“Lo scrittore è la riserva etica dell’umanità” (Rosanna Morace)

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Ieri mi sono ritrovata a dover scegliere un’immagine per una pagina facebook. Cercavo qualcosa che rapisse l’attenzione e fosse simbolica, e mi muovevo disordinatamente su «Google immagini» digitando parole astratte senza una direzione precisa. Naturalmente non trovavo nulla. Poi, ad un certo punto, mi è venuta in mente «Sagarana», le tante immagini che accompagnavano saggi e racconti, e che Julio sceglieva personalmente non so da quale serbatoio. Ecco, «Sagarana» era anche questo: un cappello magico, una immensa biblioteca-pinacoteca-emeroteca (la sezione «La lavagna del sabato», a modo suo lo era) selezionata con cura ed eleganza. Esattamente lo specchio di Julio.

 

Scrivendo di Julio, mi capita spesso di incorrere nella domanda: e ora da dove comincio? Dallo scrittore di racconti, romanzi, poesie, teatro? Dall’intellettuale impegnato eticamente, prima e più ancora che politicamente? Dall’affabulatore affascinante? Dal guerriero graffiante, satirico, grottesco, lucidamente spietato? Dal narratore a volte cinico, capace di indagare il lato oscuro, inconscio, tetro, dell’essere umano? Dall’amico che mi ha mostrato cosa può arrivare ad essere la libertà intellettuale?

Quel che non mi è mai capitato, invece (pur non avendo scritto poco su Julio) è stato chiedermi: e ora cosa scrivo?

 

Ma oggi – per questo primo numero di «La macchina sognante», che da «Sagarana» in qualche modo promana – credo che sia meglio partire dall’ottobre dell’anno 2000, quando Julio lanciava il primo numero della rivista.

A quel tempo, la scommessa di una rivista di letteratura mondiale on-line era impresa tutt’altro che scontata, seppur a dir poco lungimirante, perché intravedere le potenzialità del web (in termini non tanto economici quanto di democratizzazione e liberazione del pensiero) e portarle tenacemente avanti contro gli ‘adepti della carta’ è stato un atto rivoluzionario:

 

La nostra è stata una delle prime riviste on-line in Italia, senza una versione cartacea, ed è forse l’unica che è sopravvissuta da quei tempi pionieri; gli altri siti letterari, come Golem, Bookcafè, Tina, Voices, Akkuaria, Vibrisse e Magnolia News sono scomparsi nel tempo. E non a caso. Quella allora era una scommessa temeraria: i lettori collegati alla rete erano ancora pochi, e gli scrittori e i critici torcevano il naso a quel tipo di editoria “immateriale”, come se la sua fluidità e immediatezza significassero assenza di spessore o addirittura di serietà, o come se nuove forme ancora poco familiari compromettessero in qualche modo il contenuto dei testi. Erano tempi difficili per una pubblicazione on-line. Noi sapevamo però che sarebbe stata solo una questione di tempo l’affermazione e l’ampia diffusione di quello spazio di comunicazione virtuale, anche dovuto a quello che significa come libertà di espressione e come democrazia di accesso all’informazione gratuita, immediata e distribuita su un’area geografica senza limiti.

(JMM, Dodici anni di «Sagarana», in «Sagarana» 49, ottobre 2012)

 

Inutile dire che per intraprendere con tale convinzione questo percorso (e per portarlo avanti 14 anni, con la tragica interruzione ex-abrupto di cui sappiamo) era necessaria una competenza editoriale, una forza proiettiva e una chiarezza d’intenti non comune, che in parte provenivano a Julio dal suo essere scrittore, in parte dal suo attivismo politico-culturale durante gli anni della dittatura brasiliana, in parte dalla sua esperienza di creatore e direttore della Casa editrice «Anima», a Rio. «Sagarana», quindi, si poneva fin dagli esordi come propaggine di un progetto già avviato nel paese natale, ma rifondato in Italia su nuovi presupposti e con attenzione vigile alla realtà culturale nella quale andava a innestarsi. Eppure, inizialmente, ‘Julio-scrittore’ non emergeva granché nella rivista, il suo poderoso lavoro rimaneva dietro le quinte, tanto che il suo primo scritto appare solo dopo quattro anni, e fino al 2010 l’unico spazio che si riserva è l’editoriale per il ‘compleanno’ di «Sagarana»; solo dal gennaio 2010 l’intervento diviene trimestrale, proponendo una sempre più fitta serie di interrogativi sul cosa significa fare letteratura oggi, sul perché continuare a proporla, sulle modalità e gli ideali che la muovono, sulle sempre crescenti difficoltà che un mercato unificato e uniformato comporta, in termini sia di pubblicazione sia di ricezione. E proprio contro il dilagare del «pensiero unico» «Sagarana» si poneva come antidoto, nella salda affermazione del valore etico-utopico (e quindi rivoluzionario e salvifico) della letteratura:

