Lo spacciatore con tre nomi (Parte seconda), di rfayyiq

Continua dalla Parte Prima, nel numero 19 di LMS, che potete trovare qui

 

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Poi questa domanda del cazzo se si è lavato le mani. Ma come si permette anche solo di chiederlo. Stanno fumando eroina che è stata in bocca a un negro e forse prima anche nel culo di un afghano o un albanese, che so io, e quello pensa alle mie mani. Sai quanti cazzo di droplet (gli piace questa parola, gli ricorda le astronavi) mi respiro io ogni volta che becco il negro? Anche se va detto che Moamed si presenta sempre con mascherina e guanti. Ha persino la Fpp3, quella tecnica. Certo le palline sempre dalla sua bocca vengono…

Si perché la novità è che Moamed lo deve beccare lui, solo lui. Non paga e quindi gli tocca fare approvvigionamento, dice l’altro, a cui da un po’ piace usare questo gergo militare. La notte l’amico gli lascia i soldi e il giorno dopo lui lo becca. Guai a lui se apre la pallina. Deve portargliela sotto casa (la tira in giardino in un pacchetto di sigarette vuoto) e aspettare fino all’una di notte per tornare da lui e fumarsi le briciole che gli lascia. Non è tranquilla incontrare ogni giorno un negro in bicicletta per il quartiere. Meno male che ha un cane (un vecchio cocker rincoglionito), così almeno giustifica l’uscita con quella spia del portiere che lo guarda sempre male e non manca mai di fare un commentino acido quando torna a casa – eh, ma quanto lo facciamo passeggiare questo cane.

(Mi rompe il cazzo a me per le mani, ma sono sicuro che quando gli tiro la pallina di pomeriggio, sta talmente arrotato che neanche ci pensa a disinfettarla prima di aprirla con le mani tremanti.)

Questa notte gli ha lasciato veramente una miseria. Riesce a farsi solo una scivolata. Invece di calmarlo, l’effetto lo innervosisce. Ne vuole di più, non può continuare a dipendere dall’elemosina di quello stronzo viziato.

– Hai ragione, fratè, è un macello. Non posso neanche andare a da mia nonna a scroccarle qualcosa. Questa cazzo di quarantena è un incubo. Dice, quasi a giustificarsi.

– Dovremmo inventarci qualcosa. Risponde l’altro.

– Eh, ma cosa? Col coprifuoco non possiamo nemmeno andare a rubare. Ciccio ha detto che mi porta i soldi che mi deve lunedì. Dice che non riesce a vendere nulla in questi giorni. Lo capisco.

– Lascia stare Ciccio, quei soldi non li rivedrai mai, chi vuoi che esca per comprare un decino d’erba con le guardie che fermano chiunque. Poi quanto ti deve dare? 100 euro? Una miseria.

Lo so io cosa dovremmo fare. Ma sicuro te non c’hai le palle per aiutarmi.

(io non c’ho le palle per aiutarlo? Ma se quella volta che avevano levato il telefono a quei due quattordicenni giù al pratone ero stato io a fare tutto. Tu tremavi tutto il tempo e non aveva spiccicato parola. I soldi della vendita però se l’erano divisi, da bravi brothers, anzi commilitoni, come diceva lui).

Da quando aveva cambiato scuola si sentiva un criminale (sto coglione). Non faceva altro che parlare dei suoi nuovi amici (strano però che non ci usciva mai). Di quanto erano matti, ragazzi di strada, mica come qua ai Parioli. Descriveva il quartiere di Boccea, da cui venivano alcuni dei suoi fantomatici nuovi amici, come il far west. Furti di motorini, vecchie scippate, spacciatori in strada, vedette armate. Lui dubitava ci fosse mai andato, in realtà, ma lo lasciava parlare. La verità è che il suo amico gli fa un po’ pena. Quasi quanto si faceva pena da solo. Erano entrambi soli come cani. Costretti a frequentarsi per necessità di contatto sociale, più che per amicizia. Ma invece di riconoscerlo implicitamente, e benedire l’amicizia genuina che li avrebbe potuti legare, l’altro non perdeva occasione di millantare una sua presunta superiorità, (soldi, scuola diversa, non il privato da figli di papà come te , nuovi amici coatti, i disegni. Ma la realtà è che aveva un fottuto bisogno di lui, anche se non faceva altro che farlo sentire “un accollo”, un disperato. Ecco, questa scissione che vede nell’amico gli fa provare un misto di compassione e ribrezzo.

