Intervista con “Negro”: chiacchiere con Francesco Ohazuruike (Reginaldo Cerolini)

IMG_6784

 

L’8 aprile di quest’anno (2018) è una calda giornata di sole mentre, col treno mi avvio nelle zone di Ceriano per incontrare Francesco Ohazuruike, autore del tempestivo libro “Negro”. Ha risposto da pochi giorni alla mia richiesta di fargli un’intervista, con una cordialità che non ha mancato di sorprendermi per la sua spontaneità ed immediatezza. Temevo infatti, come spesso accade a chi di colpo diviene noto, che potesse essere più complicato.

Alla fermata del treno, dato il mio increscioso ritardo, lo trovo già seduto sulla panchina della stazione. Indossa dei pantaloni eleganti ma casual, un maglione giallo e sotto la camicia. Mi saluta con una mano imperiosa e felice mentre si alza in piedi. È un uomo alto, sorridente e bello. Colpisce anche la possanza del suo corpo, su cui certo sono rimaste le tracce del gioco professionale di rugby. Mi è difficile non pensare al paragone con l’attore Paul Robeson.

In macchina, poiché abita in una zona periferica a pochi chilometri dalla stazione, iniziamo subito a parlare a lungo. È lui a farmi molte domande ed io a rispondere alla sua genuina curiosità. Ha nella voce una lieve incertezza data dalla modulazione delle “s” e dalla “r” moscia che tradisce forse un’antica timidezza.

Arriviamo in una zona di campi, un isolato quartiere medio borghese, che riposa gli occhi e sembra riuscire a raccontare il silenzio padano con una eco di nostalgia agreste, anche se in fondo già si vede il nascere di una tangenziale o autostrada che pare voler turbare questa calma. La sua è l’ultima delle case a schiera, proprio quella che daà sull’angolo e si affaccia sull’immenso campo.

Sua figlia Ambra (la grande) lo accoglie con un assalto di gioia e subito confessa che nel gioco devono aver perso il pallone. Da dentro la casa la moglie Maria Paola, dall’aspetto giovane con il piccolo Samuele in braccio dice ad Ambra di non disturbarci e sorridendo ci invita ad entrare. Leggo nel suo volto un indulgente senso di protezione verso il marito e capisco che forse è dovuto alla mia intervista. Chissà. In ogni modo è molto accogliente.

È un quadro di famiglia che io conosco bene: una coppia mista. Anche se l’ho già visto molte volte in Brasile, in Francia, in Inghilterra, in Germania, in America, vederlo in Italia mi dà un senso di casa e di calore che non avrei mai immaginato.

Seduti attorno a un tavolo di cristallo, guardo Francesco, che ora sembra un po’ più teso, e mentre, per distrarlo, gli domando cosa abbia mangiato a pranzo e come si pronunci Ohazuruike incominciamo l’intervista.

 

Reginaldo: Può presentarsi?                                                                                                                                     

Francesco Mi chiamo Francesco Ohazuruike, ho 35 anni, sono nato a Catania dove ho fatto gli studi, mi sono trasferito a Torino per l’Università dove ho conseguito la laurea in Ingegneria Chimica e vivo qui in Lombardia da circa 8 anni. Dopo la Laurea ho fatto esperienze lavorative in varie città. Vivo qui a Ceriano-Laghetto per via del lavoro. In particolare in questa zona perché ci piace tanto stare nel verde, c’è poco traffico e i miei figli posso stare fuori senza troppo controllo.

R.C: Come è nata l’idea del suo libro “Negro”

F.O.: L’idea è stata sviluppata nel tempo, perché da tempo avevo degli appunti sulla mia vita. Contemporaneamente avevo conosciuto, già da 2 anni, Grippa perché fa parte del mio gruppo religioso ed è diventato coautore perché, parlandogli dei miei appunti, ma non essendo io scrittore di professione, mi ha da subito proposto di aiutarmi a sviluppare l’idea. In realtà il libro era molto più lungo, però dandogli una forma è diventato il libro che è oggi in stampa.

