KINOGLAZ, L’OCCHIO DI SORIANO (a cura di Antonino Contiliano)

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Il cineocchio di Francisco Soriano, «Non porgere l’altra guancia»

«Non porgere l’altra guancia» (Eretica/2019) di Francisco Soriano come un kinoglaz, il cineocchio (Dziga Vertov, cineasta sovietico/1924); e ciò sebbene «Non porgere l’altra guancia» sia un libro di poesia, una scrittura letteraria e artistica (verbale). I due però si rapportano al mondo (preso e restituito) con un sistema di inquadrature che si richiamano come una parola discreta che si relaziona a un’immagine continua, mentre la realtà è in continuo rivolgimento (la rivoluzione sovietica per Vertov, quella neoliberista del XXI secolo di Soriano; ma nessuno dei due porge l’altra guancia!). Ma c’è un’altra consonanza ideo-tematica che ci rimanda, si fa per dire, ad un’altra somiglianza: è quella con la poesia di “Versi per la Cecoslovacchia” (1939) di Marina Ivanovna Cvetaeva (il tempo messo a guerra e fuoco dalle ideologie e dalle pratiche culturali e politiche nazi-fasciste europee del XX secolo). La “barbarie” e il degrado del mondo dei nostri giorni, e denunciati dal poeta Francisco Soriano di «Non porgere l’altra guancia», nonostante la distanza temporale, non sono però da meno.

La “barbarie” e il degrado, denunciati e additati dal Francisco Soriano (una serie di pixel e scatti digitali ibridi), come nei «Versi per la Cecoslovacchia» di Marina Ivanovna Cvetaeva, infatti, vede una parallela (non identificazione) scena di squali e lupi (avventurieri di varia risma e predoni a sonagli), come radar e sonar che non scandagliano certamente il bello dei fondali marini o quello della nostalgia lunare:

«Mi rifiuto – di esistere. / Nel bailamme dei non-uomini / mi rifiuto – di vivere. / Coi lupi nelle piazze // mi rifiuto – di ululare. / Con gli squali delle distese / mi rifiuto di nuotare – /giù – nella corrente delle schiene.» (Marina Ivanovna Cvetaeva, Versi per la Cecoslovacchia);

«È tempo di lupi, ma il domani forse, / è nelle tue ciglia.» (Francisco Soriano, Voci in sottofondo, p. 23);

«Spero nella vita, senza il dileggio degli avvol- / toi in bella posa. Sulla pelle di ogni sguardo / l’incantesimo di un petalo della passiflora ar- / dente – porge che implorano fede.» (Francisco Soriano (Absit iniura verbis, pp. 36-37).

copertIl lavoro poetico (“Non porgere l’altra guancia”) di Francisco Soriano, come è indubitabile, ha più rimandi e confronti per leggerne l’estensione spazio-temporale dell’idea, dei temi e degli oggetti che ne definiscono e ne determinano l’immagine di mondo in questione e conflitto. La visione del suo mondo poetico è, secondo noi, confrontabile con quella registrata dall’occhio di una cinepresa (e poi montata da un regista) come un flusso ininterrotto di fotogrammi, “piani sequenza” («scatti di surrealtà […] un film di sequenze oniriche», li qualifica Marcello Carlino che ne cura una “Nota di premessa”, p. 9). Il linguaggio di Soriano è però quello del poeta che usa la parola e i mezzi che il fare poietico gli mette a disposizione, non ultime le analogie con altri linguaggi e segni. Uno sguardo tecnico-narrativo poetico, perciò, quello del nostro, che, analogicamente percepisce la realtà spazio-temporale secondo l’ampiezza e la profondità delle inquadrature dei “piani sequenza”, mentre la regia ne divide, seleziona, aggrega e monta in tre spezzoni (tre campi d’immagini e audizioni) la “visione” (unitaria): “Voci in sottofondo”, “Absit iniuria verbis”, “Non porgere l’altra guancia”. Due linguaggi, il cinematico e il linguistico-semiotico, come mutue macchine da presa, mentre un occhio organizzativo opera le transcodificazioni da un sistema percettivo primario o comune a quello secondario, l’estetico artistico, il mondo poetico come una metafora (complessa ramificazione dinamica).

