini del principe Fabrizio Carafa, nipote dello Spinelli, viene tradotto nel carcere di Castelvetere.

Nella lista dei rivoltosi, vi sono numerosi cittadini di Terranova, di Pizzoni e soprattutto di Catanzaro, fra cui persone influenti come il barone di Cropani, Antonio Sersale, a conferma del ruolo determinante assunto dalla città di Catanzaro nella rivolta. Alcuni dei rivoltosi vengono condotti nelle carceri di Catanzaro, altri nel astello di Monteleone, mentre Campanella e a frate Domenico Petrolo da Stignano sono ristretti nel castello di Castelvetere

L’inchiesta accerta che il progetto di fra Tommaso Campanella prevede, in caso di vittoria, il suo ingresso trionfale a Catanzaro, scortato dai rivoltosi.

Accusati di ribellione e di lesa maestà, i patrioti sono anche dichiarati colpevoli di eresia. Lesa maestà ed eresia erano da considerare a quel tempo espressione dello stesso delitto. Infatti alla doppia imputazione rivolta ai ribelli fa seguito un duplice processo contro Tommaso Campanella e gli altri capi della rivolta.

Il 18 gennaio 1600 inizia, tra atroci torture, il primo interrogatorio di Tommaso Campanella e con esso  iniziò una reclusione durata ben ventotto anni.

Il frate viene condannato a morte per aver capeggiato la rivolta. Tuttavia, al momento dell’esecuzione del verdetto, per evitare la pena capitale e continuare nell’opera filosofica alla quale aspirava, al termine di penose angherie, ricorre a un espediente che lo salva: quello di fingersi pazzo.

Secondo le dottrine condivise dall’Inquisizione difatti nelle ipotesi di follia accertata la pena di morte doveva essere sospesa per evitare che la condanna massima potesse condurre ingiustamente all’inferno l’individuo insano di mente. La messinscena perdura circa sei mesi, al termine dei quali, il filosofo viene sottoposto, per quaranta ore, alla famigerata “veglia”. La tortura ordinaria all’epoca era la “corda” che consisteva nella legatura della persona con le mani dietro la schiena per mezzo di una corda assicurata ad una trave. Dando uno strattone alla corda l’inquisito avvertiva un intenso dolore derivante dalla slogatura, dalla fuoriuscita degli omeri dal loro alloggiamento naturale; a volte oltre al boia che tirava la corda c’era qualcuno che tirava il torturato per i piedi. Questo sistema era ritenuto idoneo in quanto non determinava lacerazioni della cute e pericolo di infezioni. La tortura della corda durava mezz’ora, al massimo un’ora. A Tommaso Campanella invece nel luglio del 1600 viene praticata la “veglia”, che implica tratti di corda prolungati per quaranta ore: in pratica per due giorni di seguito il condannato non dorme e viene continuamente interrogato. Campanella sino alla trentaseiesima ora, riusce a simulare uno stato di follia, poi stremato emette un’invocazione di aiuto alla madre, sembrando al boia, savio, ma successivamente con estrema tempestività, osa pronunciare la seguente espressione: – “dieci cavalli bianchi” -.

Così, dopo altre quattro ore di supplizio, il filosofo viene ufficialmente dichiarato insano di mente e basta tale accertamento per ammettere la sospensione della pena, tramutata in carcere a vita. Rinchiuso, comincia a scrivere il poemetto dal titolo “La Città del Sole”.

La critica contemporanea ritiene che l’opera ebbe la finalità di giustificare la rivolta nel senso che il filosofo non avrebbe voluto instaurare la «repubblica a proprio vantaggio», ma per «offrire quasi un esempio preliminare della grande repubblica universale che si deve preparare». Perché queste espressioni sono quelle che vengono estrapolate dai verbali degli interrogatori. L’ipotesi è sostenuta da Luigi Firpo il quale afferma che alla base dell’opera vi erano motivi culturali di pregio, una sorta di idealizzazione e trasfigurazione filosofica degli scopi dell’insurrezione fallita.