– Sentiamo, gli dice, che c’avresti in mente?

L’altro per tutta riposta apre il cassetto sotto il letto e tira fuori un involucro marrone.

– Je famo la chiusa al negro, je levamo tutto. Guarda che gli ho rubato a mio padre.

 

 

La madre

 

 

Ancora ricorda la madre di quella volta che il marito era tornato a casa con una pistola a gommini per il figlio. “Dai, è un regalo da maschietti, è un’arma innocua, ormai ha dodici anni. Il giorno dopo i vicini (l’avvocato, quelli con il Porsche in garage) avevano citofonato con il loro gatto in braccio. Il figlio gli aveva sparato un gommino nell’occhio, rendendolo orbo.Il marito si era fatto un risata e aveva fatto i complimenti al figlio per la mira. Tanto l’umiliazione della sputtanata pubblica della riunione di condominio l’aveva dovuta subire lei, così come quel foglio affisso nell’androne: “è severamente vietato giocare con le armi nello spazio condominiale, si pregano i genitori di controllare i loro figli”. Che vergogna.

Nell’intimo lei da la colpa al marito per il fragrante fracasso formativo del loro secondogenito. Non gli era mai importato nulla di quel figlio nato per sbaglio quando lei aveva già trentacinque anni e lui cinquanta. Il suo apporto genitoriale si limita all’acquisto di costosissimi regali, assolutamente fuori luogo. Un colonnello, dell’aeronautica, abituato a comandare e farsi obbedire, non si era mai preoccupato di esercitare autorità sul figlio. Se ne era disinteressato, come se non fosse un suo problema. Come se non si fosse voluto sporcare le mani con quel ragazzino, tanto la sua funzione paterna l’aveva già espletata con la figlia maggiore, donna in carriera a Londra, con un certo successo e quello gli bastava. Con il secondogenito, non avendo visto in lui qualità, fin da quando era piccolo, aveva semplicemente deciso di non averci niente a che fare, delegando tutto alla moglie. Quando aveva dodici anni il marito era andato a vederlo alla partita di calcio e se ne era andato dopo pochi minuti per la delusione che il figlio era in panchina. Neanche bravo a calcio, era quel figlio inutile.

Non aveva mosso un dito neanche quando il figlio aveva voluto cambiare a scuola per andare all’artistico, anzi, gli aveva pure comprato il motorino per raggiungere la nuova scuola lontana da casa, senza consultarsi con lei. D’altronde non si consultano più su nulla. Lei sa benissimo che il marito ha un’amante da anni, (la troia) Anzi, diciamo le cose come stanno, non è un’amante, è una mantenuta. Una colombiana quarantacinquenne, Dolores, (pure il nome da troia ha) a cui ha affittato un appartamentino a viale Parioli e dalla quale va tutti i pomeriggi, dopo pranzo, fino a ora di cena. Anche ora che c’è quarantena. Tanto è un colonnello dell’aeronautica da poco in pensione e se lo fermano non gli dicono nulla. E quando torna a ora di cena neanche mangia (chissà che gli fa mangiare la troia). Si fa una tisana e si chiude nello studio fino alle undici e mezza. Poi prende un tavor e va a letto. Non le fa nemmeno la grazia di dormire in un’altra stanza, imponendole la sua presenza massiccia nel letto e il suo russare patologico. Il loro rapporto è paradossale. Lei sa dell’amante, lui sa che lei sa, ma non ne parlano mai. Quando esce, dopo pranzo, lui dice  “vado a sgranchirmi le gambe, forse passo in ufficio.” Poi torna alle sette e mezza, come se niente fosse.

Quel pomeriggio decide di entrare nello studio del marito. Non ci entra mai, ma, siccome Nancy, la filippina, non viene più per via della quarantena, pensa che sia il caso di entrare a dare una disinfettata. D’altronde non si sa che germi (o proprio il virus) il marito potrebbe portare da casa dell’amante. Le sudamericane (troie) non sono certo famose per l’igiene. Bisogna strofinare bene ogni superficie con l’alcol, l’ha letto su Whatsapp. Entra e viene subito avvolta dall’odore di tabacco della pipa del marito. Nessuno in quella famiglia la rispetta. Li ha scongiurati di non fumare in casa. Se ne fottono entrambi, il marito nello studio con la pipa e gli spinelli del figlio in cameretta.

