La casa di Alì. Un racconto di Paolo Polvani

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Non è una vera casa. All’idea di casa si associa uno spazio che comprende cucina, camera da letto, bagno, balconi, finestre, ascensori. O almeno uno spazio minimo. Ha visto un terreno vicino alla spiaggia. Al riparo di grandi palme messe in cerchio. Le chiome maestose, una capigliatura arruffata. Un ostacolo ai venti che spirano dal mare, alle piogge che presto si rovesceranno senza tanti complimenti. Strutture in legno da imballaggi, cartone, un doppio strato di cellophan fanno la casa di Alì, forse baracca si avvicina alla realtà. La gente passa sulla strada e non guarda mai da questa parte. Alì cerca di essere il più mimetico possibile. L’ingresso della nuova casa volge le spalle. Ci sono i vigili. Ci sono i poliziotti col foglio di via sempre in agguato. Alì viene da una terra in cui è preferibile non tornare. Meglio questo assembramento giudizioso ma empirico di cartone pressato, di legno chiaro, di cellophan. A volte manda un suono che lo sveglia nel pieno della notte. Ma lo tiene asciutto. Lungo il perimetro un sistema di piccoli canali convoglia l’acqua piovana lontano dalle strutture portanti. Non si sa da quale paese provenga Alì, si sa però, o almeno lo sanno gli avventori di ristoranti e pizzerie, che Alì porta le rose. Le porge agli avventori maschi perché le regalino alle avventrici femmine. Spesso le profferte restano ignorate. A volte con una certa affettata gentilezza. Altre volte con malcelato fastidio. Alì compra le rose da un fioraio. Le paga a un prezzo più alto, non si capisce bene perché, eppure ne compra un paio di dozzine al giorno. Le paga in contanti. I clienti gli allungano una moneta da due euro. Purché non insista. Purché se ne vada, con quel sorriso sciocco, che ha l’aria di un’implorazione. Al suo paese Alì ha lavorato in una fabbrica di camicie per un euro al giorno. Almeno dodici ore, tutti i giorni. Qui riesce a volte a guadagnarne anche dieci in un solo giorno. Certe volte torna a casa con quindici rose, non ha venduto niente, allora le mette in un barattolo di latta con l’acqua dentro, e tutta la notte il profumo lo stordisce, e quando si alza anche Alì profuma di rose. A volte è fortunato, e nelle pizzerie gli allungano un pezzo di focaccia, un avanzo di pizza, a volte gli permettono di mangiare in piedi, di fianco alla cucina, c’è sempre un rimasuglio di spaghetti. Così ritorna a casa soddisfatto, e forse alla fine del mese può spedire quaranta, a volte anche cinquanta euro, che tra commissioni e spese si assottigliano molto, ma è un grosso aiuto alla famiglia. Alì vende le rose nei ristoranti. A volte incontra un collega più fortunato, abita in una casa abbandonata, lungo il litorale, senza porta senza finestre, però ha un vero tetto. Il suo collega non parla molto, gli tiene nascoste molte cose, così Alì non lo incontra volentieri, preferisce star da solo a guardare il mare, o a telefonare a casa, quando gli affari vanno bene e la scheda telefonica gli consente qualche minuto di conversazione. Le rose stanno lì, perse nel loro profumo. Spesso viene a cercarlo la tristezza, allora Alì conosce un paio di strategie, la prima è pensare al sorriso di sua moglie quando gli arriva il bonifico, una volta al mese, un’altra è ripetersi una poesia che ha studiato da bambino, di un antico poeta, una poesia sulle rose, che è una specie di canto, così musicale che la ripete più volte durante il giorno, una poesia che rispecchia in pieno il suo destino, che ha imparato quando non avrebbe mai immaginato che un giorno sarebbe diventato un venditore ambulante di rose. Una mattina Alì sente le voci. A quell’ora c’è silenzio. Qualche auto in lontananza. Le voci si stanno avvicinando. Si alza, esce. Sono uomini giovani, una dozzina. Si dirigono da questa parte. In piedi sull’uscio, non sa cosa pensare. Il timore si fa strada. Le voci sono concitate. La tentazione è di scappare. Vendere rose non è mai stato un reato. Non ha niente da rimproverarsi. Alì muove alcuni passi. Sono circa le sette del mattino di una domenica d’inizio estate. Il sole ha infuocato il mare. Il pelo dell’acqua è tutto un barbaglio. Quegli uomini hanno un aspetto minaccioso. Nella mano destra uno stringe una tanica. Vengono. Gridano. Alì si ferma. È proprio lui che cercano. Ormai fuggire è inutile. E poi perché? Uno gli dà una botta. Un altro minaccia di colpirlo. Cade. Da dietro uno lo spinge. Quello col braccio alzato lo colpisce con un calcio nella schiena. Un dolore sordo. Bastardo, gli grida uno, te lo diamo noi il Corano! Intanto quello della tanica lancia spruzzi di benzina sulla sua casa di cartone. È un attimo. Una gran fiammata si leva. Una vampata clamorosa. Gli arrivano altri calci. Uno lo colpisce in pieno viso. Il sangue gli scorre lungo le labbra. Hei, passami quella tanica, facciamogli ingoiare la benzina. Vedrai che bravo sputafuoco! Le fiamme si levano alte. Lo strepito di una sirena buca l’aria. I giovani aggressori riempiono l’aria di schiamazzi. Alì sente che scappano, sente le loro grida allegre. Feroci e tracotanti si allontanano. La sirena si avvicina. Alì non può sapere che il giorno prima a Dacca c’è stato un attentato. Che giovani terroristi hanno sgozzato venti persone in nome del Corano. Che è successo dentro un ristorante pieno di stranieri. Che il ristorante è diventato un lago di sangue, un groviglio di corpi. Che l’aria è stata lacerata da grida disperate. Alì non possiede una televisione. Non legge i giornali. Non può sapere che in alcuni titoli era scritto che i gruppi terroristi vengono finanziati dai venditori di rose come lui. Alì finanzia soltanto la sua famiglia, quasi tutti i mesi, manda poche decine di euro alla volta, quello che riesce a risparmiare. Sperando di rimediare del cibo al ristorante dove l’hanno preso in simpatia. Alì cerca di rialzarsi, sente dolore in tutto il corpo. Così diffuso che non riesce neanche a dargli una collocazione precisa. La sua casa non esiste più, e le rose avanzate. Anche le palme hanno preso fuoco. Alì ha inciso il tronco di una palma per ricavarne un nascondiglio, l’ha sigillato con la corteccia, c’erano venticinque euro, da spedire a casa. E il passaporto. Hei, gli grida una voce, sei tu che hai dato fuoco alla stamberga? Tira fuori i documenti, ti facciamo passare noi la voglia di appiccare il fuoco! Alì ha il sangue sulla faccia, ma sembra che questo non suggerisca niente al poliziotto che l’ha afferrato per un braccio. Adesso tu vieni con noi, gli grida un altro. Pronto centrale! strilla nel telefonino. Alì sente un grande dolore avvampargli il viso, non riesce a parlare, gli trema il mento, è scosso da singhiozzi, sente che il corpo ha preso una sua strada. Si, è un venditore di rose, controlleremo. Certo gli accertamenti. Certo i finanziamenti. Eventuali collegamenti. Strilla al cellulare. Alì cerca di ricordare la poesia del suo antico poeta, quella sulle rose, quella che lo consola, che somiglia a una preghiera, a un canto, ma nella mente è entrato il buio, fruga dentro i cassetti ma non riesce a scovarla. Alì guarda quel fumo, quel fumo è la casa di Alì.

