L’improvvisazione poetica e l’ottava rima nelle osterie delle miniere di zolfo – Stefano Fabbroni

cesare-terzone-ottava-rima

Per gentile concessione dell’autore, ripreso da
https://drive.google.com/file/d/1e-kRkVpe2wbCxvBKt2jo5S7NUg1aCvEz/view?usp=sharing

 

L’universo della comunità dei Poeti in ottava rima ai tempi della Miniera di Zolfo di Cabernardi, dagli anni ‘20 agli anni ‘70, in un territorio a cavallo fra Marche e Umbria, rappresenta l’ultima generazione che visse una rivoluzione tecnologica, dei costumi e della conoscenza senza precedenti e che, vista con gli occhi di oggi, appare anche l’ultima che avesse la propria forma mentis plasmata nell’esprimere e confrontare il proprio pensiero attraverso queste forme d’improvvisazione poetica.

L’ottava rima è una delle forma d’improvvisazione poetica più comune nell’Appennino Centrale e non solo, oggi sopravvissuta culturalmente in forme marginali in Toscana, in parti della Maremma Laziale e i Monti della Laga.

L’Ottava Rima divenne epica e popolare grazie alla sua musicalità, ma anche perché resa immortale dai poemi cavallereschi del Tasso, Boiardo e Ariosto, concepiti nel XVI sec. alla corte Estense di Ferrara; forma poetica che conobbe ampia fortuna come metro di sfida nelle campagne sotto forma di rispetti e dispetti, sia la narrazione dei fatti, sia per la trasposizione di poemi epici e storie, non solo in Italia, ma anche in Inghilterra, fino alla fine dell’800 e in Spagna con l’Octava Reale.

La memoria degli ultimi poeti in ottava rima dell’area dell’Appennino fra Marche e Umbria è stata recuperata e valorizzata a partire dalla fine degli anni ‘90 dalle ricerche condotte dal Comitato Cristalli nella Nebbia di Pontelagoscuro, con la supervisione del Prof. Gianpaolo Borghi (MAF di Ferrara) e dei testimoni dei tempi della Miniera come Guido Guidarelli.
Queste pubblicazioni fanno riferimento ai principali poeti vissuti a Rotondo (fraz. di Sassoferrato) nel ‘900 come Oreste Crescentini, suo fratello Natale Crescentini ed altri come Terzoni, Mariano Blasi Toccaceli, Ottorino Chiocchi.
Inoltre, dal 2012, una raccolta curata Graziano Ligi “Poeti Contadini in Ottava Rima dell’Appennino Umbro-Marchigiano” (2012) ha esteso la ricerca dei Poeti alla seconda metà dell’ottocento e razionalizzato il quadro dei poeti più celebri di quei territori, includendo poeti come Giambattista Carbonelli, Ubaldo Santarelli detto “Capoccione”, Pietro Petrucci, Angelo Gregori, Enrico Argentini ed altri vissuti a cavallo fra le Marche e l’area umbra di Scheggia-Pascelupo, delineando un orizzonte più ampio dell’uso dell’ottava rima

“che ancora oggi ritornano nei più anziani non appena si parla di sàtrie o di poesia. Certo il poetare era un’attività più che secondaria, un divertimento da festa, ma si può ipotizzare che investisse molto più tempo di quanto era dato a vedere: durante il lavoro nei campi, nelle macchie o quando si portavano a pascolare le greggi erano molti i pensieri dedicati alla poesia.
In questo tempo, una volta individuato l’argomento, si strutturavano le ottave, poi tornati a casa, venivano trascritte. Giorno dopo giorno, prendeva forma la composizione, in una lenta e silenziosa costruzione, così come costruisce la natura. Poi, nella giusta occasione, se ne dava udienza. Si cantava nelle osterie, nelle feste patronali, fino ad arrivare alle campagne romane, luogo delle migrazioni stagionali.”[1]

Come riportato dalle numerose ricerche sull’emigrazione del territorio Sassoferratese[2], la chiusura della Miniera di zolfo di Cabernardi, dal 1952 al 1959, rappresentò uno shock demografico, sociale ed economico, che portò oltre al quasi dimezzamento della popolazione locale in pochi anni, anche alla creazione ad una narrazione mitica di tali eventi e del tempo passato.

L’emigrazione portò alla partenza di larga parte della forza lavoro, in primo luogo verso Ferrara, con la fondazione del “Villaggio Marchigiano” di Pontelagoscuro, ma anche verso altri siti minerari: Montecatini in Toscana, in Sicilia, all’Elba, in Trentino.
Sorte più amara, che portò al licenziamento degli operai che parteciparono alla Lotta Sindacale, conosciuta come la lotta dei “Sepolti Vivi”[3], toccò a coloro che furono costretti ad emigrare verso altri luoghi e ad un ricollocamento più difficoltoso.
Lo stesso Oreste Crescentini, che dalla metà degli anni ‘50 emigrò in Canada, scrisse, nella lettera “All’amico Francesco Mariano” (1961).

 

11

Ma guarda Toccacel com’è finita

Quella gentaglia e non farti illusioni

Che se in altra zona venne trasferita

È andata incontro alle tribolazioni.

