L’attesa (racconto di Giovanni Perrino, riduzione a cura di Marina Mazzolani)

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Alba di luglio, fra poco il sole darà colore definito ai campi e alle vecchie pietre. Le mura si rannicchiano fetali, poi s’allungano ancora assonnate verso i campi di grano. L’ampia terrazza su cui s’affaccia la camera respira l’aria fresca e pulita della montagna.

Santa Lucia non è una chiesa, ma il nome dato ad una campagna diventata pian piano periferia, destino condiviso nel dopoguerra da tante contrade. Forse la casa nella campagna di Santa Lucia era una delle costruzioni più antiche, per questo motivo veniva da tutti identificata col nome della contrada. Nella grande casa è sempre stato la terrazza il luogo privilegiato, il più amato dai bambini che, appena arrivati dai nonni, inverno o estate che fosse, chiedevano con insistenza di andarvi a giocare. Una distesa di cotto bordato di pece nera che si butta, quasi non avesse confini, nei campi fino alle colline circostanti punteggiate da paesini. Era questa, fatta così, la terrazza di Santa Lucia, il cosiddetto parterra, distorsione di parterre, classico francesismo del dialetto siculo. Un’enorme robinia la proteggeva da un lato verso il sedile di pietra e in primavera l’inondava un profumo dolciastro che penetrava nelle narici aspro e insolente, fino a stordire.

Dal parterra la vista poteva spaziare in lungo ed in largo, ma l’occhio si posava subito sulla strada provinciale che le passava davanti. Una striscia di asfalto e cunette di stoppie, straziata dalle buche e dai trattori, era un tempo molto trafficata, vero e proprio luogo di martirio per i numerosi gatti delle zie che imprudenti l’attraversavano. Il traffico automobilistico era ancora un neologismo e vi si abituavano di più gli asini che, ragliando impauriti dai clacson, si scansavano dai nuovi mostriciattoli sempre più rumorosi e gatticidi.

[…]

La zona di Santa Lucia era contigua alla vecchia stazione ferroviaria dove passava “la linea”. La Linea era la ferrovia, in realtà un solo binario su cui due volte al giorno transitava un’ansimante littorina a vapore che collegava Palermo a Santa Margherita Belice, nel profondo sud della Val di Mazara. Quella littorina, che impiegava quattro lunghe ore per raggiungere Palermo, era un bene prezioso per il paese, una gran comodità per gli spostamenti di uomini e merci. Il traffico di passeggeri animava nelle ore di arrivo e partenza dei treni non solo la stazione, ma anche la Santa Lucia che veniva investita dal rumore e dal fumo della preziosa ferraglia fischiante. […]

Le zie stazionavano, è proprio il caso di dirlo, spesso sul terrazzo e non solo in coincidenza del passaggio della littorina quando registravano fedelmente, più del bigliettaio, arrivi e partenze.

L’ampio terrazzo era il loro punto d’osservazione privilegiato da cui potevano osservare, scrupolosamente attente, quanto accadeva intorno e, quando il vento soffiava a favore, sentire persino i rumori del paese distante non più di un chilometro.

A vederle tutte tre, allineate e coperte, sembravano un reparto militare sull’attenti mentre, ritte, con la mano destra sulla fronte per ripararsi dal sole, si giravano a destra e a manca quasi dovessero scovare un ipotetico nemico. Margherita, addetta più delle altre alle pulizie straordinarie della grande casa, era molto curiosa e registrava con attenzione tutti i movimenti esterni commisurandoli all’ordine che regnava nelle stanze nel caso in cui dalla curva arrivasse qualcuno in visita.

Da piccoli trascorrere il pomeriggio a Santa Lucia era una piacevole e quasi quotidiana abitudine. Lei, appena ci vedeva sbucare dalla curva che saliva in paese, faceva larghi gesti di saluto, poi correva a deporre la scopa e a sciogliersi il fazzoletto che le proteggeva la crocchia di capelli dalla polvere, il suo principale nemico. Allertava tutti gridando che stavano arrivando i picciriddi e che lei era ancora indietro con le pulizie e doveva ancora sciacquarsi almeno il viso e togliersi il grembiulone che l’avvolgeva. Il suo grido… qua sono, qua sono! non rendeva chiaro il senso, se si riferisse all’arrivo delle orde barbariche o, più ragionevolmente, al piacere di vedere arrivare i bambini.

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Non facevamo in tempo a salire rumorosi la scala che subiva il doppio ordine, nostro e della nonna, di tirar fuori dal cassetto la ciotola delle olive e dall’armadio il pane avvolto nella coperta. Eravamo sempre affamati quando giungevamo alla Santa Lucia e, dopo i baci di saluto, chiedevamo con voce pietosa da mangiare quasi fossimo poveri orfanelli.

Bisogna dire che il pane profumatissimo nella casa grande di Santa Lucia non mancava mai e si trovava sempre nello stipetto un pezzo di cacio buono anche da grattugiare e una ciotola di olive sott’olio. Nella luce tremolante del dormiveglia, la vedo affannarsi con la testa china dentro la madia ad impastare il pane e a preparare il forno, liturgia cui, bambini, si assisteva in rispettoso e incuriosito silenzio, come ad una messa in chiesa.

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Era generosa Margherita, a volte quel che restava ce lo dava da portare a casa perchè, avvolto in una coperta di lana, si manteneva fresco per giorni interi… che la cognata poverina con tre diavoli tutti piccoli, non aveva certo tempo di mettersi ad impastare.

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Di tanto in tanto le olive erano accompagnate non dal cacio duro ma dalla tuma o dal primo sale e, quand’era la stagione, dai fichidindia nella cui raccolta Margherita era maestra.