Si accorge subito che il mobiletto delle armi è socchiuso. Strano, di solito è chiuso a chiave. Il marito è un appassionato di armi. Da quando è in pensione, l’unica attività che pratica ogni settimana (oltre a scopare la troia) consiste nell’andare al poligono, a sparare. Tiene le sue pistole, alcune da collezione, altre perfettamente in funzione, in un armadio con serratura nel suo studio. Una credenza di legno settecentesca. Ne va molto fiero, sia della credenza che delle armi.

Questa della pistole era un’altra vecchia questione, alla quale aveva rinunciato. Se solo provava a dire qualcosa sul fatto che tenere tante armi in casa fosse pericoloso e un tantino esagerato, il marito le ricordava la storia degli zingari. Cinque anni prima, una notte, il marito aveva sorpreso due zingarelli nel giardino di casa. Invece di chiamare la polizia, era corso a prendere la sua glock semiautomatica e gli aveva sparato, colpendo uno dei due alla gamba e facendo fuggire via l’altro. Era corso poi in giardino e aveva afferrato lo zingarello, che non avrà avuto più di quindici anni, per il collo, urlando “l’ho preso, l’ho preso, chiama i carabinieri.

Appena i carabinieri erano arrivati si erano congratulati con il colonnello per la mira e dopo aver dato un ceffone al ragazzino zingaro terrorizzato (che il marito intanto continuava a tenere per il collo), avevano finalmente chiamato un’ambulanza.

C’era stato un processo per eccesso di legittima difesa, ma il marito, grazie alle sue connessioni e alla testimonianza dei carabinieri, ne era uscito pulito, anzi per certuni versi da eroe. Certo non per quelli del palazzo (“tipici comunisti coi soldi dei Parioli”, li chiamava lui), che alla riunione di condominio avevano sollevato “il problema delle armi nel palazzo”. Il figlio, che all’epoca aveva dodici anni, aveva assistito a tutta la scena. Si ricorda con orrore che il suo bambino si era avvicinato a quell’altro ragazzino mentre il padre lo teneva fermo aspettando i carabinieri e gli aveva sputato addosso. Neanche l’aveva preso e lo sputo era caduto sul brecciolino del giardino (sassolini bianchi di fiume, venti euro al pacco da Leroy Merlin) macchiato del sangue colato dalla gamba dello zingaro.

Che strano, però, che quel mobiletto non sia chiuso a chiave. Lo apre e nota che manca una pistola, la glock semiautomatica. Lo scomparto vuoto dell’arma salta agli occhi. Si chiede perché diavolo il marito abbia preso la pistola. Non è da lui lasciare quel mobiletto aperto. Era il loro accordo: armi sempre chiuse e inaccessibili.

Avrà paura a girare nella città vuota per la quarantena?

 

Lo spacciatore con tre nomi

 

Quel giorno il ragazzino dei Parioli gli dice di venire a via Giacinta Pezzana. È una novità , ma non lo insospettisce più di tanto. Di solito si limitava a dargli appuntamento in qualche via vicino casa sua, si vedevano, gli consegnava dapprima la scatola (vuota) di pizza e al momento di ricevere i soldi consegnava anche la pallina, dopo essersela rapidamente sputata sul palmo della mano da sotto la mascherina.

Mentre segue il navigatore verso il punto indicato, si rende conto che quella zona dei Parioli è ancora più vuota. Passa davanti a una caserma dei carabinieri, con una volante appostata di fronte all’edificio. Registra meccanicamente la loro presenza: al ritorno si ricorderà di non passargli davanti, di cambiare strada. La sua mente è come un computer, incamera informazioni e le processa all’istante. Il ragazzino dei Parioli per telefono gli ha detto che sono in due. Nel loro linguaggio significa che vuole due palline. In bocca ne ha venti contate, quelle che distribuisce solitamente in un giorno di lavoro.

Arriva nel luogo indicato dal navigatore alle 15.30 in punto, ma non vede nessuno. Si comincia a innervosire. I suoi clienti sanno che la puntualità, soprattutto sotto il lockdown, è fondamentale. Si concede di aspettare un minuto di orologio prima di inforcare la bici e andarsene, non si sente sicuro con la borsa glovo e la bocca piena. Mentre risale sulla bici, pronto a inerpicarsi sulla salita, sente “pss” “pss”, si volta e vede il ragazzino fargli cenno da un apertura nel muro che separa la via da quello che sembra un parco. Si avvicina con la bici ed entra nell’apertura. Dietro il muro c’è una sorta di bosco con un sentiero. Il ragazzino gli fa segno di seguirlo, con lui c’è il solito cane che si porta sempre dietro.