Un mondo di identità eterogenee per storia, modelli, lingue e regole, ma la cui espressività, tra parallelismi ed equivalenze semantizzanti i diversi livelli testuali, denuncia la controparte di realtà messa a fuoco come un habitat invivibile (un parco in cui non varrebbe esistervi o pagare un biglietto per entrarvi e visitarlo). Né “Gloria” né “Grazia” promettono gli sciamani, i mistificatori, gli avvoltoi e i lupi (semantica del negativo e della rapacità) in un modo che (fascisticamente) sta per essere disabitato dalla cultura umanistica e dalla democrazia (ieri luoghi del credere, dell’aver fiducia nel mondo, del pensiero e dell’azione “larghi”, oggi in crisi e senza promesse augurali). Un mondo complesso e plurilingue (oltre che variamente sostanziato da citazioni come luoghi di pensiero altro: la citazione svolge la funzione di segno per significare per sinonimia o per contrasto …). Un set plurale di linguaggi (plurilinguistico: italiano, latino, francese, greco, iraniano, inglese), infatti, è lì come a non dover dimenticare che oggi la globalità è senza confini, perché è conoscenza, comprensione e comunicazione illimitata (non può più essere praticata per recinti, muri e fili spinati – vecchi e nuovi –, quelli di una stretta e ormai inattuale geografia nazionalistica). Come dire, pure, che il set adopera diverse forme testuali di scrittura (versi strutturati come gli haiku, i versi liberi, o, come individua Rossella Renzi, nella forma mista del «prosimetro»1).

A proposito degli haiku, qui, piace dirci che l’intera visione di «non porgere l’altra guancia» si apre e si chiude come due haiku quali primi piani e inquadrature del film verbo-figurale e immaginale.  Inoltre, tra soggettivo e oggettivo, lo stile è un ibrido. Lo stile cioè che interseca e innesta cose e segni ambientali, materiali, storici e contestuali diversi (assemblaggio): il floreale, l’animale, la rosa dei venti mediterranei, il religioso, il culturale, e l’etico-politico umanistico. Un assemblaggio strutturato con cura (significante è pure la grafica della pagina) per rappresentarci (in simulazione poetica) il tempo storico (il nostro) della democrazia in crisi e in conflitto oppositivo con i lupi, gli avvoltoi e gli sciamani seduttori (l’infima fanghiglia dei non-umani); i soggetti cioè che hanno svalutato la parola come bene comune e razionale fondamento virtuoso di convivenza in un mondo comune e processi differenti. Un set artistico, concettuale e semantico, in poche parole, che, pur se tra sprazzi di nostalgia e increspature mordaci e forti, dipinge un mondo primario in cui l’io non si riconosce. Un io (esule, sempre!), come quello che attraversa la martoriata Cecoslovacchia di Marina Cvetaeva, e che non vuole avervi dimora (non vuole esistere!) con i “lupi, gli squali e gli avvoltoi”, né abbassare la schiena e immettersi nella corrente dopo aver abbandonato la bussola del pensiero critico.

L’accostamento dell’occhio verbale del poeta, nonostante la distanza di un secolo, con l’occhio della cinepresa di Vertov non è fuori luogo. Tra la scrittura poematica del libro di poesia di Francesco Soriano c’è infatti una regista che lavora su piani sequenza e piani lunghi e discontinui, sì che il cineocchio dell’io “digitale” del nostro poeta, ritornando agli haiku di apertura e chiusura del flusso poetico, li usa come un primo ciak (apertura) e un ultimo (chiusura) in progress. Un processo ad alta intensità semantica (due tempi verbali, un presente e un imperativo per due stati che, correlati, significano momenti come una rassegnazione e un nuovo lampo di speranza).

Per inciso il nostro regista-poeta, per esperienza di vita personale e culturale, ha memoria occidentale-mediterranea e orientale-iraniana.