R.C: Di che gruppo religioso si tratta, quello dove lei e il signor Grippa vi siete conosciuti?

F.O.: È un gruppo religioso, dove alcune famiglie una volta al mese si incontrano per parlare insieme di alcuni temi della Bibbia, che poi ogni famiglia approfondisce con meditazioni autonome prima di un momento in cui si dialoga tutti sulle proprie riflessioni.

R.C: Si tratta di un gruppo cristiano di confessione cattolica o altro? 

F.O.: Di base è cristiano-cattolico, ma non è aperto solo alle famiglie ma anche a coppie. Si chiama Cena-Condivisa ed ogni nucleo porta qualcosa di cucinato a casa che poi viene insieme condiviso in una cena comunitaria, mentre i bambini giocano.

R.C:  Come mai, essendo lei italiano, il suo libro ha avuto la necessità di altri due coautori?

F.O.: In realtà perché Onnis è il migliore amico di Grippa. Grippa mi aveva già detto che loro due collaborano sempre, quindi se mi fosse interessato sarebbe stato comunque un lavoro a 6 mani. Infatti ho apprezzato l’interesse. Onnis scrive sostanzialmente testi scolastici sulla storia, invece Grippa è proprio uno scrittore.

R.C:  Sì, so infatti che sono autori di libri di successo, editorialmente famosi.

F.O.: Io invece solo per i libri scolastici (ride), e solo dopo ho scoperto che Grippa fa incontri e testi sulla Bibbia, ma anche altro.

R.C: Quest’esigenza di comunicare e parlare dei suoi appunti, ancor prima di immaginare di farne un libro, è stata una coincidenza storica o si tratta di un caso?

F.O.: Per me non si tratta di una coincidenza storica, perché io mi porto la mia storia dentro da quando sono nato. Per esempio nel libro, partendo dal momento in cui giocavo a rugby o della scena durante il  servizio di leva, sembra che nella mia vita prima dei sedici anni non fosse successo niente, ma prima di questi episodi ho avuto delle esperienze che poi col tempo sono passate o quantomeno non ci ho più pensato.

R.C: Perché non erano particolari?!

F.O.: No, lo erano quando avevo 14, 16 anni ma adesso che sono più grande non li vedo più come quegli eventi che ricordo… sì, sono successi, sono ricordi, pazienza … mi riferisco a quando ero piccolo in Sicilia, si tratta di frasi o stupidaggini che si dicono tra ragazzi … . Per esempio a me capitava di venire offeso per il colore della mia pelle, ma allo stesso modo avrebbero potuto farlo con un altro perché era più grassottello.

R.C: Non era una circostanza a cui dare troppo peso. 

F.O.: Esatto.

R.C: Sa già come viene accolto dal pubblico il suo libro?

F.O.: Spero bene, ma non ho i dati ufficiali, lo si saprà solo a fine anno.

R.C:  Invece per quanto riguarda l’accoglienza da parte di famigliari, amici, o utenti della sua pagina Facebook?

F.O.: Mi hanno scritto varie persone. Alcune hanno apprezzato il libro dicendomi che sarebbe bene usarlo nelle scuole come libro di Educazione Civica, qualcuno mi ha scritto per dirmi che è bello e che sposa l’idea del mio libro, invece qualcun altro mi ha scritto semplicemente insulti. Curiosamente si tratta di persone che non hanno nemmeno letto il libro, ma si sono sentite infastidite dal ragazzo nero che si identifica come italiano e così mi hanno scritto “Tornatene al tuo paese”, anche se io nel libro scrivo che non ho altro paese che l’Italia essendo nato qui. Mi scrivono persino che avrei rubato il lavoro (ride) come tanti ‘negri’ altri. Hanno tratto le loro conclusioni solo dalle immagini della copertina o vedendomi alle trasmissioni televisive.

R.C: Si tratta forse dei famosi haters

F.O.: Non so. La verità è che per adesso non ho ancora ricevuto insulti da ragazzi, ma ne ho ricevuti invece da signori di 45 o 60 anni. Forse i ragazzi sono più intelligenti di quelli che hanno l’età per essere i loro genitori.