Non gli piace. Potrebbero fare lo scambio lì stesso, senza bisogno di avanzare in quel bosco. C’è qualcosa di strano nel comportamento del ragazzino oggi. Non fa a tempo a formulare il pensiero che sente una cosa puntargli sulla schiena. Capisce subito che è una pistola.

Ora, senza andare a rievocare le violenze che aveva subito in Libia e in Niger,  c’è un avvenimento che vale la pena citare, che forse può aiutare a comprendere meglio il carattere di Moussa e quale possa essere la sua reazione in un momento del genere. Quelli che odiava di più, anche più dei libici stessi, erano i carcerieri delle “safe house” dove lui e gli altri africani venivano rinchiusi prima del viaggio via mare e fatti uscire solo per essere portati con dei pick up giallognoli a lavorare (gratis ovviamente) nei campi limitrofi o nei cantieri di Sabratah o peggio per essere venduti per una notte a qualche arabo pervertito. Li odiava perché i carcerieri erano neri come lui, come gli altri rinchiusi lì dentro. Spesso nigeriani o ghanesi (ma anche gambiani come lui o senegalesi), i carcerieri si erano venduti l’anima ai mafiosi libici di Sabratha e in cambio di qualche dinaro, la promessa del viaggio in un’imbarcazione di legno (e non in uno di quei gommoni cinesi stipati all’inverosimile dove aveva viaggiato lui) e soprattutto in cambio di un po’ di potere sugli altri neri. Per questo li odiava. Erano loro che, quando i libici pretendevano altri soldi dalle famiglie in patria, tenevano il telefono e torturavano il malcapitato per farlo urlare al telefono di mandare soldi o l’avrebbero ucciso. Erano loro che, quando i libici avevano concluso un accordo con i pervertiti locali, venivano a prendere il ragazzino di turno e lo riportavano la mattina dopo, con l’umiliazione scolpita in faccia e il corpo tremante. Erano loro che si divertivano a pisciare addosso ai malati o a sputare nella pentola con il rancio giornaliero. Ecco, quando Moussa era al centro di prima accoglienza, l’hotspot, di Pozzallo, in attesa di una collocazione in una comunità per minori, c’era stato un altro arrivo di migranti. Tra i nuovi arrivati aveva riconosciuto immediatamente uno dei suoi carcerieri nella safe house di Sabratah, un ghanese che si faceva chiamare Ashanti. Girava per il centro di detenzione in Libia con una mazza da cricket e urlava sempre, imitando il dialetto libico “gamez lota” (stai seduto, frocio) a chiunque si alzasse in piedi senza chiedere permesso. Certo che se lo ricordava, il suo viso, la cicatrice sul naso e la sua collanina con il dente di tigre in argento: era stato proprio Ashanti a venirlo a prendere quando era stato venduto a un vecchio libico bavoso e pervertito per due notti. Arrivato al centro di Pozzallo, Ashanti si comportava con lo stessa spocchia, come se il potere che aveva in Libia sui neri valesse anche lì. Appena arrivato nella camerata aveva preteso il letto a castello accanto al condizionatore.  Ashanti non l’aveva riconosciuto, chissà a quanti ragazzi come lui aveva fatto subire le stesse atrocità.

Moussa – Kadhafi aveva aspettato il momento opportuno e il giorno prima del suo trasferimento alla comunità per minori a Siracusa, aveva agito. Ashanti (che arrivato in Italia si era identificato come Jonathan Ewande) era scomparso quello stesso giorno, alla sera non era tornato al centro di Pozzallo. Capitava spesso che i richiedenti asilo si allontanassero senza aspettare il trasferimento ufficiale, nessuno si era allarmato. Una settimana dopo, tuttavia, su “Ragusa Today” era uscito un trafiletto sul ritrovamento del cadavere tra gli scogli, sulla spiaggia vicino l’Hotspot di un “richiedente asilo” ospitato a Pozzallo. Probabilmente annegato durante una nuotata, diceva l’articolo.

Ogni volta che Moussa ripensava a Ashanti sorrideva tastando sotto i polpastrelli la collanina col dente di tigre che aveva al collo.

