Io scrivo queste righe distesa -poesie di Marjia Stepanova (saggio, intervista e traduzioni a cura di Daniela Liberti)

scrivodistesa

Ringraziamo vivamente  Giovanni Perrino per averci invitato a scoprire questa interessantissima poeta russa contemporanea e la casa editrice Crocetti per averci autorizzato a ripubblicare i materiali dalla rivista Poesia.

 

Introduzione di Daniela Liberti

La miglior definizione della poetica di Marija Stepanova l’ha data Grigorij Da&evskij nella sua recensione del 2004 al libro di versi Scast’e, [Felicità] (2003): “Nelle mani della Stepanova le forme rimangono vive… [lei] si muove nel mondo reale della poesia russa, per questo le possono accadere cose inaspettate…” .1 Da allora, sono passati sette anni e quattro libri da aggiungere ai tre precedenti.2

Numerosi i riconoscimenti: Premio Pasternak (2005), Premio Andrej Belyj(2005), PremioHubertBurda (2006), Premio “Moskovskij scët” (2009), la borsa di studio del Fondo Josif Brodskij nel 2010 e quest’anno il Premio LericiPea Mosca 2011 per la poesia.

Un itinerario ricco e variegato nel mondo dei versi, per questa poetessa russa, nata a Mosca nel 1972. Un itinerario che, riallacciandosi alla metafora delle “forme che rimangono vive”, fa scorrere nuova linfa nel genere della ballata, del poema, e rende la poesia uno strumento della memoria e della sperimentazione tecnica e tematica.

È proprio con la rivisitazione della ballata, in Pesni severnych juzhan [Canti dei meridionali del nord] (1999), che ritroviamo dei rimandi storici e letterari (Zukovskij, Lermontov), da leggere però con gli occhi dell’attualità: un Paese con ricordi tragici alle spalle e sul cui sfondo recitano vari personaggi, come attori pronti a cambiarsi velocemente d’abito.

La figura del narratore colpisce per il trasformismo della lingua: parole che bruciano come tizzoni, parole semplici da komunalka, parole arcaiche, parole scomposte, parole “barbare e malate”, che però, come ha scritto Elena Fanajlova, poetessa e giornalista, sono la lingua russa nel suo progredire dalla campagna alla periferia.3 Sullo sfondo si muovono il marito, la fidanzata, l’aviatore, il fuggiasco, la moglie, il cane. Di ognuno è narrata la storia, e all’improvviso può apparire un terzo estraneo, una figura eterea, un fantasma, che non giudica ma, sempre con Da&evskij, riempe il posto lasciato da una pausa, è il deus ex machina dello svolgersi dell’intera trama, e il poeta assiste senza dire una parola. A parlare deve essere la lirica. E la ballata inverte il suo contesto, il poeta qui non si trasforma nella sua creatura, ma in un continuo gioco di rimandi si passa dal poeta al narratore, dal narratore al fantasma.

Con il genere del poema, la novità è ancora più dirompente. Tanto che nel 2007, nell’ambito del Festival “Week- end poetico”, viene messo in scena un piccolo poema pubblicato in un blog e risultato il più cliccato, e poco dopo compare sulla rivista patinata “Afi&a”, che mai prima di allora aveva pubblicato versi.

È il tempo di un altro libro, Proza Ivana Sidorova, [Prosa di Ivan Sidorov] (2008), è il tempo di lasciare la ballata e dedicarsi al poema, ovvero al racconto in versi. E allora ecco il gioco a nascondino con le rime, la diversa lunghezza del verso, i richiami al folclore, in un ricorrere ancora una volta all’arte del travestimento. Il poema si apre con un ubriaco che nel suo errare alcolico vede in una piccola stazione una bambina addormentata. Insieme alla bambina e a una gallina nera, che scorrazzava nella sala d’attesa, si mette in cammino, chiedendosi ogni tanto dove andare e come è capitato in quei luoghi, mentre intorno c’è il nulla e le piccole izbe sembrano dentiere immerse in un bicchiere e il cielo è di una bellezza straordinaria. Mentre questa strana compagnia avanza nella notte, si imbatte in un’izba, “nella casa, è tutto lindo come prima di una veglia funebre / Le pareti ricoperte di quadri. / Sotto la finestra un letto di ferro. / È qui che potremo fare i vagabondi”.