R.C: O forse leggono anche meno, perché si interessano meno ai libri.  

F.O.: Sì,  è vero.

R.C: Cosa significa per lei oggi essere un italiano negro? 

F.O.: Significa tutto e niente. Prima di tutto se si tratta di una questione di nazionalità non importa tanto quello che senti tu, ma invece importa il modo in cui le persone intorno a te ti identificano e/o ti riconoscono. Fin tanto che molte persone non ti identificano o si pongono il dubbio che io possa essere italiano vuol dire sempre che c’è qualcosa che manca. Forse perché sono italiano, ma io non lo vivo più come un problema. Sono una persona normale, indipendentemente dalla nazionalità e onestamente non mi pongo mai la domanda “Sono Italiano?”.

R.C: Io glielo domando proprio perché è un momento storico in cui viene negata umanità a questa molteplice identità. Io stesso considero l’essere negro e brasiliano come un puro fatto descrittivo, però avverto in questo particolare momento caustico di doverlo affermare perché per me è importante che non sia denigrato umanamente uno straniero, un negro o uno che non essendo caucasico si trova delegittimato come cittadino italiano. La domanda è dunque se ha sentito anche lei quest’esigenza? 

F.O.: In questo momento no. Ma semplicemente perché la mia vita mi porta ad entrare in contatto con poche persone. Passo gran parte del tempo al lavoro, e poi con la mia famiglia, questo vale anche per il tempo libero. Anche in un contesto esterno mi circondo, generalmente, di amici. Non riesco quindi a capire se sia nella mia pelle la forte discriminazione. Quando ero più giovane me ne rendevo più conto perché magari uscivo di più, ero più a contatto con la gente, andavo nei locali e fuori, e infatti era diverso. Potrei fare un esperimento e penso che le sensazioni sarebbero le stesse di tempo fa dove, vedevo non dico il disprezzo, però la paura e il timore del diverso, che etnicamente non rispetta l’idea dell’italiano.

R.C: Mi interessa molto l’immaginario che un italiano o un europeo può avere nei confronti della diversità. L’immagine che lei dà col suo libro è certamente quella di un italiano negro ben riuscito nella vita, o quantomeno atipico rispetto a tanti altri. Ovvero, lavoratore, un matrimonio inter-etnico, un tono critico ma moderato, e la religiosità cattolica. Si tratta di aspetti positivi, ma quest’immagine che le si crea addosso le pesa o no? 

F.O.: In che senso?

R.C: Intendo che uno possa classificarla solo in questo modo, con questi filtri. 

 F.O.:  Io non volevo dare, nel libro, l’idea che il mio stile di vita fosse quello vincente, il matrimonio, la laurea, il lavoro. Secondo me una persona deve essere brava indipendentemente dalla religione. Per esempio un immigrato musulmano deve essere una brava persona indipendentemente dalla sua religione, lo stesso vale per un ebreo o un induista. Io sono cattolico perché è andata così. Lo stesso vale per una persona che fa un matrimonio con una cultura diversa dalla sua. Quindi raccontando della mia vita non volevo farne un caso speciale, perché io parlo solo della mia storia. In ogni modo conosco ragazzi musulmani che sono anche italiani ma non hanno visto leggendo il mio libro una discriminazione di tipo religioso, anche se è vero che non si va a sbandierare il proprio culto. Eppure anche queste persone con le loro storie hanno subito discriminazioni per il colore della loro pelle.

R.C: È generalmente difficile una relazione inter-etnica?  

F.O.: Direi di no. Anche se è difficile dire sì o no. Io dico di no perché comunque mia moglie è caucasica (ride) volendo usare una parola scientifica. “Sono mai stato rifiutato per il colore della pelle?”, “Sì!” ma, non me ne sono mai fatto un problema nella vita. Non ti piaccio perché sono nero (ride) va bene lo stesso. Quindi sì, ma dipende dall’intelligenza delle persone.