 

– Ora ci dai tutto coglione, sputa tutte le palline che hai in bocca e caccia fuori soldi e telefonino, sennò ti sparo. Sente dire alla voce dietro di lui.

 

 

L’amico

 

Lui non lo voleva fare. Lo sapeva che era un’enorme cazzata e che sarebbe finita male. L’altro gli aveva spiegato il piano la sera prima, mentre aspirava lentissimo il fumo dalla canna (e senza passarla).

– È super tranquilla, aveva detto, imboscata tattica: tu lo attiri dentro la parte di Villa Ada ancora accessibile da via Giacinta Pezzana, io mi appizzo e appena il negro entra nel bosco calo da dietro e gli punto la pistola, tu gli fai svuotare la bocca e poi scappiamo nel bosco. Vedrai, il negro si cacherà sotto e ci darà tutto. Oltre alla robba je levamo pure i soldi, a sto negrodemmerda. Poi ci dividiamo tutto, stecca para pe’ tutti, aveva detto citando una vecchia serie.

La faceva facile. Come se fossimo due ladri assalitori navigati e non due coglioni pariolini che il massimo di prepotenza che avevano fatto nella vita era stato rubare la felpa e il telefonino a due ragazzini delle medie. Ora la pistola addirittura. Che enorme stronzata stavano per fare. E il paradosso è che lui gli aveva pure detto di sì. Non sa nemmeno se aveva accettato per non sembrare un codardo davanti all’amico, o più probabilmente per l’avidità di possedere finalmente un po’ di eroina tutta per lui, da gestire come voleva, senza campare delle briciole che gli lasciava l’altro. Aveva pensato anche che magari disponendo di una piccola scorta di eroina avrebbe potuto cominciare un programma di scalaggio, per mettere fine a quella fastidiosa (e ormai ingestibile, dillo) dipendenza.

Inoltre Moamed non gli stava antipatico. Sì, okay, era uno sputapalline, uno spacciamorte, ma era sempre stato gentile e a suo modo corretto. Prima della quarantena, quanto si incontravano per acquistare in quei negozietti bangla dalle parti di piazza dei Gerani, gli offriva sempre una coca cola o un succo di mango. Il tunisino da cui erano andati per un po’ non gli aveva offerto mai nulla, anzi una volta li aveva pure crepati scomparendo con 60 euro. Moamed mai, l’unico appunto che gli si poteva fare era l’aumento prezzi del lockdown, ma lui tutto sommato lo capiva. Insomma, oltre alla componente tecnica organizzativa (ma quale tattica imboscata) dell’operazione che l’amico gli aveva proposto (e lui aveva accettato!), anche l’aspetto morale lo lasciava perplesso.

Non appena sente l’altro intimare a Moamed di sputare tutte le palline si volta a guardare la scena. Sa che dovrebbe intervenire, secondo il piano in quel momento a lui toccherebbe mettersi di fronte a Moamed e farsi consegnare la droga, ma resta impietrito. Vede negli occhi di Moamed qualcosa di gelido, fa in tempo a pensare “abbiamo sbagliato pensando di poter fregare questo ragazzo”, anzi gli viene in mente una frase di un film “stiamo fottendo col negro sbagliato”. Peccato, sarà il suo ultimo pensiero.

 

Tre coetanei in un parco

 

Immaginiamo di avere un drone, uno di quelli che volano bassi e sono dotati di una buona telecamera, e di star guardando nel monitor le immagini trasmesse. In principio, quando il drone è alto vedremmo un quartiere borghese di una città, costeggiato da un’area verde enorme, Villa Ada, il polmone verde di Roma Nord, qualcuno la chiama. Le vie del quartiere sono  inspiegabilmente vuote, In giro non c’è nessuno. Una quiete irreale, neanche una macchina o un motorino.  Poi il drone si abbasserebbe un po’ andando ad inquadrare la zona tra il parco e via Giacinta Pezzana. Stringendosi ancora di più, nel lato del parco vedremmo una scena curiosa. Tre ragazzini, sembrano più o meno della stessa età stanno facendo quello che sembra un gioco. Uno regge una bicicletta mentre un altro gli sta dietro, molto vicino e si agita.  A qualche metro di distanza c’è il terzo ragazzo che li guarda, immobile. Nella mano destra tiene al guinzaglio un cane che si è seduto e guarda anche lui la scena. L’inquadratura del drone a questo punto scenderebbe zoomando verso i due ragazzi che stanno vicini. Si vedrebbe quello più scuro lasciar cadere la bicicletta, piegarsi di colpo sulle ginocchia e afferrare con le mani l’altro ragazzo che gli sta dietro, lanciarlo in avanti  e saltargli sopra. Il drone riprenderebbe dall’alto, per cui non riusciamo a vedere cosa gli sta facendo. Sembra un gioco, magari un po’ violento, ma un gioco di ragazzi. Il drone prenderebbe di nuovo quota allargando l’inquadratura, tanto da permetterci di vedere l’altro ragazzo, il terzo, che ora giace sdraiato supino a terra, mentre il cane gli lecca la spalla.