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Io adoravo il frutto rosso, chiedevo con insistenza quelli con la polpa rossa e lei me li apriva per primi e rideva.

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Tutto suo zio, Giovanni, pure con la passione per i fichidindia rossi, gli stessi gusti, in tutto e per tutto suo zio, anche Rosario non ne lasciava neanche uno attaccato alle pale, agli altri restavano solo quelli bianchi e gialli.

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– A Rosario piaceva mangiare fichidindia col pane fresco proprio come ve lo taglio io adesso – e metteva sottosopra il cassetto delle stoviglie alla ricerca dell’unico vecchio coltello ben affilato che sembrava fatto apposta per incidere i fichidindia. Con le fette di pane fatto in casa tutto diventava appetitoso e, dopo quelle laute merende, all’ora di cena veniva irrimediabilmente ripudiata ogni proposta.

Felicità era rincorrersi nella smisurata terrazza, facendo a gara a chi la percorreva di corsa in tutta la lunghezza toccando per primo il parapetto di ferro che la delimitava sul fondo dalla vallata punteggiata di paesini dai nomi divertenti come Roccamena, Contessa Entellina, Camporeale. Il parapetto sporgeva sul tetto di una protuberanza della casa affacciata verso lo stradone e circondata dai campi ma, negli anni in cui la casa fu viva di voci, era utilizzato come belvedere.

Dal crepuscolo in poi, quando il sole si faceva più misericordioso e i rami della robinia davano un pò di frescura, tutti si fermavano ad affacciarsi a quel parapetto, con lo sguardo rivolto verso la valle che si stendeva spossata e sonnolenta là, appena oltre il ponticello sul torrente. Da lì si salutava animatamente e a gran voce chi arrivava e chi partiva, si verificava il traffico dei muli che tornavano dai campi, si scrutava il cielo per vedere cosa metteva la marina e da lì sentenziare sul tempo del giorno dopo.

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Il femminile è d’obbligo nel parlare di Santa Lucia poiché, dopo la morte del nonno e il matrimonio di mio padre, il grande caseggiato con annessa saponeria rimase feudo indiscusso della nonna e delle sue figlie assai riluttanti ad accasarsi, vuoi per una bellezza non certo prorompente, vuoi per una dote non particolarmente allettante dopo i disastri della guerra e le tragedie familiari.

Dei tre maschi, Luchino era morto sotto le ruote di un camion in retromarcia e Rosario era finito come era finito, disperso non si sa dove, nella lontana Russia.

17 anni Luchino, 27 Rosario, la casa si era svuotata d’un colpo. Solo Sam, il figlio americano, nato durante gli anni dell’emigrazione a Dallas, era tornato vivo dalla guerra ma poi aveva lasciato la casa paterna, aveva messo su famiglia ed era andato a vivere in paese.

Santa Lucia era rimasta feudo di donne stralunate dalle vicissitudini e irritate dalla tristezza dei ricordi e dalle mancate speranze.

La zia Angela viveva a Roma e solo nei mesi estivi la sua presenza ravvivava la casa, a volte incendiandola con le sue esigenze cittadine e le sue pretese di imporre un’evoluzione mentale che veniva ripudiata prima ancora del suo arrivo. La sua presenza e suoi modi potrebbero costituire un manuale di intercultura ante litteram in cui l’Italia, che nel dopoguerra s’avviava sulla strada delle trasformazioni, rifiutava il dialogo con le sue origini agricole e modestissime, pervicacemente attaccate alla conservazione ed all’immobilismo.

[…]

Ancora non era iniziata la nuova ondata migratoria e nelle case ci si leccavano le ferite della guerra restando abbarbicati alle proprie tradizioni e tentando di preservare un’identità che non il dopoguerra ma la guerra stessa aveva cancellato per sempre. Delle sorelle rimaste, Giuseppina passava le notti a sognare di gatti morti sullo stradone che miagolavano pentiti delle loro imprudenze nell’attraversare la strada e che comparivano nella sua stanza circondati dalla luce della Provvidenza.

[…]

 

2

Margherita delle sorelle era la più semplice ma anche la vera vestale della casa, la custode delle memorie. Era lei che con le buone o le cattive, famose le sue scenate da palcoscenico che duravano tre ore senza intervallo, imponeva i ritmi alle altre. Mite all’apparenza, in realtà dettava legge e regolava i ritmi della Santa Lucia cui tutti dovevano, per amore o per forza, adeguarsi. Custodiva nell’armadio tutti i vestiti di Rosario, dava periodicamente il lucido alle scarpe, accendeva lumini e disponeva le foto dei beneficiari ricordando a memoria sia le ricorrenze dei santi sia quelle dei parenti defunti.

Appena moriva un parente anche lontano, subito la sua foto si aggiungeva alla fila degli altri. A volte la folla era tanta che noi ci divertivamo a chiedere di chi fossero quelle foto e qual era il rapporto di parentela.

Lei, forse in buona fede, forse perché bonariamente amava rivangare il passato, con estrema pazienza s’addentrava in rapporti di parentela per noi difficili e quasi incomprensibili, in storie sconosciute che erano destinate a restare avvolte nel mistero. Concludeva le sue biografie con un – ormai è nel mondo dei giusti, pace all’anima sua e non parliamone più! – Era questo un garbato invito a lasciare in pace anche lei.

[…]

Solo del fratello Rosario non riusciva ad accettare la morte, sulla sua sorte ogni congettura era permessa tranne quella di una possibile morte nella lontana Russia durante la tragica aggressione nazi-fascista del 1942-43.

Era paziente e docile Margherita, ma non le si doveva mai chiedere di esporre una foto di suo fratello Rosario.