Segue una trama concitata. L’arresto dell’ubriaco insieme alla gallina con l’accusa di rapimento, da parte di una bella poliziotta, la trasformazione dell’uomo in gallo, mentre la bambina scompare. La gallina si rivela un essere magico, che non si può nominare per i tabù imposti dalle regole del folclore, ma non può aiutare il protagonista perché è stata rinchiusa in una stanza, dove le forze magiche non possono entrare. Alla fine nulla e nessuno è come sembra, la poliziotta è un’infiltrata che finge di aiutare a liberare la gallina ma, in realtà, vuole arrivare alla bambina, il gallo ridiventa uomo, la scomparsa ricompare, e la gallina si trasforma nella moglie morta dell’ubriaco, che proprio per averla persa si era dato al bere sfrenato.

La differenza di approccio, rispetto alle prime composizioni, è chiara. L’intreccio si fa qui più complicato e ardua diventa la decifrazione di ogni simbolo. Come ha scritto Lipoveckij, ogni personaggio è parte di un sogno collettivo, di un’inquietudine che è il riflesso di una tragedia mai elaborata, proprio come a volte non si elabora un lutto. E ritorna di nuovo la storia passata.

Una curiosità sul titolo. Nel 1983, la regista Kira Muratova firmò con lo pseudonimo di Ivan Sidorov il film Sredi serych kamnej [Tra i grigi sassi] come protesta contro i tagli operati dalla censura che ne avevano stravolto l’impianto iniziale. La Stepanova mutua dalla regista il suo alter ego, e i richiami al film nella sua stesura iniziale sono evidenti.

Le poesie nelle raccolte succedutesi negli anni, fino a Stichi i proza v odnom tome [Versi e prosa in volume unico], uscito nel 2010, presentano sempre un intervento di cesellatura sulla lingua, che dimostra come la Stepanova abbia raggiunto ormai un livello che le permette di gestire il processo creativo a suo piacere, senza rincorrere la moda del momento, con un occhio attento alla realtà che la circonda. Le poesie qui presentate testimoniano di questa verità.

A una lettura attenta ritroviamo la musicalità di una ballata, là dove si è riusciti a mantenerla nella traduzione. Il tema dell’io è qui evidente, come reazione a una realtà che si dichiara omologante, un io donna che rifiuta ogni convenzione, che si tinge le unghie, che ciabatta per casa, che indugia davanti allo specchio e che, nel ribadire la propria identità, esce in strada con un’aria di sfida. Il ritmo è incalzante, come una marcia delle parole, per arrivare al finale, che non sempre ha esiti felici.

Per concludere, due parole sulla poesia dedicata a Brodskij, 3 ijulja 2004, [3 luglio 2004], scritta dopo una visita alla tomba del poeta nel Cimitero di San Michele a Venezia, dove la posizione della Stepanova sulla funzione del poeta, che non deve essere visto come una divinità avulsa dal mondo in cui vive e scrive, è evidente. Un omaggio al maestro.

Daniela Liberti

NOTE

1 Grigorij Da&evskij, “Kriticeskaja massa”, n. 1, 2004.
2 Pesni severnych juzhan (Tver’ 2001), O bliznecach [Sui gemelli] (Mosca 2001), Tut svet [Qui è la luce] (San Pietroburgo 2001), 1cast’e (Mosca 2003), Fiziologija i malaja istoria [Fisiologia e piccola storia] (Mosca 2005), Proza Ivana Sidorova (Mosca 2005), Stichi i proza v odnom tome (Mosca 2010).

Elena Fanajlova, “Novaja russkaja kniga”, n. 1, 2001. Komunalka è l’appartamento in coabitazione diffusosi in Russia dopo la Rivoluzione di Ottobre per sopperire alla mancanza di alloggi, ma anche per dare credibilità alla politica di requisizione delle case di ex borghesi e aristocratici. In appartamenti di diverse stanze venivano installate più famiglie di estrazione proletaria, secondo un calcolo cervellotico dei metri quadrati. Gli inquilini dovevano condividere l’uso di bagno, cucina e corridoi. Non è difficile immaginare le situazioni tragicomiche che si venivano a creare in questa convivenza forzata.

