Latte nero (Ghayath Almadhoun)

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Tu emergi da dietro le scene, io emergo da dietro un incubo, sorridendo come se la guerra non si fosse mangiato mio fratello, e in quei giorni, quando i miei amici siriani morivano sotto tortura, i miei amici europei con delicatezza si allontanavano dalla mia ferita che andava a graffiare le loro vite bianche e che non si conformava a nessun criterio occidentale accettabile per la definizione di dolore.

 

* * *

 

In quei giorni ti sussurravo all’orecchio cose che un uomo sussurra a una donna quando la mangia, e nello stesso spazio-tempo in cui dormivi tranquilla come un lago al nord della Svezia, la guerra si era seduta sul bordo del mio letto come se fosse mia moglie e i versetti del Corano che ero stato costretto a memorizzare fossero le uniche cose che mi aiutavano ad addormentarmi. Oh Dio, il lupo si è mangiato un pezzo del mio cuore e le bombe a barile mi hanno distrutto il quaderno. Oh Dio, il lupo mi ha mangiato davvero, non metaforicamente, e il Mediterraneo ha annegato la mia acqua. Ero quello che “camminava felice su questa terra”,  ma mi hanno rubato gli amici e li hanno suicidati[i] a Damasco e il bicchiere d’acqua che usavano per bagnare la mia sete è stato infranto. I poeti hanno ereditato le mie dita, i miei amici sono diventati ricordi, banditi su strade su cui è stato già teso un agguato, intendo dire sulle strade tra città assediate dalla fame e dall’adrenalina, e nello stesso spazio-tempo in cui io mi godo una vita di lussi all’estremo nord dell’Europa in un paese che contiene 97,500 laghi di acqua dolce, mia madre mi dice che ha sete e io ricordo il romanzo Lo straniero… e cerco di non ricordare Albert Camus.

 

* * *

 

Sorridendo come se la guerra non si fosse mangiato mio fratello

Mi arrampico sul monte Carmelo come una pianta sulla pergola

Per apparirti al fianco in una foto di famiglia

E mi stai accanto amara come la verità

E calda come una pallottola

E lunga come una domenica.

Una donna dalla memoria piena di fori

Attraverso i quali fuoriesce il mio cuore in forma di farfalla

Quando faccio su di lei pensieri legali

Il mio cuore si rifiuta di sottomettersi alla legge islamica

E la poesia si rifiuta di ubbidirmi ripetendo le logore metafore dei poeti classici

La banca rifiuta di farmi un prestito per potermi comprare un cavallo

I signori della guerra si rifiutano di diventare signori della pace

I bambini si rifiutano di giocare con me mentre cammino nel quartiere

Perché i loro genitori li hanno avvertiti di non parlare con gli estranei

Non insegnerò ai miei figli a temere gli estranei

Perché anche io sono uno di loro

Non dirò loro non parlate a quell’uomo strano

Perché quell’uomo sono io

Sono l’estraneo che ha perso la mano in guerra

Il vedovo la cui moglie non è morta

Il migrante che non è annegato nel Mediterraneo

Il credente che ti ha baciata vicino al muro della moschea

Facendo tremare per timore dell’ira di Dio lo sceicco che pregava

Il rifugiato che hanno perquisito

E i cui ricordi hanno trovato nascosti tra risposte forbite

Sono quello che ti ha amata selvaggiamente

E ti ha baciata senza sapere la differenza tra la tua faccia e il silenzio

Attorno a casa tua ululo come un lupo ferito

E nella tua notte nera come la pece mi coloro di un colore violaceo come una sigaretta accesa al buio

Quando pronuncio il tuo nome il mio cuore balbetta

Come nascessi ancora una volta dal ventre di mia madre

Come se ti toccassi la vita con la mia mano mancante

Quando passo la mia lingua sulla tua pelle la mia poesia inciampa

Quando

ma tocco la tua sorgente per inumidirmi il cuore screpolato dall’aridità

Quando

Ma bevo la tua voce bagnata di acqua per evitare che la sete mi uccida

Ma

 

* * *

 

Le mie impronte digitali che hanno trovato sulla tua pelle, il tuo sangue che ha bagnato la mia mano destra, i lupi che mi azzannano la vita quando sento l’odore della tua voce, il verde che gocciola dalla tua mano ferita dalla rosa, la mia lingua che pronuncia il tuo nome in aramaico classico, i miei cruciverba dentro di te. Come farei le mie abluzioni nel vino prima di toccarti, come la sentinella che mi ha colto mentre raccoglievo il miele di calabrone che colava dai tuoi capezzoli, come il mio cuore abituato a mangiarsi le dita delle donne è diventato vegetariano al tuo cospetto. Sei la Sura dei Poeti, l’essenza delle donne del Medio Oriente e del Nord Africa. Per te riscrivo le regole della grammatica araba rendendole conformi alla misura della tua vita e uccido ancora una volta la metafora morta.

 

* * *

 

Guardo nello specchio e vedo la tua faccia

La poesia mi sfugge di mano

Sento la fragranza di una donna che mi mangia le dita

Il Mar Mediterraneo si annega nel Dipartimento dell’Immigrazione

L’acqua sente sete

Mi tolgo i tuoi lineamenti dalla faccia per riconoscere me stesso

E il mio quaderno perde la memoria

L’ufficiale del Dipartimento di Immigrazione chiede:

Di dove sei?