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Suo fratello Rosario non era tornato per due motivi: uno che in Russia i comunisti non potevano giustificare ciò che avevano fatto “i fascistazzi” italiani e quindi Rosario viveva nascosto sotto falso nome. L’altro motivo, di cui lei restava convinta, era che Rosario stava bene là, in Russia, con la sua nuova famiglia. Era bello Rosario, anzi bellissimo, bastava guardare le foto per rendersene conto, figurarsi se qualche bella bionda se lo lasciava scappare, poi lui sapeva lavorare bene la terra, aveva le spalle larghe del contadino e sarebbe stato un ottimo marito e padre di famiglia anche in una casa di campagna come quelle di cui scriveva, dove gli davano da mangiare e gli lavavano pure la biancheria. Lui era buono e intelligente e sapeva adattarsi ad ogni situazione.

A Margherita piaceva immaginare nuove situazioni in cui Rosario era felice e soprattutto vivo in modo da lasciare aperta la porta alla speranza di un possibile ritorno, magari circondato da moglie e figli come amava fantasticare. Lei le lettere le aveva lette tante volte da saperle tutte a memoria, pure le cartoline con solo i saluti ricordava, di ognuna sapeva a memoria le date e le immagini con le frasi patriottiche sul frontespizio.

Lei sì che aveva notato con quanta simpatia parlava della famiglia che lo aveva accolto in casa. Aveva sempre sospettato che ci fossero di mezzo dei sentimenti, del resto era naturale che così fosse.

[…]

In conclusione un giorno o l’altro l’avremmo visto tutti spuntare dalla curva dello stradone, una bella improvvisata, lui con la sua nuova famiglia, i suoi bambini piccoli e biondi se fossero somigliati alla madre, ma anche brunetti come il papà.

Rivolgendosi a me, mi accarezzava i capelli dicendo che Rosario sarebbe stato felice di conoscere Giovanni che gli somigliava come una goccia d’acqua – scrive persino con la sinistra ed ha le mani identiche… fai vedere le mani… proprio uguali, Signore Iddio! –

 

3

Sul terrazzo, la ringhiera sul lato sinistro era stata aggiunta più tardi, in seguito alle proteste e alle insistenze della mamma cui saltava il cuore dall’ansia vedendoci correre, quasi a bella posta, sordi alle sue invocazioni, troppo vicini al margine privo di protezione. Una grande bignonia, generosa di fiori rossi e carnosi, si sporgeva curiosa e proterva, laggiù verso il parapetto di ferro. Spesso i calici erano asilo di formiche e, fra il disprezzo generale, a noi era proibito anche solo toccare quei fiori. La bignonia è una pianta con le foglie d’un bel verde e produce in abbondanza grandi fiori per tutta l’estate.

[…]

Su quel lato correva ad altezza d’uomo un binario di fili paralleli di ferro zincato, lo spago agli anelli serviva per stendere la biancheria e, quando soffiava lo scirocco, questi tintinnavano come campanelli. Non esistevano ancora le pinze e la biancheria si annodava allo spago che pendeva dagli anelli mobili. Occorreva maestria per appendere in breve tempo e magari col vento panni bagnati e svolazzanti, ma certo alle donne del tempo non faceva difetto l’industriosità specie nei compiti domestici. Intorno a quei fili solo zia Margherita poteva armeggiare liberamente quasi librandosi nel vuoto, senza che nessuno la richiamasse alla prudenza. Si sporgeva sollevando una gamba come una vera ballerina e con disinvoltura annodava rapidamente i panni accompagnando il gesto con piccole smorfie.

Lei avvertiva i nostri sguardi d’ammirazione e d’invidia e volteggiava disinvolta sul bordo estremo del parterre.

Con le lenzuola sospese nel vuoto, restava protesa, essa stessa penzolante come un panno appena strizzato, cercando, con sicurezza d’equilibrista, d’acchiappare lo spago giusto cui annodare il bordo.

[…]

Sul lato meridionale, prima di sconfinare sulle tegole del piano terra, la terrazza è delimitata da un muretto che, in fondo, verso il parapetto, finisce con un sedile di pietra: era questo il luogo destinato al riposo pomeridiano e alla conversazione.

Qui dal tardo pomeriggio in poi si ricevevano le visite e si sostava a lungo, spesso fino a sera inoltrata, indugiando pigramente sul caldo eccessivo della giornata e sui casi che agitavano le acque, già allora poco limpide, della vita del paese. Margherita faceva la spola fra il sedile e la cucina per portare agli assetati acqua e zammù, una traduzione meridionale dell’ouzo.

Ogni estate alla Pasticceria Miragliotti di Piazza Nascé, in onore di Angela che tornava dal Continente, si comprava una bottiglia grande di Anice Tutone così che lo zammù in casa non mancava mai e l’acqua fresca diventava una bevanda davvero dissetante. Chi preferiva, poteva optare per l’Idrolitina, acqua gassata preparata con le cartine o per l’aranciata che veniva preparata allo stesso modo nelle bottiglie apposite col tappo di gomma.

Le tre sorelle, anzi due perché Angela si dichiarava esente da queste fatiche sotto il sole, armate di bummoli e quartare di creta, facevano più volte la spola fra la casa e la sorgente. Di acqua fresca ce n’era sempre a volontà ché la gebbia non era lontana e vi correva acqua freschissima.

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Fin dal primo mattino Margherita faceva la spola più volte fra la casa e la fontana per fare le provviste per la giornata e si curava che la brocca di creta non fosse mai vuota, nel caso noi fossimo scesi dal paese assetati oltre che affamati come sempre.

[…]

Fughe d’amore di spose bambine, le maldicenze dei vicini e sui vicini, le partenze per le Americhe e per l’Australia che sempre più svuotavano case e strade, il ritorno estivo di qualche miricano che, avendo fatto fortuna, tornava per salutare i vecchi e portare ai più giovani l’atto di richiamo, erano questi gli argomenti preferiti dai parenti che trascorrevano la serata all’aria fresca sul sedile di pietra.

