L’EMERGENZA DELLA POESIA, di Andrew Joron (trad. di Pina Piccolo)

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I

 

A che serve la poesia in un periodo come questo? Sembra giusto porsi questo interrogativo e allo stesso tempo resistere alla gamma di risposte prevedibili, come ad esempio: la Poesia non serve a niente, e in questo consiste la sua libertà. O, la Poesia ha il potere di mettere a nudo l’ideologia; dà voce a ciò a cui è stata negata la voce; chiama all’azione, consola e dà consiglio, vivifica lo spirito.

Tutte queste risposte sono giuste, ma allo stesso tempo inadeguate. E questo perché la poesia non può che essere inadeguata, persino a sé stessa. Laddove fallisce la lingua, inizia la poesia. È la poesia a forzare il fallimento del linguaggio, una specie di caduta da se stesso, la trasformazione in qualcosa altro da sé.

Una certa piega topologica o fallimento topologico (denominato catastrofe in matematica) precede l’emergenza –costituisce l’emergenza – del Nuovo. Se la poesia “rende nuovo il linguaggio” allora bisogna definirla come la “traduzione dell’emergenza”. Neppure la poesia impegnata dal punto di vista politico può sfuggire a questa conseguenza. Il linguaggio abissale della poesia rappresenta (traduce) il moto dei mutamenti sociali più che i fatti dei mutamenti sociali.

Il linguaggio è un costrutto sociale, ma allo stesso tempo nessuno in particolare ne è l’artefice. Esso continua a essere perseguitato dal fantasma di questo “nessuno” e infatti, le strutture di base del linguaggio hanno più in comune con i legami molecolari che con le interazioni umane.

Nella misura in cui le parole sono cose, non possono parlare (parlare appartiene alla sfera dell’azione sociale). La poesia, prima di prendere azione, ascolta l’assenza di discorso della parole.

Il destinatario di un mittente che è ‘nessuno’ (Come nell’iniziale ombreggiatura del nulla, mandare l’ampiezza più lunga – la più profonda, la più lenta—è sempre il lamento).

 

II.

 

In questo momento (alla fine del 2001) lo spazio pubblico degli Stati Uniti è un tripudio di bandiere che offre una cortina dai colori sgargianti alle contraddizioni della “guerra al terrorismo”, che è una forma più alta di terrorismo con sanzione ufficiale.

“L’America resta unita” ma nel contempo rimane una società divisa ed antagonista, spinta dal bellum omnia contra omnes del capitalismo. Tale società può conseguire “l’Unità” solo attraverso l’odio verso un nemico esterno. In ciò consiste l’aspetto utopico delle campagne militari.

Ma l’euforia di questa recentemente ritrovata unità si sta dissolvendo molto rapidamente. Gli schermi sono stati riparati, ma il quadro continua a sembrare sbagliato. Lo Stato ha imposto grossi limiti alle libertà civili, mentre le mega-corporations continuano ad ususfruire di nuovi diritti e benefici. Inoltre “la guerra del Bene contro il Male” sembra implicare l’appoggio da parte degli Stati Uniti di regimi non democratici e di organizzazioni clandestine, che non sembrano differire granchè da quelle che sono dipinte come il nemico, nella misura in cui tali forze consentono al capitale statunitense di penetrare una determinata regione del mondo.

[…] La poesia americana è un genere marginale la cui esistenza è irrilevante al corso dell’Impero. Eppure è qui, e solo qui, in questa congiuntura tra lingua e potere, che la parola rifiutata ritorna a sé stessa come parola di rifiuto, come segno di ciò che non può essere assimilato dal sistema—

 

La parola che apre un occhio solare in mezzo alla Notte.

 

Lo apre, ma non per questo riesce a disperdere le tenebre. Forse, di necessità, perché fallisce la necessità stessa. Apre (in inglese “Opens” anche se solo pe formare una “O”, uno zero che ci abita, un’alterità (in inglese “Otherness”).

La parola creativa viene in esilio qui, nella nazione più distruttiva del mondo.

….

III

Questa apertura poetica nel “mondo reale” è una ferita meravigliosa (nel senso di miracolosa), un sospiro più che un segno. Non possiede nessuna delle doti decorative dell’arte dell’oblio; questa Parola non porta riconciliazione. Non afferma niente altro che la verità negativa della propria non identità. Non comunica affatto, tranne che per annunciare l’incomunicabile, un gemito proveniente dall’abisso, come Ungrund.

Questo brivido si fa sentire nella più antica arte sciamanica, nel lavoro che si rivolta contro sé stesso, verso la produzione di – la distribuzione di – [qui si può dire ciò che si versa crea un incantesimo (what spills spells);

La Parola bisognosa. Allo stesso tempo però rappresenta una spesa che va regolata. Polarizzata dal campo della lotta sociale, la poiesis viene improvvisamente trascinata verso l’ornamentale e l’abissale.