R.C: Può esserci una conflittualità sul modo di vedere la vita? 

F.O.: Quello sì. Lo vedo anche con mia moglie, perché comunque il modo di vedere la vita dipende tanto dal proprio vissuto. Io che ho avuto esperienze su come venivo visto dagli altri, il primo discorso che le feci è “Guarda che ci sono diverse persone che mi guardano male”, e lei mi rispose che non era possibile dal momento che viviamo nel 2000, non credeva che ciò potesse essere per la mia pelle, fatto sta che non mi credette. Poi quando incominciammo a frequentarci lei si rese conto che effettivamente accadeva. Qua si vede come la mia visione del mondo era completamente diversa dalla sua perché, lei è di mente aperta e la discriminazione non è nella sua testa, però è nella mente di altri. Lei non vedeva quello che io vedevo.

R.C: Non ha davvero voglia di visitare la Nigeria? 

F.O.: (ride) In verità anche nel libro dico che non ci sono mai stato. Lo dico con rammarico perché quando dovevo andare grazie ai miei genitori, per un motivo o l’altro non ci sono andato e di quattro figli sono l’unico. La cosa è passata negli anni in modo quasi indifferente, ma negli ultimi cinque anni sento quasi questa specie di richiamo. Anche mio padre mi ripete spesso, “Vorrei che tu vedessi da dove arrivo”. Ora cerco di spronare i miei genitori ad andare assieme perché comunque per me è difficile andare in Nigeria a fare il turista, anche avendo là i parenti, non posso arrivare lì da solo. È stato difficile trovare un momento ideale per me e i miei genitori. Si aggiunge poi il fatto che negli ultimi 5 anni ho avuto anche due figli. In ogni modo l’idea è di andare il prossimo inverno e mi emoziona molto.

R.C: L’idea anche di riavvicinarsi a dei suoi famigliari lontani? 

F.O.: Sì, ho infatti conosciuto mia nonna 10 anni fa quando venne in Italia a farsi operare di cataratta. È stato emozionate vedere la sua somiglianza con mio padre, le mani uguali e riconoscerla.

R.C: Ci sono stati altri modo attraverso cui ha potuto conoscere la Nigeria? 

F.O.: Ho degli amici nigeriani, ma la conosco anche attraverso il cibo. Mia madre è una cuoca perfetta  e ci ha sempre fatto provare i piatti di tradizione nigeriana, attraverso odori e sapori ma anche con delle modifiche di ingredienti. In ultimo, anche attraverso il racconto del vissuto dei miei genitori ho avuto modo di conoscere la Nigeria. Se chiudo gli occhi riesco quasi a immaginare i posti di cui mi hanno parlato.

R.C: I suoi genitori hanno l’idea di tornare forse la un giorno? 

F.O.: Più mio padre che mia madre; lei dice sempre “Boh, starò dove staranno i miei figli”. A mio padre con l’arrivo dell’età del pensionamento piacerebbe tornare dove ha vissuto i primi trent’anni della sua vita.

R.C: Rispetto ai fatti dell’ultimo anno che coinvolgono negri meticci e migranti, cosa prova? 

F.O.: Quando vedo le immagini, mi sento profondamente toccato. Mi sento toccato a livello umano perché si tratta di persone, e anche il colore della pelle incide. Li considero come La Nuova Tratta Degli Schiavi. Sono semplicemente le vittime dei posti da cui scappano e poi le vittime dei luoghi in cui arriveranno. È una cosa che mi dà dispiacere perché mi immedesimo in loro. Cosa che forse molti non fanno. La capacità di immedesimazione per esempio sarebbe servita nei fatti recenti di Macerata. Poche persone sono state in grado di immedesimarsi nelle persone ferite, come poche persone si identificano con le persone che arrivano sui barconi. Questo non vuol dire che bisogna necessariamente farsi muovere dalla pietà, ma quantomeno capire che ci sono delle persone che soffrono. Quello che mi chiedo io è,  “Se non fossero africani e fossero sudamericani o asiatici, cambierebbe qualcosa?”