I racconti delle fuitine ci facevano morire dal ridere.

“Fuirsene” voleva letteralmente dire andarsene in fuga e “la fuitina” era per l’appunto l’atto del fuirsene.

Era qualcosa che accadeva alle ragazze da marito, una sorta di rapimento consensuale in cui i due innamorati scappavano simulando un rapimento da parte del focoso promesso, che poi veniva costretto con le buone o con le cattive al matrimonio. La fuitina doveva obbligatoriamente concludersi col matrimonio in caso contrario il disonore, dovuto alla perdita della verginità, doveva essere lavato col sangue dalla stessa vittima.

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Tale tipo di fuitina era quella classica in quanto giustificata dall’ostilità dei genitori. C’era però un altro tipo di fuitina, in sé molto dolorosa e ben più triste, ma che ci faceva morire dal ridere, in quanto gli attori recitavano per davvero la loro parte preparata a dovere come avviene in un qualsiasi teatro. Avveniva che, quando una famiglia era tanto povera da non potersi permettere le spese per l’abito bianco e per i festeggiamenti, “consigliava” ai promessi sposi di inscenare una fuitina in modo da potere poi sposarsi lo stesso, ma senza dovere affrontare le spese costose di un matrimonio in piena regola.

La differenza consisteva che nel primo caso la scena era occupata dalla pubblica disapprovazione per la scelta compiuta dalla figliola e da una rabbia più o meno avvertita e reale con tanto di minacce e di furibonde liti fra le famiglie. Nel secondo caso invece tutto era preventivamente disposto secondo un’attenta regia e la recita avveniva con un realismo incredibile, degno dei migliori palcoscenici. A volte, quando la scelta appariva palese considerata l’estrema indigenza delle famiglie, ci si rideva davvero su, anzi, mossi a compassione, si consigliava il perdono e si faceva lo stesso un regalo agli sposi proprio come se nulla fosse accaduto.

[…]

Era molto passionale donna Peppina “sticchiu luongu” come la chiamavano tutti, onesta ma una vera attrice.

Un mattino si sentirono le sue urla arrivare dalla strada, al punto che la gente si affacciava ai balconi chiedendosi cosa era successo ancora una volta alla povera Peppina. Urla strazianti che riempivano la strada, quando salì le scale pareva una prefica coi capelli bianchi sciolti, rossa in volto e con aria disperata chiamava sua figlia con irripetibili appellativi. – Taci che ci sono i ragazzini in casa – le diceva mia madre che, dopo un’iniziale preoccupazione, aveva capito le ragioni di quella sceneggiata. Sua figlia infatti era scappata, se n’era fuiuta, con il figlio di un muratore senza arte né parte, ed ora la famiglia era distrutta.

Cosa avrebbero messo in pentola? urlava straziata donna Peppina. Lei, vedova e con altri tre figli, s’arrangiava con piccoli lavori e non poteva certo pensare a quel poco di buono del rapitore. Il padre di lui lavorava a giornata, quando sì e quando no, abitava in un tugurio con un sacco di figli, figurarsi se poteva sfamare altre bocche. La madre era rimasta stupida dall’ultima gravidanza, rideva sempre e non poteva certo lavorare, tutti la chiamavano Carmina Babba, cioè la stupida.

– Spero solo che Dio non me la riporti incinta – urlava disperandosi – proprio col figlio di Carmina Babba doveva mettersi quella poco di buono, io avevo capito che cosa aveva in testa, io lo so a cosa pensava – diceva con chiare allusioni battendosi le mani sulle cosce.

Mia madre capì che lei sapeva e che la messa in scena era organizzata col consenso delle famiglie.

Ogni volta che cercava di consolarla, Peppina riprendeva ad urlare dichiarandosi inconsolabile…una scena da vera figlia d’arte.

[…]

Dopo avere esaurito la serie delle fuitine che in estate, tempo tradizionale di matrimoni, s’infittivano, Margherita o la nonna ricominciavano a parlare di cose serie.

[…]

Angela, fra tanti discorsi, si guardava le scarpe facendo roteare il piede sinistro mentre raccontava delle lettere che riceveva dai parenti americani.

[…]

A lei che era la più istruita avendo, unica fra le sorelle, conseguito la laurea in matematica, era affidata l’incombenza di mantenere i rapporti epistolari con il ramo americano della famiglia. Era lei che, ricevendo le lettere, raccontava agli altri ogni novità e spesso gli inevitabili pettegolezzi.

Così si spigolava pigramente da un argomento all’altro, da Rosario, immancabilmente presente, ai fatti di paese, ai parenti americani. Si ironizzava sul loro modo di vestire colorato, sul modo di parlare ormai americano e sulla misconoscenza della lingua italiana, che li portava ad usare nella corrispondenza un dialetto ormai disusato e persino buffo.

Noi ragazzi imitavamo molto il loro modo di parlare e i loro errori sui quali si rideva a crepapelle.

[…]

 

4

Fu sul muretto del parterre che fu letta con emozione la lettera che annunciava il ritorno definitivo, dopo vent’anni di Bronx e mille peripezie, della sorella maggiore di mia madre che tornava con il marito, carica solo di anni e di una struggente nostalgia per la famiglia. Con il marito aveva sposato anche i dolori e le speranze dell’emigrazione. Non avevano avuto figli, erano stati anni di duro lavoro in tempi molto difficili per costruire un benessere che, a ben guardare oltre le apparenze e i lustrini, non li distanziava poi più di tanto da coloro che erano rimasti in paese.