Perché una volta vinta la partita

Severi so ritornati i padroni

E gli da una paga che fa quasi pena

Se mangia a pranzo non ci può far cena!

 

12

Peggio del can legato alla catena

Sono trattati e sotto disciplina

E con l’ammoniaca il sangue si avvelena

E i fosfati che a Ferrara si raffina.

Forse quando ci pugnalò alla schiena

Fra se pensava tal gente meschina

Che come premio del suo tradimento

Avesse ottenuto un miglior trattamento!

 

13

In Sicilia non spira miglior vento

E i trasferiti sono disagiati

E oltre che allo scarso pagamento

Sono in certo qualmodo minacciati
Dagli isolani, e se non stanno attenti

Corrono il rischio d’essere ammazzati;

Chi tradisce laggiú la paga cara

Viene abbattuto a colpi di “lupara”

 

14

Sorte direi un pochetto meno avara

Toccata è a quei dell’isola del Giglio

E di Massa Marittima e Carrara

E d’Isola d’Elba l’Isola di esilio…

Ma anche per questi la vita è assai amara

Esposti sono a un micidial periglio

Perché a furia d’aspirare la perite

Gli forma nei polmoni le ferite

 

15

Vedi dunque Francesco che punite

Venute sono l’avversarie genti

Quelle cioè che abbandonò la lite

Ossia la lotta e andò coi dirigenti.

Le lor tribolazion non sono finite

E l’eco giunge a me dei lor tormenti

Dice un proverbio antico e indovinato

Che ognun raccoglie quel che ha seminato

 

16

Da parte mia ciascuno ho perdonato

Anche se mi costringe a fuggir via

Dal paesello dove sono nato

E cresciuto in mezzo e fra i compagni mia

Sebbene, sia sovente tormentato

Dai miei malanni e tanta nostalgia

Ringrazio sempre l’alto onnipotente

Che la mia famiglia sta discretamente

 

I poeti furono dunque, parte attiva nella lotta operaia e nella sua successiva ricostruzione e narrazione dei fatti, passando anche e soprattutto attraverso la ricostruzione degli ambienti delle Osterie, degli altri luoghi della Miniera e i suoi personaggi, tramite le numerose corrispondenze epistolari e altri componimenti ricostruiti a partire dai testimoni, quaderni e diari privati in cui vennero trascritte parte delle ottave e delle quartine o liriche improvvisate, oltre ai motti e altri accadimenti degni di nota e memoria.
Inizia infatti la serie di ottave, sempre di Oreste Crescentini, in “Ai Miei Amici” (1957):

 

              Quando alla sera da Moregi[4] andate

              A bere un mezzo litro in compagnia

       Non so se più di me vi ricordate

       E se lasciate a me la parte mia

       Voglio sperar che non dimenticate

       A chi si muore dalla nostalgia

       Tanto vedo che Emma[5] con premura,

       Ogni tanto vi riempe la misura.

 

E’ in questo momento, dunque, nell’instaurarsi di questi scambi epistolari, che può essere riconosciuto il passaggio in cui la tradizione orale dell’ottava rima di questi territori, come forma di dialogo aperto fra i poeti improvvisatori e gli altri avventori, con le storie e i personaggi del territorio inizia a trovare nella scrittura la sua forma espressiva compiuta e storica.

A testimoniarlo, lo scambio epistolare degli anni ‘60 fra Oreste Crescentini e Francesco Blasi Toccaceli, ma anche altre composizioni prodotte negli anni fra i poeti.

Dunque, la storia dell’Ottava Rima nel territorio del Catria, del Monte Cucco e dello Strega è stata riletta, nel lavoro del Lottava Rima, curata dall’autore di questo articolo, come ultimo lavoro di riproposta proposto per il repertorio di questa generazione di Poeti, intimamente legata alla storia della Miniera di Cabernardi, in una chiave musicale e narrativa dei luoghi.

Questo lavoro parte dal riconoscimento delle osterie storiche e del convivio come forma centrale della rappresentazione della poesia e musica spontanea, innestandosi, dal 2016, in primo luogo, come momenti di riscoperta del repertorio in forma di spettacolo site-specific, durante la festa che, da oltre trent’anni, viene celebrata regolarmente nella Frazione Rotondo di Sassoferrato il 14 Agosto e durante il successivo pranzo comunitario di Ferragosto, durante il quale rivive invece l’improvvisazione poetica su canti e stornelli.

Chiamati a partecipare a questi piccoli raduni, sono stati suonatori e poeti che attualmente portano forme di musica tradizionale nella regione e che ancora praticano la poesia all’improvviso, oltre che dell’Ottava Rima.

Fra gli interpreti delle poesie  hanno lasciato traccia della loro partecipazione in questo lavoro di riproposta un gruppo di testimoni dei tempi della Miniera, come Guido Guidarelli, Guerrino Guerra e giovani della terza generazione come Agnese Gardenghi, Cecilia e Francesco Pradarelli, Alexandre Cinti. Altro gruppo d’interpreti sono all’esperienza e partecipazione al Teatro Comunitario di Pontelagoscuro come Roberto Agnelli, Graziano Pavani, Sonia Fiorentini, Fofana Cheikhouba, Pathe Ba, Alhssane Diallo, Dian Diallo, Kemo Ceesaay.

