LUPUS IN TEMPERIE. Intervista ad Andrea Lupo. Prima parte: il semenzaio culturale (a cura di Marina Mazzolani)

Il teatro di CalcaraIl teatro di Calcara

 

circo-capovolto-04Pensavo di fare un unico articolo, un’unica intervista. Ma dopo aver ascoltato le risposte di Andrea, dopo averle trascritte, ho deciso di dividere l’articolo in due. Ecco, quindi, di seguito, la prima parte.

Quello che so, di Andrea, lo confesso (mea culpa) l’ho imparato tutto negli ultimi due anni, ma non ho cominciato a conoscerlo vedendolo a teatro. All’inizio ho imparato a conoscerlo guardandolo e ascoltandolo mentre partecipava agli incontri della Rete deli Teatri Solidali della Città metropolitana di Bologna. Prima di lui, sempre negli ultimi anni, per il Teatro delle Temperie, aveva partecipato agli incontri Alessia, Alessia Raimondi, silenziosa e paziente. Di solito, Alessia, aspettava il termine del giro e poi diceva la sua, dopo aver ascoltato gli altri. La diceva tutta d’un fiato, la sua, perché parla molto in fretta, e, di solito, comunicava la disponibilità del Teatro delle Temperie e le motivazioni per questa disponibilità. Quando è arrivato anche Andrea, agli incontri, ho avuto la conferma che, per quelli del Teatro delle Temperie, le motivazioni non sono qualcosa che si appiccica in seguito alle primarie ragioni del fare – in questo caso del fare teatro – che, invece, tendenzialmente sono, per i comuni mortali, da ricercarsi in convenienze e in opportunità/opportunismi vari. Le motivazioni, per questi del Teatro delle Temperie, sono l’interrogativo primario e la prima risposta necessaria. Forse lo sono state anche per fare gruppo e per fondarlo, il Teatro delle Temperie.

In ogni caso questa è la prima domanda della mia intervista.

Andrea è attento, a tratti persino guardingo, ironico, borbotta spesso fra sé e sé battute irriverenti, ma all’occorrenza è diretto, irruente e categorico. Andrea trasmette una sua filosofia, che è anche una politica, insomma una visione del teatro per nulla staccata da una visione di come dovrebbero andare le cose, in una comunità, in quello che si dice “corpo sociale”. Non è che la trasmette soltanto, ma la pratica, la sua filosofia, cioè la sua filosofia teatrale si fa prassi, nella gestione del Teatro di Calcara, ad esempio, ma mi sa anche in ogni altra azione del Teatro delle Temperie.

Il teatro di Calcara

Il teatro di Calcara

 

Questa è l’opinione che mi sono fatta, ma non è un pre-giudizio: è la conclusione a cui sono definitivamente giunta quando, nel corso di una conferenza stampa, l’ho sentito motivare il suo tentativo di aprire il Teatro di Calcara, alle 9 del mattino, regolarmente, ogni giorno così come apre ogni altro locale, esercizio o servizio. “Arriviamo al mattino, apriamo le porte, e le chiudiamo la sera, un po’ più in ritardo degli altri, naturalmente, se abbiamo spettacolo.” E questo, a Calcara, succede già adesso. Quasi ogni giorno. Semplice: il teatro è un luogo pubblico, fondamentale per l’identità di una comunità, e, di conseguenza, deve stare aperto il più possibile. Semplice.

Naturalmente questo significa che si hanno molte cose da fare, in un teatro, se si pensa di tenerlo aperto tutti i santi giorni, dal mattino alla sera. E questa è la seconda domanda.

La terza domanda è: com’è che questa cosa è semplice, almeno da pensare/teorizzare, e a quanto pare, anche abbastanza semplice da praticare, soltanto per il Teatro delle Temperie? Copio dal loro sito, a proposito del Teatro di Calcara, che in origine era una “Casa del popolo”: Desideriamo che la storia rimanga e che il Teatro Calcara sia ancora oggi una sorta di “casa per il popolo”, un luogo di incontro tra persone e generazioni, fra tradizioni, linguaggi, esperienze e sensibilità diverse, un luogo in cui condividere sensazioni, stimoli, emozioni, opinioni, in cui ci si possa divertire, ma anche fermarsi un momento a pensare, un luogo vivo grazie alla partecipazione di quante più persone possibile, uno spazio di  divertimento, scambio, creazione.