– L’onestà non porta ricchezze – soleva ripetere saggiamente e dell’America, oltre a qualche ies e datzorait, intercalati con naturalezza in una parlata dialettale stranamente leggera e ariosa, aveva riportato la sapiente cognizione che quella è terra di lavoro e anche di lacrime almeno per chi vuol mangiare del proprio. – Quando fai un brutto sogno in una notte agitata, è segno certo che l’indomani riceverai una lettera dal paese che ti annuncia un lutto e allora è un affetto che se ne va, una speranza che finisce di sorreggerti nelle lunghe sere di solitudine perché di quelli che hai lasciato non sai mai quanti ne trovi, sempre che abbia la fortuna di tornare e di morire al tuo paese.

Le gioie puoi coltivarle disegnandole nel cielo nelle notti di plenilunio ma il dolore, quello no, è un nodo che ti serra la gola prendendoti all’improvviso, quando sei sulla filovia che ti porta al lavoro o attraversi nelle ore fangose del rientro le strade gelate del Bronx.

Tutti sanno parlare dei grattacieli, ma quelli li vedi solo quando arrivi, anzi ancor prima dello sbarco effettivo, quando ti fanno sostare per giorni e giorni ad Ellis Island per le visite e le umilianti registrazioni. Là ti controllano ogni straccio e vogliono tante informazioni che neanche possiedi, sulla data di nascita, sulla famiglia, su cosa sai fare e tutto questo sotto lo sguardo severo e nebbioso dei grattacieli, enormi, altissimi, molto più dei palazzoni di città e poi sono tanti, una vera folla che ti guarda sospettosa appena dietro un’enorme statua che chiamano della libertà, una femmina grandissima, incoronata come una regina che tiene orgogliosa in mano una grande fiaccola che chiamano la fiaccola della libertà.

Zia Angelina descriveva così la sua America ma non era certo solo sua e della sua gioventù, era quella anche l’America di mio nonno e dei suoi tre fratelli, il molo di Ellis Island prima del lungo salto attraverso il continente fino alle praterie del Texas, fino ad una città industriale chiamata Dallas dove si diceva ci fosse lavoro per tutti. Fu lì che tutto cominciò, nella casetta di periferia di una sterminata città texana, fumosa e brutta, dalle larghe strade e dai palazzoni a blocchi grigi senza verde e con un tanfo di petrolio cui bisognava abituarsi -qualcosa ti impedisce il respiro e ti fa gli occhi umidi e vorresti che fosse il freddo a farti star male perché tutto va bene, specie laggiù in Italia, mentre solo tu sai quante lacrime hai appena inghiottite e nel pugno serrato nelle tasche del cappotto rendi inservibile un biglietto d’auto per acchiappare il fazzoletto. –

E furono lacrime, lacrime per tutti, abbondanti e sincere per l’emozione appena l’elegante sagoma bianca del Saturnia cominciò a defilarsi, timida e innocente come una sposa, all’orizzonte del porto, in un pomeriggio di giugno già caldo e tenerissimo per l’estate imminente.

Anch’essi piansero a lungo quando, ancora in mare aperto, cominciarono a distinguere la linea delle montagne che chiudono il golfo dominato dalla sagoma scura del Monte Pellegrino e poi Palermo che si specchia sontuosa nel mare allineando i suoi palazzi nobiliari e le chiese barocche e i quartieri antichi che dalle prime alture del Palazzo reale si stendono docili fino quasi a lambire il mare.

Tutti i parenti, che avevano per l’occasione preso in affitto una corriera per raggiungere il molo, si raccolsero al limitare della banchina quando la grande nave bianca entrò solennemente in porto accompagnata dalla motovedetta. Fu lungo il tempo per l’attracco.

Tutti i passeggeri affollavano il ponte scrutando con le mani sulla fronte, se, pur controsole, riuscivano a riconoscere qualcuno fra quella gente che urlava di gioia e sventolava fazzoletti. Con delusione crescente si continuava a salutare, ma in quella confusione non si poteva riconoscere nessuno.

Finalmente fu affiancata la scaletta e fu annunciato lo sbarco dei passeggeri. Volarono tutti i nomi dei nipoti, i bambini offerti alla vista sulle braccia alzate, quando elegantissimi gli zii del Bronx apparvero in cima alla scaletta nel loro aspetto ormai inequivocabilmente americano.

Una foto e uno zoom nella folla, lui in doppiopetto blu, cappello di feltro grigio ferro a falde e cravatta grigio-argento, lei, ancora bella nonostante gli anni, con un cappellino nero e un tailleur grigio perla con un colletto di pizzo nero e una rosa bianca sul petto.

[…]

Prima di stabilirsi definitivamente in paese, gli zii d’America fecero un lungo viaggio attraverso l’Italia toccando, come due turisti fortunati, le più belle città d’arte, da Napoli a Roma, da Firenze a Venezia. Quindi con i loro mobili americani e le abitudini decisamente diverse dalle nostre, occuparono il primo piano della casa dei nonni materni che dava sul corso principale, proprio nel centro del paese.

Un po’ per curiosità verso il nuovo ma soprattutto per il loro grande calore, quella casa divenne presto meta di pellegrinaggi abituali di una vasta parentela e punto di riferimento di una larga schiera di nipoti che trovarono sempre la tavola apparecchiata e un letto caldo pronti ad accoglierli. Abituati all’americana ad essere attratti dalle novità, furono tra i primi a comprare la televisione ed il frigorifero-refrigeretor seguiti, poco dopo, dall’ultima novità, la macchina per lavare i panni.