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Paolo Polvani è nato nel 1951 a Barletta, dove vive. Ha pubblicato i seguenti libri di poesia: Nuvole balene, ediz. Antico mercato saraceno, Treviso 1998; La via del pane, ediz. Oceano, Sanremo 1999; Alfabeto delle pietre, ediz. La fenice, Senigallia, 1999; Trasporti urbani, ediz. Altrimedia, Matera 2006; Compagni di viaggio, ediz. Fonema, Perugia 2009; Gli anni delle donne, e-book, edizioni del Calatino, 2012; Un inventario della luce, ediz. Helicon 2013; Cucine abitabili, Mreditori, 2014; Una fame chiara, edizioni Terra d’ulivi, 2014. Sue poesie sono state pubblicate da numerose riviste, tra cui: Anterem, Steve, L’immaginazione, Il filo rosso, La Vallisa, Portofranco, La corte, L’area di Broca, Le voci della luna, Offerta speciale, Quinta generazione, L’ortica; e su numerosi riviste on line e blog, tra cui: Carte sensibili, WSF, Fili d’aquilone, Poiein, Corrente improvvisa, La presenza di Erato, Poliscritture, La bella poesia, Odysseo. È presente in molte antologie, tra cui: Dentro il mutamento, edito dalla casa editrice Fermenti nel 2011 e in varie antologie tematiche, tra cui Il ricatto del pane, ed. CFR, Rapa nui, ed. CFr, e 100 mila poeti per il cambiamento, Albeggi editore. Ha vinto diversi premi di poesie. E’ tra i fondatori e redattori della rivista on line Versante ripido.

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Foto in evidenza: disegni di Élodie Dermange (Facebook: Élodie Le Ricochet)

Riguardo il macchinista

Lucia Cupertino

LUCIA CUPERTINO (1986, Polignano a Mare). Scrittrice, antropologa culturale e traduttrice. Laureata in Antropologia culturale ed etnologia (Università di Bologna), ha conseguito un Master in Antropologia delle Americhe (Università Complutense di Madrid) con tesi sulla traduzione di fonti letterarie nahuatl. Vive da tempo tra America latina e Italia, con soggiorni più brevi in Australia, Germania e Spagna, legati a progetti di ricerca, educativi e di agroecologia. Scrive in italiano e spagnolo e ha pubblicato: Mar di Tasman (Isola, Bologna, 2014); Non ha tetto la mia casa - No tiene techo mi casa (Casa de poesía, San José, 2016, in italiano e spagnolo, Premio comunitarismo di Versante Ripido); il libro-origami Cinco poemas de Lucia Cupertino (Los ablucionistas, Città del Messico, 2017). Suoi lavori poetici e di narrativa sono apparsi in riviste e antologie italiane e internazionali. Parte della sua opera è stata tradotta in inglese, cinese, spagnolo, bengali e albanese. È curatrice di 43 poeti per Ayotzinapa. Voci per il Messico e i suoi desaparecidos (Arcoiris, Salerno, 2016, menzione critica nel Premio di traduzione letteraria Lilec – Università di Bologna); Muovimenti. Segnali da un mondo viandante (Terre d’Ulivi, Lecce, 2016) e Canodromo di Bárbara Belloc (Fili d’Aquilone, Roma, 2018). Membro della giuria del Premio Trilce 2018, Sydney, in collaborazione con l’Instituto Cervantes. Cofondatrice della web di scritture dal mondo www.lamacchinasognante.com, con la quale promuove iniziative letterarie e culturali in Italia e all’estero.

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