Le due facce della luna, le facce della Colombia (Fulbío Alejandro Astorquiza Erazo)

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LE DUE FACCE DELLA LUNA

Narrativa testimoniale sul conflitto armato interno colombiano

di Alejandro Astorquiza

E scordo molte cose

Dove ho lasciato questo? E dove sta quello?

E mi ubriaca l’angoscia

La mia carne si sforza per espellere

Mi fa male la pancia

Mi brucia il piede

La vita riesco appena a cingerla con le mie flaccide mani

Ho preso a fare forza come se mi consumasse dal di dentro

Ummmch…ummmch…ummmch

E se mi tocca morire che sia con la barba e gli stivali addosso

Nessuno Picchia un Cane Morto

Una società migliore, è una società

capace di vivere conflitti migliori.

Estanislao Zuleta

Nel fitto dei boschi di nebbia, sterpaia e selva

Il piccolo aeroplano del quale non si riusciva a distinguere il numero di targa, reso illeggibile dalla velocità, sorvolava la fitta selva bagnata dagli abbondanti fiumi che si staccano dalle vette delle cordigliere e rilasciava una scia biancastra sul verde smeraldo delle piantagioni di coca, splendenti come i primi raggi del sole. Uno dei tre americani al comando, al virare verso sinistra per ripetere la fumigazione col glifosato, perse il controllo del velivolo e si schiantò contro una vetta, che non aveva potuto schivare nel suo estremo tentativo di manovrare il velivolo, e cadde a strapiombo su di un boschetto ai piedi del macigno.

Nella cabina e tra le ritorte lamiere, i corpulenti uomini dagli occhi azzurri si lamentavano per i dolori; dalla radura del bosco spuntò la figura di una ottuagenaria signora, che camminava lenta e incurvata. In modo parsimonioso prese a tirare per i fianchi ognuno degli uomini, riuscendo così a trascinarli tra il fogliame secco e i rami spezzati, fino a portali al riparo d’un albero frondoso. Il suo istinto materno la portò a tirar fuori dai suoi vestiti degli stracci coi quali coprì le loro ferite, poi prese ad accarezzare le loro teste e questi, non proferendo parola, si addormentarono nel suo grembo.

La gente di quella frazione dopo aver sentito il fragoroso rumore prodotto dall’impatto dell’aeroplano, correva alla ricerca di rifugio. Tutti sapevano che, appiccicati alle piantagioni di coca, c’erano gli accampamenti della guerrilla. Quel giorno la truppa faceva la ronda proprio per quelle lande ritirate e, dopo aver sentito la detonazione dell’aeroplano, si mise sull’attenti. Una cortina di nubi nerastre si avvicinava, minacciando di scaricare pioggia, come spesso succede da queste parti, ma questo non impedì alla guerrilla di trarre l’imboscata scaricando una raffica di colpi di mitraglia e una pioggia di bombe a mano, che lasciavano i corpi mutilati e dispersi per il bosco. Mentre un gruppo di donne singhiozzava attorno ad alcune ciocche bruciate, cercavano di ricostruire i corpi coi resti trovati.

I pochi sopravvissuti erano fatti fuori con tiri di grazia e quelli che si arrendevano con le mani in alto erano catturati, privati delle loro uniformi militari e delle armi in dotazione e portati all’accampamento, dove c’erano più di un migliaio di sequestrati stipati in una specie di recinto con filo spinato, rinchiusi come animali. Un altro centinaio di uomini con ferite lievi era trasportato in alcuni rimorchi come quelli usati per muovere i cavalli, restavano nudi e con segni di tortura dovuti alle catene al collo; i carnefici li soffocavano gettando, ai loro piedi, palate di carboni ardenti da dietro il reticolato, tra i sopravvissuti c’erano i tre americani.

Il giorno dopo, i “gambelegate”, nome che la guerrilla dà ai soldati dell’esercito, con vestiti da lavoro, realizzavano operazioni militari in tutta l’area e facevano rastrellamenti alle casupole alla ricerca di banditi, mentre i “compa” in vestiti simili, con i loro zaini e fucili a spalla, andavano in giro per il monte come Pedro a casa sua.

Adesso gli uni e gli altri incrociano i loro passi come in una ronda della morte, come in un gioco di gatti e topi sul soffitto, per poi infine ripiegare e apparire come fantasmi in un battito di ciglia.

La sera cade. Accanto all’ultimo vestigio della casa nella montagna una bambola rotta, di mia figlia, è coperta dalla pioggia battente. Accanto ai resti del convoglio militare crescono i gladioli.

Tutto ciò che sa a Guerrilla muore”. AUC1

Tante lotte per creare una scuola e poi vedere i giovani uccisi. Questo dicevano il maestro e la gente più anziana di quella frazione.

Un tempo i giovani contadini, finito il lavoro nei campi dove sfrondavano i platani o raccoglievano il caffè già pronto per la raccolta, se ne andavano a scuola a proseguire la loro giornata studiando sulle guide del “programma scuola nuova” per vedere se potevano, perlomeno, finire le elementari.