Per poter comunicare con i parenti, furono fra i primi a chiedere di istallare il telefono in casa ed era una gran comodità perché, tramite il centralino, si poteva aver la comunicazione con gli altri abbonati senza muoversi da casa. Bisognava attendere il signor Vittorio che dal centralino rispettosamente salutava e chiedeva quale numero si desiderava chiamare; a loro avevano assegnato il numero 23 e noi schiamazzando rifacevamo il verso al signor Vittorio che rispondeva pronto 23.

[…]

Il salotto di casa, dove su un piedistallo troneggiava il televisore Radiomarelli nuovo di zecca, era gremito spesso di parenti e vicini attratti dalle prime trasmissioni di larga popolarità, ma soprattutto da un’accoglienza calda e sincera. Per il Musichiere, Lascia o Raddoppia o, soprattutto, il Festival di San Remo o quello di Napoli c’era il pienone e si rendeva necessario spostare il divano e disporre le sedie in fila perché tutti potessero trovare posto, proprio come al cinematografo.

La zia eccitata cominciava al mattino i preparativi della stanza ed il televisore veniva disposto sul piedistallo in alto in modo che tutti potessero vedere, proprio come al cinematografo. I piccoli si accovacciavano sul tappeto, davanti alla prima fila ma, dopo un po’, sopraffatti dal sonno, finivano per addormentarsi sul grande letto americano con i cuscini rotondi e la coperta damascata giallo-oro o fra le braccia dei genitori.

Per poterci accaparrare il posto sulla coperta giallo oro uguale a quella dei film americani, facevamo finta di voler dormire costringendo i genitori a prenderci in braccio per portarci a letto. Tornavamo in sala dopo poco tempo ancora svegli e incapaci di dormire per colpa delle canzonette e dei cantanti urlatori.

[…]

 

5

Ammaestrati dalle trasmissioni radio e dai programmi televisivi, il sedile di pietra sulla terrazza di Santa Lucia diventava così palco canoro nelle notti d’estate quando dalle filastrocche si passava agli scioglilingua e ai canti popolari.

Giuseppina era estasiata quando, dritto sul muretto, intonavo Vola colomba o Grazie dei fiori, ultimi successi del Festival di Sanremo, mentre la mamma, insensibile alle mie doti artistiche, la redarguiva perché l’incauta mi consentiva di esibirmi… ad un passo dal vuoto.

L’estate a Santa Lucia si animava con l’arrivo, oltre che della zia di Roma, della zia Concettina e della figlia Pina, i sempre cari cugini palermitani. In quei giorni la tavola s’imbandiva, in onore degli ospiti, dei cibi più prelibati. Si preparava la caponata,specialità palermitana della zia Concettina, la granita di limone di cui era maestra zia Angela e si comprava il rosolio da offrire ai parenti in visita.

Anche a loro due, appena arrivate, veniva mostrato quanto ero diventato alto e quanto rassomigliavo sempre più a Rosario. Io mi vergognavo non poco per quell’esame anatomico improvvisato che partiva dai capelli ricciuti e dello stesso colore, per passare poi alla forma delle orecchie, a quella delle labbra, delle mani che mi si chiedeva continuamente di mostrare e che le zia giudicavano all’unanimità… da pianista come quelle di Rosario! Ancora oggi non ho perso l’abitudine di guardarmi ripetutamente le mani, ahimè senza più il compiacimento d’un tempo. Per dimostrare quanto ero cresciuto, tiravano fuori dall’armadio i vestiti di Rosario che io pazientemente indossavo nel coro di approvazione da cui dissentiva solo mia madre. – Lui è ancora un bambino- implorava – come può portare di scarpe il 44 quando gli va ancora il 38? –

[…]

La zia Concettina […] Aveva un carattere aperto ed estroverso, amava davvero la lirica, conosceva le arie più famose delle grandi opere e aveva voce e modi gradevoli, da vera cantante.

La sera sulla terrazza, rapita dalla bellezza dei campi e dalle colline illuminate dal chiarore della luna, si appoggiava al muretto e intonava la Casta Diva, la sua aria preferita, oppure le antiche canzoni napoletane come Anema e core o Torna a Surriento. I capelli corvini raccolti dietro la nuca, uno scialle nero a fiori sulle spalle, pareva un’autentica primadonna ai miei occhi di bambino e spesso mi torna quell’immagine di lei nelle calde sere d’estate, quando, gli occhi rivolti al cielo, fra l’ammirazione di tutti, intonava ispirata le arie più famose. Ho voluto molto bene alla zia Concettina, in realtà cugina di mio padre cui era legatissima.

 

6

“Bcè xopoxo, Ià doma, Va tutto bene, sono a casa”, ha scritto come propria epigrafe un anonimo viaggiatore russo dei primo del ‘900 su una semplice lapide in stile liberty posta nel piccolo cimitero dietro la Chiesa di San Giorgio dei Greci a Venezia.

A me stamattina viene in mente quella scritta, anch’io sono a casa, avverto una sensazione di benessere, di pienezza a lungo inseguita percorrendo altre strade, passeggiando lungo altri fiumi, guardando estasiato campanili di altre città.

[…]

Si sta bene a casa.

Il frumento è stato già falciato da alcune settimane, nei campi non restano che le stoppie che attendono di essere bruciate, perché rendano più fertile la terra e la preparino all’aratro e all’inverno. A me pare di avvertire ancora intenso l’odore del grano maturo, vedo il campo che biondeggia e le spighe che s’ingrossano fra le quali, bambini, ci s’andava a nascondere dopo interminabili rincorse. Mi giungono altri odori, fresia o robinia, margherite di campo o mentuccia, basilico e bocche di leone, gigli o camelie e tanti ancora da farne per la felicità un lungo scioglilingua. Non riesco a sentirli distinti tanto da ricondurli a un fiore preciso o a un frutto poco maturo appena raccolto ma ora, com’è inevitabile, prevalgono quelli intensi dell’origano e delle violacciocche, il famoso barco dal profumo così dolciastro che ci piaceva persino portare alla bocca nel tentativo di sentirlo con la lingua.