Ad essi si sono uniti dall’altra i portatori della tradizione marchigiana, interpreti e ricercatori della tradizione poetica e musicale come Graziano Ligi, critico e autore; da Mauro Mazzarantani, storica voce de Lu Trainanà, Andrea Liberati, stornellatore improvvisatore della zona di Camerino e Città reale, Gianni Donnini e Alfio Vernuccio e altri maestri musicisti come Danilo Donninelli, Alessandro Piccioni, Margherita Valli, Claudia Gentili, Tommaso Brasca, Erik Vitali, Marco Mitillo.

Valentina Antonini, Armando Magli, Erica Mogetta, Debora Rim Moiso, Elisabetta Giri, Roberto Leonardi, Clarissa Coppari, Ines Carlucci, Thomas Bertuccioli, Gianluca Gioia, Jessica Artuso, Simone Morotti, Marco Giovani, Raffaella Rufo, Marco Betti (Associazione Lentopede, Stefano Fabbroni ed altri.

Tale forma di riproposta ha riaperto il dialogo, a dire il vero mai interrotto del tutto, fra la comunità e i suoi poeti come fonte del proprio mito cosmogonico, all’indomani della diaspora a seguito della chiusura della Miniera di Zolfo.

 

Le osterie storiche ai tempi della Miniera di Zolfo di Cabernardi

 

Durante gli anni della Miniera erano attive molte osterie e locande che servivano i tanti abitanti della zona mineraria di Sassoferrato.

La rivalità bonaria e la frequentazione dei poeti in ottava rima e nella musica e nella danza è testimoniata da memorie come “inizia ora il duello fra il moretto e pierospello”, che intendeva l’Osteria di Radicosa e quella della Sementana, frazioni del Comune di Sassoferrato.

 

Il canto al tavolo, ovvero il canto spontaneo e partecipato come momento motore del riconoscimento di un passato ancora presente e vivo.

Fra le osterie storiche si ricordano

  • Rotondo ( – osteria di Giuseppe Moregi – ),
  • Sementana (- osteria di Pietro Ridolfi detto “Pierospelo” o Picciappone -),
  • Radicosa (- Osteria “del Moretto” -)
  • Percozzone (- osterie di Quaresima e Temperini -)
  • Cabernardi (- osteria di Santina Lella -)
  • Catobagli (- osteria di Bruno Varani detto Malatesta e Argentati -),  
  • Morello (- osteria di Pencello -),
  • Leccia (- osteria di Rocconi -),
  • Monterosso (- osteria della Stazione -),
  • Caudino (- osteria di Consalvo -)
  • Palazzo (- osteria Parisa -).

In questo momento di ritrovo, durante la festa del 14 Agosto, durante il quale buona parte della seconda e terza generazione emigrata, ritorna nei luoghi natii, a partire dal 2016, nuovi poeti e suonatori Umbri e Marchigiani, ricercatori della musica tradizionale, sono stati chiamati per vestire le parole dei poeti con melodie, in una forma di spettacolo di teatro musicale, di improvvisazione e ballo.

Le poesie e le parole dei poeti del “Triangolo Cacustre”[6] sono quindi progressivamente reinterpretate a più mani e attraverso le canzoni in una forma di canzone e teatro di narrazione.
L’attenzione, fra tutte le osterie sopra citate, si è concentrata su l’osteria di Moregi di Rotondo, che fu fra le più attive, non solo per la conservazione della Memoria poetica, ma anche musicale.
Il suo fondatore, infatti, Giuseppe Moregi, di cui quest’anno ricorre il 90° anniversario del ritorno dall’America, celebrato nell’evento dedicato dal FAI nelle Giornate di Primavera 2019, fu anche suonatore di clarino e insieme a gruppi spontanei animò per anni la vita della frazione e di quelle vicine, nelle numerose feste a ballo e occasioni di convivialità.[7]
L’emigrazione di Giuseppe Moregi in America, dal 1924 al 1929, come operaio minerario nella miniera di Scranton in (Pennsylvania) delinea un quadro di una comunità Mineraria aperta e fluida, in continuo movimento.

 

Il lavoro minerario, duro, ma anche ottimamente retribuito, ha creato negli anni una forza lavoro estremamente avanzata per competenze e cosmopolita.

Il collegamento con l’emigrazione americana è testimoniato anche dal rapporto del territorio con la comunità americana, basti pensare al gemellaggio della vicina Gubbio con la comunità di Scranton (Lakawanna).
Tale traccia inoltre, è evidenziata dagli inglesismi presenti nei testi come “smarte” da “smart” e altri disseminati e rintracciabili nei testi.

Riportiamo dunque parte del repertorio pubblicato e in parte ancora inedito che descrive

Ai Miei Amici

Una serie di 42 ottave, composta nel 1957, ripercorre e ricostruisce la vista dell’osteria di Rotondo e i suoi personaggi e avventori.

E’ un sogno in cui, dal Canada, Oreste Crescentini, anima una discussione nell’Osteria di Moregi. Nelle ultime strofe, invece Crescentini descrive la sua condizione di emigrato, citando le difficoltà di ambientamento e la famiglia.
Oltre al già citato Giuseppe Moregi, nominato come il Gianni o Scranton, vengono citati Emma ed “Elza”, moglie e figlia di Giuseppe Moregi, “Truma”, Baldo, Menco di Pasquini, “Scelba”, “Perella”, “Calzolaio”, “Ranfia”, “Carogna”, “Ferdinando”, Savelli, “Furbetta”, “Grillo” “Mazzarino”.