Il primo haiku (ciak di apertura) è: «Forte in vita / è chi rimane solo, / Esule – sempre”» (p. 15). Quello che conclude e chiude l’occhio della cinepresa verbale è: «Spegni l’abat-jour / affinché torni buio. / Chi può saperlo.» (p. 48). Ma il suo senso è nel distico in tmesi (parola franta) che lo precede: «Chi può saperlo se il diafano lampo ci stordi- / sce ancora?» (p. 48). Il punto interrogativo (un segno asignificante), che chiude il secondo verso, è quello che lascia posto così alla pensabilità in azione di un evento imprevedibile ma non privo di speranza, o di desideri.

La speranza, il tempo del futuro e della passione, come aleggia fra le poesie di Soriano, è egualmente la temporalità carica degli odori della “passiflora”, quanto della voce di “Gloria” e di “Grazia”. Il futuro, il sapere e la temporalità della “modernità” che cammina con l’immediatezza propria all’istantaneità aleatoria di un “lampo” improvviso («Chi può saperlo.»). Il lampeggiare di questa modernità però, in questo movimento poematico ed energico di “non porgere l’altra guancia”, secondo noi, risulta pluralmente semantizzato nel monoverso (strutturato) della stessa parola «Mo-der-ni-tà» (p. 20), cioè divisa in sillabe. Una parola che monopolizza per il suo ampio arco sensuale e di sensi (irriducibili alla sua semplice natura di segno linguistico). Nella sua scansione sillabica figurata, infatti, ogni sillabica appare accentata (alto è allora il suo valore fonologico e tonale: una vera è propria immagine pausata e ritmica anomala (non c’è la solita metrica né la divisione della lingua standard!); la sua prima lettera è maiuscola; in corsivo l’intera segmentazione sillabica; non convenzionale la leggibilità recitativa.

Questa annotazione (non secondaria) per sottolineare quanto l’organizzazione formale di queste pagine di poesia sia parte integrante della semantica come metafora che si sostituisce il mondo di base a confronto (non c’è lettura di testi se non che all’interno di una relazione che correla i vari pezzi e passaggi da un livello ad un altro dei due mondi in conflitto). “Non porgere l’altra guancia”, di vero, è un’opera con un seguito di pagine bianche (dopo l’haiku che chiude l’occhio della cinepresa artistica). Sono, crediamo, lo spazio-tempo storico a venire che aspetta di essere registrato, selezionato, montato e trasmesso; forse le nuove pagine di storia da filtrare e da scrivere?

In conclusione, e non per ultimo (l’importanza semantica della parte organizzativa di questa poesia), inframezzato un testo corsivizzato e in lingua inglese, il parallelismo anaforico (tempi verbali, ellissi del pronome personale, tmesi, enjambement e varie equivalenze per opposizioni e affinità di visione e sentimenti…) che anima la terza parte «Non porgere l’altra guancia» del libro (titolo anche dell’opera).

In stralcio:

[…]

Lo so che il mondo cesserà di esistere, cor­-
teccia e guscio senza più lealtà. Lo so che
senza visioni i cicli si impigriscono; ammuto-
liti i fiori della discordia, finalmente senza
primavere né stupide albe speranzose.
Lo so che l’insensato ha ceduto il passo
all’ordine conciliante.
Lo so che non è possibile errare, nei sentieri
e nelle certezze degli uomini pii.
Lo so che l’amore è un misfatto, il cuore di
tenebra è la rosa del deserto:
Till thy dark, lord accept and love the Sun,
And all the Shadow die into the Light,
When you shalt dwell the whole bright year with me,
And souls of men, who grew beyond their race
And made themselves as Gods against the fear of
Death and Hell.
Lo so che sulle pareti di una voce sconosciu­-
ta si arrampicano mostri.
Lo so che in quella barriera di nebbia ai no­-
stri occhi nulla è vano,
so anche del gorgo crudele delle incompren­-
sioni,
so che presto l’amore rimarrà senza nome.