Secondo il filosofo, la distribuzione ineguale delle ricchezze produce i guasti nella società, sia per i poveri che per i ricchi. È la proprietà, che va dunque estirpata creando una comunità di uomini virtuosi e liberi. Il concetto di “appropriatezza” viene mutuato dal filosofo dalla regola dei padri domenicani cui appartenne, essere liberi dalla proprietà significava vivere in equilibrio e in serenità. La Città del Sole rappresenta una grande comunità. I bambini vivono in comune, non c’è un vincolo familiare, ogni solare è considerato padre di tutti quelli che hanno un’età inferiore a lui di quindici o più anni; vigono una grande fratellanza e una sorta di paternità e maternità comuni. Colui che anima il racconto è un genovese partecipe della spedizione di Cristoforo Colombo. Costui è finito nell’Oceano Indiano, ha visitato questa comunità e la descrive a un cavaliere del Santo Sepolcro: «(…) Questa è una stirpe che arrivò dalle Indie e vi erano tra loro molti filosofi che fuggivano le invasioni dei barbari o di altri predoni e tiranni e stabilivano di vivere in una comune secondo norme consigliate dalla filosofia, e sebbene la comunanza delle donne non fa parte del patrimonio di usi e costumi della loro terra di origine, essi l’hanno adottata e si sono organizzati in questo modo: hanno tutto in comune, ma le attribuzioni vengono fatte dagli ufficiali, essi sostengono che il concetto di proprietà nasce da far casa privata e moglie e figli propri e da qui nasce l’egoismo e che per dare ai figli ricchezze e dignità o per lasciarli eredi di molti beni ognuno diventa o approfittatore pubblico, se è potente e non ha paura, o avaro, insidioso e ipocrita se non è potente».

Campanella pensa che la comunità possa prosperare se si genera una nuovo tipo di individuo, un essere sociale che si rapporta armonicamente agli altri. L’individuo sta bene insieme con gli altri, ma può sviluppare ottimamente la propria personalità soltanto all’interno della società. Nel testo ritroviamo affermazioni potenti, talvolta anacronistiche, ma l’essenza del pensiero è di estrema attualità.

L’opera del filosofo domenicano è dunque una preziosissima testimonianza di passione civile, di impegno e di reazione di fronte ad una realtà dal carattere oppressivo. È un’opera che registra alla perfezione le ambizioni delle menti più pronte d’Europa nel diciassettesimo secolo, di fronte al tramonto irreversibile del sistema feudale, peraltro cancellato dai nuovi processi economici che stavano per dare origine al capitalismo, di fronte alle nuove scoperte geografiche; di fronte alla fine dell’unità spirituale dovuta alla Riforma, di fronte al progresso scientifico delle teorie di Copernico, di Galilei, di Bruno, tutti autori e scienziati eccelsi, parimenti perseguitati per la novità delle idee come il filosofo calabrese.

 

 

 

-Estratto-

DALLA CITTA’ DEL SOLE-

OSPITALARIO – Or dimmi degli offizi e dell’educazione e del modo come si vive; si è republica o monarchia o stato di pochi.

GENOVESE – Questa è una gente ch’arrivò là dall’Indie, ed erano molti filosofi, che fuggiro la rovina di Mogori e d’altri predoni e tiranni; onde si risolsero di vivere alla filosofica in commune, si ben la communità delle donne non si usa tra le genti della provinzia loro; ma essi l’usano, ed è questo il modo. Tutte cose son communi; ma stan in man di offiziali le dispense, onde non solo il vitto, ma le scienze e onori e spassi son communi, ma in maniera che non si può appropriare cosa alcuna.

Dicono essi che tutta la proprietà nasce da far casa appartata, e figli e moglie propria, onde nasce l’amor proprio; ché per sublimar a ricchezze o a dignità il figlio o lasciarlo erede, ognuno diventa o rapace publico, se non ha timore, sendo potente; o avaro ed insidioso ed ippocrita, si è impotente. Ma quando perdono l’amor proprio, resta il commune solo.

OSPITALARIO – Dunque nullo vorrà fatigare, mentre aspetta che l’altro fatighi, come Aristotile dice contra Platone.

GENOVESE – Io non so disputare, ma ti dico c’hanno tanto amore alla patria loro, che è una cosa stupenda, più che si dice delli Romani, quanto son più spropriati. E credo che li preti e monaci nostri, se non avessero li parenti e li amici, o l’ambizione di crescere più a dignità, seriano più spropriati e santi e caritativi con tutti.

