La banalità della calunnia (Maria Letizia Miragliotta)

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“Stai attenta! Non sai con chi hai a che fare! Proprio a te, povera Rosa! Più fai del bene e più ti viene reso a male!”

Tutte queste voci risuonavano nella mente della povera signora Rosa che, per far bene, si era consultata con più persone possibili a proposito di certe faccende che le erano capitate ma che ora rischiavano di farla impazzire, dato che tutti i pareri si mescolavano nella sua mente e che in ogni caso servivano a ben poco, poiché non portavano ad alcuna conclusione e anzi erano solo motivo di scalpore. La povera signora Rosa non riusciva a star serena a causa di due faccende che avevano disturbato la sua anima quieta: “Da due mesi a questa parte -singhiozzava- non so più dove andare a sbattere la capoccia per riuscire a convincere mia figlia a non sposare quel disgraziato di Bruno: Bruno! ci riesci a credere?

“’U figghiu di Ninu ‘u bestia! Oh povera me, mia figlia, mia figlia, con quel cretino del figlio di Ninu ‘u bestia!” diceva tra le lacrime alla signora Concettina, la quale la ascoltava con attenzione e la guardava con occhi preoccupati, senza riuscire tuttavia a mascherare del tutto la voglia di venire a conoscenza di nuovi pettegolezzi che avrebbero animato le sue telefonate. “Non l’avrei mai immaginato e poi, come se non bastasse…- diceva abbassando la voce, a Siracusa anche i muri hanno le orecchie- ma bada di non dirlo a nessuno, eh!- E l’amica le stringeva la mano come a rendere solenne un giuramento, rassicurandola con teatrali cenni del capo – come se non bastasse ho il sospetto che Amina, la mia nuova governante tunisina, abbia rubato alcune delle mie cose, poiché nel giro di una settimana sono spariti alcuni dei miei gioielli e persino qualche soldo…” A quelle parole Concettina, come presa da un’insolita rabbia, esclamò: “questi disgraziati vengono qua e credono di poter comportarsi come più gli pare e piace, rubano il lavoro a gente onesta! Ma sei sicura di quel che dici? Oh, maledetti! Lo sapevo che non c’era da fidarsi, oh dannati!” E poi iniziò a criticare il comportamento sfrontato di Azzurra, che dava alla madre un così grande dolore, non essendo però di alcun aiuto alla signora Rosa poiché non riusciva a darle un consiglio su come avrebbe potuto togliersi da quegli impicci. Lasciata la casa della signora Concettina, la povera signora Rosa si dirigeva lentamente a casa, stressata e incerta sul da farsi: “che situazione, ahimè, che situazione!- continuava a borbottare tra sé e sé – Cosa posso fare per convincere quell’ingrata di mia figlia a non sposare Bruno? Non posso chiuderla in casa, ma forse potrei invitare a cena quel bel ragazzo, il figlio dell’avvocato… com’è che si chiama? Ah sì, Andrea! Sono quasi certa che lui sarebbe perfetto per Azzurra e potrebbe farle dimenticare facilmente il nome di quello sprovveduto di cui sei invaghita…- nella sua voce era evidente il disgusto, la disperazione e anche una nota di rammarico per tutto ciò cui la figlia scegliendo Bruno avrebbe rinunciato – e poi, come devo comportarmi con Amina? Non ho prove concrete del fatto che sia stata lei a far sparire i miei gioielli, ma del resto, chi altri? Lavora a casa mia da meno di due settimane, non so se posso fidarmi…” Questi pensieri continuavano a insinuarsi nella sua mente e l’ansia l’accompagnò come una vecchia amica per tutta la durata del viaggio. Non fece in tempo a varcare la soglia di casa quando sentì delle voci…

– Signorina se lei non…- diceva Amina sussurrando ma con decisione…

– Se lei non… cosa? Prima di parlare, ricordati chi è che ti dà il pane!-

A quelle voci la povera signora Rosa con palpabile nervosismo disse: “Ma chi succidiu? Chi su’ sti uci?” “Mamma, Amina ha rubato dei gioielli e… ora ti racconto: stavo tornando a casa dal mercato e l’ho trovata qui, in camera mia, a frugare tra la mia roba! Mi ha persino minacciato affinché io non ti dicessi nulla e quando ho rifiutato mi ha tirato un ceffone!” e, portandosi la mano sul cuore in segno di fedeltà, scoppiò in lacrime.

