Lo status della democrazia in Eritrea (Haji Jaber)

IMG_0283

 

“L’Eritrea non ha bisogno della democrazia importata dall’Occidente, ma è capace di creare un suo modello di democrazia”. Questa era la risposta che aveva sempre ribattuto il presidente Isaias Afewerki, per ben due decenni, alla domanda sulla democrazia in Eritrea. Ultimamente però Afewerki ha dato una risposta diretta e ben diversa, che i suoi avversari politici hanno considerato la più sincera per la descrizione del suo governo sin dal 1991. Afewrki ha dichiarato, in un’intervista alla televisione di Stato, che “chi aspetta o si illude che ci sarà la democrazia in questo paese, sta vivendo sicuramente in un altro pianeta”.

Ma gli eritrei hanno veramente bisogno di sentire ciò dal presidente che sta a capo dell’unico partito nel paese, e che – per ironia della sorte – si chiama “Il Fronte Popolare della Democrazia e della Giustizia”, per capire che i loro sogni d’indipendenza dopo la guerra con l’Etiopia, sono entrati in un tunnel oscuro? La questione era già chiara per gli eritrei, per questo non è emersa nessuna novità nell’ultima dichiarazione di Afewerki.

La vera domanda però è: perché Afewerki ha dichiarato in modo netto la sua visione politica nel dirigere il paese, dopo aver cercato sempre di celarla sotto le spoglie di discorsi non lontani dall’idea di democrazia?

 

I sogni dell’indipendenza

Dal primo giorno in cui “Il Fronte Popolare della Democrazia e della Giustizia” aveva avuto il controllo sull’Eritrea – cacciando “Il Fronte di Liberazione Eritreo” nel Sudan, nonostante questi avesse iniziato per primo la lotta contro l’Etiopia – il partito dominante aveva due progetti: il primo era gonfio di promesse di porre fine agli anni di lotta con la realizzazione dei sogni di libertà, di democrazia e di vita dignitosa. Il secondo progetto invece era celato, portato avanti da una limitata categoria del popolo.

Nella prima festa d’indipendenza il partito dominante aveva parlato a lungo di formare un parlamento e una costituzione, e di permettere il pluripartitismo, della libertà d’espressione e della libertà di credo. E ciò è stato dimostrato con i permessi dati a un gran numero di quotidiani, e nel dare a loro un maggior margine di libertà. Con il passare del tempo però il primo progetto andava ristretto a favore del secondo

Il primo passo

L’Eritrea non ha goduto della cosiddetta “primavera eritrea” tra 1992 – 1996, in cui si erano diffusi i quotidiani e le riviste, e si era verificato il ritorno della élite alla politica e alla cultura, per ricostruire l’Eritrea dopo l’indipendenza. Il partito dominante si seccò subito delle critiche dei giornali, allora li chiuse e iniziò una campagna di arresti, indirizzata soprattutto a coloro che gridavano “a squarciagola” criticando l’atteggiamento totalitario del governo nel dirigere lo stato. Ciò arrivò prima della guerra con l’Etiopia del 1998, che fu il passo decisivo verso l’oppressione e la violenza del regime.

Finì la guerra dopo aver mietuto decine di migliaia di morti, e aver condannato all’esilio altre migliaia. Ma la fine della guerra non era altro che l’inizio della rivelazione della vera faccia del regime; il rigido atteggiamento nei confronti di chi si dimostra contrario alla propria politica, e sarebbe stato questo il metodo che avrebbe seguito “Il Fronte Popolare della Democrazia e della Giustizia” negli anni successivi. La patria, secondo il partito dominante, avrebbe accolto soltanto “i buoni cittadini” che dovevano per forza appartenere al partito, al di fuori di questa categoria ci stavano “i traditori” che dovevano essere sterminati e cacciati via.

 

Unico partito, unico giornale e unica TV

La seconda guerra con l’Etiopia scoppiò nel 2000. Tra le due guerre Isaias Afewerki ordinò di arrestare decine di ministri, di membri del partito e di intellettuali e giornalisti che avevano richiesto al regime di mantenere le promesse per la democrazia nel paese. Alcuni di loro, ancora viventi, risiedono tuttora nelle carceri.

