L’armonia nascosta, la libertà (Giorgio di Maio)

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Nel mondo greco la parola eleuteria/libertà aveva un significato in sede prevalentemente politica: un uomo libero era un uomo non nato da genitori schiavi e non asservito ad uno straniero o ad un tiranno.
L’idea di libertà in senso universale ed astratto nasce nel mondo moderno, nel 1690 con il Secondo trattato sul governo di Locke ove la libertà viene affermata come uno dei diritti inalienabili di tutti gli uomini.

Nel corso dei secoli il problema della libertà, su che cosa essa fosse e se ed in quale misura l’uomo fosse in grado di possederla, è stato affrontato nelle speculazioni di tutti i più grandi pensatori che in varie maniere hanno tentato una sua oggettivizzazione; nei tempi più recenti gli esistenzialisti hanno sostenuto che non ha alcun senso disquisire astrattamente della libertà perché è impossibile farlo anche per la stessa esistenza dell’uomo, essere consustanzialmente finito ed in dipendenza del mondo.

Il filosofo tedesco Karl Aspers ha significativamente affermato che “ là dove sono io, in quel senso originario che non si può oggettivare, là è anche il regno della libertà” [1] Perché allora determinare nella libertà il valore fondamentale di un fotografo che va alla ricerca dell’armonia nascosta nel reale e quale significato le si attribuisce?

Dagli studi etimologici e dalle speculazioni filosofiche il termine armonia può essere inteso come il concretarsi nell’Unità dell’oggettivo e del soggettivo, del fattuale e del psicologico, nel gestimmt sein (essere d’accordo) dell’individuo con ciò che lo circonda, un suo simile o la sua interiorità.

E’ dunque evidente che, per definizione, chi cerca l’armonia ammette la molteplicità delle diversità, infinite quanto infinito è per l’uomo il conoscibile. Il valore della libertà consiste nel riconoscimento della natura delle altrui diversità ad essere tali come sono, senza nessun pregiudizio verso alcuna di essa. Semmai adoperandosi a dimostrare le possibilità di un quadro armonico risultante dalla tensione ed integrazione delle differenze, per indicare la possibilità di un sentiero verso una convivenza pacifica, appunto armonica, nelle quale ogni parte è protesa alla ricostituzione dell’Unità originaria senza perdere la propria identità.

Ad evitare facile fraintesi, non che si abbia l’insensata presunzione di possedere la chiave ultima per la risoluzione dei problemi del mondo oppure non si riconosca la dimensione utopica del convivere armonico nell’integrarsi delle diversità ma, inevitabilmente come nel già citato brano di Klee, l’artista ‘deve essere un po’ filosofo’ e non può che lavorare ‘per un popolo che dovrà essere’. Così uno dei più celebri quadri di Klee è appunto ‘Strada principale e strade secondarie’, troppo spesso analizzata nei suoi soli valori compositivi astratto-cromatici senza tenere in debito conto le convinzioni filosofiche dello stesso Klee. Nel celebre incontro tra Heidegger e Bikkhu Maha Mani, monaco buddista e docente di filosofia all’Università di Bangkok, i due convennero che la sola cosa importante è ‘essere in cammino’. [2]

La ricerca di armonia nascosta dunque ha come scenario l’intero mondo libero da ogni qualsivoglia pregiudizio: ci si trovi a New York o Dubai come in Vietnam o in Cambogia; tra le più ardite tecnologie o nella decadenza di piccoli paesi abbandonati; nella ricchezza come nella povertà, in un ambiente che può essere estremamente caratterizzato o del tutto anonimo. Così andando in ogni luogo senza alcun pregiudizio.

Il tema infatti non è la dimostrazione di una tesi privilegiata, di un favore verso una cultura o un sistema economico di sviluppo o una religione o un modus vivendi al quale provare a ricondurre il fruitore della foto. E nemmeno l’espressione del proprio io. Piuttosto fornire un punto di vista della realtà che, per dirla con Windelband, privilegi quale valore quello dell’armonia che, però, non è la fotografia della bellezza evidente per la quale è necessario e sufficiente essere padroni di buona tecnica fotografica magari esaltata da anche un’ottima apparecchiatura; piuttosto l’armonia nascosta che si propone la rivalorizzazione del ‘sempre avuto sotto gli occhi’. Anzi la preziosità della fotografia è legata proprio alla scoperta, tanto che al fotografo dell’armonia nascosta potrà capitare di rinunciare a riprendere luoghi dal sicuro effetto di risonanza sul pubblico proprio perché prive del valore della scoperta, ovvero di quel senso di soddisfazione che deriva dall’essere riuscito ad individuare armonia laddove sembrava (quasi) impossibile scovarla.