L’ornamento solleva possibilità solo per poi limitarle. Non ha alcuna forza, però, sulla liberazione dell’Urlo. Ciò che è limitato non può raggiungere l’illimitato, se non con una rottura improvvisa.

Adorno stesso alcuni anni dopo la sua dichiarazione [che dopo Auschwitz era una cosa barbara scrivere poesia] ammise che: “La sofferenza perenne gode dello stesso diritto di espressione di un uomo sotto tortura autorizzato ad urlare, pertanto potevo essermi sbagliato a dire che dopo Auschwitz non si potevano più scrivere poesie.”

L’Urlo però sottintende più di una reazione di riflesso al dolore: è un atto di creazione, un segno che il mondo non è uguale a sé stesso. Non è forse vero che proprio le ossa del linguaggio, in cui il significato è sempre rimosso dal proprio oggetto, hanno la struttura di un lamento? Tale lamento non è già evidente in ogni separazione da sé stesso, in ogni moto della materia che eccede sé stesso? Che ne sapeva Adorno dei ‘Blues” e della loro antica autorità?

Il “blues” tutte le forme di blues, sono la matrice delle culture subalterne del mondo, un’espressione di trionfo nella sconfitta. L’innalzarsi di una voce senza voce, lo scroscio di quel fiume costretto a scorrere sotto terra. (più antico il blues, più collettiva la voce).

Le prove odierne: rami spogli al solstizio invernale, la svolta. La parola da aspettare qui.

… L’emergere di questo oggetto costituisce un’emergenza per qualsiasi economia di significato a cui sono state imposte restrizioni. Il sito privilegiato di tale emergenza nel linguaggio è la poesia, dove sgorga qualcosa senza precedenti dal punto di vista ontologico: Der Ratsel ist Reinentsprungenes (l’enigma è puro sgorgare) come testimonia Holderlin.

Questo enigma –la capacità della poesia di esprimere l’inesprimibile—ha origine dalla interazione di un particolare insieme di parole, ma le sue proprietà enigmatiche non si possono localizzare tra le proprietà degli elementi costitutivi (cioè il significato delle parole). L’enigma sgorga puramente a livello di interazione e in questo eccede la realtà stessa degli elementi che interagiscono.

Infatti adesso sia scienziati che poeti speculano che l’origine stessa del linguaggio sia stata un”innovazione” che “sarebbe dipesa dal fenomeno di emergenza, per cui una combinazione casuale di elementi pre-esistenti dà vita a qualcosa completamente inaspettata. L’esempio classico di una qualità emergente è l’acqua, la maggior parte delle cui incredibili caratteristiche sono completamente impreviste se si considerano gli elementi costitutivi, cioè l’idrogeno e l’ossigeno. Tuttavia, la combinazione di questi elementi dà il via a qualcosa di completamente nuovo, prevedibile solo in retrospettiva. Quindi dobbiamo concludere che l’apparizione del linguaggio non è stata sotto la spinta della selezione naturale” (Scientific American, Dicembre 2001) – invece come l’acqua, anche la lingua è un fenomeno emergente, che sgorga come puro enigma, un’eccedenza della realtà, una surrealtà.

Alcuni studi recenti sui sistemi complessi (dai quali deriva il concetto di emergenza) sembrano confermare il concetto surrealista della natura poetico-rivoluzionario della realtà. Le ricerche hanno dimostrato che i sistemi costituiti da un grande numero di elementi non tendono affatto verso l’equilibrio ma verso “belle” convulsioni chiamate “transizioni di fase”.

In tale processo, le associazioni casuali all’interno del sistema, dopo aver raggiunto un punto critico, si auto-organizzano in maniera spontanea. A questo punto, emerge il Novum –una superaddizione inaspettata e e senza precedenti. Ecco l’equivalente, in termini di dinamica, dell’acqua che scorre verso l’alto: il sistema aumenta la sua complessità (contravvenendo temporaneamente all’entropia) incorporando il caos. Le origini dell’ordine sono vertiginose: lasciandosi “trasportare” dalle proprie caratteristiche caotiche, il sistema si propelle verso un livello di organizzazione più alto. Come afferma un ricercatore*: “I sistemi complessi sono situati ai “margini del caos”.

All’interno di un sistema linguistico complesso, il significato di una parola è messo ai margini e condizionato caoticamente dai significati delle altre parole. La comunicazione cerca di cristallizzare tale caos stabilendo relazioni fisse tra i significati di particolari parole. Ma tali cristalli di parola si sciolgono e si riformano costantemente reagendo a ciò che li circonda, con mediazione soggettiva.(I sistemi complessi sono tipicamente sistemi aperti per cui non valgono concetti rigidi di “dentro” e “fuori”. Tale apertura consente loro di essere estremamente sensibili ai mutamenti ambientali). In tale processo, la comunicazione diventa suscettibile di fallimento strutturale. La turbolenza abissale della lingua nel suo insieme, che cova sempre sotto la superficie di significato stabilizzato, può iniziare una transizione di fase spontanea che accelera le parole oltre l’equilibrio, verso la condizione di poesia.

