La raccolta della luce (Julio Monteiro Martins)

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Sagarana LA RACCOLTA DELLA LUCE

Julio Monteiro Martins

LA RACCOLTA DELLA LUCE

 

 

Con questa edizione Sagarana completa undici anni di esistenza ininterrotta. Il suo compito, la sua missione, la definirò con le stesse parole di Italo Calvino nel libro “Le città invisibili”: “Cercare e saper riconoscere chi e cosa in mezzo all’inferno non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”.
Non è un compito facile né da poco questo di dare visibilità a valori e sensibilità controcorrente ai disvalori prevalenti, proteggere dalla minaccia di estinzione mediatica tutti i discorsi “a rischio”, calpestati dall’omologazione, dal marketing, dalla manipolazione ideologica e persino da nuove leggi censorie.
Ma è sul futuro prossimo che vorrei ragionare in questo editoriale. Prima però dobbiamo capire la vera natura del timore di tanti che si sono preparati insieme ai loro figli per un’Italia molto diversa da quella attuale, affondata in una palude etica e culturale, senza più la memoria della solidarietà, delle utopie e della giustizia sociale e individuale, oppressa da una cappa di futilità e di mediocrità onnipervasive.
Il timore più grande sarebbe quello espresso dal filosofo sloveno Slavoj Žižek in una recente intervista, pubblicata nel n° 44 di Sagarana: che Berlusconi sia l’effetto di un processo più generale che non coinvolge solamente l’Italia e che, anche se prima o poi scomparirà dalla scena politica, il “berlusconismo” avrà comunque vinto e prevalso. Che non ci sarà via di scampo a questa nuova “democrazia ipermediatizzata” consolidata in quest’ultimo ventennio, vincolata allo spettacolo pubblico. Che l’offuscamento dello spazio simbolico, manipolato dalla casta conservatrice con i suoi privilegi, ha sostituito in modo definitivo la conoscenza, la verità, il merito artistico e letterario e il pensiero progressista.
Žižek dice che bisogna domandarsi a quali bisogni sociali, a volte arcaici, la figura di Berlusconi faccia riferimento preannunciando la nascita di un “autoritarismo permissivo” che ha per formula «più divertimento e più misure straordinarie», uno Stato poliziesco che avrebbe il compito di assicurare il godimento dei piaceri e il consumo cospicuo (situazione economica del paese permettendo,  ciò che oggi non sembra proprio il caso). Quello che Foucault chiamava l’“ubuismo”, l’esercizio della “sovranità grottesca”. E aggiunge Žižek: il capitalismo postdemocratico sta trovando in Occidente le sue diverse forme: per ora italiana (grottesca) e russa (brutale). Anche se, aggiungiamo noi, c’è tanto di brutale nel grottesco italiano, e tanto di medievale e di buffonesco nell’efferato regime putiniano.
Insomma, è il Berlusconismo, e non Berlusconi stesso, il fantasma che si “aggira per l’Italia” e forse per l’Europa, e che ossessiona tutti quelli che ogni giorno diventano stranieri in patria, migranti senza migrare, tutti quelli che giustamente si autoescludono da un sistema che trovano abominevole, consapevoli che l’unico modo possibile di continuare a vivere in Italia senza assecondare il potere è sparire completamente, ritirarsi da ogni significativa partecipazione alla vita pubblica.
Ma la mia domanda è: sarà vero che il Berlusconismo ha già vinto? Che ha creato radici così solide e profonde come teme Žižek? Che ha cambiato l’anima degli italiani al punto da cancellare la possibilità stessa di immaginare un’Italia diversa, in quello che sarebbe stato il più veloce e riuscito lavaggio del cervello collettivo dai tempi del Libretto Rosso di Mao Zedong?
Non credo a questa ipotesi e non sarei così intimorito dal futuro. Gli italiani non sono stati lobotomizzati, e il loro pensiero non è stato bloccato come un fermo immagine nelle proposte socialmente crudeli del neoliberismo, e nemmeno stagnato nelle scemenze e nelle regressioni della cosiddetta  “industria dell’intrattenimento”. Anzi, l’essenza della loro capacità critica è rimasta intatta nonostante tutto, il fiuto sottile della loro intelligenza, la loro creatività e lucidità, non sono stati veramente intaccati; hanno subito soltanto un potente ma effimero stordimento, che del resto ha colpito l’intero mondo occidentale e oltre, a partire dal pensiero