 

Fra i passaggi più significativi possiamo ricordare le Ottave dalla 26 al 31, durante le quali Emma chiude dell’osteria, cacciando gli ultimi avventori che tiravano fino a tardi.

Nel lavoro de Lottava Rima esso è stato rappresentato in forma di canto e recitazione sulla scia delle forme di “Bruscello”[8] toscano.
26

La discussione procedéa normale

E nessun pensava di pigliar la porta

Allora Emma come al naturale

Disse, andiamo a dormi’ so’ stracca morta!

Chi vuol far soldi disse lo zenzale

Bisogna qualche cosa che sopporta

Tante volte anche Baldo è stracco morto

Eppure zappa il campo e vanga l’orto

 

27

Ma dico: Baldo non vi siete accorto

Che è mezzanotte e bisogna andar via?

Un pezzo ciò pazienza e vi sopporto

Ma dopo le “madonne” a me mi pia!

È inutile che voi guardate storto

Disse rivolta lí alla compagnia

Dei vostri soldi me ne frega un corno

Quando devo sta in piedi fino a giorno

 

28

Domattina alle cinque attacco il forno

È tardi e quindi d’andar via v’ho detto

Te pure “Truma” là non far lo storno

Che sembra stai facendo per dispetto

Il Gianni giostrato aveva al giorno

Era un po’ stanco ed era andato a letto

Chiamando ad Emma disse: ma che fanno

Come la sera del primo dell’anno?!

 

29

Infatti un tale già facéa il capanno 11

E dalle mano gli cascò il bicchiere

Spero i lettori non pretenderanno

Ch’io lo presenti e lo facci vedere!

Emma che cominciava a veder danno

Gli prese le madonne quelle vere

Disse, mannaggia a la… e finí in dindirindio

Andate fuori o vi ci mando io?

 

30

Ma per quel Dio di coccio per quel Dio

Non dico quando ricorre le feste,

A straviziare un po’ l’ammetto anch’io

Ma no, dico, alle sere come queste!

Pensar che tante volte maledío

E spesso spesso la prendeo co’ Oreste

Che mi facéa far tardi e non capivo

Che invece piú di voi era comprensivo!

 

31

Io che, s’intende, ogni cosa sentivo

Gli avrei voluto dir, non mi lodare

Che forse io pure quando qui venivo

Per andar fuori mi facéo pregare

Ma lo scopo principal per cui insistivo

Non era solo per bere o per giocare

Ma per trascor l’ore in compagnia

Fugando dalla testa i pensier mia

 

In risposta All’amico Francesco Mariano Blasi Toccaceli

E’ la prima risposta epistolare a Francesco Mariano Blasi Toccaceli, tratta da una serie di corrispondenze fra Oreste Crescentini e Toccaceli stesso. La corrispondenza è iniziata nel 1965 e terminata nel 1966. Tema centrale del dibattito poetico è la riflessione politico-sindacale scaturita dall’occupazione della miniera di Cabernardi, avvenuta nel 1952 (la miniera chiuse definitivamente nel 1959).

Vengono analizzate le pesanti conseguenze della sconfitta subita dai minatori occupanti, che dovettero trovare un nuovo lavoro e in molti casi emigrare, come fece lo stesso Crescentini. Nella forma di riproposta de Lottava Rima essa è riproposta in forma di ottava cantata.

Si riportano alcune delle strofe che descrivono parte della lotta e della scissione del fronte operaio.

 

6

Ma se le tue parole è intenzionate

Ovver si trova sulla convinzione,

Allora ci vorrebbe due legnate

Tra capo e collo oppure sul groppone.

Alludo alle tue frasi incriminate

Che mi scrivesti senza riflessione

E perché tu dica con convincimento

Ch’io fui l’autor del tuo licenziamento

7

Scusa Francesco se un po’ mi risento

Usando verso te parole dure

Ma se in certo qualmodo mi lamento

Credo giustificar si possa pure.

Sembra ch’io t’abbia ordito un tradimento

Togliendo il pane alle tue creature

Come s’io fossi un uomo senza cuore

Infame fraudolente e traditore!

 

8

Pensar questo di me gli è un grande errore

Che sol commettere può chi non ragiona

Ma io smentire so senza timore

Chi cerca incriminare la mia persona.

Nella battaglia mostrai il mio valore

Ed attestar lo può l’intera zona

E feci fino in fondo il mio dovere

Sia da compagno che da Consigliere

9

Se a un certo punto fra le nostre schiere

A creare si venne una scissione

E molti abbandonò le lor trincere

Passando dalla parte del padrone,

Questo il motivo fu devi sapere

Che approfittò il padron dell’occasione,

E proprio a causa di questa canaglia 1

Perdemmo in parte la nostra battaglia

10

Se fummo licenziati a centinaia

E come roba vecchia via gettati

Ripeto causa fu della marmaglia

E non della Commisione o i sindacati.