Si conclude qui la prima parte dell’intervista.

Trascrivo allora le domande e le risposte di Andrea.

 

  • Il Teatro delle Temperie nasce su particolari motivazioni, sulla definizione di precise e caratterizzanti visioni teatrali? Parliamo di estetica, soltanto?

 

Il Teatro delle Temperie nasce da delle volontà precise.

Nasce dopo un percorso, mio ma anche di Margherita, che, dopo aver fatto l’Accademia, siamo andati a lavorare in Teatri Stabili, con molti registi, in progetti non nostri, ma di altri, come fanno tutti gli attori del mondo.

La prima volontà che ci ha fatto dire facciamo compagnia, mettiamoci fra di noi, è stata la voglia di mettere a disposizione di un territorio quel poco che sappiamo fare, l’artigianato che abbiamo appreso negli anni di Accademia e di pratica sul campo. Abbiamo fatto compagnia prima di tutto per metterci a disposizione degli altri, e per prima cosa abbiamo cercato un posto dove agire, un posto dove far fiorire questa nostra idea, di usare il teatro non solo come fine ma anche come mezzo, perché è una cosa a cui teniamo moltissimo. Abbiamo avuto la fortunissima che proprio nello stesso momento, o quasi, il Comune di Crespellano stava cercando un progetto per far nascere e crescere l’attività sul territorio, dove avevano appena ristrutturato una sala teatrale, non un vero teatro, ma una sala, a Calcara di Crespellano, adesso Comune di Valsamoggia. Abbiamo presentato un progetto, è piaciuto, e abbiamo cominciato così: ci hanno assegnato quello spazio e abbiamo finalmente avuto un posto dove seminare quel che volevamo seminare. Lì è nato tutto quanto. Abbiamo aperto la porta, il primo giorno che siamo entrati, e invece di guardare dentro, sai cosa abbiamo fatto? Abbiamo guardato fuori. Ci siamo messi sulla soglia e abbiamo guardato cosa c’era all’esterno del teatro. Perché la nostra idea era quella di fare un “teatro a km 0”, cioè guardare attorno a quel teatro nel raggio di un chilometro e cercare di capire chi c’era, chi ci abitava lì. Chi passava da lì, cosa succedeva. Uno sguardo in tutte e due le direzioni: guardare che storia c’era già su quel territorio, da dove veniva quel territorio, e chi ci abitava. Ci abitavano persone non abituate ad andare a teatro, nel senso che non avevano un teatro nelle vicinanze. C’era qualcuno appassionato lo stesso di teatro, che magari andava fino a Bologna, però l’ottantacinque per cento della popolazione lì attorno non era forse mai stata a teatro in vita sua, o comunque non aveva l’abitudine di usufruire di servizi teatrali. C’è la famosa barzelletta dei due rappresentanti che sono stati mandati da una ditta di scarpe a cercare nuovi clienti in Africa. Arrivati lì vedono che nessuno porta le scarpe. Allora uno dei due manda un telegramma all’azienda che dice: “Rimandatemi l’aereo, riportatemi a casa, perché qui non c’è mercato, nessuno porta le scarpe”. L’altro, invece, manda un telegramma che dice: “Mandatemi le scarpe, che qui nessuno porta ancora le scarpe”.

teatro-calcara-02Ecco, noi abbiamo fatto la seconda operazione, abbiamo detto. “Non siete abituati ad andare a teatro? Facciamolo insieme!”

Abbiamo cominciato una programmazione attenta alla qualità, attenta alla nostra poetica, alla nostra sensibilità, perché così deve fare una compagnia, attenta al livello professionale, al livello qualitativo dell’offerta, ma che potesse anche essere fruibile, che potesse emozionare, che potesse coinvolgere, anche persone che non erano abituate al linguaggio teatrale.