unico che questo modello di globalizzazione ha cercato di imporre su tutti i fronti, dal 1970/80 in poi. E ora, attento allo sviluppo dei fatti, so che non saremo semplicemente degli esseri mancati, le vittime ottenebrate di un’elaborata eclisse. La sorgente della luce abita nelle tenebre, è da lì che impariamo a raccogliere la luce, e a girare finalmente le spalle a quel mondo artificiale in disgregazione, di gadget e allettanti soubrette virtuali, per costruire un mondo nuovo, proprio come l’abbiamo sognato. Il passaggio verso il nuovo sarà faticoso, travagliato e pieno di insidie, ma ad ogni passo sarà più chiara la luce e più nitido il paesaggio che ci aspetta.
Capiamoci: non mi faccio illusioni. I danni ormai compiuti sono stati gravi e duraturi, alcuni addirittura irreversibili, soprattutto per i giovani cresciuti durante il Berlusconismo e che non avevano in famiglia e nella scuola qualcuno che presentasse loro una prospettiva culturale diversa. Ma per quelli – e sono tanti – che avevano gli “anticorpi” giusti contro quel tipo di propaganda, l’onnipresenza di quell’ambiente asfittico formato da Popolodellalibertà-Billionaire-Chi-Santanché-Novella2000-CIA-CIE-P3-P4-Panorama-Killeraggio-Mediaset-Vespa-EmilioFede-MetodoBoffo-Medusa-Mondadori-bungabunga-Brunetta-ilTrota-Fininvest-Gelmini-Tarantini-Minzolini-FabrizioCorona-LeléMora e altre icone di questi tempi non fanno altro che esasperare gli animi e rinforzare la resistenza, diventata più che una questione politico-ideologica, una questione di vita o di morte, perché non si può vivere all’interno di un capitalismo privo di etica, nell’impero dell’avidità sterile, all’interno del quale il denaro, in qualsiasi modo ottenuto, è l’unico metro di valutazione. È intollerabile, insopportabile, è davvero impossibile esistere dentro un tale regime anno dopo anno e riuscire ancora a sopravvivere in un ambiente talmente malsano, irrespirabile.
È evidente che bisogna ribellarsi a questo stato di cose. Anche perché, come ci ha ben ricordato Hannah Arendt in “La banalità del male”, “la politica non è un asilo; in politica obbedire e appoggiare sono la stessa cosa”.
E così, sono sempre di più quelli che reagiscono, che si ribellano, in modo deciso anche se talvolta disorganizzato, come è solito accadere alle reazioni scatenate dalla disperazione. Ha scritto una volta Berthold Brecht: “Tutti a dire della rabbia del fiume in piena e nessuno della violenza degli argini che lo contengono”.
Questa enorme energia repressa per anni, derisa, censurata, umiliata, dovrà prima o poi esplodere. Magari ancora non si manifesta palesemente, ma non smette di crescere perché le ignominie di questo regime ne servono da fermento. Ricordiamo che la Spagna sembrava immobile e stagnante mentre il Generalissimo Franco era vivo. Appena dopo la morte del tiranno improvvisamente il paese è esploso in una vivacità creativa inedita, di lunga durata, la movidaspagnola. Ma la Spagna grigiastra dell’ultimo Franco era già movida in attesa. Questa stessa attesa esiste anche qui, ora, e fra poco, da attesa, potrà diventare realtà. Nel contempo si dovranno affrontare delle sfide immani, come cercare di spazzare via senza compromessi l’intero attuale ceto dirigente istituzionale e inventare di sana pianta nuove forze politiche appassionate dei nuovi tempi, con programmi diversi da quello condiviso dalla destra e dalla sinistra ufficiale, dello “sviluppo” a qualsiasi costo.
Inoltre, in questo processo si dovrà anche risanare la proprietà del linguaggio, il logos degli antichi greci, ristabilire un linguaggio preciso, efficace e soprattutto aderente alla realtà e alla verità delle cose, rifiutando il verbalismo retorico vuoto e l’auto pubblicità dei politici che urlano nei talk show, con i loro slogan demagogici privi di conoscenza e di contenuto. I siti on-line dedicati alla letteratura, ai saggi e al perfezionamento del linguaggio saranno più utili del solito gracchiare dei boss di una fazione o dell’altra, e già oggi sono un importante punto di riferimento per tutti quelli che rifiutano il sistema corrotto, omertoso e volgare di gran parte dell’editoria cartacea.
