La centralità della periferia (Milton Santos)

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Estratto dal libro:

Per una nuova globalizzazione

traduzione di Jessica Falconi

Edizioni Arcoiris, agosto 2016

 

 

 

 

 

L’idea che la globalizzazione sia irreversibile si consolida apparentemente ogni volta che constatiamo l’interrelazione fra ogni paese e il cosiddetto «mondo», così come l’interdipendenza indubbia fra la storia generale e le storie particolari. In verità, ciò dipende anche dall’idea preconcetta che sono sempre i paesi centrali a fare la storia, cioè, l’Europa e gli Stati Uniti, ai quali interessa mantenere lo status quo.

I limiti della cooperazione

Se osserviamo da vicino gli aspetti strutturali della situazione attuale, verifichiamo che il centro del sistema cerca d’imporre una globalizzazione dall’alto verso il basso agli altri paesi; in tale centro però, Europa, Giappone e Stati Uniti lottano per conservare e ampliare la loro fetta del mercato globale e per affermare l’egemonia economica, politica e militare sulle nazioni che gli sono più direttamente tributarie, senza però abbandonare l’idea di espandere la loro area d’influenza diretta. Infatti, qualsiasi frazione del mercato, dovunque essa sia, diventa fondamentale per la competitività trionfante delle imprese. Le imprese mettono in moto le proprie forze e incitano i rispettivi governi ad appoggiarle. Il limite della cooperazione interna alla Triade è il fatto che ogni paese compete per non perdere terreno rispetto all’altro.

Intanto, in questi paesi l’idea di cittadinanza è ancora forte, ed è impossibile trascurare gli interessi delle popolazioni, o sopprimere i diritti acquisiti grazie a lotte secolari. Ciò che resta dello Stato del benessere basta per contrastare le pretese di completa autonomia delle imprese transnazionali, e contribuisce a far emergere, in ogni nazione, nuove contraddizioni. Poiché le imprese tendono a esercitare una volontà di potere su scala globale, la lotta fra loro si acuisce, trascinando i paesi nella competizione. È un’autentica guerra, condotta dagli Stati e dalle imprese globali, a cui i paesi sottosviluppati partecipano in qualità di alleati più fragili.

L’esperienza dei mercati comuni regionali sta dimostrando ai cosiddetti paesi «emergenti» che la cooperazione della Triade rappresenta più l’interesse delle grandi potenze che un’effettiva volontà di collaborazione. In questa guerra, gli organismi internazionali capeggiati dal Fondo Monetario, dalla Banca Mondiale, dal BID, ecc., svolgono un ruolo determinante in quanto interpreti degli interessi comuni di Stati Uniti, Europa e Giappone. Tutto ciò ci fa dubitare della volontà di questi attori egemonici di costruire un vero universalismo, e ci induce a pensare che questa doppia competizione continuerà.

La sfida per il Sud

I paesi sottosviluppati, partner sempre più fragili in questo gioco impari, prima o poi capiranno che in tali circostanze la cooperazione alimenta la dipendenza. E che nel quadro della globalizzazione attuale, è inutile associarsi in modo dipendente ai paesi centrali. Il mondo globalizzato sta creando una razionalità dominante, che però sta perdendo terreno. È la razionalità che orienta i grandi affari sempre più estesi, ma concentrati nelle mani di pochi. A poco a poco le persone e i paesi più poveri si rendono conto che questi grandi affari sono d’interesse diretto di un numero sempre minore di persone e imprese, sebbene riguardino, diretta-mente o meno, la maggior parte dell’umanità.

Siamo di fronte a una grande contraddizione. Abbiamo abbandonato le teorie del sottosviluppo e del terzomondismo, che sono state la nostra bandiera negli anni Cinquanta e Sessanta. Tuttavia, grazie alla globalizzazione, sta rinascendo qualcosa di molto forte: la storia di gran parte dell’umanità porta alla presa di coscienza che la terzomondizzazione persiste e in qualche modo coinvolge anche parte della popolazione dei paesi ricchi[1].

Di certo, non tutti i paesi sottosviluppati prenderanno coscienza contemporaneamente di questa situazione strutturale d’inferiorità, né tanto meno sarà simultanea la volontà di cambiamento rispetto a questo modello relazionale. Possiamo tuttavia credere che, prima o poi, le circostanze interne a ogni paese, provocate per lo più dalle relazioni esterne, porteranno a una revisione dei patti che configurano la globalizzazione attuale. Ci sarà allora una volontà di allontanamento e poi di distacco, come suggerito da Samir Amin, che romperà l’obbedienza generalizzata oggi predominante. Aggiogati sotto il peso di un debito esterno impossibile da sanare, i paesi sottosviluppati assistono alla creazione incessante di carenze e povertà, e cominciano a rendersi conto dell’ingovernabilità, in quanto sono forzati a trasferire al settore economico risorse destinate all’area sociale.

Le manifestazioni di disagio per le conseguenze della nuova dipendenza e del nuovo imperialismo sono ormai numerose[2], e i limiti dell’accettazione di tale situazione sono evidenti. Per diverse ragioni, le manifestazioni inglobanti sono ormai chiaramente evi-denti in paesi come l’Iran, l’Iraq e l’Afghanistan, ma anche la Malesia e il Pakistan, senza contare le particolari forme d’integra-zione dell’India e della Cina nella globalizzazione attuale, che non hanno niente a che vedere con la mera obbedienza o conformità, come la propaganda occidentale vuole far credere. La Cina e l’India, con un terzo della popolazione mondiale e una presenza internazionale sempre più attiva, difficilmente accetteranno, proprio come la Russia, il ruolo passivo di nazione-mercato per i blocchi economicamente egemonici. Una reazione a catena potrà essere l’opportunità per la rinascita di qualcosa di simile all’entusiasmo terzomondista, come il presidente della Tanzania Nyerere sugge-riva nel rapporto The Challenge to the South[3].