IV

Quando sorgono i lamenti confluiscono come l’acqua, si raccolgono in un fiume che scorre impetuosamente verso un oceano ignoto. Viaggiano sempre nella direzione delle ombre che si allungano, fondendosi poi nella collettività della notte.

Secondo le organizzazioni per i diritti umani, il numero di civili (in maggior parte donne, bambini e vecchi) uccisi dai bombardamenti Usa sull’Afghanistan è adesso pari al numero delle persone uccise dagli attacchi terroristici dell’11 ottobre. Ancora una volta, degli atti di vendetta hanno fatto perdere la vita a tremila innocenti. Gli Stati Uniti hanno risposto ad un crimine contro l’’umanità infliggendone un altro, egualmente atroce. Inoltre, gli accaniti bombardamenti hanno interrotto il flusso degli aiuti umanitari, mettendo milioni di profughi in imminente pericolo di malattie e carestie.

Attraverso la notte di queste guerre sacre e profane di vendetta, le parole del poeta devono confluire con quelle di altri che si battono per la pace e la giustizia sociale. Sono particolarmente necessarie parole di rabbia, di dibattito e di analisi, in quanto questo genere di parole stimolano l’azione. Ma le parole più antiche, più profonde che esprimono opposizione sono quelle che sgorgano nel lamento. Il lamento, non meno della rabbia, rifiuta di accettare il fatto della sofferenza. Ma mentre la rabbia deve possedere lo stimolo di una causa prossima – o altrimenti si dissolve a poco a poco – il lamento ha una causa universale e si leva intatto attraverso millenni di mediazione culturale. A differenza della rabbia, il lamento sopravvive alla traduzione nel silenzio, nelle rovine.

Il lirismo contemporaneo è stato descritto come un “cantare dell’impossibilità del canto”. Anche questa potrebbe essere una versione dei blues – la cui forte rivendicazione ontologica (a rendere manifesto lo spontaneo emergere – o emergenza- di un Urlo senza precedenti) occorre adesso rinnovare.

 

Tale rinnovamento costituirebbe una “svolta ontologica” che prende le distanze dai dilemmi delle poetiche moderne e postmoderne attuali, secondo le quali la poesia emerge dall’interrogarla. Nella misura in cui la domanda anticipa la risposta, essa non è preparata a ricevere il Novum. Ciò che è radicalmente Altro non si rivela sotto interrogatorio. Il blues profondo, quindi non è una modalità di interrogazione, ma arriva in anticipo sul dubbio – e rappresenta una negazione più fondamentale, primaria del dubbio. Ecco il seme di ogni resistenza. Ecco la formula che ne esprime il rapporto:

 

O, la vocale dell’afflizione

 

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zero, la bocca dello stupore

 

 

V.

 

In una parola, l’arcano riflesso di un mondo incompiuto.

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Andrew Joron è poeta, saggista, traduttore e professore di scrittura creativa all’Università di statale di San Francisco. Allevato a Stuttgart e successivamente negli Stati Uniti, ha studiato all’università di Berkeley con il filosofo Paul Feyerabend. Dopo un esordio nella poesia fantascientifica, l’opera poetica di Joron si concentra su forme liriche influenzate dal surrealismo, che rispecchiano la sua associazione con il più importante dei poeti surrealisti statunitensi Philip Lamantia. Tra le sue pubblicazioni più importanti, le raccolte Trance Archive: New and Selected Poems ( City Lights 2010),  The Sound Mirror (2008), The Removes (1999) la raccolta di saggi The Cry at Zero (2007), The Absolute Letter,  Flood Editions, 2017. Nel 1998 per la Stanford University Press ha tradotto dal tedesco i saggi letterari  del filosofo Ernst Bloch, e il libro The Perpetual Motion Machine, del fantasista proto-dadaista Paul Scheerbart, 2011.

Immagine in evidenza di Tracy Allen.

Foto dell’autore a cura di Andrew Joron.

Riguardo il macchinista

Pina Piccolo

Pina Piccolo, la macchinista-madre, è una scrittrice e promotrice culturale calabro-californiana. Si imbarca in questa nuova avventura legata alla letteratura spinta dall'urgenza dei tempi, dalla necessità di affrontare la complessità del mondo, cose in cui la letteratura può dare una mano. Per farsi un'idea dei suoi interessi e della sua scrittura vedere il suo blog personale http://www.pinapiccolosblog.com

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