Con questo tipo di attenzione abbiamo costruito negli anni una solidità di rapporti con le persone, con i singoli. Sul mio cellulare ho più di mille contatti, cinque o seicento dei quali sono nostri abbonati, persone che usufruiscono dei servizi, perché ormai, siamo una grande famiglia – ci chiamiamo così – attorno il teatro a Calcara. Metà della sala continua ad essere occupata da abbonati, l’altra metà continua sempre ad essere riempita da persone che magari non se la sentono di fare l’abbonamento e che vengono da tutta la vallata e anche dalla provincia di Bologna e di Modena. Per cui il teatro è quasi sempre pieno. E per noi è un valore.

Certi direttori di teatri non si vantano del fatto che il teatro sia pieno e anzi dichiarano che non è loro preoccupazione riempire il teatro. L’ho sentita dire anche da grandi direttori di grandi teatri, questa frase: “Non ci interessa, non è nostra preoccupazione che il teatro si riempia tutte le sere, non è questo il nostro lavoro”. Io mi sento di dire che questo è invece parte importante del lavoro di un direttore artistico e di una compagnia residente in un posto. Perché i teatri vuoti sono brutti, è inutile che ce la raccontiamo: il nostro mestiere lo facciamo per la gente, o no? Lo facciamo perché sia visto, uno spettacolo, no? L’arte teatrale vive solo se c’è qualcuno che la guarda, altrimenti non ha senso di esistere, non è come una scultura, che comunque sia resta, la nostra è arte fuggevole, vive di quell’attimo in cui la stai facendo e se lì in quell’attimo non c’è nessuno a guardarla, cosa la fai a fare? Questo non vuol dire assolutamente sminuire il lavoro di nessuno, questo non vuol dire assolutamente che dobbiamo fare cacate pur di essere visti, per carità, però è vero che, pur tenendo altissimo il tiro, pura la nostra poetica e altissimo il messaggio e altissima l’arte teatrale, dobbiamo però considerare anche il fatto che qualcuno la deve vedere, altrimenti non c’è teatro, se non c’è pubblico. Non possiamo pensare, da direttori di un teatro, e neanche da artisti, di rivolgerci solo ad un pubblico nostro amico e nostro simile. Io penso che un artista/artigiano – mi piace più la parola artigiano – teatrale, debba sforzarsi di arrivare, non dico di essere comprensibile, ma di arrivare, quindi di colpire, quindi di segnare, quindi di interessare, quindi di scolpire l’animo di più persone possibile, più eterogenee possibile.

Questo è quello che facciamo con il Teatro delle Temperie, anche nel settore produttivo, che è un settore importante del nostro lavoro. È una grande presunzione – perché credo sia presunzione e basta, per cui me ne vergogno anche e chiedo scusa – però io credo che uno debba tenerselo fisso nel pensiero l’obiettivo di “arrivare” a chiunque.

Facciamo produzioni sia di teatro di prosa sia di teatro ragazzi e sempre con questo pensiero, apro la porta e guardo fuori e dico: “A quello che sta passando lì, come gli posso raccontare questa storia che a me urge raccontare, e che penso che anche a lui possa interessare?”. A me urge di fare una cosa, con quell’urgenza che deve essere tipica dell’artigianato teatrale, a me brucia dentro una storia, sento che secondo me è importante in questo momento storico parlare di questa cosa, perché la sento attorno a me, che gira, perché c’è questo frizzicore nell’aria, e lo voglio raccontare anche a lui; lo vedo che passa fuori dal mio teatro, nel mio teatro non è mai entrato, magari, e mi dico: “Ma a lui come posso far interessare, ‘sta roba? È uno dei pensieri che noi ci teniamo molto a fare sempre, cioè: “Come facciamo a far sì che quello entri in teatro da noi e ne esca, non dico cambiato, ma ne esca con dentro un piccolo semino?”. A me piace molto questo concetto del “semenzaio culturale”. Ah, è un concetto che io amo tantissimo! E che abbiamo un po’ coniato noi. Che cos’è il “semenzaio culturale”? In un semenzaio, si mettono i semini in pochissima terra perché germoglino, poi, quando saranno germogliati, e avranno fatto le piantine, queste verranno messe a dimora nella terra e daranno i loro frutti. Ecco, noi pensiamo che il teatro sia quella roba lì, un semenzaio. Non è la terra dove devono già esserci i frutti, ma è un semenzaio, dove tu puoi mettere nelle persone un semino. E se riesci a mettere in ogni persona che viene in teatro da te un piccolo semino, poi quelle il semino se lo portano in giro e dentro di loro pian pianino a poco a poco germoglia, e se loro gli daranno da bere, da mangiare, a ‘sta piccola pianta che tu gli pianti dentro, poi lei darà anche i frutti nella società. Per questo ci piace tanto la frase: “Chi semina cultura, raccoglie civiltà”. È una delle nostre “frasi guida”.