S’io avessi avuto in mano una mitraglia

Voltata l’avrei verso i rinnegati

E avrei fatto di lor piazza pulita

A prezzo e costo della propria vita

 

Il video di parte di questa lirica, rappresentata a Cantarino per la X giornata delle Miniere (evento ISPRA) e interpretato da Andrea Liberati

https://lottavarima.wordpress.com/lottava-rima/interpreti-e-repertorio-ottava-rima/gruppo-di-teatro-comunitario/

 

Il Papa di Camazzocchi

Il lavoro di raccolta del materiale del Crescentini è stato svolto da Guido Guidarelli Mattioli a cui si devono anche molte trascrizioni a computer. Al lascito si aggiungono alcune opere di Francesco Mariano Toccaceli, don Salvatore Scassellati e Cesare Terzoni (con i quali il Crescentini tenne corrispondenze epistolari) nonché di Natale Crescentini. Il confronto diretto con gran parte dei documenti catalogati è stato per noi possibile grazie al materiale ricevuto nell’agosto 2011 da Orfeo Crescentini a Guido Guidarelli Mattioli stesso.

Il Papa di Camazzocchi o meglio, “Racconto di un sogno e per conoscenza del (Papa) di Camazzocchi” è una poesia in quartine datata Maggio 1960 e narra il ritorno a Rotondo di Crescentini e la sua ricerca di un Papa di Camazzocchi.
Camazzocchi è una delle frazioni e case sparse di Sassoferrato, attualmente scomparsa per una serie di frane successive che ne decretarono il totale e definitivo abbandono.
Il Papa, o Papà, di Camazzocchi è un personaggio, avventore d’osteria, ormai ritirato della vita pubblica, ma con un passato di giocatore di carte e morra particolarmente attivo (probabilmente una proiezione del poeta stesso). Dalla sua memoria vengono estratti profili giocosi, piatti e usanze degli anni ‘50. Esso è il Papa e sovrano di un paese che non esiste più, perfetta metafora di un mondo scomparso nelle forme, ma che ancora presente nei riti della memoria. Nel lavoro di riproposta è stato musicato e ricantato nelle diverse melodie del Cantamaggio Marchigiano.

 

Ed ora dimmi; cosa fa “Gambino”?

Oh, quello Oreste è sempre un biricchino…

specialmente quando a morra gioca

ha una gran “pantumina” e molta voca.…

 

Infatti, è bravo ma dico non tanto

da riportar completamente il vanto,

perche so che da te e da suo cugino,

Lui l’ha imparato quanto costa il vino.…

 

e le partite che lui v’ha fregato

son molte men di quelle ch’ha pagato.

Ma no parliamo di lui, dimmi piuttosto,

come va in Canada, ti piace il posto?

 

Sappi non ce paese amico mio,

che bello sia come quello natio!

Sicche per sempre tu sei ritornato

a vivere i tuoi giorni ove sei nato?

 

No, caro mio Luigi; solamente

sono tornato a salutà i parente

perche se mi va bene e avrò fortuna,

il primo d’agosto parto per la luna!!!

 

e siccome di tornar non si è sicuri

salutare voglio ognun caro Venturi.

Dato che a Camazzocchi oggi qui sono

sai dirmi se ce più un certo colono..?

 

che appunto fra voi prese residenza

già molto prima della mia partenza?

E’ un tipo un po’ tarchiato e molto astuto

ma non so da che parte sia venuto.

 

Quantunque  a fondo io non lo conosco

non mi pare proprio che venga dal bosco.

Anzi più volte ci giocai alle carte,

e posso dirti che conosce ogn’arte.…

 

ma il nome suo mi sfugge ma mo pare

che con la P. cominci… ma vattelo a pescare.

Ma tu disse Luigi, se indovino

parli d’un certo “papa” contadino?

 

che del paese sta qua fuor di mano

presso la casa del fattor Fiorano?

si, proprio quello! adesso mi ricordo,

che da un’orecchio spesse volte è sordo!…

 

Se poi si tratta di andare in cantina,

ti guarda in faccia e fa una risatina,

e poi dice; scusate buona gente,

ma da sta parte non ci sento niente.…

 

Spero l’udito so sarà curato

durante il tempo ch’io sono mancato?

Io son disse Luigi del parere,

che quello è un papa sordo di mestiere

 

E che cosa fa dove potrei trovarlo

domando, sai, vorrebbe salutarlo.

Questa mattina verso colazione,

stava nel campo a vangare un filone

 

ma adesso dirti non saprei ove sia,

ma ti consiglio di cambiare via,

perche da quando il posto gli ha soffiato

Papa Roncalli, – contadino nato, –

 

è tristo e se gli parli si allontana

e a volte, salvo ognun pare satana.…

Rimasto è come dire tanto male,

che non l’ha fatto neanche Cardinale!…

 

Noi abbiam pensato che per Camazzocchi,

sarebbe un frate lui fatto coi fiocchi,

tanto più che abbiamo la chiesola,

ma lui non vuol sentir neppure una parola.

 

Se glie ne parli dice – per S. Pietro,

vorreste voi ch’io tornassi all’indietro?

A questo no per Dio, farò il colono,

ma papa resto anche se non ho il trono.