 

Il nostro scopo era, sì, proporre il nuovo, i nuovi stili, le sperimentazioni, ma volevamo al contempo riproporre testi importanti, ancora attuali e sovvertitori, che erano caduti in un ingiusto dimenticatoio, spesso prima ancora di aver raggiunto i lettori, e spesso nascosti in edizioni già da molto tempo fuori catalogo, sotterrati in fondo a una produzione editoriale obbligata dalle operazioni commerciali a produrre una tempesta quotidiana di nuovi titoli di qualità letteraria sempre più modesta, seguendo una strategia secondo me equivocata e troppo passiva, con la scusa che così impone il mercato. Già, il mercato. Onnipresente, onnipotente, dietro il quale si nascondono tutte le cialtronerie, gli abusi, le incompetenze e i privilegi. Non sono solo i libri quelli annichiliti dal fantasma del “mercato”, ma anche gli uomini e le donne del nostro tempo, che sembrano esistere solo come soggetti economici.

La buona letteratura, tuttavia, così come ci ha aiutato in passato ad allontanare i pericoli dei totalitarismi, ci aiuterà anche oggi a esorcizzare il pensiero unico del mercato, la deprimente tendenza a quantificare ogni cosa, a enumerare ciò che enumerabile non è, facendo finta di non accorgersi che un’immensa quantità di spazzatura non fa una biblioteca, fa semmai una discarica.

(JMM, Dodici anni di «Sagarana», cit.)

 

Così come «Sagarana», anche l’intera opera letteraria di Julio Monteiro Martins nasce, si sviluppa e persegue un principale ideale: celebrare la complessità del reale e dell’apparente, scavando sotto lo strato superficiale, e fin nel derma e nell’ipoderma; ma non per arrivare ad una ‘verità’, quanto piuttosto per aderire al presente con integrità, senza inibizioni o censure, per liberare innanzi tutto se stessi, i propri sogni e le proprie paure, e, attraverso quest’atto di coraggio personale, costruire un futuro non più utopico ma possibile.

 

D’altro canto, anche lo scegliere di scrivere prevalentemente racconti, qui in Italia, è stato un atto di coraggio da parte di Julio, e al contempo volontà di non snaturare se stesso e le proprie attitudini narrative-culturali (non dimentichiamo il ben diverso peso che la short story ha nel continente americano, a differenza che in Europa), ma altresì necessità di aderire al proprio tempo: se il mondo contemporaneo è frammentato e l’epistemologia della globalizzazione sta divenendo ‘a zapping’, dice Julio, anche le forme narrative devono divenire liquide e trasversali, non possono più ricercare la compiutezza ottocentesca o tendere alla decostruzione novecentesca, ma devono cercare nuove possibilità che siano espressione del tempo mutato.

Nascono, così, i ‘racconti in romanzo’: racconti compiuti e sferici, autonomi nella loro brevità e in quella capacità iconico-fotografica che è più volte stata messa in luce dalla critica, che però riescono, all’interno della raccolta, a ibridarsi con il romanzo nel costituire tanti fili di un’unica trama. Julio recupera così l’unità dell’insieme dal punto di vista del contenuto, mentre nella forma realizza una sorta di ‘esplosione’ dei personaggi, del narratore e della focalizzazione narrativa, che, mutando di racconto in racconto, divengono il correlativo della scissione del sé del nostro tempo, ma promuovono poi una possibilità di congregazione di tale frammentazione. Analogamente, come le coordinate spazio-temporali in cui viviamo tendono sempre più a frantumarsi, sotto la pressione della globalizzazione e della mediaticità, nei racconti di Julio Monteiro Martins il cronotopo si sviluppa sull’asse dell’atemporalità e dell’aspazialità, attraverso un’ambientazione sospesa dove passato presente e futuro si incontrano, si giustappongono e si fondono in un unico attimo fluido, mutevole ma immobile.