 

 

“La poesia russa è pervasa per sua natura dall’italofilia”

 

Intervista a Marja Stepanova di  Daniela Liberti

 

Forse è una domanda scontata, ma come vi siete incontrate, tu e la poesia?

“Ci siamo incontrate molto presto. Ed è stato possibile perché in casa dei miei genitori le poesie scritte da altri rappresentavano una cosa naturale, un ambiente ideale, una prima reazione a qualsiasi tipo di accadimento. Nel mettermi a letto da bambina, per esempio, mia madre, invece di cantarmi la ninnananna o le classiche filastrocche per bambini, mi recitava la poesia classica russa, da Lermontov a Nekrasov, per arrivare a Mandel’stam. La sensazione che esistesse una forma sonora dei versi, è nata in me molto prima che ne comprendessi il senso. Questi testi, anagraficamente, erano più avanti rispetto alla mia età, così fui io che dovetti crescere fino a raggiungerli. È come quando si comprano dei vestiti di una taglia più grande a un bambino perché vadano bene più a lungo.

“La cosa più importante, però, era la sensazione, che non mi ha mai abbandonata, che la poesia fosse una quotidiana necessità primaria, una seconda lingua che accelerava e rafforzava il legame con la realtà. Questa sensazione si respirava nell’aria stessa della nostra casa. Mi sembrava di aver sempre scritto, sin dai primi anni della mia infanzia, quando tutto ciò che dici, in rima o no, sembra sempre bello. La parola che gioca con se stessa, nel testare e dimostrare tutta la gamma delle sue innumerevoli possibilità.

“Il bambino non è uno sperimentatore, piuttosto è un poligono di collaudo, che non scrive ma crea qualcosa simile a un manoscritto. Non è possibile tornare a questo stato, poiché scompare appena si raggiunge la maturità. All’improvviso capisci con nostalgia che, per chi ti circonda, la poesia è una cosa che si può fare più o meno bene. Il testo diventa estraneo e i versi, anziché esistere in quanto tali, cominciano a testimoniare della tua esistenza. Da qui non è difficile concepire la poesia come un’occupazione, o peggio, una professione – ed è quello che per tutta la vita ho sempre cercato di evitare.

“Da molti anni cerco di organizzare la mia vita in modo che i miei testi e il mio modo di guadagnarmi il pane non si incrocino, ma rimangano, invece, su lati diversi di una linea invisibile, e finora ci sono riuscita”.

Come è cambiata la tua poesia negli ultimi anni e cosa ha influito maggiormente? Ti chiedo anche di dire due parole sulla poesia russa contemporanea.

“Io scrivo abbastanza di rado: libri o cicli lunghi. E questo accade una volta ogni anno e mezzo o due anni. In tal modo, i cambiamenti, quelli che Osip Mandel’stam chiamava ‘la curva del timone’, mi sembrano una condizione necessaria per ogni nuova tappa. Il movimento nello spazio della poesia, per definizione non è lineare, ci si sposta per salti, come capita. Senza aver subito cambiamenti non si arriva ad alcuno scopo: in un punto sconosciuto e inaspettato della carta geografica, nella sua macchia bianca, nel campo di nuove e ancora non descritte possibilità. Negli ultimi anni, però, la composizione stessa dell’aria nella quale vivo è cambiata, tanto da non essere più riconoscibile.

“E qui devo parlare non più della natura del verso, ma della costruzione del mondo moderno, della realtà sociale della Russia di oggi, di come la poesia debba essere ancora una volta uno strumento di diagnostica sociale, svolgere una funzione di terapeuta, di sciamano o di maestro, in una società che si è allontanata dal contesto mondiale e non cerca assolutamente di ritornarci.

“In una situazione in cui la prosa copia in maniera autistica gli autori classici, mentre il giornalismo è stato praticamente soppiantato dall’entertainment, la poesia appare come il modo più incisivo ed efficace per reagire a quello che avviene in Russia e nel mondo. Si fa carico di quei problemi che tradizionalmente sono risolti con gli strumenti della prosa (Fëdor Svarovskij), lavora secondo un ordine del giorno politico (Elena Fanajlova, Kirill Medvedev), supera e dilata le proprie frontiere. Io direi che la poesia è ciò che di più interessante vi è oggi nella letteratura russa. E naturalmente di più moderno”.