R.C: È una buona domanda.  Rispetto invece alle esperienze di disprezzo o di paura, che ha ricevuto sulla propria pelle, prova mai rabbia? 

F.O.: In questo momento no. La verità è che avvertivo dentro di me il senso di rabbia quando ero giovane. Dopo un po’ quando vedi che le cose non cambiano ci si abitua a tutto. Non lo dico con rassegnazione ma è la verità. Io sono nato qui e mi sono abituato ad accettare la situazione anche se non la capivo. Ad un certo punto è entrato quasi dentro di me la realtà e mi sembra quasi normale che inizialmente ci sia qualcuno che mi guardi con sospetto all’inizio. Oramai sul primo sguardo sospettoso ci vado anche oltre. Mi arrabbio tanto quando mi capita – anche se non di recente – per esempio di essere con mia moglie per strada a chiedere un’informazione parlando in italiano e rispondendo in italiano, che, senza rivolgersi a me, chiedano a mia moglie: “Ma lo capisce l’italiano?”. In questi casi mi arrabbio. Si tratta infatti di persone che oltre al pregiudizio mi trattano come se ci fosse solo una voce ed io non esistessi affatto. Se vivessi con rabbia però sarei io stesso a ferirmi e vado oltre. Per tutto quello che succede cerco di darmi un tono ironico.

R.C: Si riesce sempre? 

F.O.: No. A volte è difficile ma bisogna farlo proprio per vivere sereni.

R.C: Come italiano nero sente che lo stato italiano, in questo momento, difenda la sua particolare condizione? 

F.O.: Mi è capitato personalmente, in tribunale ad esempio o con la polizia, che i trattamenti ricevuti siano tutti uguali. D’altra parte mi è capitato, in Sicilia, che ci fossero due persone sullo scooter senza casco che passavano davanti alla polizia senza essere fermati, lo stesso non accadeva a me che passavo in macchina, rispettando le regole, con la cintura allacciata: io venivo fermato. Chi rappresentava la legge ha visto in me qualcosa di diverso. Queste sono le due contrapposizioni. Oppure nel periodo universitario passavo nell’area dove era il passaggio dei migranti e in quei casi ero, fra i miei compagni, l’unica persona a cui venivano chiesto di mostrare i documenti. (ride)  

R.C: (rido) Insomma un trattamento diverso …. Senta, nella sua formazione ci sono stati negri italiani che l’hanno segnata come modello? 

F.O.: Fino a 17 anni le uniche persone che conoscevo nere erano la mia famiglia, un cugino di Brescia e qualche amico dei miei genitori. Loro sono sempre stati fieri delle origini africane, di conseguenze lo sono stato anch’io. In ogni modo quando ero piccolo mi chiedevo infatti perché fossi l’unico nero, mi sembrava quasi una colpa, malgrado i miei genitori fossero fieri. Da piccolo c’era in me l’esigenza di essere somaticamente uguale agli altri. A Torino, invece, conobbi altri ragazzi del Congo, Zaire, Nigeria, Camerun, insomma il mondo a colori e l’orgoglio di avere le origini africane è emerso in maniera ancora più forte. Da allora non ho mai avuto vergogna di essere nero.

R.C: Esistono nella moda, nella musica, nello spettacolo, nello sport, nella cultura persone che la inorgogliscono? 

F.O.: Come attore Denzel Washington, come politico sarebbe scontato dire Barack Obama (ride) ma c’è stato e c’è quindi lo dico. Nella musica un cantante che ascoltava sempre mio padre, Fela Anikulapo Kuti, ascoltavo le sue canzoni dal momento che era anche un battagliero. Poi mi piace la musica rap, ma anche se fanno bella musica hanno dei comportamenti che sarebbe meglio non replicare. A me piace molto Jay-Z, ma onestamente non approfondisco mai le caratteristiche personali di questi artisti.

R.C: Che parte ha nella sua vita la fede? 