Erano le 4 meno un quarto del pomeriggio, lasciavano gli attrezzi, si tuffavano nei pantani che ci sono ai bordi della gola e ne uscivano svelti col loro quaderno e matita per non arrivare tardi a scuola, per tre anni si dedicarono a questo lungo lavoro. Uno di loro, che si preoccupava maggiormente per gli studi perché voleva essere infermiere, diceva che “doveva essere qualcuno nella vita”.

La maestra del paese, già ormai bella matura, una volta gli fece sapere che aveva bisogno di un “piccolo favore da parte sua” e lui, senza pensarci troppo, glielo offrì. Di questo resta una bella bambina che scorrazza lungo i sentieri di andata e ritorno alla scuola, quando vuole accompagnare suo padre.

Il giorno in cui ricevette il suo diploma d’infermiere in un’accademia lontana dalla frazione, nella quale i maestri della scuola gli avevano trovato un posto, capì che aveva raggiunto la sua meta e per questo si prese il compito di occuparsi, nel suo piccolo centro di salute, di tutte le persone, senza importargli la loro condizione, che avevano necessità di sollecitarlo per iniezioni, suture, parti e perfino parti di scrofe. Quest’informazione giunse ai “para” che lo dichiararono obiettivo militare per essere, a loro detta, ausiliare della guerrilla e tutto ciò che sa a guerrilla muore.

Non molti giorni dopo apparve morto al bordo del cammino, con colpi contundenti di fucile sulla fronte e sui fianchi, tre denti e le unghie delle mani divelte e con tre tiri sulla testa, sparati a corta distanza. Così cominciarono i massacri dei giovani nella scuola.

Fuori quelli dell’Eln2…Viva il comandante Alexander delle Farc-Ep

Una volta quelli dell’Eln lasciarono la frazione, perché avevano già coronato i due sequestri massivi più impressionanti che si possano ricordare nella storia del sud-ovest della Colombia, il sequestro di più di 170 fedeli di classe alta, nella chiesa La María, nel quartiere Ciudad Jardín della città di Cali e il sequestro di 18 persone in un ristorante campestre ubicato al km.18 della litoranea.

Mono Jojoy, capo dell’ala militare delle Farc-Ep, una volta considerata conclusa la zona di distensione nel Caguan, Caquetá, ordinò il trasferimento di 400 uomini delle Farc-Ep verso il Valle del Cauca.

Quelli dell’Eln e delle Farc-Ep non si possono vedere, perché si disputano i territori e per questo questi uomini litigano a morte sugli itinerari per il trasferimento di beni per elaborare la cocaina e il traffico d’armi che entrano ed escono per il corridoio dell’oceano pacifico.

Una volta, quelli dell’Eln furono perseguitati dall’esercito, dopo il secuestro del km. 18, il corridoio strategico del Parco Los Farallones, tra Buenaventura, Peñas Blancas, Villacarmelo, Pance, Jamundí e el Naya, che resta libero e viene occupato dal fronte delle Farc-Ep, che è il più bellicoso e ci dà duro, castigando la popolazione civile, assoldando giovani, donne e uomini, a forza di minacce di morte verso chi si rifiutava d’entrarci.

Sono molti i bambini che la guerrilla ha portato via, anni dopo ci siamo resi conto che questi bambini venivano addestrati negli accampamenti prossimi all’abitato e dopo venivano trasferiti in altre regioni, affinché la popolazione locale non potesse riconoscerli, era infatti una delle loro strategie per incrementare le truppe dei guerriglieri e delle guerrigliere nei fronti della Farc-Ep del Paese.

Dai corridoi delle montagne di Cali, le Farc-Ep realizzarono il sequestro politico più importante della Colombia: congegnarono un piano che prevedeva d’indossare mute militari molto simili a quelle usate dall’Esercito colombiano. Riuscirono ad ingannare la vigilanza ed entrare nella sede Amministrativa dell’Assemblea Regionale del Valle del Cauca, nell’edificio di San Luis, ubicato nel centro della città di Cali, in posizione diagonale all’edificio del Governo. Sequestrarono 12 deputati che posteriormente, a detta delle notizie, furono assassinati in un’operazione sbagliata, dovuta alla presenza di un gruppo armato nemico, che però poi si verificò essere la stessa Farc-Ep. I sequestratori ammazzarono 11 dei 12 deputati, uno ebbe salva la vita, in quanto era in stato d’isolamento per malattia, come dissero i mezzi di comunicazione. In seguito, l’unico sopravvissuto di questo sequestro fu consegnato dalle Farc in un’azione ch’ebbe massima rilevanza per il Paese. È ancora sconosciuta nella sua totalità la verità sui fatti.

L’esodo…

Se fossi rimasto zitto, la scuola sarebbe rimasta senza bambini ed è stato meglio ritrovarsi con una scuola senza maestri perché, ogni volta che la guerrilla delle Farc-Ep arrivava a scuola per fare proseliti di bambini e bambine, io dovevo dire di nascosto ai genitori di abbandonare la regione, prima che i guerriglieri potessero arruolare i loro figli e figlie. Per questo, un giorno giunse, fino alla porta di casa mia nella frazione, il Comandante Alexander delle Farc-Ep, col fucile in faccia e chiedendo di quel “figliodiputtana professore dallalingualunga”. La minaccia sortì i suoi effetti e più di un vicino mi ha pregato a lungo di andarmene perché “quel comandante è cattivo e ucciderà lei e la sua famiglia”.