OSPITALARIO – Dunque là non ci è amicizia, poiché non si fan piacere l’un l’altro.

GENOVESE – Anzi grandissima: perché è bello a vedere, che tra loro non possono donarsi cosa alcuna, perché tutto hanno del commune, e molto guardano gli offiziali, che nullo abbia più che merita. Però quanto è bisogno tutti l’hanno. E l’amico si conosce tra loro nelle guerre, nell’infirmità, nelle scienze, dove s’aiutano e s’insegnano l’un l’altro. E tutti li gioveni s’appellan frati e quei che son quindici anni più di loro, padri, e quindici meno figli. E poi vi stanno l’offiziali a tutte cose attenti, che nullo possa all’altro far torto nella fratellanza.

OSPITALARIO – Di’ mo della guerra; ché poi dell’arti e vitto mi dirai, poi delle scienze, e al fine della religione.

GENOVESE – Il Potestà tiene sotto di sé un offiziale dell’armi, un altro dell’artellaria, un delli cavalieri, un delli ingegneri; ed ognuno di questi ha sotto di sé molti capi mastri di quell’arte. Ma di più ci sono gli atleti, che a tutti insegnano l’esercizio della guerra. Questi sono attempati, prudenti capitani, che esercitano li gioveni e di dodici anni in suso all’arme; benché prima nella lotta e correre e tirar pietre erano avvezzi da mastri inferiori. Or questi insegnano a ferire, a guadagnar l’inimico con arte, a giocar di spada, di lancia, a saettare, a cavalcare, a seguire, a fuggire, a star nell’ordine militare. E le donne pure imparano queste arti sotto maestre e mastri loro, per quando fusse bisogno aiutar gli uomini nelle guerre vicine alla città; e, se venisse assalto, difendono le mura. Onde ben sanno sparar l’archibugio, far balle, gittar pietre, andar incontro. E si sforzano tirar da loro ogni timore, ed hanno gran pene quei che mostran codardia. Non temono la morte, perché tutti credono l’immortalità dell’anima, e che, morendo, s’accompagnino con li spiriti buoni e rei, secondo li meriti. Benché essi siano stati Bragmani, Pitagorici, non credono trasmigrazione d’anima, se non per qualche giudizio di Dio. né s’astengono di ferir il nemico ribello della ragione, che non merita esser uomo.

Fanno la mostra ogni dui mesi, ed ogni giorno ci è l’esercizio dell’arme, o in campagna, cavalcando, o dentro, ed una lezione d’arte militare, e fanno sempre leggere l’istorie di Cesare, d’Alessandro, di Scipione e d’Annibale, e poi donano il giudizio loro quasi tutti, dicendo: “Qui fecero bene, qui male”; e poi risponde il mastro e determina.

OSPITALARIO – Bella cosa per non fomentar fazioni a roina della patria e schifar le guerre civili, onde nasce il tiranno, come fu in Roma e Atene. Narra or, ti prego, dell’artifici loro.

GENOVESE – Devi avere inteso come commune a tutti è l’arte militare, l’agricoltura, la pastorale; ch’ognuno è obbligato a saperle, e queste son le più nobili tra loro; ma chi più arti sa, più nobile è, e nell’esercitarla quello è posto, che è più atto. L’arti fatigose, ed utili son di più laude, come il ferraro, il fabricatore; e non si schifa nullo a pigliarle, tanto più che nella natività loro si vede l’inclinazione, e tra loro, per lo compartimento delle fatiche, nullo viene a participar fatica destruttiva dell’individuo, ma solo conservativa. L’arti che sono di manco fatica son delle femine. Le speculative son di tutti, e chi più è eccellente si fa lettore; e questo è più onorato che nelle meccaniche, e si fa sacerdote. Saper natare è a tutti necessario, e ci sono a posta le piscine fuor delle fosse della città, e dentro vi son le fontane.