A quel punto la povera signora Rosa non sapeva più cosa pensare, i suoi pensieri erano annebbiati da un atroce miscuglio di dolore e rabbia, le mani tremavano, le ginocchia parevano voler cedere da un momento all’altro: “Fuori!- disse cercando di assumere un’espressione neutra- Va’ via da questa casa e non farti più vedere! Avevano ragione le persone che mi dicevano di non fidarmi, siete tutti così! Irrispettosa, ingrata, dovresti solamente vergognarti! Vi accogliamo qui nel nostro Paese, nelle nostre case, osate persino lamentarvi per la ‘scarsa’ retribuzione e vi mettete a rubare, a mordere le mani dei vostri benefattori! Disgraziati, fuori, fuori!” Dopo aver udito quelle parole Amina fece per dire qualcosa ma, raggelata dagli occhi furenti della padrona di casa, se ne andò a testa china. Azzurra era scioccata dalle dure parole della madre e senza dire una parola, uscì della camera lasciando la signora Rosa da sola con i suoi pensieri: “Non riesco ancora a crederci, come ho fatto ad essere così cieca? Lo avevano capito tutti tranne me, sarò il nuovo zimbello del paese dopo questa sera! Ma non gliela farò passare liscia, se tutti rideranno di me voglio almeno che lei soffra! Mi basterà parlare con qualche mia comare per spargere la voce della sua meschinità in tutto il paese, me la pagherà, ah se me la pagherà, ‘sta disgraziata! Adesso però…- e fece dei respiri profondi per calmarsi- adesso devo pensare ad Azzurra, devo calmarmi… meglio se inizio a preparare il pranzo, è già parecchio tardi.” Così la signora Rosa si diresse in cucina e preparò il piatto preferito di Azzurra: le lasagne. Ovviamente quel giorno a tavola non mancarono accese discussioni su Amina e, come aveva premeditato la padrona di casa, su Andrea: “Grazie per aver smascherato quella svergognata della mia ex governante, Azzurra- disse la signora Rosa con sguardo gelido- non avrei mai pensato che qualcuno avrebbe osato mancarmi di rispetto in questo modo, specialmente tipi come quelli, che dovrebbero solo ringraziarci per come li accogliamo ogni giorno nella nostra bella città.” Vedendo che Azzurra non rispondeva ma la fissava con quegli occhioni color caramello – che quel giorno avevano un nonsoché di diverso, erano… svuotati? Tristi?- continuò: “Beh, non dici niente? Strano, non è da te.” A quelle parole Azzurra tossicchiò ma continuò a non dire nulla, perciò la madre cambiò argomento e disse: “Penso di invitare a cena Andrea questa sera.”

Ed ecco che Azzurra sobbalzò e finalmente rispose: “Col cavolo, mamma! Ne abbiamo già parlato, non puoi decidere tu della mia vita.”

“Oh sì che posso, – sibilò Rosa con le vene del collo gonfie dall’ira – fino a quando vivrai in questa casa sarò io a decidere di te e del tuo futuro.”

Udite queste dure parole, Azzurra, prima di andarsene, gridò: “Se lo inviti sarò così cafona che sembrerò essere stata educata dalle bestie e in paese domani non si parlerà d’altro, sappiamo entrambe che non lo vuoi.” E uscì dalla cucina.