Mi sento stranamente cullato da antiche nenie, filastrocche, invocazioni ai santi protettori perchè prenda riposo, un rito ancestrale nel quale in processione leggera generosi mi offrono in dono gli anni della gioia. Mi piace pensare che sia mio padre ad offrirmi, come delizia del mattino questi segni di rugiada.

– Questa è Grazia divina! – urlava incontenibile zia Margherita ogni qual volta tornavo in paese all’inizio dell’estate, conclusi gli esami dei corsi universitari.

Tutto è rimasto dov’era ed il silenzio ha riempito ogni angolo.

Vorrei farle eco e urlare anch’io che davvero… è Grazia divina!

Gli occupanti se ne sono andati docili, uno ad uno, senza lasciar traccia, quasi in punta di piedi, hanno solo chiuso la porta e dalle tendine logore continua a scorrere lento il ritmo delle ore, dei giorni e delle stagioni.

Anche la casa, la Santa Lucia, è quella di sempre.

Si direbbe una bella, vecchia signora che non rinuncia alla dignità di vivere con dolorosa consapevolezza i suoi ultimi anni. Per noi è sempre stata SantaLucia, le parole ben attaccate, a rappresentare questi campi mossi dal vento della valle, campagna pura e fertilissima, oggi insensata periferia di paese.

Santa Lucia, più che il nome della masseria o della contrada, è forse il lascito di un antico monastero di clausura che esisteva nei dintorni prima che terremoto di Dio o degli uomini ne facessero perdere ogni memoria.

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Pur senza traccia di monastero, la contrada per noi ha sempre avuto una sua sacralità, forse perché più di tutte ha conservato tracce di vita vissuta, speranze e rancori, lutti e gioie, nascite e tragedie senza fine come questa della guerra e del suo triste epigono, appunto la Campagna di Russia. Santa Lucia è da sempre la casa e basta, un nome destinato a restare solo nella toponomastica o nelle linee di senso delle prossime generazioni.

I campi, anno dopo anno, si sono riempiti di case brutte, mai finite per le continue soprelevazioni, e disordinatamente sparse o ancor peggio addossate l’una all’altra quasi si vergognassero ciascuna di esistere.

Nonostante le offese, Santa Lucia rimane pur sempre un luogo di campagna per via dell’aria buona e della verde vallata che si stende a perdita d’occhio davanti alla grande casa. Come gli zii, anche noi, ancor oggi continuiamo a dire “salire in paese” e “scendere a Santa Lucia”.

Tanto basta a marcare la distanza, allora come ora.

Del resto, nella dimensione dello spazio e del tempo, nella casa grande di Santa Lucia niente è cambiato, avendo essa diligentemente obbedito alla riluttanza dei suoi abitanti per i lavori di ammodernamento e, in genere, per i cambiamenti. Su questi muri sono passate tante stagioni e tutte si vedono per l’assenza di restauri da troppo tempo urgenti.

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Pare che in Sicilia accada più che altrove che il sole o le intemperie, terremoti o quant’altro o anche gli stenti di una vita difficile, portino le case a rovinare anzitempo, stremate come poveri cristi, stanchi e votati a una fine prematura. Poi, d’un tratto, la rovina pare fermarsi e tornano leggeri e appena percepibili i segni di un’antica bellezza, dolce e disossata ma assolutamente naturale, da vecchie signore che portano con naturale eleganza anni e cappellini consunti dall’uso.

Proprio ciò che oggi accade alla Santa Lucia.

Ho dormito bene questa notte nella stanza che fu di mio padre e poi delle mie zie quando, dopo il matrimonio dell’unico fratello, da loro rancorosamente vissuto, ne fecero il loro regno, risolute e orgogliose della loro condizione di “signorine”.

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Dopo tanti rivolgimenti tutto rimase com’era nella casa sempre più grande e più vuota di Santa Lucia. Lindore e silenzio testimoniarono d’allora in poi, nel chiaroscuro della finestra sempre socchiusa perché il sole non vi entrasse, fra trine e sacre immagini, sospiri virginali, caratteri sempre più offesi dal tempo, tormentati dai dolori e dalle amarezze dell’esistenza. Neanche Angela si staccò mai dal tiaso di una forzata solitudine. Lei che, terminati gli studi, era andata a vivere a Roma, quando ogni estate tornava alla Santa Lucia, e vi tornò ostinatamente fino agli ultimi anni, volle dormire sempre nella sua stanza, questa.

Ora che i legittimi proprietari non ci sono più, sono io a rivendicarne l’esclusiva. Essa, nonostante il tetto cadente e le mille cose da rifare, è diventata mia per naturale diritto d’eredità.

Io imparo attraverso i ricordi. La casa amatissima di sempre, con la disposizione dei mobili che non ci sono più ma che hanno lasciato segni indelebili alle pareti, con le devozioni sul comò. Ripasso i vezzosi soprammobili, la casetta rossa e verde del cane di terracotta, l’asinello di bachelite che continua a muovere la testa, l’effigie di Pio XII, il lumicino dell’olio acceso tutti i lunedì per le Anime Sante del Purgatorio e il venerdì in onore del Sacro Cuore di Gesù. Incontrastato e rassicurante, il silenzio dei campi intorno continua miracolosamente a circondarla.

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Negli ultimi anni, all’uscita dalla messa domenicale avevano preso l’abitudine di venire a prendere il caffè da noi; era quella l’occasione giusta per gli ultimi pettegolezzi sulle persone che avevano incontrato o su fatti di cui erano venuti a conoscenza, ultimo atto di mondanità prima di rientrare definitivamente nel silenzio e nella quiete della Santa Lucia.