 

La madre

 

Nel silenzio irreale della città in quarantena la deflagrazione fa tremare i vetri delle finestre. Un botto enorme. E un’angoscia fulminante le assale il cuore. Un presentimento? Una premonizione? No, è molto di più. Si sente intimamente sicura che qualcosa di brutto è successo al figlio. Non è passata neanche mezz’ora da quando ha trovato il mobiletto del marito aperto, con la pistola mancante ed ecco quel botto, quell’esplosione. Comincia a tremare.

 

Lo spacciatore con tre nomi

 

In effetti c’è anche un quarto nome con cui Kadhafi / Moussa / Moamed viene chiamato: Momo. Così lo ha soprannominato Patrizia, una delle educatrici della comunità in cui è ospitato che lo ha preso in simpatia, e così lo chiamano gli altri operatori e anche qualcuno dei ragazzi. Quando quel pomeriggio torna alla comunità, senza la bicicletta, Patrizia lo accoglie con un sorrisone: – già a casa Momo? Non lavori oggi? No, risponde lui, sono un po’ stanco oggi, meglio di no.

Sale su nella camera che divide con altri due ragazzi e si sdraia immobile sul letto ripercorrendo con la mente le ultime due ore, scandagliando le sue azioni in cerca di un possibile errore, ma non ne trova.

Dopo che il ragazzino gli aveva puntato l’arma sulla schiena, aveva formulato due pensieri, immediati e cristallini: devo disarmarlo e devo uccidere entrambi. Non si era lasciato prendere dalla rabbia verso questi due cretini che volevano fregarlo, né per un attimo aveva avuto paura. Questa è la sua forza, la stessa che ha intravisto il nigeriano quando lo ha assoldato come sputapalline: la razionalità, la freddezza.  Ripensa agli eventi in successione. Quando si è abbassato di colpo per uscire dalla traiettoria della pistola, facendo roteare il ragazzo in avanti,  ha sentito lo sparo. Poi è salito sopra al ragazzo, ha cominciato a strangolarlo con mano sinistra sul collo, mentre con la destra gli teneva fermo il polso onde evitare che potesse usare ancora la pistola. Era morto quasi subito. Con Ashanti era stato molto più difficile e aveva dovuto usare entrambe le mani. Dopo che il ragazzo con la pistola aveva smesso di vivere, era andato a controllare l’altro. Il colpo sparato dall’amico lo aveva preso sulla spalla, aveva perso conoscenza ma non era morto. A quel punto si era limitato a premergli con forza la mascherina bianca sulla bocca e sul naso fin quando non era soffocato. Il cane aveva continuato a leccare la ferita sanguinante sulla spalla del padrone.

Era andato tutto bene. Non aveva incontrato nessuno. Al ritorno si era sbarazzato dei cellulari, il suo e quello dei ragazzini. Aveva anche fatto scomparire il portapacchi di glovo.

La pistola, beh, la pistola se l’era tenuta, e forse quello era stato il suo unico errore, riflette, ma aveva pensato che in futuro gli sarebbe potuta servire.

 

(continuano le avventure delle spacciatore con tre nomi)

 

Immagine di copertina: Foto di Gin Angri.

 

 

 

 

 

Riguardo il macchinista

Pina Piccolo

Pina Piccolo, la macchinista-madre, è una scrittrice e promotrice culturale calabro-californiana. Si imbarca in questa nuova avventura legata alla letteratura spinta dall'urgenza dei tempi, dalla necessità di affrontare la complessità del mondo, cose in cui la letteratura può dare una mano. Per farsi un'idea dei suoi interessi e della sua scrittura vedere il suo blog personale http://www.pinapiccolosblog.com

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