La signora Rosa non sapeva cosa fare: voleva semplicemente sfogarsi in qualche modo, liberarsi da quel macigno di rabbia che le opprimeva il petto, e chi meglio della signora Concettina per farlo? Si diresse in fretta a casa sua e, appena arrivata, esclamò: “Concettina, ti devo parlare urgentemente!” e l’amica, che non aspettava altro, drizzò le orecchie e si mise ad ascoltare. Le raccontò tutto: dalla scoperta del furto commesso da Amina fino a litigio con Azzurra a causa di Andrea e vide l’espressione dell’amica cambiare dal sorpreso all’arrabbiato e infine al rattristato, senza però che quest’ultima riuscisse a nascondere quel mezzo sorriso ebete che pareva dire “Mm, questo sì che è interessante!”. Dopo una lunga confessione, alla signora Rosa pareva veramente di essere più leggera e, salutata Concettina, si incamminò verso casa. I giorni trascorsero tra ansie e inquietudini finché arrivò venerdì: il giorno del mercato. Rosa si alzò presto e uscì, com’era solita, per andare a fare la spesa. C’era un bel sole, l’estate era alle porte e le strade profumavano di pane, salumi e formaggi.

Impegnata nella spesa e in altre faccende, la signora Rosa scorse da lontano una sua amica e confidente, che le veniva incontro sorridendo: “Ah Rosa, non ti vedevo da un po’! Ho saputo quello che è successo, come stai?”

A quelle parole la signora Rosa si limitò a rispondere: “Ciao Febronia, sto bene, sono solo un po’ confusa e rattristata, a dire il vero.”

L’amica continuò: “Mi dispiace per tua figlia, ma non devi preoccuparti di Amina, gliel’abbiamo fatta pagare! Da quando l’hai cacciata nessuno l’ha più assunta, abbiamo sparso la voce della sua meschinità di modo che non avesse più di che lavorare e così ieri ha lasciato il paese, ‘dda disgraziata! Avresti dovuto vederla andare via, con nemmeno i soldi per pagare il biglietto del treno e un solo zaino con sé; ti saresti rincuorata! Ha imparato la lezione, non tornerà mai più nelle nostre terre.”

Rosa non poté fare a meno di sorridere a quella rivelazione e, salutata l’amica e finito di fare la spesa, si diresse velocemente a casa per dare la bella notizia alla figlia, che negli ultimi giorni era sempre più fredda e scostante: “Azzurra!- chiamò appena arrivata casa- Devo raccontarti una cosa, – continuò ridendo- Amina ha lasciato il paese, nessuno le ha più dato lavoro da quando l’ho cacciata, l’hanno vista andare via con la coda tra le gambe, le spalle ricurve… è bello sapere che le mie amiche siano così solidali nei miei confronti, – che invece volessero solo fare polemica e animare la giornata?- ha avuto la punizione che meritava! E tu? Sei contenta?”

A quelle parole Azzurra ebbe una reazione del tutto diversa da quella che si aspettava la madre: iniziò a camminare avanti e indietro per la stanza, le sudavano le mani, era visibilmente tesa e la povera signora Rosa riusciva a spiegarsi il perché: “Mamma- tuonò dopo un po’ Azzurra con evidente nervosismo- io… devo dirti una cosa importante, sono stata io mamma, io ho rubato i tuoi gioielli, Amina mi aveva scoperto, così ho dato la colpa a lei ma non pensavo… io non potevo sapere che le cose sarebbero arrivate a questo punto… devi credermi sono mortificata ma…”

“Perché?- la interrompe la madre con le lacrime agli occhi e senza nascondere il disgusto per l’atroce tradimento- Tu si nna svergognata! Potevi avere tutto invece hai preferito rubare i gioielli di tua madre, ingannandola in modo così meschino, accusando per giunta nna innocente! Che cretina che sono stata, certo non mi aspettavo neanche lontanamente una cosa del genere da parte tua! Perché? Dimmi solo perché l’hai fatto!”