Ogni tanto esplodevano, virulenti e clamorosi i contrasti fra le sorelle. Quando tirava una brutta aria, la sorella minore ci accoglieva senza parlare ma con gesti assai significativi circa la follia e la demenza che, asseriva, s’impadroniva “di quella là”. Quella là, altezzosamente non scendeva incontro anzi cominciava a rumoreggiare e a brontolare, perché tutti sapessero a quante cattiverie e a quante sevizie la sottoponevano, che lei era stufa, stufa e arcistufa, che andassero tutti a farsi fottere!

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Più frequenti e declamatori erano i litigi estivi quando a scompigliare le placide acque della casa giungeva per le vacanze “la romana”. Il termine, pronunciato con le mani ai fianchi e un’esplicita mossa delle natiche, indicava Angela che, accolta con calore per i primi giorni, poi veniva irrimediabilmente ricusata per la sua mentalità da cittadina e per il modo critico con cui, in verità troppo severamente, giudicava i ritmi, a dir poco dilatati, della Santa Lucia.

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Ogni tanto il parroco, anche per spillare loro del denaro, consigliava con prudenza di far dire una messa per Rosario ché tanto, a suo dire, anche se fosse stato vivo e vegeto, non gli avrebbe certo portato male! Su questo argomento le sorelle si ritrovavano d’accordo e, unite come mai, come se vedessero il demonio, protestavano che quello non si doveva chiedere, che le messe si dicono ai morti non certo a chi è vivo e potrebbe tornare da un momento all’altro! Che si accontentasse delle offerte per i poveri della parrocchia e punto!

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La tenda bianca che dà sul terrazzo impedendo al sole molesto di entrare avrà almeno trent’anni e ormai, vecchia e ingrigita, serve se non altro per coprire gli infissi logori e cadenti. Margherita usava tendere all’esterno una canna che appendeva al muro con due ganci da cui pendeva una pesante tenda estiva parasole.

Oggi, segno dei tempi, un logoro tendone sbiadito si regge su una bacchetta di plastica, ma sia il metodo che il servizio sono rimasti, com’è logico che fosse, per rispetto alla sacralità del luogo, quello di sempre.

 

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Di notte, sul tetto, fra i coppi sconnessi di un soffitto mai riparato, s’acconciano a dormire animali, forse piccioni e lucertole. A me pare di sentire pure un’autentica gara fra topi anche se la famelica frequentazione dei molti gatti, assai amati dalle sorelle “in campagna i gatti sono necessari!”, lascia in secondo piano tale poco gradevole ipotesi. Una volta tanto tramestio di topi non si sarebbe udito, ora che la casa è disabitata per molti mesi e il macello comunale è chiuso da tempo, anche i gatti, non trovando cibo, hanno abbandonato Santa Lucia. A qualsiasi ora, fa uno strano effetto sentire animali posarsi e scivolare sulle tegole. Sembra che giochino con i gusci secchi delle mandorle cadute dal grande albero i cui rami ormai sovrastano il tetto o che si divertano a sbriciolare le foglie accartocciate che, ad ogni alito di vento, piovono attraverso le fessure per tutta la stanza.

Anche questo è degradare inesorabile verso il tramonto, presagio di una fine imminente. Questi rumori che puntualmente ritrovo negli ultimi anni, appartengono solo alla mia Santa Lucia e ai lunghi anni trascorsi nell’effimera speranza che il ritorno di Rosario potesse, esso solo, arrestarne il degrado. Ormai mi rassicura avvertire ad ogni ora echi di storie lontane. Ritengo un privilegio che si lascino ascoltare solo da me che amo dormire placido nella solitudine della grande casa.

Nel silenzio delle ore notturne avverto il bisbiglio di voci calde e indistinte come gli accordi di una corale polifonica prima di un concerto e chiudo gli occhi.

Da quando non c’è più neanche Giuseppina con la sua assemblea permanente di gatti che vi pisciavano numerosi, la bignonia è tornata rigogliosa a ricoprire con i suoi fiori rossi il muro scalcinato.

Anche il nespolo davanti alla porta sembra riprendersi nonostante la vetustà ed ogni anno si riempie di frutti che nessuno raccoglie. Le pietre a secco, con l’arrivo precoce della primavera, si coprono di rose rampicanti dal fogliame luminoso e la produzione di grappoli di campanule si protrae abbondante fino a quando il sole tardivo cede stremato ai primi freddi di dicembre.

Quei fiori, visti dall’alto della terrazza, oggi fanno tutt’uno col groviglio di vegetazione spontanea che nasconde quello che una volta era stato il viale principale d’accesso limitato dall’aiuola fiorita.

Sulla parete il vecchio orologio a pendolo sta battendo le prime ore del mattino.

Mi alzo e apro la porta che dà sul terrazzo.

Il sole che si alza insieme a me arricchisce di giallo i campi appena mietuti, mentre dalla strada giunge, come un tempo, il rumore delle prime auto.

 

Inedito di Giovanni Perrino, per gentile concessione dell’autore, riduzione di Marina Mazzolani LogoCC

Foto in evidenza di Simbala Desilles.

Riguardo il macchinista

Pina Piccolo

Pina Piccolo, la macchinista-madre, è una scrittrice e promotrice culturale calabro-californiana. Si imbarca in questa nuova avventura legata alla letteratura spinta dall'urgenza dei tempi, dalla necessità di affrontare la complessità del mondo, cose in cui la letteratura può dare una mano. Per farsi un'idea dei suoi interessi e della sua scrittura vedere il suo blog personale http://www.pinapiccolosblog.com

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