E allora, se le cose cambieranno, se ci sarà una rinascita di civiltà, cosa accadrà, per esempio, nell’ambito letterario? Tutte le qualità che vogliamo vedere ripristinate e apprezzate – e che potrebbero ben rispecchiarsi nelle qualità tradizionali della letteratura italiana, magari con contenuti e forme in sintonia con i tempi attuali – saranno nuovamente rispettate, una volta che anche questo riconoscimento dipenderà dal cambio di atmosfera storica, dall’ethos del nuovo tempo. Infatti, lo spessore, la profondità del contenuto e la ricerca della forma ideale non possono emergere e occupare lo spazio dovuto senza che questo gli sia restituito, dopo essere stato sequestrato dalla manipolazione dei media e delle campagne di marketing, che impongono a forza di moneta suonante i loro scadenti “prodotti” commerciali.
Tutti i segnali politici dell’ultimo anno puntano verso un esaurimento della formula neoliberista mal riuscita nella realtà italiana (e ovunque, a dire il vero, foriera com’è di disuguaglianza e di ingiustizia): le elezioni dei nuovi sindaci, i risultati del referendum, il movimento No-Tav, lo spostamento generalizzato verso l’informazione alternativa via Internet, ma anche, perché no, l’esplosione degli “indignati” nelle grandi capitali dell’Occidente o un trionfo dell’intelligenza italiana con lo strabiliante risultato della ricerca sui neutrini nel Gran Sasso. Sono tutte realtà che contribuiscono al dissolvimento, per crollo di consensi e per inversione di priorità, di un sistema culturale perverso, dello svelarsi di una falsa ideologia, della vita vera che desidera riprendersi in mano il proprio paese.
Per questo sono sicuro che sarà una grande gioia vedere il fiorire di questa nuova Italia, vivere in prima persona questa primavera che non tarderà ad arrivare. Riprendendo la frase di Calvino, basta guardarsi intorno per vedere che sono sempre di più quelli che dell’inferno decidono di non farne più parte, e vogliono trasformarlo appena possibile in qualcosa di completamente diverso.
PS: Qualcuno, in assoluta buona fede, può obiettare che queste congetture sembrerebbero di un ottimismo esagerato, o che in Italia la società civile non sia ancora nata per realizzare qualcosa del genere, o che la cultura del conformismo sia potentemente radicata in questo paese, ciò che spiegherebbe in parte l’omologazione di cui parlava Pasolini, e che questa cultura impedirà il cambiamento, o ancora che la mentalità dominante in Italia oggi sia frutto di correnti internazionali, prodotto e specchio di assetti economici e geopolitici di cui il Berlusconismo sarebbe soltanto una leggera modificazione nazionale, e infine che saranno principalmente gli eventi internazionali a essere responsabili di un eventuale futuro rovesciamento dell’assetto attuale. Sono tutte opinioni valide, e ciascuna merita una giusta riflessione e un approfondimento.
A queste obiezioni tuttavia, senza addentrarmi per ora nel loro merito, risponderei così: Ricordo vivamente la lunghissima dittatura brasiliana, gli interminabili ventun anni di censura e di repressione, e ricordo i periodi in cui crollavano le speranze, perché non riuscivamo più, noi giovani oppositori del regime, a immaginare un paese diverso da quello. Se le cose alla fine sono radicalmente cambiate è perché qualcuno – qualche scrittore, cantautore, regista o poeta – ha insistito nel rilanciare continuamente una prospettiva di redenzione, anche se solo nella sfera delle idee, l’unica possibile allora. Ma come ben sappiamo, tutto è idea, e ogni realtà storica è stata un giorno in passato una profezia, che poi si è auto avverata. Qualcuno ha già detto che per conquistare il futuro bisogna prima sognarlo. Altrimenti, se non ci è più permesso il sogno, se la fantasia è stata risucchiata dentro un buco nero di scetticismo, allora sì che non ci sono più prospettive né speranze.
Bisogna insomma poter aprire un qualsiasi giornale oggi e immaginare altre notizie, altre foto, altri volti, altre storie, e così essere in grado di superare l’oggi con l’energia presa in prestito dal domani. E credetemi, non ci saranno delusioni. Il domani è generoso, non mancherà all’appuntamento, ma dev’essere presente nel nostro spirito anche oggi che i nostri sguardi apprensivi si schiodano dallo scenario circostante per scrutare l’orizzonte.
Ecco come Julio Monteiro Martins si presentava nella rivista “Sagarana”, di cui è stato fondatore e Direttore per 14 anni