Intanto non restò nel paese che una sola TV, un solo giornale e una sola radio che rappresentavano il regime. La costituzione venne sospesa e il parlamento sciolto. Tutto ciò che succedeva il regime lo giustificava con lo stato di emergenza creato dalla guerra con l’Etiopia, e con il pretesto della sicurezza nazionale. I documenti di “WikiLeaks”, però, affermavano che la causa della guerra tra l’Eritrea e l’Etiopia era dovuta a uno scontro personale tra Afewerki e l’ex primo ministro etiope Meles Zenawi.

 

Il secondo passo

Dopo la seconda guerra con l’Etiopia, la situazione  interna eritrea divenne tragica; il governo aveva emanato la legge della leva obbligatoria per entrambi i sessi, senza porre termine al servizio. Questa legge fu seguita da un’altra che vietava agli eritrei di abbandonare il paese, prima di aver terminato la leva, che in pratica non finiva mai. Ciò rendeva, e rende a tutt’oggi, l’Eritrea un luogo che raccoglie persone a cui è negato partire.

Il regime però non si limitò a quello, ma aveva approfittato degli arruolati per costruire i progetti del partito, come la ricerca dell’oro, o la costruzione di case per grandi funzionari e ufficiali, senza ricevere nulla in cambio, oltre al vitto. Questa situazione mise gli eritrei davanti all’unica scelta: fuggire dal paese, singolarmente o in gruppi, e raggiungere i paesi vicini.

 

100 rifugiati al giorno

Nel 2013, nell’ultimo rapporto sull’Eritrea, Human Rights Watch ha documentato che il 5% della popolazione eritrea, che ammonta sui cinque milioni, è scappata dal paese verso il Sudan, l’Etiopia e lo Yemen. Questa fuga continua su base quotidiana e i campi profughi nell’Est del Sudan accolgono ogni giorno un centinaio di profughi, mentre decine entrano, furtivamente, nelle città sudanesi senza passare per i campi profughi.

Cinque squadre eritree di calcio hanno partecipato a tornei all’estero, e non hanno fatto più rientro; in seguito hanno chiesto l’asilo in paesi europei. La stessa sorte è toccata a delle delegazioni culturali o artistiche che sono riuscite a partecipare a dei festival all’estero. Sono falliti anche i metodi che il regime ha adottato imprigionando le loro madri per costringerli a ritornare, poiché  data la situazione economica malridotta del Paese alla fine accettava una multa di 1500 dollari per risolvere la questione e rilasciare la madre. La peggior situazione in cui è caduto il regime si è verificata quando due ufficiali sono fuggiti in Arabia Saudita con un elicottero presidenziale. Il problema era come riprendere l’elicottero, poiché ogni volta mandavano un aviatore per riportarlo indietro, quello chiedeva asilo e non voleva più tornare.

 

I campi profughi

Oggigiorno quasi mezzo milione di profughi eritrei vivono sui confini del loro paese, a Est del Sudan, in uno stato misero, dopo che l’ONU ha negato loro il diritto d’asilo. L’organizzazione dunque non è più responsabile del loro sostegno, poiché gli eritrei appartengono a un paese che gli permette il ritorno, anche se, la realtà dei fatti non è così. Il regime ha posto degli ostacoli davanti agli eritrei esiliati, per mantenere la strategia demografica che ha messo in atto dopo l’indipendenza. Infatti, chi rientra in paese non può più stare nella città dove viveva prima, ma viene mandato in un’altra più lontana. Se insiste nel restare nella sua città viene privato dei diritti fondamentali fino a costringerlo ad abbandonare, volontariamente, il paese. Così la maggior parte di coloro che erano tornati in patria sono ritornati nuovamente nei campi profughi del Sudan.

 

Il paese dei contrasti

Ci sono diverse divisioni in Eritrea, e sono molto importanti per capire la realtà culturale del paese. Ci sono musulmani e cristiani, arabi e abissini, i popoli delle alture e quelli delle pianure, filo sudanesi e filo etiopi. E nonostante ci siano nove etnie, di fatto però le divisioni principali sono sempre una di quelle suddette categorie. La lingua araba è una lingua ufficiale, insieme al tigrino (la lingua della piccola etnia di Afewerki che risiede nelle alture), e i musulmani sono il 75% della popolazione eritrea, la maggior parte di loro risiedono nelle pianure. Nonostante tutto ciò l’arabo subisce una chiara marginalizzazione dal regime. Vediamo che il tigrino è la lingua dei media e delle pratiche statali, e chiunque parli solo l’arabo ha bisogno di un interprete tigrino per svolgere le più semplici pratiche. E siccome la maggior parte delle guerre ha avuto come teatro le pianure, i popoli delle pianure sono stati costretti a migrare e ad abbandonare le loro case e le loro terre, cosicché il regime ha cominciato la sua campagna demografica che ha cambiato la sorte del paese. I terreni fertili e le case delle pianure sono state concesse a coloro che venivano dalle alture, così Massaua, la città situata sul Mar Rosso che prima parlava soltanto l’arabo, oggi è diventata una città in cui si parla soltanto il tigrino.