La mercatura a loro poco serve, ma però conoscono il valor delle monete, e battono moneta per l’ambasciatori loro, acciocché possano commutare con le pecunia il vitto che non ponno portare, e fanno venire d’ogni parte del mondo mercanti a loro per smaltir le cose soverchie, e non vogliono danari, se non merci di quelle cose che essi non hanno. E si ridono quando vedeno i fanciulli, che quelli donano tanta robba per poco argento, ma non li vecchi. Non vogliono che schiavi o forastieri infettino la città di mali costumi; però vendono quelli che pigliano in guerra, o li mettono a cavar fosse o far esercizi faticosi fuor della città, dove sempre vanno quattro squadre di soldati a guardare il territorio e quelli che lavorano, uscendo dalle quattro porte, le quali hanno le strade di mattoni fin al mare per condotta delle robbe e facilità delli forastieri. Alli quali fanno gran carezze, li donano da mangiare per tre giorni, li lavano li piedi, li fan veder la città e l’ordine loro, entrare a Consiglio ed a mensa. E ci son uomini deputati a guardarli, e se voglion farsi cittadini, li provano un mese nelle ville ed uno nella città, e così poi risolveno, e li ricevono con certe cerimonie e giuramenti.

L’agricoltura è in gran stima: non ci è palmo di terra che non frutti. Osservano li venti e le stelle propizie, ed escono tutti in campo armati ad arare, seminare, zappare, metere, raccogliere, vindemmiare, con musiche, trombe e stendardi; ed ogni cosa fanno tra pochissime ore. Hanno le carra a vela, che caminano con il vento, e quando non ci è vento, una bestia tira un gran carro, bella cosa, ed han li guardiani del territorio armati, che per li campi sempre van girando. Poco usano letame all’orti ed a’ campi, dicendo che li semi diventano putridi e fan vita breve, come le donne imbellettate e non belle per esercizio fanno prole fiacca. Onde né pur la terra imbellettano, ma ben l’esercitano, ed hanno gran secreti di far nascer presto e multiplicare, e non perder seme. E tengon un libro a posta di tal esercizio, che si chiama la Georgica. Una parte del territorio, quanto basta, si ara; l’altra serve per pascolo delle bestie. Or questa nobil arte di far cavalli, bovi, pecore, cani ed ogni sorte d’animali domestici è in sommo pregio appresso loro, come fu in tempo antico d’Abramo; e con modi magici li fanno venire al coito, che possan ben generare, inanzi a cavalli pinti o bovi o pecore; e non lasciano andar in campagna li stalloni con le giumente, ma li donano a tempo opportuno inanzi alle stalle di campagna. Osservano Sagittario in ascendente, con buono aspetto di Marte e Giove: per li bovi, Tauro, per le pecore, Ariete, secondo l’arte. Hanno poi mandre di galline sotto le Pleiadi e papare e anatre, guidate a pascere dalle donne con gusto loro presso alla città e li luochi, dove la sera son serrate a far il cascio e latticini, butiri e simili. Molto attendono a’ caponi ed a’ castrati ed al frutto, e ci è un libro di quest’arte detto la Bucolica. Ed abbondano d’ogni cosa, perché ognuno desidera esser primo alla fatica per la docilità delli costumi e per esser poca e fruttuosa; ed ognun di loro, che è capo di questo esercizio, s’appella Re, dicendo che questo è nome loro proprio, e di chi non sa. Gran cosa, che le donne ed uomini sempre vanno in squadroni, né mai soli, e sempre all’obedienza del capo si trovano senza nullo disgusto; e ciò perché l’hanno come padre o frate maggiore.

Han poi le montagne e le cacce d’animali, e spesso s’esercitano.

La marineria è di molta reputazione, e tengono alcuni vascelli, che senza vento e senza remi caminano, ed altri con vento e remi. Intendono assai le stelle, e flussi e reflussi del mare, e navigano per conoscer genti e paesi. A nullo fan torto; senza esser stimolati non combattono. Dicono che il mondo averà da riducersi a vivere come essi fanno, però cercano sempre sapere se altri vivono meglio di loro. Hanno confederazione con gli Chinesi, e con più popoli isolani e del continente, di Siam di Cancacina e di Calicut, solo per spiare.

Hanno anche gran secreti di fuochi artifiziali per le guerre marine e terrestri, e stratagemme, che mai non restan di vincere.

OSPITALARIO – Per tua fé dimmi questo solo: che dicono del peccato d’Adamo?