[…]

Spegni l’abat-jour
affinché torni buio.
Chi può saperlo.

Questo haiku è un the end, la scritta della parola “fine” che pone termine allo srotolarsi delle immagini poematiche, ma che non è però una fine; è semmai un sotteso dubbio: l’immaginare un’eventualità di cui nessuno (espresso nel “chi”, irriconoscibile né come io, o tu o egli) sa le potenzialità in corpo. Come l’intero percorso poematico del libro di Soriano, è però la parola della poesia che ci rende il dubbio e la resistenza nella luce che si fa buio e viceversa (pur senza identificarli). Un fenomeno, del resto, non estraneo (anzi) alla stessa realtà caosmica! Il conflitto continua!

Antonino Contiliano

Marsala, 11 febbraio 2020

1 http://frequenzepoetiche.altervista.org/rossella-renzi-non-porgere-laltra-guancia-di-francisco-soriano/

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Antonino Contiliano vive a Marsala. E’ laureato in Pedagogia (Università di Palermo). è stato redattore della rivista “Impegno 80” e “Spiragli”. Ha fatto parte del movimento poetico che, tra gli anni 60 e 80 del secolo scorso, operò in Sicilia e si qualificò come Antigruppo Siciliano. Negli anni 80 ha fatto parte del comitato organizzatore degli “Incontri fra i popoli del Mediterraneo”: il convegno che, curato dal poeta Rolando Certa, ogni due anni si teneva a Mazara del Vallo. Nell’Antigruppo siciliano è stato redattore anche della sua rivista, “Impegno 80” (Mazara del Vallo) e poi del trimestrale “Spiragli” (Marsala). Fra le sue ultime poere di poesia si ricordano: ‘El Motell Blues (2007), Tempo spaginato. Chiasmo (2007), Il tempo del poeta (2009), Ero(S)diade. La binaria de la siento (2010), We are winning wing (2012), L’ora zero (2014) e la sua ultima opera Futuro Eretico (Fermenti 2016). Sue poesie sono state tradotte in inglese, francese, spagnolo, greco, macedone, romeno e croato.

Foto in evidenza: a cura di Lucia Cupertino

Riguardo il macchinista

Lucia Cupertino

LUCIA CUPERTINO (1986, Polignano a Mare). Scrittrice, antropologa culturale e traduttrice. Laureata in Antropologia culturale ed etnologia (Università di Bologna), ha conseguito un Master in Antropologia delle Americhe (Università Complutense di Madrid) con tesi sulla traduzione di fonti letterarie nahuatl. Vive da tempo tra America latina e Italia, con soggiorni più brevi in Australia, Germania e Spagna, legati a progetti di ricerca, educativi e di agroecologia. Scrive in italiano e spagnolo e ha pubblicato: Mar di Tasman (Isola, Bologna, 2014); Non ha tetto la mia casa - No tiene techo mi casa (Casa de poesía, San José, 2016, in italiano e spagnolo, Premio comunitarismo di Versante Ripido); il libro-origami Cinco poemas de Lucia Cupertino (Los ablucionistas, Città del Messico, 2017). Suoi lavori poetici e di narrativa sono apparsi in riviste e antologie italiane e internazionali. Parte della sua opera è stata tradotta in inglese, cinese, spagnolo, bengali e albanese. È curatrice di 43 poeti per Ayotzinapa. Voci per il Messico e i suoi desaparecidos (Arcoiris, Salerno, 2016, menzione critica nel Premio di traduzione letteraria Lilec – Università di Bologna); Muovimenti. Segnali da un mondo viandante (Terre d’Ulivi, Lecce, 2016) e Canodromo di Bárbara Belloc (Fili d’Aquilone, Roma, 2018). Membro della giuria del Premio Trilce 2018, Sydney, in collaborazione con l’Instituto Cervantes. Cofondatrice della web di scritture dal mondo www.lamacchinasognante.com, con la quale promuove iniziative letterarie e culturali in Italia e all’estero.

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