Un giorno, più o meno alle 3 del mattino, mi svegliai di soprassalto dal letto, mia moglie dormiva placidamente assieme ai miei 4 figli. Le dissi con voce sottile:

Mia cara, ce ne andiamo!

Infilammo nelle buste ciò che potevamo riunire, i vestiti dei bambini, alcuni quaderni con manoscritti di racconti per bambini, alcune tele ancora da dipingere per completo e ci congedammo da questa nostra casa nella montagna, dagli animali, dalle more in fiore e dalle 400 querce nere native del bosco di nebbia, che avevamo seminato coi bambini della scuola vicino alla gola, con l’intento di perpetuare la specie unica, considerata specie nuova per il mondo scientifico, in queste montagne del nuovo tropico.

Camminammo per più di un’ora scendendo la montagna, fino a giungere ad una piccola locanda, ubicata ai piedi del fiume, lì aspettammo fino all’alba, quando il primo “fuoristrada” ci avrebbe condotti, dopo 23 anni, alla città da cui un giorno, essendo giovincelli, eravamo usciti.

Il “fuoristrada scese per una strada sgombra e alla fine del percorso, tra intricati alberi nativi e piccoli invasivi accampamenti, potemmo scorgere, come in un grande specchio, le trippe del paese, come dice Don Celestino, quando di notte o all’alba si vedono le luci intermittenti delle grandi arterie e strade che circondano la città, da tutti i punti cardinali, senza che fosse chiaro dove fosse il nostro Nord.

Tredici anni dopo, vaghiamo per la città come ebrei erranti, in case di fortuna, case in affitto e con inquilini, senza poter riposare, ma sempre vivo è il sogno della terra fertile che fu un giorno e per molto tempo la nostra culla, nella quale i semi germinavano 100 X 1 e i frutti maturavano coi primi raggi del sole.

Adesso, in questa solitudine urbana di un luogo della città, in una stanza al fondo della casa paterna, nella quale ci teniamo stretti l’uno all’altro, i miei quattro figli con la volontà di spiccare il loro volo e, solo sull’aspra parete, un piccolo rettile scorazza lungo le pareti rincorrendo una mosca, lascia scappare il suo canto che è una risata sonora, quella della salamandra, che mi ricorda i toni verdi, tutti i colori della mia terra natale.

Fine dell’Inizio

1Autodefensas Unidas de Colombia (NdT).

2Esercito di Liberazione Nazionale.

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Traduzione di Lucia Cupertino

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Fulbío Alejandro Astorquiza Erazo Scrittore e maestro di Cali (Colombia) con studi in Scienze sociali ed Economia. Autore dei libri: De amor y melancolía, A la sombra de un poeta, Los hombres del pueblo e Juan Montaña: Cuentos y relatos para niños. Curatore della rivista di poesia La Morada e Sistemia. Si sente vincolato alla poetica del colombiano Aurelio Arturo. Ha ottenuto riconoscimenti nazionali ed internazionali per i suoi progetti in educazione ambientale, conservazione dei bacini idrografici e ricerca pedagogica. Le due facce della luna (Las dos caras de la luna), di cui qui si propone in anteprima italiana uno stralcio, ha ricevuto l’appoggio del governo colombiano e rientra nel filone della letteratura del post-conflitto in Colombia.

Stralci pubblicati per gentile concessione dell’autore.

Foto in evidenza e dell’autore di Karina Padin.

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1 Autodefensas Unidas de Colombia (NdT).

2 Esercito di Liberazione Nazionale.

Riguardo il macchinista

Lucia Cupertino

LUCIA CUPERTINO (1986, Polignano a Mare). Antropologa culturale, poetessa e traduttrice. Ama anche mettere le mani nella terra e sta cercando di apprendere agricoltura naturale e strumenti della transizione culturale. Vive piacevolmente nel Sud del Mondo, attualmente tra Colombia e Italia. Scrive in italiano e spagnolo e suoi lavori sono apparsi in riviste e antologie italiane e internazionali, specialmente dell’America latina e una selezione tradotta in albanese sulla rivista Poeteka. Ha pubblicato: Mar di Tasman (Isola, Bologna, 2014), Non ha tetto la mia casa (Casa de poesía, San José, 2016), sua antologia poetica in versione bilingue italiano-spagnolo, il libro-origami Cinco poemas de Lucia Cupertino (Los ablucionistas, Città del Messico, 2017). Ha tradotto e curato 43 poeti per Ayotzinapa. Voci per il Messico e i suoi desaparecidos (Arcoiris, Salerno, 2016) che ha ricevuto una menzione critica nel Premio di traduzione letteraria Lilec dell’Unibo. Cofondatrice della web di scritture dal mondo www.lamacchinasognante.com, con la quale promuove iniziative culturali e letterarie in Italia e all’estero.

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