GENOVESE – Essi confessano che nel mondo ci sia gran corruttela, e che gli uomini si reggono follemente e non con ragione; e che i buoni pateno e i tristi reggono; benché chiamano infelicità quella loro, perché è annichilirsi il mostrarsi quel che non sei, cioè d’esser re, d’essere buono, d’esser savio, e non esser in verità. Dal che argomentano che ci sia stato gran scompiglio nelle cose umane, e stavano per dire con Platone, che li cieli prima giravano dall’occaso, là dove mo è il levante, e poi variano. Dissero anco che può essere che governi qualche inferior Virtù, e la prima lo permetta, ma questo pur stimano pazzia. Più pazzia è dire che prima resse Saturno bene, e poi Giove, e poi gli altri pianeti; ma confessano che l’età del mondo succedono secondo l’ordine di pianeti, e credeno che la mutanza degli assidi ogni mille anni o mille seicento variano il mondo. E questa nostra età par che sia di Mercurio, si bene le congiunzioni magne l’intravariano, e l’anomalie han gran forza fatale.

Finalmente dicono ch’è felice il cristiano, che si contenta di credere che sia avvenuto per il peccato d’Adamo tanto scompiglio, e credono che dai padri a’ figli corre il male più della pena che della colpa. Ma dai figli al padre torna la colpa, perché trascuraro la generazione, la fecero fuor di tempo e luoco, in peccato e senza scelta di genitori, e trascuraro l’educazione, ché mal l’indottrinaro. Però essi attendeno assai a questi due punti, generazione ed educazione; e dicono che la pena e la colpa redonda alla città, tanto de’ figli, quanto de’ padri; però non si vedeno bene e par che il mondo si regga a caso. Ma chi mira la costruzione del mondo, l’anatomia dell’uomo (come essi fan de’ condannati a morte; anatomizzandoli) e delle bestie e delle piante, e gli usi delle parti e particelle loro, è forzato a confessare la providenza di Dio ad alta voce. Però si deve l’uomo molto dedicare alla vera religione, ed onorar l’autor suo; e questo non può ben fare chi non investiga l’opere sue e non attende a ben filosofare, e chi non osserva le sue leggi sante: “Quel che non vuoi per te non far ad altri, e quel che vuoi per te fa’ tu il medesimo.” Dal che ne segue, che si dai figli e dalle genti noi onor cercamo, alli quali poco damo, assai più dovemo noi a Dio, da cui tutto ricevemo, in tutto siamo e per tutto. Sia sempre lodato.

OSPITALARIO – Oh! oh! oh! mi piace. Ma Cancro è segno feminile di Venere e di Luna, e che può far di bene?

GENOVESE – Essi dicono che la femina apporta fecondità di cose in cielo, e virtù manco gagliarda rispetto a noi aver dominio. Onde si vede che in questo secolo regnaro le donne, come l’Amazoni tra la Nubbia e ‘l Monopotapa, e tra gli Europei la Rossa in Turchia, la Bona in Polonia, Maria in Ongheria, Elisabetta in Inghilterra, Catarina in Francia, Margherita in Fiandra, la Bianca in Toscana, Maria in Scozia, Camilla in Roma ed Isabella in Spagna, inventrice del mondo novo. E ‘l poeta di questo secolo incominciò dalle donne dicendo: “Le donne, i cavalier, l’armi e l’amori.” E tutti son maledici li poeti d’ogge per Marte; e per Venere e per la Luna parlano di bardascismo e puttanesmo. E gli uomini si effemminano e si chiamano “Vossignoria”; ed in Africa, dove regna Cancro, oltre l’Amazoni, ci sono in Fez e Marocco li bordelli degli effeminati publici, e mille sporchezze.