 

(O Nazareno, tu non ti crucciare

e di porpora vestir non ti curare,

che molti preti, papi e cardinali,

secondo Dante son finiti mali)

 

Sapere devi tu che il sacro manto,

è d’oro si ma pesa pesa tanto.…

e chi l’indossa gli curva le spalle

e per forte e grosso pure ch’è Roncalle

 

già si conosce che un’accennatina

subito ha dalle spalle a mezza schina.…

Continua dunque a fare il contadino

e produci fieno l’orzo grano e vino

 

patate, rape foglie e cavol fiori;

cipolle, ravanelle e pomodori.

Pur l’insalata non ti farà male,

facilita il sistema intestinale.

 

 

Il rimboschimento del Monte del Doglio

Cantiere di rimboschimento del monte del Doglio, di Oreste Crescentini, fu composta in 22 Ottave nel 1954 poco dopo essere emigrato in Canada. Il contesto descritto è quello dei lavori di rimboschimento del monte del Doglio iniziati nel 1948 e finanziati dalla Montecatini come forma di risanamento ambientale per i danni causati dall’esalazione degli ossidi di Zolfo, che rendevano il territorio circostante la Miniera di fatto inutilizzabile e completamente bruciato dai fumi della miniera.

 

4

È l’alba e col cronometro alla mano

Palazzi, come capo del cantiere

Dà un urlo che selvaggio è, piú che umano,

Da spaventar le piú feroci “fiere”

Tutti ci aduna sopra un falsopiano

Poi, con parole energiche e severe,

Ci fa un breve sermone, indi l’appello

Come se avesse un diavol per capello

 

5

Rossiccio in testa lo porta il cappello

E sulle spalle una pellaccia d’orso

Tal ch’io son certo chi non sa chi è “quello”

Subitamente glielo volta il dorso;

Perché l’aspetto amici non è bello

E, quando parla, pare che dia un morso

Ma, nonostante tutto, a onor del vero

Nel petto ha un cuore nobile e sincero

 

6

Ecco si è fatto giorno e un nuvol nero

Sempre s’innalza piú nel firmamento:

Quel di tempesta prossima è foriero,

E già si sente il sibilar del vento.

Ciascun facciamo a gara: a chi primiero

Possa dar mano al gelido strumento:

Chi afferra il picco, chi il badile prende

Chi pianta i cedri e chi la fune stende

 

7

Naturalmente come si comprende

Ognun lavora svelto e silenzioso

E, come può, dal freddo si difende

Senza darsi un momento di riposo.

Poiché d’intensità sempre piú ascende

Il crudo freddo e divien piú rabbioso,

Ci si decide d’accendere un fòco

Onde scaldare ognun si possa un poco

 

8

Indi correndo al desiato lòco:

In un balen s’aduna la famiglia;

E poiché dell’altro ognun vorría buon gioco

Alle fiamme s’appressa e s’assottiglia;

Ma il vento che con stizza attizza il fuoco,

Ai piú vicini abbrucicchia le ciglia

Con le fiammate, e ciò avviene frequente,

Cosí che bruci o non ti scaldi niente

 

I Cacciatori di Rotondo

«Oreste Crescentini fu tra i piú noti improvvisatori in ottava rima nel territorio che gravitava culturalmente ed economicamente intorno a Sassoferrato, nell’alta provincia anconitana. […] Ben poco si conosce della sua produzione d’anteguerra, in quanto probabilmente andata perduta, oppure perché trasmessa oralmente. Di certo i suoi estimatori ricordano ancora con affetto e “passione” le sue “sàtrie bernescanti”: cosí infatti vengono localmente definite le poesie in ottava rima sia improvvisate sia composte con l’ausilio della scrittura, purché mantenenti la freschezza dell’arte estemporanea. Con la sua “poesia all’improvviso” primeggia nelle gare e negli incontri poetici in una non ristretta fascia territoriale. A tale proposito il figlio Orfeo ricorda con orgoglio che alcuni anni or sono, in una trattoria di Ancona, suo padre udí cantare un componimento poetico da lui scritto: “Ha avuto una grande soddisfazione in questa trattoria, perché c’era un gruppo di persone, in un angolo, e uno che recitava una satira, la sua, I cacciatori di Rotondo. Ha fatto il giro delle Marche quella poesia”». Così scrive Borghi nella Nota introduttiva in Sàtrie Bernescanti Marchigiane[9].  Questa poesia è stata riproposta in forma recitativa e in parte sulla musica della Paroncina di Monte San Vito e il video presente in questo link https://lottavarima.wordpress.com/la-storia/i-poeti-del-doglio-e-dello-strega/i-cacciatori-di-rotondo/