Rispondo:

non so perché non sono ancora sposato

e respinge la mia domanda d’asilo

e le Nazioni Unite rifiutano il colore della mi pelle

e la comunità internazionale rifiuta di guardare dritto alla mia ferita

in quell’attimo che il tempo diventa buio come un dipinto di Rembrandt

e il tatto freddo come i cadaveri dei miei amici

tu emergi da dietro le scene

proprio così

senza presentazioni

o spiegazioni

o un’interpretazione logica

e mi concedi l’asilo per motivi sentimentali

 

 

* * *

 

Come fai a conoscere la strada per Damasco se non l’hai mai percorsa?

Come fai a uccidere la geografia quando la distanza tra di noi è fatta di metallo

Che si espande al calore

E si contrae quando uccido la mia valigia

 

* * *

 

Il mondo sta precipitando dal settimo piano

E i passeri si suicidano per non farsi precedere dal tempo

Il tempo che siede come uno stolto ospite tra di noi

E guarda te

Io e te e il tempo siamo in quattro

Un uomo e una donna non si incontrano se non quando il tempo è la quarta persona.

 

* * *

 

In quei giorni sapevamo che ci avrebbe ucciso tutti, ma non sapevamo che il mondo se ne sarebbe stato lì a guardare, in silenzio.

 

* * *

 

In quei giorni ti ho incollata come un francobollo ed avevi paura perché il mio cuore bruciava e la gente ci scambiava l’uno per l’altro perché i miei lineamenti si erano mischiati col tuo modo di camminare, e la gente ci confondeva, perché la città era divenuta inadatta alla morte dopo essersi trasformata in un enorme deposito delle mie stereotipate metafore su di te.

 

* * *

 

In quei giorni, quando ti sussurravo che eri la mia Sura delle Donne e la donna più fertile del Tropico del Cancro, il terrorismo colpiva il cuore dell’Europa, e il mio cuore che aveva potuto sopportare cinque guerre barbariche balbetta quando pronuncia il tuo nome e i miei amici europei si allontanano silenziosamente da me , e mi ricordo come gli europei si sono allontanati dai loro amici ebrei settanta anni fa, e mi ricordo il latte nero.

E cerco di non ricordare Paul Celan.

 

* * *

In quei giorni quando ti amavo con delicatezza, il terrorismo colpiva con violenza, e il mio cuore che poteva guardare una ferita aperta direttamente, senza trasalire diventò liscio come un serpente le Torri Gemelle crollarono ancora e ancora nelle fantasie dei miei amici europei, e la Rivoluzione Francese era solo una vittoria nei libri di storia e una sconfitta in quelli di geografia, e io ricordo il latte nero.

 

 

* * *

 

In   quei giorni

Quando ti amavo con tenerezza

Le grandi migrazioni attraversavano con violenza l’Europa

E Paul Celan emerse dalla Senna

toccandomi la spalla con la mano bagnata

E con voce tremante mi sussurrò all’orecchio

Non bevete il latte nero

Non bevete… il latte…. nero

Non bevete

Non

E scomparve tra i gruppi di siriani in marcia verso nord

 

* * *

In quei giorni cercavo ancora di non ricordare Paul Celan e viva il Mar Morto  e morte alle trasmissioni live

 

Ghayath Almadhoun

Traduzione italiana di Pina Piccolo dalla traduzione inglese da Catherine Cobham.

 

 

[i] Nell’originale arabo, il poeta ha coniato la forma transitiva del verbo suicidarsi, che come in inglese e in italiano non esiste. Desidera conservare questa forma nella traduzione in quanto la sua incongruità rappresenta ciò che è successo a gran parte dell’opposizione siriana uccisa dal regime ma che secondo le versioni ufficiali ha commesso suicidio.

 

 

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Ghayath Almadhoun è un poeta palestinese nato in Siria, nel 1979, in un campo rifugiati di Damasco. Ha studiato letteratura araba all’università di Damasco e ha pubblicato tre raccolte di poesia. Nel 2008 è emigrato in Svezia, paese in cui ha pubblicato due raccolte di poesia, la più recente Till Damaskus scritta insieme alla poeta svedese Marie Silkeberg  con la quale ha prodotto anche diversi film di poesia. Le sue opere sono state tradotte in svedese, tedesco, olandese, greco, sloveno, italiano, inglese, francese, danese, cinese, etc.  

 

Foto in evidenza di Catherine Starr.

Foto dell’autore a cura di Ghayath Almadhoun.

Riguardo il macchinista

Pina Piccolo

Pina Piccolo, la macchinista-madre, è una scrittrice e promotrice culturale calabro-californiana. Si imbarca in questa nuova avventura legata alla letteratura spinta dall'urgenza dei tempi, dalla necessità di affrontare la complessità del mondo, cose in cui la letteratura può dare una mano. Per farsi un'idea dei suoi interessi e della sua scrittura vedere il suo blog personale http://www.pinapiccolosblog.com

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