Non però restò, per esser tropico segno Cancro ed esaltazion di Giove ed apogìo del Sole e di Marte trigono, sì come per la Luna e Marte e Venere ha fatto la nova invenzion del mondo e la stupenda maniera di girar tutta la terra e l’imperio donnesco, e per Mercurio e Marte e Giove le stampe ed archibugi, di non far anche de leggi gran mutamento. Ché del mondo nono e in tutte le marine d’Africa e Asia australi è entrato il cristianesimo per Giove e Sole, ed in Africa la legge del Seriffo per la Luna, e per Marte in Persia quella d’Alle, renovata dal Sofì, con mutarsi imperio in tutte quelle parti ed in Tartaria. Ma in Germania, Francia ed Inghilterra entrò l’eresia per esser esse a Marte ed alla Luna inchinate; e Spagna per Giove ed Italia per il Sole, a cui sottostanno, per Sagittario e Leone, segni loro, restaro nella bellezza della legge cristiana pura. E quante cose saran più di mo inanzi, e quanto imparai da questi savi circa la mutazion dell’assidi de’ pianeti e dell’eccentricità e solstizi ed equinozi ed obliquitati, e poli variati e confuse figure nello spazio immenso; e del simbolo c’hanno le cose nostrali con quelle di fuori del mondo; e quanto seque di mutamento dopo la congiunzion magna e l’eclissi, che sequeno dopo la congiunzion magna in Ariete e Libra, segni equinoziali, con la renovazione dell’anomalie, faran cose stupende in confirmar il decreto della congiunzion magna e mutar tutto il mondo e rinovarlo!

Ma per tua fé non mi trattener più, c’ho da fare. Sai come sto di pressa. Un’altra volta.

Questo si sappi, che essi tengon la libertà dell’arbitrio. E dicono che, se in quaranta ore di tormento un uomo non si lascia dire quel che si risolve tacere, manco le stelle, che inchinano con modi lontani, ponno sforzare. Ma perché nel senso soavemente fan mutanza, chi segue più il senso che la ragione è soggetto a loro. Onde la costellazione che da Lutero cadavero cavò vapori infetti, da’ Gesuini nostri che furo al suo tempo cavò odorose esalazioni di virtù, e da Fernando Cortese che promulgò il cristianesimo in Messico nel medesimo tempo.

Ma di quanto è per sequire presto nel mondo io te ‘l dirò un’altra fiata.

L’eresia è opera sensuale, come dice S. Paolo, e le stelle nelli sensuali inchinano a quella, nelli razionali alla vera legge santa della prima Raggione, sempre laudanda. Amen.

OSPITALARIO – Aspetta, aspetta.

GENOVESE – Non posso, non posso.

Maria Zappia
Maria Zappia
, nata nel 1965, è calabrese ed esercita la professione di avvocato civilista. E’ tra i collaboratori della rivista giuridica on line “Persona e Danno” curata dal Prof. Paolo Cendon e rivolge la propria attenzione a tematiche di diritto civile: sostanziale e processuale. Si occupa prevalentemente di responsabilità medica, di diritto del lavoro privato e pubblico, diritto dei minori e della famiglia, di responsabilità civile. Ha approfondito l’istituto degli ordini di protezione contro gli abusi familiari. Nelle discipline penalistiche ha affrontato, in più occasioni, la fattispecie della diffamazione sui social. Rivolge i propri interessi nei riguardi di letteratura e poesia scrivendo su Zoomsud, giornale on line diretto dal giornalista Aldo Varano. Ha vissuto lunghi periodi in Marocco e i prolungati contatti con la realtà del Maghreb, le hanno permesso di ampliare i propri orizzonti umani e culturali.

Foto dell’autrice a cura di Maria Zappia.

Riguardo il macchinista

Lucia Cupertino

LUCIA CUPERTINO (1986, Polignano a Mare). Antropologa culturale, poetessa e traduttrice. Ama anche mettere le mani nella terra e sta cercando di apprendere agricoltura naturale e strumenti della transizione culturale. Vive piacevolmente nel Sud del Mondo, attualmente tra Colombia e Italia. Scrive in italiano e spagnolo e suoi lavori sono apparsi in riviste e antologie italiane e internazionali, specialmente dell’America latina e una selezione tradotta in albanese sulla rivista Poeteka. Ha pubblicato: Mar di Tasman (Isola, Bologna, 2014), Non ha tetto la mia casa (Casa de poesía, San José, 2016), sua antologia poetica in versione bilingue italiano-spagnolo, il libro-origami Cinco poemas de Lucia Cupertino (Los ablucionistas, Città del Messico, 2017). Ha tradotto e curato 43 poeti per Ayotzinapa. Voci per il Messico e i suoi desaparecidos (Arcoiris, Salerno, 2016) che ha ricevuto una menzione critica nel Premio di traduzione letteraria Lilec dell’Unibo. Cofondatrice della web di scritture dal mondo www.lamacchinasognante.com, con la quale promuove iniziative culturali e letterarie in Italia e all’estero.

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