Ladri di denti – Storie di razzismo quotidiano e resistenze: Candice Whitney recensisce la raccolta di Djarah Kan

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In Italia, le conversazioni sulla razza sono lasciate al passato in virtù della loro connotazione negativa e dell’automatismo del collegamento al  fascismo e al colonialismo, elementi  che contribuiscono all” evaporazione razziale ” nel linguaggio contemporaneo. Tuttavia razza, razzismo e silenziamenti continuano ad esistere tutt’oggi, sia a livello macro che micro. La razzializzazione e il razzismo strutturale rispetto  ai corpi considerati ‘Altri”, descritti come “minaccia” alla “sicurezza” della Nazione,  sono perpetrati dalle leggi vigenti sulla cittadinanza e sull’immigrazione. Pur essendo nati o cresciuti  in Italia, per ottenere la cittadinanza i giovani devono ancora aspettare anni per poterne fare domanda mentre il governo italiano continua a mantenere rapporti coloniali  improntati alla corruzione con la Libia per la  “gestione”  di chi cerca di attraversare il Mediterraneo per arrivare in Europa.  Riecheggiando la tratta transatlantica degli schiavi, il Mediterraneo continua ad essere uno spazio di genocidio, in cui le vite umane si trasformano in numeri e titoli dei media. Willy Monteiro Duarte, Idi Diene, Abdul “Abba” Salam Guibre, Loveth Edward sono tra i tanti esseri umani uccisi, aggrediti e ignorati, tutti fenomeni favoriti dall’impunità riservata ai crimini del suprematismo bianco. Questi esempi di violenze a livello macro esistono insieme alle ferite quotidiane inferte dalle micro-aggressioni.

I sette racconti e i due saggi contenuti in Ladri di Denti di Djarah Kan affrontano le modalità con le quali si mettono a tacere le persone attraverso i razzismi quotidiani, infettando infine la loro psiche e le loro relazioni intime. Le storie di Kan affrontano gli intrecci tra  razza, genere, classe e sessualità in Italia attraverso razzismi e micro-aggressioni quotidiani.  A differenza di molti dei racconti dell’antologia Future, le ambientazioni dei racconti di Kan sono località campane in particolare Napoli e Castel Volturno. Mentre, per esempio, i romanzi di Elena Ferrante hanno catapultato una visione romantica di Napoli a livello internazionale, e in Italia molti scrittori di origine africana provengono o risiedono nelle città del nord Italia, è interessante che in questa raccolta la prospettiva di Kan dia spazio ad aspetti di vita quotidiana in Campania che non sono tipicamente rappresentati nello storytelling mediatico. Alcuni dei protagonisti dei suoi racconti sono in grado di resistere al dolore delle ferite provocate dal razzismo e dalla suprematismo bianco mentre altri sono invece solo all’inizio del loro percorso di resistenza. In questa recensione mi concentro su come le storie portano alla luce i dolori provocati  dalle trasformazioni alcuni dei protagonisti  e delle protagoniste sono costretti a compiere  per adattarsi allo sguardo bianco, alla sessualizzazione dei corpi neri e poi, il potere della loro contro-risposta.

In “Gli ultimi giorni dell’agosto”, la protagonista senza nome, una giovane donna di razza mista adottata a Napoli, mette insieme i pezzi di ciò che ha appreso da una tragedia capitata a una persona importante per lei. La famiglia della protagonista, che ha vissuto in Veneto per decenni prima di tornare a Napoli, ha un bagaglio tutto suo di storie di violenza che hanno plasmato le proprie pratiche di abuso e razzismo. Quando il padre viene a sapere dell’affondamento nel Mediterraneo  di un barcone con persone dirette verso l’Europa, reagisce dicendo: “E allora? Tutto questo non finirà mai. Vogliono davvero venire tutti qui? ”(« E che dobbiamo fare? Tanto ‘sta storia non finirà mai. Tutti qui vogliono venire? »P14). Questi razzismi quotidiani hanno un impatto sulla protagonista e danno forma ai suoi razzismi interiorizzati. Da bambina sognava capelli lisci e biondi e occhi azzurri, e da adulta descrive con il termine puttane le donne nere che percepisce come una minaccia. In questa storia dalla struttura stratificata, Kan dimostra il trauma di essere costretta a identificarsi con il bianco e come questi meccanismi spogliano  diversi dei personaggi della loro umanità.