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Ed è per questo che facciamo tantissimi laboratori, anche: un’altra parte molto grande del nostro lavoro è quella che sia chiama, negli ambienti molto colti, “formazione del pubblico”. Ma “formazione del pubblico” non mi piace tanto, a me piace più “semenzaio culturale”. Noi facciamo tantissimi laboratori per non professionisti. Ci teniamo molto, perché avvicina alla pratica teatrale, ed è la massima espressione di come il teatro può essere un grande mezzo, oltre che un grande fine. È un mezzo perché, lì, gli allievi lo usano, il Teatro, usano la pratica teatrale, lo praticano come mezzo… come strumento per capire qualcosa di sé, per capire qualcosa della sensibilità propria e degli altri, per metterla in gioco, la sensibilità, dell’uno e dell’altro, e le differenze, le diversità. E per loro non è un fine, assolutamente… per loro è e deve restare un percorso; un percorso importante senza nessuna meta… senza fine, appunto!

 

 

  • Cosa ci fate tutti i giorni al Teatro di Calcara? Davvero avete sufficienti idee, contatti, energie… per tenere un teatro aperto tutti i giorni?

 

Siamo all’undicesima stagione.

Ti rispondo con un dato concreto, perché così le chiacchiere stanno a zero. Il Teatro a Calcara è aperto più di 300 giorni all’anno per una media di 14 ore al giorno. Aperto non vuol dire che c’è la biglietteria aperta, no. Da noi aperto vuol dire che in quei 300 giorni all’anno, 14 ore al giorno, c’è un servizio culturale a cui qualcuno sta accedendo. Che siano matinée per le scuole, laboratori teatrali per le scuole la mattina, la nostra compagnia che sta provando delle produzioni, la nostra compagnia che sta programmando delle attività, mostre fotografiche, mostre di giovani artisti, mostre di illustratori, incontri con il pubblico e presentazioni di libri, il laboratorio di ragazzi nel pomeriggio… Abbiamo – se non dico una sciocchezza – 1.300 persone che fanno laboratorio con noi, sul nostro territorio. La sera spettacoli della stagione, spettacoli per adulti, o prove delle nostre produzioni o, anche tutte le sere, laboratori per adulti, che ci riempiono tutta la programmazione della settimana. Per cui… 300 giorni, 14 ore al giorno.

 

 

  • Questa cosa di tenere aperto un teatro tutti i giorni per attività, non soltanto per gli uffici, non riesce molto bene agli altri, nemmeno ai teatri comunali, e neanche a quelli stabili. Questa cosa risulta (oltre che impensabile e prima ancora impensata) impossibile per via della scarsità di risorse finanziarie. Voi ci riuscite perché siete ricchi?

 

No, a noi crea ricchezza tenere aperto. È l’esatto contrario. Se lo tieni chiuso, un teatro è solo una spesa. Se lo tieni aperto e ci fai delle attività, hai degli introiti, perché ovviamente noi diamo servizi culturali alle persone anche dietro il pagamento di una quota. Purtroppo, o per fortuna, siamo e ci consideriamo un’impresa culturale. A noi non fa nessuna vergogna avere la parola impresa vicino alla parola cultura, anzi, lo crediamo un grande valore.

Nel nostro bilancio in media il 15% delle entrate è coperto da contributi pubblici (Comune di Valsamoggia, Regione Emilia Romagna Legge 13) e un altro 8% dagli sponsor privati, ovvero alcune aziende del territorio che ci danno quello che possono perché credono fortemente nel nostro progetto. Il resto, del nostro bilancio, delle nostre entrate, sono nostra capacità di fare impresa. Questo lo si fa tenendo aperto uno spazio, perché se lo tieni chiuso, hai voglia a fare impresa!