“Perché mamma- rispose con un filo di voce Azzurra- io amo Bruno e…e voglio costruirmi un futuro con lui! Sapevo che non avresti approvato ed è per questo che l’ho fatto… so che non è una giustificazione e che quello che ho fatto è un atto imperdonabile, ma anche tu hai le tue colpe: mi hai aiutato a costruire le basi del mio futuro e per questo ti ringrazierò sempre ma adesso tocca a me assumermi la responsabilità delle mie azioni, tocca a me decidere cosa fare della mia vita.”

La povera signora Rosa restò profondamente colpita da quelle parole, ma non lo diede a vedere, del resto, in casi come questi, l’orgoglio è l’unica cosa che vince sempre, no?

Tuttavia si limitò ad aggiungere: “Non ti perdonerò mai Azzurra, mai! Prendi i tuoi vestiti, il cane, i tuoi libri ed esci da questa casa! Non voglio rivederti mai più in casa mia, è chiaro? Tu da questo preciso istante non sei più mia figlia.”

“E dove andrò, mamma? Non puoi cacciarmi!”

Rosa replicò a bassa voce, salda, fredda, crudele, con una scintilla malevola negli occhi: “Sono sicura che il tuo amichetto saprà aiutarti… o forse no, dal momento che è un fannullone e non ha nemmeno i soldi per offrirti un panino. Ma non m’importa, hai scelto tu di giocare con la squadra sbagliata, adesso ne pagherai le conseguenze.”

Azzurra, schiacciata dal peso di quelle dure parole e non sapendo come ribattere, replicò: “Mamma, dobbiamo almeno chiedere scusa ad Amina per il nostro comportamento.”

“Spero che tu stia scherzando, Azzurra! – disse Rosa scoppiando in una risata isterica- Non le chiederò mai scusa e nemmeno tu lo farai, c’è di mezzo l’onore della famiglia. Nessuno dovrà mai venire a conoscenza di questa tua confessione, nessuno. Del resto lei non è più qui, se la caverà da qualche altra parte senza le nostre scuse, soprattutto perché io, per quanto mi riguarda, non ho nulla di cui scusarmi.”

A quelle parole, Azzurra, senza dire una parola, prese le sue cose e i pochi soldi che aveva e uscì di casa, per sempre.

Il giorno dopo Rosa andò in Chiesa e assaporò la sua ostia, come tutte le signore dabbene devono fare, mentre Azzurra si svegliò nella camera di un motel, alle quattro del mattino, sudata e con le mani tremanti; aveva sognato quel guscio vuoto dagli occhi chiari a cui aveva causato tanto dolore, che si allontanava da Siracusa, marchiata a vita dalla sua meschinità.

 

Testo di Maria Letizia Miragliotta LogoCreativeCommons

– classe seconda B indirizzo Classico del Liceo “Vittorio Emanuele III” – Patti (ME)

 

MariaLetizia

Maria Letizia Miragliotta nasce il 20 novembre 2000 a Messina. Vive a Gioiosa Marea, un piccolo paese della provincia dove ha frequentato le scuole elementari e medie. Attualmente frequenta il secondo anno del Liceo Classico “Vittorio Emanuele III” di Patti (ME). Maria Letizia è sempre stata affascinata dalle lingue, per le quali nutre una sincera passione, nonché da tutto ciò che si può   esprimere attraverso la scrittura. Ama leggere e scoprire tutti i mondi che sono nascosti dietro ogni piccola realtà.

Foto in evidenza di Melina Piccolo

Foto dell’autrice a cura di Maria Letizia Miragliotta.

Riguardo il macchinista

Pina Piccolo

Pina Piccolo, la macchinista-madre, è una scrittrice e promotrice culturale calabro-californiana. Si imbarca in questa nuova avventura legata alla letteratura spinta dall'urgenza dei tempi, dalla necessità di affrontare la complessità del mondo, cose in cui la letteratura può dare una mano. Per farsi un'idea dei suoi interessi e della sua scrittura vedere il suo blog personale http://www.pinapiccolosblog.com

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