Si compone di 22 Ottave di questa satira non è stato trovato ancora manoscritto né di Oreste né di Natale Crescentini. Probabilmente è stata scritta attorno al 1950 -’51. Alcuni ricordano che, nelle strofe finali, le mogli dei cacciatori deridevano i propri mariti perché erano ritornati in paese senza la selvaggina e con i tascapani vuoti nonostante si fossero assentati da casa per tutto il giorno. La ricostruzione è stata realizzata in base ai ricordi di Orfeo Crescentini, Domenico Droghi e Mario Marsili Guidarelli. A riguardo riportiamo parte del fax (dat. Ferrara, 29 ottobre 1997) inviato da Guido Guidarelli Mattioli a Orfeo Crescentini, figlio di Oreste, a Toronto: «Caro Orfeo, ti invio questo fax con la poesia I cacciatori di Rotondo che Mario Marsili Guidarelli detto “Tranquillo” ha ricomposto. Le ottave n° 17-18-19-20 sono state realizzate da Droghi perché Mario non riusciva a ricordarle e,così, per arrivare alla n° 21 e 22, Droghi se le è inventate. Perciò, se tu leggendole riesci a ricordarti quelle originali, fammelo sapere. Quelle scritte così sono state inventate da Droghi, mentre le altre dovrebbero essere di tuo padre […]»

 

1

Il sedici di ottobre alla mattina

Da Rotondo partiva i cacciatori

Decisi a sterminar la selvaggina

In qualità di esperti tiratori

Caricati di viveri e benzina

Andavano rombando coi motori

Di uccidere una lepre ogn’uno giura

Cosí diretti vanno a Venatura

2

Giunti sul posto presero l’altura

Internandosi nel cuor della foresta

È un po’ bagnato ma non se ne cura

Sparando al primo uccello che si desta

Ecco ad un tratto preso da paura

Marino che piú avéa la gamba lesta

Tornava indietro che era il piú avanzato

Dicendo, amici, là mezzo infrascato

 

 

3

Ho visto un animale al quanto strano

Allora Galeotti il più allenato

Dice collega parla un po’ più piano

Qualche lupo può essere giù calato

Dal Catria come infatti il guardiano

Del monastero di Fonte Avellana

Ne ha visti quattro l’altra settimana

 

4

Presi dal timor per la collana

Ognuno afferra il cane e dice zitto

Che se ci sente i lupi oggi ci sbrana

In questo bosco maledetto e fitto

Intanto Ernesto e Delio si allontana

Che ognun capello in testa aveva ritto

Ciro si fa coraggio e si fa avante

Con la proposta di scalar le piante

 

5

La cosa fu approvata sull’istante

Esatto ritenevano il consiglio

Giungendovi a una altezza dominante

Che tutt’intorno lo vedeva un miglio

Attento fa Michele che è il piú avante

Fermo guardava senza batter ciglio

Stretto ad un ramo di un antico faggio

Dice ai compagni di farsi coraggio

 

6

Intanto tra le nubi usciva un raggio

Di sol che rischiarò la valle ombrosa

Che di quel luogo lussa era selvaggio

Offre una vista molto paurosa

Approfittando quindi l’equipaggio

In atto di sparar presero posa

Fiutando ove Marino aveva detto

Tutti pronti col dito sul grilletto

 

7

Uno due e tre neppur fu detto

Da Michele che dacéa il segnale

Una scarica di piombo andò diretto

La dove era il presunto animale

Uno sbèlo s’intese per l’effetto

Perella dice è il verso del cinghiale

Invece indovinate un po’ cos’era

Una capra vecchia come il prete nera

 

 

Il Barbiere di Rotondo di Natale Crescentini

 

La poesia, composta nel Secondo Dopoguerra, è contenuta in un plico ricevuto da Mancioli Gino. I tre fogli a quadretti stilati a mano, contengono Il Barbiere di Rotondo (componimento in rime baciate). Essa è una corrispondenza spassosa, in risposta ad una precedente missiva ricevuta da Natale Crescentini. Essa è stata riproposta sotto forma di stornelli.
Parte del video della sua riproposta è presente qui https://lottavarima.wordpress.com/la-storia/i-poeti-del-doglio-e-dello-strega/morege-loste-di-rotondo/
Il Barbiere di Rotondo

or risponde chiaro e tondo

alle tue focose rime

ch’hanno odore di concime

ti ringrazio del pensiero

che per quanto non sia vero

col motor ch’io vado a spasso

tanto meno ch’io sia grasso

 

Sei davvero fortunato

tra il concime destinato

dalla sorte favorito

tu ci hai tutto gratuito.

Cresci e passi tutti quanti

sia di dietro che davanti.

Con la crescita completa

anche l’estro del poeta

 

come infatti hai dimostrato

in quel plico a me inviato.

Che del resto dice chiaro

che non fu solo il ciociaro

ma più d’un ci ha lavorato

non escluso il sor Pilato

sò che ridi amico mio,

qualche volta ho riso anch’io.

 

Ti ricordi con la vespa

che partisti un di di fretta

con la sposa dal Borgaccio

e il cronometro sul braccio.

Che facendo brutte storte

ti perdesti la consorte

in quel tratto poco piano

avanti al forno di Varano?

 

Ma per questo il vicinato

c’era molto abituato

tu con mossa stretta e salda

strisci il tacco nella falda

con la mossa a tutti nota

di un tacchin che fa la ruota.

Or ti faccio un altro elogio

per l’affar dell’orologio

 

che acquistasti da Pazzaglia

or va bene e mai si sbaglia

Ed infatti la sua sfera

restò ferma li dov’era.

Per quell’atto temerario

della corda all’incontrario.

Se non fosse rivelato

fermo ancor sarìa restato.

 

Rimediare a questo guaio

ci pensò l’orologiaio.

Ci facesti addirittura

gran bellissima figura

e per questo la tua fama

se ne andò molto lontana.