 

La debole opposizione

Di fronte a questa pessima gestione del paese ci sta l’opposizione, che ha come sede l’Etiopia, ma è impegnata a risolvere i suoi problemi interni, i dissidi e le concorrenze tra i suoi leader per le funzioni ipotetiche sognate da quelle deboli organizzazioni  Un esempio del pessimo ruolo dell’opposizione è la sua accesa discussione sul diritto delle etnie di decidere il proprio destino, dopo che sarà caduto il regime. Ciò vale a dire che l’Eritrea che occupa 121 mila chilometri quadrati è minacciata di essere divisa, così la dittatura sarà soppiantata dalla divisione del paese.

 

Perché ora?

Ritornando alla dichiarazione di Afewerki sulla democrazia, questa ci mette davanti a una delle due ipotesi: o che il regime ha raggiunto il suo scopo, e non c’è più la necessità di celare il suo progetto, oppure che il regime sta attraversando una forte crisi, visti i problemi interni che stanno sgretolando le sue malandate fondamenta. Un chiaro esempio di ciò è il fallito colpo di stato  eseguito da alcuni ufficiali a gennaio del 2013. Afewerki, il leader del partito, è un uomo settantenne, con gravi malattie, e non ha ancora annunciato un suo successore, per cui il trono è diventato la torta che tutti vogliono dividere.

Il paese sta davvero vivendo una forte crisi, in cui diverse città, tra cui alcune zone della capitale Asmara, sono prive di elettricità e di acqua potabile. Tutto questo può portare la popolazione a una rivoluzione per la fame. Tutte queste problematiche sono chiari indizi che ormai il regime non ha nulla da perdere, e che non c’è più bisogno di nascondere le sue maniere di gestire il paese.

 

Jabir_n

 

Haji Jaber è uno scrittore eritreo, scrive in lingua araba. Nato nel 1976 a Massaua, in Eritrea, ma cresciuto in Arabia Saudita. E’ uno degli intellettuali più importanti della diaspora eritrea nel mondo arabo. Scrittore e giornalista attivo, ha lavorato per anni nel giornalismo saudita, e ha lavorato come corrispondente per la TV tedesca Deutsche Welle in Arabia Saudita, e attualmente vive a Doha, in Qatar, e lavora come giornalista per Al Jazira TV. Ha sempre lottato per la causa della sua patria tramite l’arte della scrittura, senza trascurare minimamente la letteratura araba e mondiale, cui dedica la maggior parte dei suoi articoli sui giornali.

 

Foto in evidenza di Melina Piccolo.

Foto dell’autore a cura di Haji Jaber.

 

 

 

Riguardo il macchinista

Gassid Mohammed

Gassid Mohammed è uno dei macchinisti fondatori de lamacchinasognante.com. Ha contribuito fino al numero 4 e si è ritirato a dicembre del 2016. Un grande bambino che insegue le farfalle da una vita. È nato a Babilonia, a qualche passo dell’Eufrate. Casa sua è eretta sulle basi della Torre di Babele, nessuno ci crede ma è così. È cresciuto in un piccolo paesino in campagna, con le pecore, le mucche, le galline, le farfalle, le api e tutti gli animali e gli insetti. Tutto il suo corpo è costituito dall’Eufrate, non solo perché ci faceva il bagno ogni giorno per tante ore, ma anche perché le piante e le verdure che piantava e faceva crescere erano irrigate dall’Eufrate. Gli piace molto la natura perché ha passato la sua infanzia e l’adolescenza negli orti e nei campi. Il suo orto aveva una collina coperta di erbe e fiori, a lui sembrava fosse il resto dei giardini pensili. Ovviamente nessuno ci crede, ma c’è poco da fare. Da bambino aveva sempre inseguito le farfalle, e le insegue tuttora, e lo farà per sempre.

Pagina archivio del macchinista