In “Santa  e Jess” invece, la protagonista, Jamilah lotta per mantenere i rapporti con la sua amica bianca e compagna di classe, Santa. La dedizione dimostrata da  Jamilah dimostra verso la compagna solleva interrogativi su fino a che punto può arrivare la disponibilità di una persona nera a negare l’evidenza del mancato riconoscimento della propria umanità.  Sia che si tratti di assistere in silenzio a una donna bianca che tocca senza permesso un bambino nero portato sulla schiena della madre, o di sentirsi dire “è intelligente e non come” loro “(per quanto riguarda le rappresentazioni mediatiche di immigrati in tv), Jamilah è coinvolta in numerosi episodi che mettono a tacere la sua realtà e la costringono ad adeguarsi allo sguardo bianco. Mentre Jamilah inizia a dare un senso alla serie di eventi, avvia il proprio percorso  di resistenza e  di rivendicazione di una narrazione propria della realtà.

In  “La storia di Topo” la vicenda del personaggio che dà il nome alla storia ci viene raccontata attraverso gli occhi della giovane protagonista e di sua madre: le leggi italiane sull’immigrazione che lo lasciano in un ciclo costante di dipendenza dallo Stato, compresi i centri di accoglienza. La scrittrice mette in dubbio le “buone azioni” dei bianchi che gestiscono questi centri statali e mette in evidenza l’opacità della violenza e del silenzio che si verificano in questi spazi.

In “Cacciatrici di negre”, la narratrice riflette sulla sessualizzazione del proprio corpo identificato come corpo femminile. Cerca di dare un senso ai feroci attacchi dei suoi compagni di classe maschi che la chiamano puttana, supponendo che sia una delle donne africane che lavorano per strada di notte, e della campagna seduta accanto a lei in classe la guarda come se “fosse colpevole di qualcosa “. Questi atti di violenza ricordano il passato coloniale italiano del madamismo alla fine degli anni ’30 durante il periodo delle leggi razziali. Nel racconto, Kan indaga sul carattere atemporale dell’esotizzazione del corpo nero e su come le donne nere si vedano come gruppo e a livello individuale in Italia.

Rispetto ai racconti, i due saggi compresi nella raccolta – “Conosci la tua storia” e “Il re leone” , analizzano le visioni coloniali dell’Africa e della Nerezza in Italia. Il primo critica quei bianchi che avendo letto uno o due libri relativi alla diaspora africana  si sentono autorizzati a istruire persone nere sulla propria storia. Il secondo, invece sfida i lettori ad andare oltre le rappresentazioni coloniali del continente. Entrambi i saggi trattano dei processi di decolonizzazione del sé e della ricomposizione dell’io frammentato dal trauma.

Poiché dare una contro-risposta non è limitato solo a coloro che sono fisicamente presenti sul pianeta e  il Mar Mediterraneo è diventato spazio di genocidio che rievoca la tratta degli schiavi transatlantica, nel racconto  “Spiriti”  l’autrice ci ricorda che qualsiasi essere un tempo vivente può ancora comunicare con i vivi, pur essendo stato privato ​​della propria umanità quando era in vita.

Nel libro Kan espone la fragilità del bianco nelle relazioni quotidiane in Italia e come prospera e persiste sulla disumanizzazione dei neri. Le storie e i saggi di Kan spingono i lettori a chiedersi: quando sarà riconosciuta l’umanità  delle persone considerate “Altre”?

 

Immagine di copertina: Dall’account di Twitter della casa editrice People.

 

Riguardo il macchinista

Pina Piccolo

Pina Piccolo, la macchinista-madre, è una scrittrice e promotrice culturale calabro-californiana. Si imbarca in questa nuova avventura legata alla letteratura spinta dall'urgenza dei tempi, dalla necessità di affrontare la complessità del mondo, cose in cui la letteratura può dare una mano. Per farsi un'idea dei suoi interessi e della sua scrittura vedere il suo blog personale http://www.pinapiccolosblog.com

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