Tal ricordi ormai passati

tu li avrai dimenticati.

 

Se non grati alla tua mente

fingi come detto niente.

Tra le cose sopra dette

ormai se lo permette

le signore del rione

che patiscon di gelone

scuseran se tocco il tasto

difettoso e mezzo guasto.

foto_62

 

[1]                G. Ligi “Poeti Contadini in Ottava Rima dell’Appennino Umbro-Marchigiano”, l’entroterra navigante (2012).

[2]          L Verdini, Zolfo, Carbone e Zanzare, 2011, Quaderni del Consiglio Regionale delle Marche

[3]          La lotta Sindacale dei “Sepolti Vivi” fu condotta dagli operai del sito Minerario di Cabernardi, che occuparono il sito minerario, a partire dal 28 Maggio 1952 fino al 4 Luglio 1952. Tale forma di lotta estrema a difesa del posto di lavoro di lavoro, fu l’iniziativa più eclatante e la prima occupazione di un sito minerario nel Secondo Dopoguerra, dopo una lunga serie di rivendicazioni che videro gli operai della Miniera di Zolfo, come protagonisti della storia operaia italiana. Vedi L. Verdini, op. Cit. pag. 54

[4]          da Moregi è l’osteria di Rotondo gestita dall’oste Moregi Giuseppe detto (Gianni o Scrento dal nome di una città USA)

[5]          Emma (moglie di Moregi Giuseppe)

[6]          Crasi dei tre monti “Catria Cucco e Strega” “La linea di confine regionale s’inarca formando un golfo che lascia spazio all’Umbria e la Provincia di Ancona incontra quella di Pesaro-Urbino e Perugia, tre monti, il Catria, il Cucco e lo Strega, disegnano un triangolo che circoscrive un territorio d’alta collina dove la gente, in quel certo carattere umile e fiero al contempo, porta con sé il riverbero di un’antica voce d’Appennino.” G. Ligi, op. cit., pag. 17

[7]          https://lottavarima.wordpress.com/2019/04/07/il-ritorno-di-morege-allosteria-giornatefai-moregisback-il-video/
https://www.youtube.com/watch?v=K2vU7GEvWSU&t=106s

[8]          Il termine bruscello deriva dalla parola “arbusto” ed indica in dialetto toscano un ramo frondoso ed eventualmente ornato. Questa etimologia è quella teorizzata nell’Ottocento; più probabilmente “bruscello” deriva da “bruzzello”, una specie di lanterna in cui era bruciata legna resinosa la cui luce doveva disorientare gli uccelli stanati dai loro pagliai, loro rifugi notturni. I contadini parlavano infatti di caccia col bruscello. Da questa usanza nacque una farsa teatrale in cui si rappresentavano i cacciatori che magnificavano con grandi bugie i loro successi venatori. Successivamente, il bruscello venne utilizzato per raccontare le gesta di eroi come Fioravante, Buovo d’Antona (personaggi dei Reali di Francia), oppure vicende tratte dalla Bibbia. Per approfondimenti https://it.wikipedia.org/wiki/Bruscello_(teatro)

[9]            Sàtrie Bernescanti Marchigiane. Dal repertorio di Oreste Crescentini, Ferrara 1997; p. 3 Crescentini O., I cacciatori di Rotondo – Il “Papa” di Camazzocchi, “Cristalli

nella nebbia”, Quaderno n. 3, Ferrara 2001.

 

foto_54

cesare-terzone-ottava-rimafoto_61

oreste-crescentini

Maker:S,Date:2017-9-14,Ver:6,Lens:Kan03,Act:Lar02,E-Y

Maker:S,Date:2017-9-14,Ver:6,Lens:Kan03,Act:Lar02,E-Y

Maker:S,Date:2017-9-14,Ver:6,Lens:Kan03,Act:Lar02,E-Y

Maker:S,Date:2017-9-14,Ver:6,Lens:Kan03,Act:Lar02,E-Y

Stefano Fabbroni

Stefano Fabbroni, classe 1981, Web Strategist presso Sintra Consulting srl.
Laureato presso l’Università di Milano-Bicocca.
Dal 2001 al 2005 ha svolto attività di redattore per quotidiani, TV, radio, settimanali e attività di blogger dal 2005 come tamburodilatta.

Dal 2008 è impegnato nel progetto teatrale “Lu Sprufunnu”, spettacolo di musica e teatro popolare, corpus di racconti, monologhi e dialoghi fondati su ricerche etnoantropologiche di musica tradizionale marchigiana.

La mostra itinerante “Soggetti al Popolare” (2012) raccoglie le foto della ricerca.

Immagine di copertina e nell’articolo: Foto dall’archivio del sito Lottavarima

Riguardo il macchinista

Pina Piccolo

Pina Piccolo, la macchinista-madre, è una scrittrice e promotrice culturale calabro-californiana. Si imbarca in questa nuova avventura legata alla letteratura spinta dall'urgenza dei tempi, dalla necessità di affrontare la complessità del mondo, cose in cui la letteratura può dare una mano. Per farsi un'idea dei suoi interessi e della sua scrittura vedere il suo blog personale http://www.pinapiccolosblog.com

Pagina archivio del macchinista