Julio Monteiro Martins è nato a Niterói (Brasile) nel 1955. È stato professore di scrittura creativa al Goddard College (Vermont) dal 1979 al 1980, all’Oficina Literária Afrânio Coutinho (Rio de Janeiro) dal 1982 al 1989, all’Istituto Camões di Lisbona nel 1994 e alla Pontifícia Universidade Católica di Rio de Janeiro nel 1995. Ha ricevuto il titolo di “Honorary Fellow in Writing” dall’Università di Iowa (International Writing Program) nel 1979.

Tra i fondatori del partito verde brasiliano e del movimento ambientalista “Os Verdes”, è stato avvocato dei diritti umani a Rio de Janeiro, responsabile dell’incolumità dei “meninos de rua” chiamati a testimoniare in tribunale sulle stragi dei bambini abbandonati. Attualmente insegna Lingua Portoghese e Traduzione Letteraria all’Università Degli Studi di Pisa e dirige il Laboratorio di Narrativa, che è parte del Master della Scuola Sagarana, a Pistoia.

Nel suo paese d’origine ha pubblicato, a partire dal 1977, raccolte di racconti, romanzi e saggi: “Torpalium”, “Sabe quem dançou?” (Sai chi hanno beccato stavolta?), “Artérias e becos” (Arterie e vicoli ciechi), “Bárbara”, A oeste de nada” (A ovest di niente), “As forças desarmadas” (Le forze disarmate), “O livro das Diretas” (Il libro della democrazia ritrovata), “Muamba” e “O espaço imaginário” (Lo spazio immaginario).

In Italia ha pubblicato “Il percorso dell’idea” (1998), “Racconti italiani” (2000), “La passione del vuoto” (2003) e “madrelingua” (2005). Con Antonio Tabucchi, Bernardo Bertolucci, Dario Fo, Erri de Luca e Gianni Vattimo ha pubblicato inoltre il volume “Non siamo in vendita – voci contro il regime” (2001). È stato anche autore di opere teatrali (“L’isteria del marmo”, “Per motivi di forza maggiore”, “Aula magna”, “Hitler e Chaplin”) e i suoi scritti hanno ispirato opere cinematografiche, come “Garganta” (Gola) del regista Dodô Brandão e “Referência” (Referenza), del regista Ricardo Bravo.

Editoriale di Julio Monteiro Martins ripreso da Sagarana n. 45,  20 settembre 2011, per gentile concessione degli eredi del Direttore.

Foto in evidenza di Melina Piccolo.

Altre foto a cura di Julio Monteiro Martins.

Riguardo il macchinista

Pina Piccolo

Pina Piccolo, la macchinista-madre, è una scrittrice e promotrice culturale calabro-californiana. Si imbarca in questa nuova avventura legata alla letteratura spinta dall'urgenza dei tempi, dalla necessità di affrontare la complessità del mondo, cose in cui la letteratura può dare una mano. Per farsi un'idea dei suoi interessi e della sua scrittura vedere il suo blog personale http://www.pinapiccolosblog.com

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