Finora hai pubblicato sette libri di versi, l’anno scorso sei stata qualche mese in Italia, grazie alla borsa di studio della Fondazione Josif Brodskij. Quest’anno, inoltre, hai ricevuto il Premio LericiPea Mosca per la poesia 2011. Ti ritieni soddisfatta? 

“Sarebbe davvero strano non esserlo. Certamente è stato per me un regalo enorme. E non ultimo perché, come la poesia russa in generale, anch’io ho un rapporto particolare con l’Italia. Per diversi secoli la malinconica nostalgia, come la definiva Mandel’stam, e la grande quantità di testi geniali, scritti dai migliori poeti russi sull’Italia (alcuni di loro addirittura non la videro mai, come Puskin), le riservarono un posto particolare, qualcosa come i Campi Elisi o il Paradiso terrestre.”

“La poesia russa, cioè, è pervasa per natura da un’italofilia. Però la nostra rappresentazione della vita locale è falsata da una certa inerzia, che occorre correggere in continuazione, tenendo in considerazione i tempi attuali: l’Italia di Berlusconi, la cui realtà coincide in molte cose con la realtà della Russia di Putin. Ma si tratta qui di un caso particolare, quando tutto appare rilevante: sia le affinità sia le divergenze – le une e le altre rappresentano, comunque, uno spazio per le varie interpretazioni, per una discussione, per sforzarsi di capire, per un libero incontro di culture. Per questo la possibilità che ho avuto di vivere in Italia qualche mese, e ora di essere letta in italiano, per me significa davvero molto.

“Posso affermare di essere soddisfatta, sì. Benché (come accade per ognuno di noi) ci sarebbero talmente tanti motivi per non amarmi, che per rimanere soddisfatti dal giudizio non rimane né il tempo né la forza spirituale”.

Qual è il tuo rapporto con la città di Roma?

“Io amo molto Roma. Nel corso di vari anni vi sono tornata e vi torno spesso. Posso dire, senza alcuna forzatura, che provo una sorta di dipendenza fisica. Questa città ha corrisposto così esattamente alla mia rappresentazione della felicità, che mi è sempre difficile spiegare come si sia formata (come se parlassi della mia famiglia o di un libro che non ho ancora scritto).

“È questa una sensazione di effettiva esattezza di quello che accade, del tutto indipendente da ciò che si svolge realmente davanti ai tuoi occhi. Perché contemporaneamente vedi un’altra cosa, e anch’essa è degna di nota: la quantità di luce e la qualità del colore; la foschia grigio-azzurra, terracotta, ruggine, che colora l’aria; il polline impalpabile che costringe i turisti a sfiorare con le mani i muri, i parapetti, le vasche delle fontane e i tronchi dei platani, come a volersi fondere con l’ambiente cittadino o almeno a imbrattarsi di polline o imbellettarsi con il colore della città. E tuttavia, questa città per chi viene da fuori è più un enigma che una delizia, come ha scritto Goethe un tempo: ‘Quanto più devo negare me stesso, tanto più mi rallegro’. Roma per me è un qualcosa di simile a un’enorme scuola, è la possibilità di cominciare (o almeno di vedere) tutto in modo nuovo, è il pretesto per ricaricare l’anima e il cuore.

A cura di Daniela Liberti

5

 

Poesie di Marjia Stepanova

Come una giovane profuga
Mi sollazzo con l’acqua corrente,

Con la schiuma di logori bagni,

Dolcemente ululando,
Mi concedo allo spiffero
Dei gomiti e delle ginocchia dell’isola.

E dieci – sulle mattonelle – azzurre, come fiamma –

Splendenti unghie dei piedi!

Il sole si inclina più in basso
Sotto la rossa cortina.
Le guance chiazzate di luce,
La bocca sporca di marmellata.
I bianchi, piccoli denti di luccio,
E la crescita sotto ghiaccio del corpo.