Oltre a questa verosimile tendenza, vanno prese in considerazione anche le forme di disordine della vita sociale già presenti in numerosi paesi e in crescita. Il Brasile è emblematico, anche se non sappiamo fino a quando sarà possibile mantenere il modello economico globalitario e al contempo pacificare le popolazioni sempre più insoddisfatte.

Le potenze centrali (Stati Uniti, Europa e Giappone) nonostante le divergenze per la competizione sul mercato globale, hanno interessi comuni in virtù dei quali cercheranno di conciliare le regole di convivenza e il desiderio di mantenere l’egemonia. Ma siccome la globalizzazione attuale è un periodo di crisi permanente, il rinnovamento del ruolo egemonico della Triade comporterà ulteriori sacrifici per il resto delle nazioni, incentivando così la ricerca di altre soluzioni.

La combinazione egemonica da cui risultano le forme economiche moderne colpisce in modi diversi i vari paesi, le culture e le varie aree di uno stesso paese. La diversità socio-geografica attuale ne è un esempio. Tale realtà dimostra un movimento globalizzante selettivo, in quanto la maggior parte della popolazione del pianeta è poco coinvolta nella globalizzazione economica vigente. In Asia, in Africa e anche in America Latina, la vita locale si manifesta come risposta e reazione alla globalizzazione. Poiché queste popolazioni maggioritarie non possono consumare l’Occidente globalizzato nelle sue forme pure (finanziaria, economica e culturale), le rispettive aree diventano i luoghi in cui relativizzare o rifiutare la globalizzazione.

Una cosa sembra certa: i cambiamenti da introdurre per realizzare una nuova globalizzazione non proverranno dal centro del sistema, come in altri momenti di rottura nella marcia del capitalismo. I cambiamenti proverranno dai paesi sottosviluppati.

È probabile che la dinamica di sistema su cui opera la globalizzazione attuale si erga come ostacolo e renda difficile manifestare una volontà di distacco. Ma non impedirà che ogni paese elabori modelli alternativi a partire da caratteristiche proprie, né proibirà la nascita di associazioni di tipo orizzontale tra paesi vicini ugualmente egemonizzati, capaci di attribuire una nuova fisionomia ai blocchi regionali e superare la fase delle relazioni meramente commerciali per raggiungere uno stadio più elevato di cooperazione. Allora, una globalizzazione costituita dal basso verso l’alto, in cui la classificazione fra potenze non sia più la meta, potrà far prevalere le preoccupazioni di ordine sociale, culturale e morale.

[1] S. P. Guimaraes, Quinhentos anos de periferia, Porto Alegre: Ed. da Universidade, 1999.

[2] R. Gonçalves, Globalizaçao e desnacionalizaçao, São Paulo: Paz e Terra, 1999.

[3] The South Commission, The Challenge to the South, Oxford: Oxford University Press, 1990.

 

 

 

milton-santosMilton Almeida dos Santos è nato nel 1926 a Brotas de Macaúbas, nello stato federale di Bahia. Dopo la laurea in legge, nel 1948, si dedica allo studio della geografia, insegnando questa disciplina in vari istituti. Nel 1958 conclude un dottorato di ricerca all’Università di Strasburgo e inizia a insegnare prima all’Università Cattolica di Salvador, poi all’Università federale. Allo stesso tempo inaugura una lunga collaborazione giornalistica con diverse testate brasiliane, quali “A Tarde” e “Folha de São Paulo”. Molto attivo politicamente, viene incarcerato nel 1964 a causa del colpo di Stato militare.  Alla scarcerazione si esilia in Francia, dove collabora con diverse università e produce numerosi studi di ampio respiro. La sua carriera internazionale lo porta in Canada, negli Stati Uniti, in Perù e Venezuela e in Tanzania. Fa ritorno in Brasile nel 1977, proseguendo nell’insegnamento universitario presso l’Università federale di Rio de Janeiro, l’Università di São Paulo e nuovamente alla federale di Bahia. I suoi lavori innovativi negli studi di geografia e il suo impegno politico e sociale gli valgono il titolo di dottore honoris causa da parte di diverse università e numerosi altri premi. Milton Santos muore a São Paulo il 24 giugno del 2001. Tra le sue pubblicazioni più importanti, segnaliamo A cidade nos países subdesenvolvidos (1965); L’espace partagé ( 1975); Por uma geografia nova (1978); Pensando o espaço do homem (1982); O Espaço do Cidadão (1987) e Por uma outra globalização (2000).

Foto in evidenza di Melina Piccolo, del murales realizzato da Giacomo Cuttone  e i suoi allievi di scuola media a Mazara del Vallo.

Foto dell’autore tratta da www.museuafrobrasil.org.br

Riguardo il macchinista

Maria Rossi

Sono dottore di ricerca in Culture dei Paesi di Lingue Iberiche e Iberoamericane, ho conseguito il titolo nel 2009 presso L’Università degli Studi di Napoli l’Orientale. Le migrazioni internazionali latinoamericane sono state, per lungo tempo, l’asse centrale della mia ricerca. Sul tema ho scritto vari articoli comparsi in riviste nazionali e internazionali e il libro Napoli barrio latino del 2011. Al taglio sociologico della ricerca ho affiancato quello culturale e letterario, approfondendo gli studi sulla produzione di autori latinoamericani che vivono “altrove”, ovvero gli Sconfinanti, come noi macchinisti li definiamo. Studio l’America latina, le sue culture, le sue identità e i suoi scrittori, con particolare interesse per l’Ecuador, il paese della metà del mondo.

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