La libertà delle diversità verso le quali non si emette giudizio è la libertà del fotografo dell’armonia nascosta che si muove nella diversità per fotografare cose di ogni genere e tipo, avendo come suo obiettivo finale quello dimostrare il comune nel tutto. Non dovrà perciò portare alla sterile documentazione dell’immagine del reale visitato, alla realizzazione di una somma di ‘belle’ foto slegate tra loro, utile ad una conoscenza dei luoghi dal carattere prevalentemente superficiale.

Nel sopracitato incontro tra Heidegger e Bikkhu Maha Mani, il monaco buddista chiede al filosofo tedesco ‘che cosa, superando la tara e il pregiudizio, potrebbe ristabilire l’unità al di là della ‘frattura’? Al che Heidegger risponde che l’unico modo che può aprire la via è l’abbandono [Gelassenheit] alle cose e l’apertura al mistero. [2] Anche se non si può pretendere di conoscere la realtà e si è consapevoli di potere soltanto esprimere un punto di vista, un modo di fenomizzare la realtà, le foto raccolte attraverso la ricerca dell’armonia nascosta devono, grazie a quel fiducioso abbandono al flusso della vita di cui parlava già Eraclito, essere in grado di mostrare, attraverso l’uso del linguaggio, la tensione verso una documentazione del logos comune, quella presenzialità eterna di cui parla lo stesso Jaspers per il quale “Se l’uomo riesce a recuperare la sua ec-sistentia e si pone fuori (ec) dalla cura dell’ente impostogli dalla razionalità del sistema, se impiega l’ente non per ciò che offre alla sua potenza, ma per ciò a cui l’ente lo rinvia nella sua più radicale impotenza, da cui è stato distolto dal fascino della ragione, allora forse l’uomo può recuperare nuovi sensi e nuovi significati, che sono poi gli antichi custoditi nella presenzialità dell’essere”. [3]

E, conclude Jaspers, “Solo grazie a questa ‘presenzialità’ dell’essere eterno, può darsi che venga scongiurato il suicidio dell’umanità. In questa presenzialità si raccoglie la speranza anche nel fallimento della ragione e dell’esistenza”. [3] [4]

Bibliografia:
[1] Massimo Mori, Libertà e necessità dai greci ad oggi, Appunti del corso tenuto presso l’università di Torino nella primavera 2003
[2] Carlo Saviani, L’Oriente di Heidegger, Edizioni il Melangolo
[3] Umberto Galimberti, Il tramonto dell’Occidente nella lettura di Heidegger e Jaspers, Edizioni La Feltrinelli
[4] K. Jaspers – Die Atombombe und die Zukunft des Menschen (1958)

di Giorgio di Maio, articolo uscito l’8 marzo in osservatorio digitale, e ripubblicato per gentile concessione della rivista,seguire il link per l’originale,  http://www.osservatoriodigitale.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1225&Itemid=5

foto giorgio di maio

 

 

 

Giorgio Di Maio ha una formazione scientifico-artistica essendosi laureato in 
Architettura presso l’Università Federico II di Napoli. Divide la sua attività fotografica in due periodi: un primo, che definisce  giovanile, e che lo ha portato alla realizzazione delle mostre Colonie di artisti, Frammenti, Ombre, alla fine…l’amore, Basilicata, non è Napoli; ed un secondo periodo, intrapreso in tempi più recenti assieme al progressivo abbandono dell’attività di architetto. Non vi è soluzione di continuità tra i due periodi se non una maggiore autoconsapevolezza. Impegnato nella compilazione di numerosi progetti, tra i quali uno dedicato a Milano, ha come centro della sua ricerca una idea della fotografia che si ponga come proprio fine la crescita spirituale e sociale dell’uomo, ottenuta attraverso la documentazione dell’ armonia nascosta presente nel reale ed individuata tramite il linguaggio insegnato dalle avanguardie figurative dei primi del ‘900. 

Per accedere alle opere fotografiche dell’autore, consultare il sito http://www.giorgiodimaio.it

 

 

 

 

Foto in evidenza di Melina Piccolo.

Foto dell’autore a cura di Giorgio Di Maio.

Riguardo il macchinista

Pina Piccolo

Pina Piccolo, la macchinista-madre, è una scrittrice e promotrice culturale calabro-californiana. Si imbarca in questa nuova avventura legata alla letteratura spinta dall'urgenza dei tempi, dalla necessità di affrontare la complessità del mondo, cose in cui la letteratura può dare una mano. Per farsi un'idea dei suoi interessi e della sua scrittura vedere il suo blog personale http://www.pinapiccolosblog.com

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