Nella vestaglia di fustagno

Nel misero involucro del letto

Io, io ti ricorderò.

Come ogni asciugamano grande.

Come ogni piccola unghia colorata.

 

Due orecchini, tesoro delle orecchie –

Carte di due emisferi celesti,
Due – fioriti e merlettati.
In ogni metà una rosa scarlatta,

Come l’ombelico nella finestra del bikini.

Circondati dal bordo marino.

Se li attaccassero – si otterrebbe un globo,

Sul quale, felice, poter morire.
Così, ancora viva, salgo sull’autobus:
Ad ogni orecchio – una metà del paradiso.

Da I gemelli

 

Buio negli occhi, secchezza nella bocca,
Dietro le orecchie scintille e nella polvere le dita,

Ecco che a me come anche agli altri accade
O forse è qualcosa d’altro.

Me ne sto a pensare guardando dall’alto
Della Collina dei Passeri l’oggetto dei pensieri-

Nella foglia del tiglio e nelle ciminiere
C’è respiro? O non c’è?

Faccio un passo, recito un giuramento,

Lo ripeto per non dimenticarlo,
E lascio la collina: dietro la guancia

Nuove lettere.

 

Bianche, più bianche, errano per il cielo

Le lancette orarie del proiettore notturno,

Frugano qua e là e avvertono qualcosa,

Sembra che l’ora sia arrivata.

A Zarigrad la messa da poco è terminata,

A Costantinopoli ne cominciano un’altra,

La luce del sabato emana da entrambe
E chissà da dove altro ancora.

Il Mar Nero è ora più vicino,
La via Tverskaja di Primorskoe ha preso il nome.

Il caffè Pu&kin è rimasto tale e quale,
E noi lungo la riva ce ne andiamo.

Ogni mattina prima e dopo l’alta marea.
Ogni giorno presso i banchi del supermercato.

Ogni sera al triste canto di un’armonica

Mosca e i moscoviti.

Felici come lo sono le bianche betulle,

E sui loro rami da ciò nascono rime,

Scure come essenza, ubriache fradice

Ma questo più tardi.

 

 

Aspetterai, come cambierà il tempo.

Starai in attesa all’ormeggio.
Rimirerai come le torri colorate
Il Cremlino lava presso i ponti di pietra,

Guarderai come intorno all’ippodromo

I trottatori tirano i calessi,

Berrai il tè, scacciando con un sibilo
il passero dai biscotti alla mandorla,

Inserirai la mano nell’indovino automatico,

E ne uscirà completamente intatta.
Basta, mi sembra, per la grave inquietudine,

Distribuita tra tutte le viscere:
Le continue allusioni a qualcosa
Non finiscono in nulla di assoluto.

 

 

Alt! Sta arrivando qualcuno – mi fermo e dimentico:

Chi viene viene- sarà un esempio da imitare:
Ora il suo incedere è leggero come una barca,
Con una stretta cesura di sobrietà.

Ora è insicuro come un cappello,
Che gira da un lato all’altro perdendo l’equilibrio,

Con un’umida consonanza sulla gota dell’ingresso,

con una scarpa caduta nella tromba delle scale.

Ora l’andatura è fugace come i cerini,

Ora è pesante, come la coscienza –,

Con passi lenti, riflettendo su ognuno,

E ogni due appianando.

Di notte contare i passi perduti,
Di giorno orchestrare al vento la chioma del tiglio –

Battere il tempo, evidenziare del ritmo le figure,

Bevendo le vocali!

 

 

Contro la lirica, da quella parte

Del golfo piattamente disteso,
C’è nelle tenebre una riva invisibile,

Ed è là che io starò in agguato!

Con gli occhi attenti e vigili,
Di chi guida la fanteria marina,

Cerco il movimento, leggo la secca,

Dispongo le mitragliatrici.

Come conosco al centimetro,
la carta dettagliata di questi luoghi!

Foto aeree, dati segreti,
E dei viaggiatori i racconti.

Questa africa sarà nostra!
Ma ne ricordo un’altra- natia,
Con un caldo respiro e giganteschi

Oggetti appena creati.

 

 

Non cambierò ciò che già cambia,
In ciò che non cerca di cambiare,

Appesa, come un lenzuolo in lavanderia,

All’ombra del padrone-padrona.