In taluni casi (e soprattutto quando a ciò si accompagna il grottesco), per il lettore ne consegue un completo spaesamento (Il brusio del mondo, ad esempio); in altri un senso di atonia e ovattamento, anche laddove il racconto indaghi con spietatezza il lato più ferigno dell’essere umano, le passioni più primordiali, gli istinti troppo umani, quasi animali, o semplicemente quel senso di instabilità repentina dovuto al gioco ora crudele ora carnevalesco, ma comunque inarrestabile, della vita.

Ed è doveroso ricordare racconti potenti, come Hotel till (l’amore adolescenziale che scopre i crimini del nazismo a pochi passi da casa, nella foresta amazzonica), Ottantacinque, ottantanove (la vita della madre nelle mani dei suoi piccoli figli, appesa al filo di un numero civico), Avvio (vita e morte che si incrociano in due parti giustapposti, strazianti per diversi motivi), Antenne (vita, morte e amore che fluttuano spostate da un soffio di vento); ma anche le storie dal ritmo da fiaba e dai risvolti agghiaccianti (La parabola del giovane economista, allegoria della precarietà lavorativa), o in cui episodi di cronaca si combinano, quasi con montaggio cinematografico, ad altre storie, creando tre livelli di lettura e metaletteratura (Pomeriggio a casa).

Storia, letteratura e metaletteratura si intersecano nell’opera di Julio Monteiro Martins, sia in maniera sottile (Letterati e disperati, o La feritoia e il volo, strutturati su un racconto di secondo grado), sia del tutto esplicita: si pensi al romanzo madrelingua, interamente giocato, con grande ironia e leggerezza, sull’impossibilità di scrivere oggi un romanzo unitario, che a questo nucleo interseca la «satira sociopolitica caustica» (Silvermann) sugli effetti truci e ambigui, per l’immaginario e la coscienza collettivi, del ventennio berlusconiano in Italia (analogamente a quanto aveva già scritto, e operato come attivista, in Brasile per resistere alla progressiva occlusione di ogni libertà e diritto civile ed umano durante la dittatura).

Una riflessione, questa sul berlusconismo e sul «pensiero unico», che permea anche la maggior parte degli editoriali scritti da Julio per «Sagarana», e che mostrano chiaramente quale fosse il compito che egli sentiva di avere nei confronti della società (italiana e non), in quanto intellettuale e scrittore. Affermava, infatti, con il coraggio e la capacità di mirare dritto all’obiettivo, che gli erano propri:

 

Mentre il sistema impone e vende una falsa semplicità, la letteratura è rimasta da sola a offrire la complessità, a offrire l’ambiguità […]. E lo scrittore è il nucleo, il cuore della resistenza […], è la riserva etica dell’umanità.

(Intervista visibile su «Arcoiris TV», del 2006, che consiglio vivamente di ascoltare)

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Nata a Reggio Calabria, Rosanna Morace è docente di lettere nelle scuole secondarie superiori. Ha lavorato sulla letteratura del Cinquecento e sulla letteratura translingue, pubblicando alcuni volumi, tra cui “Letteratura-mondo italiana” e “Un mare così ampio. I racconti in romanzo di Julio Monteiro Martins”.

Foto in evidenza di Melina Piccolo.

Foto dell’autrice a cura di Rosanna Morace.

Riguardo il macchinista

Pina Piccolo

Pina Piccolo, la macchinista-madre, è una scrittrice e promotrice culturale calabro-californiana. Si imbarca in questa nuova avventura legata alla letteratura spinta dall'urgenza dei tempi, dalla necessità di affrontare la complessità del mondo, cose in cui la letteratura può dare una mano. Per farsi un'idea dei suoi interessi e della sua scrittura vedere il suo blog personale http://www.pinapiccolosblog.com

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