F.O.: Domanda impegnativa. Io penso che, qualsiasi culto, quindi non necessariamente solo nella religione cattolica, siano uguali in quanto dicono cose giuste che poi le persone percepiscono o interpretano in modo errato: sono gli uomini. Li strumentalizzano per giustificare le proprie azioni. Tutti abbiamo necessità di credere in qualcosa, soprattutto nei momenti di sconforto. Io sono una persona credente, credo che Dio possa aiutare me e la mia famiglia per superare i nostri momenti di difficoltà e per farci stare assieme. Io sono nato in un paese cattolico. Mia madre è protestante, mio padre cattolico. Entrambi credono, essendo cristiani in un modo diverso, senza problemi a casa. Con questi esempi per me è importante credere in qualcosa, scegliendo il culto del paese in cui vivi anche se oggi c’è più scelta e va bene così. Tutte le religioni professano l’amore.

R.C: Qual è l’Italia che vede per i suoi figli? 

F.O.: Spero migliore di quella che c’è adesso, però questo è solo un mio auspicio. Se guardo le basi che stiamo mettendo, devo dire che tra 20 anni ci ritroveremo con gli stessi problemi se non peggio.

R.C:  La ringrazio molto.

 

Quando finisce l’intervista il piccolo Samuele, seguito dalla madre sorridente e premurosa, irrompe nella stanza. Noi ci rilassiamo. Mi domandano se voglio restare a cena. Sono quasi tentato sperando che sia avanzato un po’ del sugo di ravioli alla Cernia, che hanno mangiato a pranzo ma invece devo riprendere la strada di casa. Sentendo che il pallone di Samuele non è stato ancora trovato decido di prendere qualche secondo nel giardino curato e dopo un poco di insistenza cocciuta lo trovo sotto delle siepi nascosto. Volevo trovarlo! Lo do a Samuele con trionfo e solennità, lui mi studia attento come solo i bambini sanno fare, mentre i genitori ed Ambra ci guardano. Io lo guardo in silenzio lasciando che il suo tempo per conoscermi e permettermi di essere parte del suo gioco si dilati come i raggi del sole che sta scendendo e rende quel momento un unico intenso arancione.

Ho davanti a me una famiglia. Questa famiglia è nata da un sentimento d’amore. Questa famiglia esprime nei toni dei colori e nella varietà delle forme la storia di due continenti, e mi sembra bello che sia una famiglia di un negro ed una bianca. Penso al negro ed alla bianca, scordati da tutti, nel film “Miracolo a Milano”. Ad un certo punto mi domando come si possa proteggerli dall’aridità dell’ignoranza e garantire loro la stessa dignità e bellezza a cui molti hanno accesso semplicemente nascendo come cittadini di una nazione. Li guardo, mi piace oggi che sia una famiglia mescolata, che sia una famiglia italiana. La mia domanda rimane sospesa nell’aria. Allora Samuele lentamente allungando, con le piccole mani, la palla mi invita a giocare e sorride.

 

Immagine in evidenza: Foto di Teri Allen-Piccolo.

Riguardo il macchinista

Reginaldo Cerolini

Nato in Brasile 1981, Reginaldo Cerolini si trasferisce in Italia (con famiglia italiana) divenendo ‘italico’. Laureato in Antropologia (tesi sull’antropologia razzista italiana), Specializzazione in Antropologia delle Religioni (Cristianesimo e Spiritismo,Vipassena). Ha collaborato per le riviste Luce e Ombra, Religoni e Società, Il Foglio (AiBi), Sagarana, El Ghibli . Fondatore dell’Associazione culturale Bolognese Beija Flor, e Regista dei documentari Una voce da Bologna (2010) e Gregorio delle Moline. Master in Sceneggiatura alla New York Film Academy e produttore teatrale preso il National Black Theatre. Fondatore della CineQuartiere Società di Produzione Cinematografica e Teatrale di cui è (udite, udite) direttore artistico. Ha fatto il traduttore, il lettore per case editrice, il cameriere, scritto un libro comico con pseudonimo, l’aiuto cuoco, conferenziere, il commesso e viaggiato in Africa, Asia, Americhe ed Europa.

Pagina archivio del macchinista