Vergogna a te, che ti rassetti i capelli!

Non sei ancora stanco di preoccuparti,

Se gli occhi e le labbra sono a posto,

O di tenerti le guance con le mani?

Ma l’albero, quello sì,
L’amato albero, quale sarà il nome,

Per tutto l’autunno – ormai ingiallito,

Ha brillato alla finestra come un lume.

Com’è possibile che ti abbiano tagliato?

Come perdonarti quest’addio?
Quale ciocco abbracciare,
Quale scheggia accarezzare?

Quale ramo scegliere tra i rifiuti?

 

 

 

Come Danae bocconi nella stanza-cella
Ode la pioggia cadere, il calpestìo, i suoni e i tintinnii,

Mentre con voluttà socchiude gli occhi (invano: non bisogna

Mancare la visita dell’oro).

Nella calda notte ascolta! Ecco che a ovest
Cigolano i cardini delle porte, la neve entra in bocca,

E tristemente sul ghiaccio come fosse sabbia

Arrancano i deportati coi carri.

Silenzio? Silenzio. Non c’è nessuno, nessuno.

L’uomo-immagine si mette a letto, come tutti,

Simile a un cumulo nomade o a un poroso pennuto

Negando così l’evoluzione.

L’ Io-donna in me, vorrebbe dormire,

Ha nostalgia di noi, ricoperti in un’ora

Di canizie, squame e piume di gallina,

E ingoia le lacrime.

 

 

Sottopassaggi dei giorni infiniti.
Il cammino è lungo, ma una cosa ci ispira:

Persino i giovani ricordano bene
Il nostro andare nel corridoio aereo.

Era così: a destra e a sinistra
Due pareti d’acqua levigate-
In alto e a strapiombo, come orizzonti.

E silenziosa la cavalleria ci raggiunge.

Da Felicità

 

 

 

Alcune situazioni

(versi sulla federa)

Io scrivo queste righe, distesa.
Avvolta in un caldo plaid. Nel letto buio.

In négligé e con la crema sul viso.

Io scrivo queste righe, guardando
Non al di fuori, ma nel cortile del quaderno,

Non all’interno, dove tutto è ostentazione.

Equipaggiate, pulsanti,
Lungo i marciapiedi vuoti
Sfilano le divisioni del cervello,
Ma qui, retrospettiva dello sguardo

Passa un’asse invisibile
Dove inspiro respiro, come un canto.

Voi, dalla testa ai piedi,
Ciocche, vertebre, membrane,
Tutti posti dove ho ancheggiato,
Tutti angoli dove ho giocato a nascondino,

Ottenendo sempre ciò che volevo,
Giovane sgualdrina, ruffiana col mio corpo.

Venite dunque, solitari:
Il naso nel cuscino, gli occhi ammiccanti,

Gambe divaricate, le mani sui fianchi.
Nella grotta del palato, i denti, come gregge.

La fronte pallida. E le labbra oscene.

Tirelle. Piccole stazioni. Tube.

Io racchiusa come un pugno
Corpo addormentato di un GULAG notturno.

 

 

Io narro di qualsiasi orfanilità,

Vendetta, frenesia, follia.

Di debolezza, dolcezza e vanità,
Della calura e del ghiaccio non perenne.

Ma quando di Rolando risuonò il corno

E l’eco si diffuse per le valli e per i tetti

Echeggiò un oh conosciuto di risposta

A quale dare dunque l’ultimo respiro?

… Per ora dormiamo, come fratello e fratello, in cerchio,

Come un sarcofago, dove riposano mano nella mano.

Riposano sotto la collina tra cespugli e mandrie.

Riposano con un sorriso etrusco sulle labbra –

Amore è così piccolo, sembra un cane maltese,

Dorme anche lui, disteso come un nastro.

Quando poi saremo desti e coscienti

Daremo forma a un giano bifronte

Sul poligono sperimentale,
E più avanti – nell’ultimo tratto –,

Amore si allarga, come una piazza,

Guerra e fame,

E alla radio l’aria dei pagliacci

Aumenta di volume.