Quindi quelli che dicono “non posso tenerlo aperto perché non ho i soldi”, stanno dicendo l’esatto contrario di quello che è la realtà. Perché se tu ti ci metti a lavorare dentro, con un certo impegno, offrendo servizi alla cittadinanza, la cittadinanza quei servizi te li viene a comprare, e questo a te fa introito: non è una spesa, è un investimento. Quando vado a parlare con gli Assessori che hanno i teatri chiusi, perché ce n’è tanti, e spesso ci chiamano per chiederci delle consulenze, e loro mi dicono, “ma sai noi non abbiamo soldi in bilancio per il teatro…”, rispondo: “No, non è vero, voi non è che non avete soldi in bilancio, voi i soldi in  bilancio li avete, e fate delle scelte, e scegliete di investire quei soldi per determinate cose e non nel tenere aperto il teatro”. È questione di scelte, non è che non ci sono soldi.

Molto spesso tengono dei bellissimi teatri chiusi. Però ci sono anche amministrazioni illuminate che vorrebbero, per esempio, che noi esportassimo nel loro territorio quello che abbiamo fatto sul nostro territorio di Valsamoggia, ma non hanno gli spazi adatti. Questo è un grosso problema, perché se hai un teatrino meraviglioso del Settecento, straordinario, con stucchi in oro e affreschi, magari anche grande, con volumi giganteschi, che da riscaldare è uno svenamento economico micidiale… allora lì posso capire, lì può essere un problema. Lì allora bisogna agire per rendere quello spazio lo spazio dell’esibizione e della magnificenza – perché poco utilizzabile nel quotidiano – dotandosi di altri spazi a fianco, vicino, sotto dove programmare i concreti servizi culturali quotidiani.

Tra l’altro si ristrutturano tanti spazi spesso ricavandone ambienti inutilizzabili, perché non si chiede mai una consulenza a chi l’artigianato teatrale lo pratica tutti i giorni… quante cattedrali nel deserto siamo costretti a veder sorgere: mega-teatri che resteranno chiusi 300 giorni all’anno e si apriranno al loro scopo solo 20 o 30 serate per i mega-eventi che tanto piacciono a certi sindaci e assessori e che tanto poco servono alle comunità… e tanto poco aiutano a crescere e a creare consapevolezza e civiltà.

 

http://www.teatrodelletemperie.com

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Andrea Lupo

Attore, regista e autore, si diploma al corso europeo superiore di prosa nel 1995 presso la Scuola di Teatro di Bologna “Alessandra Galante Garrone”. Riceve diversi riconoscimenti e premi fra i quali la segnalazione come “miglior attore emergente” al premio Ubu 2000 per lo spettacolo Kvetch. Nel corso degli oltre vent’anni di carriera lavora sia nel cinema, che nella televisione e per la pubblicità. In teatro, come attore, con i principali registi italiani, tra i quali Lorenzo Salveti, Walter Pagliaro, Vittorio Franceschi, Sergio Maifredi, Tonino Conte, Nanni Garella, Luigi Gozzi, Alessandro D’Alatri. È autore, regista e drammaturgo di produzioni teatrali, cortometraggi e libri.

Dal 2006, con altri giovani artisti, dà vita alla compagnia Teatro delle Temperie di cui è direttore artistico e per la quale cura i progetti culturali, organizza e conduce corsi e laboratori di teatro, è regista, attore e autore.

Dal 2013 si avventura nella scrittura di libri illustrati per l’infanzia pubblicando una collana di quattro testi ai quali sono ispirati altrettanti spettacoli di teatro ragazzi.

Riguardo il macchinista

Marina Mazzolani

Marina Mazzolani Vive a Imola. Laureata in Architettura a Venezia, si occupa di teatro dal 1977. E’ attrice, regista, drammaturga, ideatrice e organizzatrice di eventi culturali, direttore artistico. Scrive poesie e altro. Progetta azioni e percorsi teatrali ed artistici con forti valenze sociali, come induttori di movimento (motus contra status quo). Collabora o partecipa a progetti di altri.

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