Kayo Chingonyi, poesie da “Kumukanda” (Chatto& Windus 2017) a cura di Alessandro Brusa

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25 October, 1964

“Recently, a very close friend of mine declared it would take us another twenty years to be really independent. Was he right? I am afraid there is a lot of truth in this.” – Dr Kenneth Kaunda, 1966

We danced like Celts the day the news of it
kicked the District Commissioner’s fat rump.
Teachers who beat us till we couldn’t sit,
over little things, were, by lunch, so drunk
Mr Chishala shut the school and followed
his staff to a bar where colonial notes
came back as loose change, baked groundnuts, hallowed
pitchers of the local brew (a throat song
known as Mosi). They drank to the freedom
our children would inherit, then raised a glass
to Leyland’s Hippo-shaped buses, heaving
with the copper belt’s weary underclass
who, in spite of a new nation, were still dressed
in hunched shoulders, the shame of un-puffed chests.

25 Ottobre, 1964

“Recentemente un mio caro amico ha dichiarato che ci sarebbero voluti altri venti anni per essere davvero indipendenti. Aveva ragione? Temo ci sia molto di vero in questa affermazione.” – Dr Kenneth Kaunda, 1966

Ballavamo come Celti il giorno in cui la notizia
prese a calci il grosso culone del Commissario Distrettuale.
Insegnanti che erano soliti picchiarci per un nonnulla
erano già, all’ora di pranzo, così ubriachi che
il preside Chishala fece chiudere la scuola per seguire
il corpo docenti fino ad un bar dove le banconote coloniali
venivano scambiate con spiccioli, noccioline tostate o
riveriti contenitori della birra locale (una poesia per la gola
conosciuta come Mosi). Brindavano alla libertà che
i nostri figli avrebbero ereditato, poi, alzarono i bicchieri
agli autobus della Leyland che ondeggiavano
come ippopotami stracolmi del sottoproletariato della Copper Belt
e che a dispetto di una nuova nazione portavano ancora
spalle ricurve e la vergogna in petti sgonfi.

 

 

MALUMBO

for Malaika

Your parents rejected my suggestion,
I told them you could pull off Ethel.
The jury is still out, Alesha out of the question
(ditto Shaniqua and Chantelle).
I’ve a soft spot for Dambisa, Malaika, or Mambwe
but, whatever you are called, you should know
we’ve all been waiting for your birthday;
the look on your face as you apprehend snow.
I hope you hold on to your wonder
that you’ll never grow so stiffly poised
a scent or song is not enough to conjure
that smile of yours, the fullness of your voice.

 

MALUMBO

per Malaika

I tuoi genitori hanno rifiutato il mio suggerimento.
Avevo detto che saresti stata perfetta come Ethel.
La giuria è ancora in riunione, ma Alesha è fuori
questione (idem per Shaniqua e Chantelle).
Ho un debole per Dambisa, Malaika e Mambwe
ma, qualunque sarà il tuo nome, devi sapere che
abbiamo tutti aspettato la tua nascita
e la faccia che fai quando capisci cos’è la neve.
Spero che terrai stretta quella tua meraviglia,
che non diventerai mai così dura che un profumo
o una canzone non siamo sufficienti a fare esplodere
il tuo sorriso o la pienezza della tua voce.

 

 

 

KUMUKANDA

Since I haven’t danced among my fellow initiates,
following a looped procession from woods at the edge
of a village, Tata’s people would think me unfinished –
a child who never sloughed off the childish estate
to cross the river boys our tribe must cross
in order to die and come back grown.

I was raised in a strange land, by small increments:
when I bathed my mother the days she was too weak,
when auntie broke the news and I chose a yellow suit
and white shoes to dress my mother’s body,
at the grave-side when the man I almost grew to call
dad, though we both needed a hug, shook my hand.

If my alternate self, who never left, could see me
what would he make of these literary pretensions,
this need to speak with a tongue that isn’t mine?
Would he be strange to me as I to him, frowning
as he greets me in the language of my father
and my father’s father and my father’s father’s father?

 

KUMUKANDA

Non avendo danzato assieme ai miei compagni iniziati,
seguendo una serrata processione dalla foresta al limitare del villaggio,
i Tata mi considererebbero incompiuto –
un bambino che non ha mai lasciato la casa dell’infanzia
per attraversare il fiume che i ragazzi della nostra tribù devono attraversare
per morire e rinascere adulti.

Sono cresciuto in una strana terra, per piccoli passaggi:
facendo il bagno a mia madre nei giorni in cui era troppo debole,
ricevendo la notizia da mia zia e scegliendo un abito giallo
e scarpe bianche per vestire il corpo di mia madre,
stando a fianco della fossa quando l’uomo che arrivai quasi a chiamare
padre, sebbene entrambi avessimo bisogno di un abbraccio, mi strinse la mano.

Se l’altro me stesso, che non che non è mai partito, potesse vedermi,
cosa ne farebbe di queste vanità letterarie?
di questo bisogno di parlare con una lingua che non è la mia?
Mi sarebbe forse estraneo come lo sono io per lui, accigliato
mentre mi apostrofa nella lingua di mio padre,
del padre di mio padre e del padre del padre di mio padre?

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Nato in Zambia, Kayo Chingonyi è membro del programma  Complete Works for diversity and quality in British Poetry ed è l’autore di due opuscoli , Some Bright Elegance (Salt, 2012) e The Colour of James Brown’s Scream (Akashic, 2016). La sua prima raccolta completa, Kumukanda, è stata pubblicata a giugno del 2018 dalla casa editrice  Chatto & Windus. Oltre alle frequenti pubblicazioni in riviste e antologie , Kayo viene spesso invitato a leggere in eventi di poesia sia in Gran Bretagna  che a livello internazionale. E’ stato insignito il premio Geoffrey Dearmer Prize ed è stato poeta in residenza alla Kingston University, Cove Park, First Story, The Nuffield Council on Bioethics, e alla Royal Holloway University of London in partnership con Counterpoints Arts. E’ stato  Associate Poet all’Institute of Contemporary Arts dall’autunno 2015 alla primavera 2016 ed è stato co-curatore del numero 62 di Magma Poetry e dell’edizione dell’autunno 2016 della rivistaThe Poetry Review. Adesso è redattore responsabile per il settore Poesia dellaThe White Review. Kayo è anche emcee, produttore, e DJ e collabora regolarmente con musicisti e compositori sia in qualità di poeta che di paroliere. Conduce anche il programma Keep It 100 alla stazione radio radio Netil Radio che propone una vasta gamma musicale dal  rockabilly all’afrobeats (con incursioni nel R&B, Hip Hop,e  House).

 

Foto dell’autore di Naomi Woddis.

Immagine in evidenza di Teri Allen Piccolo.

Riguardo il macchinista

Pina Piccolo

Pina Piccolo, la macchinista-madre, è una scrittrice e promotrice culturale calabro-californiana. Si imbarca in questa nuova avventura legata alla letteratura spinta dall'urgenza dei tempi, dalla necessità di affrontare la complessità del mondo, cose in cui la letteratura può dare una mano. Per farsi un'idea dei suoi interessi e della sua scrittura vedere il suo blog personale http://www.pinapiccolosblog.com

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