Da Fisiologia e piccola storia

 

 

3 Luglio 2004
(in visita al cimitero nel giorno del tuo compleanno)

Sono qui che scarto
Due o tre foto patinate,
Un pacchetto di sigarette italiche,
Dei fumetti porno dal loro cellophane,

Il tenero involucro del cervello,
Sotto cui una sorgente grigio fumo,
Si cela pulsante come
origine di un qualcosa di incerto.

Il cimitero galleggia sull’acqua

Dolce impastato nei mattoni.

Rapidi come insetti di laguna

Vanno e vengono i vaporetti.

Un giovane cipresso,

Adunco d’aspetto per natura,

Getta una timida ombra
A condividerla con ombre altrui.

Là in Russia, nel giorno dei morti,

E nel sabato di preghiera,
Sotto un’esile pioggia riuniti

Presso le care tombe,

Mettono ceri, spezzettano pane,

I gusci a formare cumuli,
Cosa, che come è noto,
Il defunto non amava affatto.

E cadono i gusci colorati

Come tessere di mosaico.

 

Il bicchiere di rito colmo
Di pura acqua cristallina.
E attraverso i molti che sono là,
Si intravedono i tanti che erano là;

Con ai piedi cucite un paio d’ali,

E in qualche caso sulla schiena.

… Mentre qui, dietro il muro di pietra

Nella grave luce solare,
Le tortore fanno il verso,
E un albatro rinnova il suo lamento.

Tra la fila di tombe lungo il viale

Che siano di greci o luterani,

A stento potrai trovare

Qualche anima viva.

Mentre qui, dov’è polvere e muschio

E azzurro pompeiano,
Un serto di fiori di ceramica
Ricorda un bocciolo di rosa,

Un bicchierino di vodka nell’erba rada,

Un cumulo di monete di rame
A memento: promessa certa
Di un sicuro ritorno.

Qui nulla è come avrebbe voluto chi

Volle giacere in questo luogo.
Qui nulla è come avrei voluto fosse là,

Dove vorrei giacere,

e tuttavia un sentimento evidente di una ragione

                                                                                        altra

ha allungato tempo e spazio, come un tavolo aperto
per la festa.

 

2.

Attori, medici, giovani vedove

Depositano sulla lapide
Biglietti da visita e bigliettini,

Appunti sull’amore e la perfidia,

Dichiarazioni di essere ormai pronti,

Questo davanzale è un amato confine

Al di là del quale non c’è più nulla,

e più ci sarà. Resta una moneta nella bocca.

L’America dov’è morto, l’Europa
Che ha rapito e amato,
E la patria con la mano tesa,
Il viso coperto e il didietro nudo,

Danzano come allegorie della primavera,

Fronti composte nelle antiche pose,

Ma ogni sepolcro è una gengiva aperta

E ogni albero un bordone.

Prendi questo mazzo di penne trasparenti,

Con solo inchiostro di corpi rianimati,

Nell’alternarsi di finzioni e nubi,
Su una sorte che non avevi chiesto:

Rimanere una divinità nel novero dei tanti,

Nei chiaroscuri, nel marmo e nel russare,

Di Vertumno e di Priapo sodale,

Delle lettere anonimo nume.

Sulla laguna, nella piccola isola
Tutta nel palmo di un celeste arcangelo,

Riposi chiuso nel dolce di mattoni,
Sul marmo incisa solo qualche riga

Dove le cifre sovrastano i caratteri
E vincono la lotta con la lingua,
Che come la mia vista ora s’appanna,

Ma che tu hai terso.

Da Versi e prosa in volume unico

 

Traduzione di Daniela Liberti

Ripubblicato da Poesia n. 261 Giugno 2011 per gentile concessione degli editori.

Foto in evidenza di Melina Piccolo

Riguardo il macchinista

Pina Piccolo

Pina Piccolo, la macchinista-madre, è una scrittrice e promotrice culturale calabro-californiana. Si imbarca in questa nuova avventura legata alla letteratura spinta dall'urgenza dei tempi, dalla necessità di affrontare la complessità del mondo, cose in cui la letteratura può dare una mano. Per farsi un'idea dei suoi interessi e della sua scrittura vedere il suo blog personale http://www.pinapiccolosblog.com

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