Intervista alla scrittrice marocchina Rashida Al-Ansari Al- Zaki a cura di Mariem Sallami

rashida

MARIEM SALLAMIChi è Rashida Al-Ansari?

RASHIDA AL-ANSARI AL-ZAKI: Lei è una donna di origini marocchine, che ha vissuto presso la famiglia di suo zio, lontana dai suoi genitori. Ha affrontato molte difficoltà, ha sopportato tanta crudeltà da parte del suo “entourage” che l’hanno resa la donna che l’hanno resa la donna che è oggi. Ha vissuto un’infanzia tragica, piena di mancanze e costrizioni che l’hanno portata a vivere con mille dubbi.

 

MS: Come mai ha deciso di vivere in Italia?

RA: Non è stata una mia scelta voluta, ma quasi un obbligo, in quanto mio marito viveva qua, e come ogni viaggio, c’era una forza maggiore che conduceva a queste decisioni.

 

MS: Ha trovato delle difficoltà qui in Italia? Tipo d’integrazione, della lingua etc… Se sì, quali?

RA: D’integrazione no! Considera il fatto che l’immigrazione femminile marocchina è molto recente. Posso anche testimoniare che sono considerata della prima generazione. Sono arrivata negli anni novanta e in quel periodo non girava nemmeno una donna marocchina. Quindi posso affermare che c’erano due gruppi, due tipologie di persone che ho trovato in Italia. Da un lato c’erano quelli che si chiedevano chi fosse la nuova arrivata, chi è questa donna che si sposta tra la città vestita con un abito lungo, la quale parla un’altra lingua. Non a caso trent’anni fa molti italiani non erano consapevoli nemmeno di dove si trovasse il Marocco. Poi dall’altro lato c’era il gruppo che rifiutava totalmente questa novità. Quindi ho approfittato del primo gruppo che era curioso di sapere chi fossi, da dove provenivo, mi hanno aperto le loro porte e mi aiutavano ad apprendere l’italiano, cercando di correggermi anche durante le conversazioni. Qui mi sono sentita molto voluta, soprattutto a Carenno, dove mi hanno aiutata ad affrontare questa immigrazione. E quindi da qui ho cominciato a capire chi è l’Italia. Devo dire che non ho trovato grosse problematiche a convivere piuttosto ho incontrato complessità nell’acquisizione del nuovo idioma.

 

MS: Come mai ha deciso di scrivere questo romanzo?

RA: Come ho già detto più volte, io sono un’amante dei libri e della lettura. Ho sempre sognato di scriverne uno mio finché finalmente mi sono decisa di raccogliere tutti i bagagli pieni delle mie esperienze, far parlare la memoria delle valigie.

 

MS: Come mai ha scelto questo titolo?

RA: La memoria delle valigie, quando senti valigia la colleghi subito al viaggio. Quando ti ho raccontato dei viaggi della mia vita, capisci che dentro c’era qualcosa. Poi i viaggi, le valigie… tutti noi abbiamo una valigia, volendo o nolendo. È la prima cosa che la mamma prepara per affrontare la nascita di un suo figlio. Essa non organizza soltanto i vestiti del nuovo nascituro ma gli offre una valigia dove raccoglierà tutte le esperienze della sua vita. Posso dire che la scelta di questo libro è dovuta al fatto che, mentre lo scrivevo ho scoperto che all’età di 45 anni, sono andata in meno pausa precoce, e di conseguenza per la prima volta dopo essere diventata “donna” è giunto il momento di togliere dalla mia valigia gli assorbenti di scorta. Ho capito che dalle nostre valige siamo costretti a togliere delle cose e metterne delle altre. Quindi è stato questo avvenimento che mi ha illuminata, soprattutto la difficoltà di non accettare questa cosa, di essere consapevole di non poter dare più vita ad un’altra creatura. Per noi, noi siamo la vita, noi diamo vita, quindi non vogliamo mai, anche se sappiamo molto bene che è una cosa decisa fin dalla nascita, accettare di non poter più procreare. Insomma prima mi sentivo ancora donna, in quel momento mi sono fermata e mi sono detta “ecco adesso cominciamo a togliere delle cose, cosa devo tenere e cosa no.” Lì ho cominciato a capire altre cose e ad avere altri sentimenti. Nelle valigie non si può mettere solo la nascita, ma anche la morte, infatti questo lo vediamo nelle prime due protagoniste del libro, che affrontano la morte, la perdita. Quindi in qualche modo sistemiamo nelle nostre valigie la morte, il tradimento, l’amore, il primo fiore, le prime letterine (che sono presenti nel libro) e poi si iniziano a togliere. Ho dato coraggio alle protagoniste del mio romanzo di togliere dalle loro valigie la morte, poiché vorrei ricordare le persone quando erano in vita e non quando sono morte.

 

MS: Come mai ha scelto di scriverlo e pubblicarlo in arabo?

RA: Come ho già detto altronde, gli italiani mi hanno ribadito il fatto che se l’avessi scritto in italiano avrei guadagnato molto. La mia risposta è stata che lo scrivere è come fare l’amore! Fare l’amore deve essere nella lingua di origine, la lingua che hai usato per dire mamma per la prima volta. È l’unica lingua che riesce a farti scrivere. Sappiamo che non è facile scrivere e quindi l’unica forma linguistica che può aiutarti ad esprimerti nel miglior modo è la tua lingua madre. Molto probabilmente adesso parlo bene l’italiano, ma, come vedi, molto spesso alcuni termini li devo cercare e spesso non li trovo, poiché non sono cresciuta qui. Importantissima è l’infanzia per l’acquisizione di un nuovo idioma. Precedentemente ho scritto delle storie marocchine in dialetto, ma attualmente mi sono obbligata ad usare una lingua giusta per le mie altre opere.

 

MS: Quanto tempo ha impiegato per scriverlo?

RA: Come già dichiarato prima, c’ho messo tre anni e mezzo o quasi quattro. Bisogna capire che quando si decide di fare una pazzia per la prima volta serve abbastanza tempo per concludere il tutto.

 

MS: Un giorno vorrebbe tradurlo?

RA: Si si certo, vorrei ma non verrà mai come deve essere perché certe parole sono impossibili da tradurre. Io cerco e sto cercando adesso come fare a tradurlo perché è molto importante per riuscire a trasmettere queste storie contenute al suo interno. So benissimo che è difficile trovare le stesse parole, ma soprattutto non bisogna tradurlo in modo letterale perché poi perde completamente il suo senso. È sufficiente tradurre gli episodi che ci sono dentro, le valigie. Mi rendo conto che probabilmente diventerà un romanzo banale l’importanza delle storie che sono presenti devono essere conosciute.

 

MS: Qual è il messaggio che vorrebbe far arrivare al lettore?

RA: Ci sono davvero tanti, come l’amore che non troviamo più oggi giorno. L’amore tra padre e figlio, quello tra nonna e nipote, l’amore dei bambini, che amano con innocenza, in modo molto più profondo degli adulti. Noi grandi, vediamo spesso questo affetto come un vuoto, ci chiediamo a cosa ci serve, loro invece amano e basta, senza molte domande, senza nessuno scopo, senza niente in cambio. Ci sono, inoltre, altri temi come il coraggio, la forza di due donne che affronteranno un viaggio verso l’Italia e che non sarà un percorso semplice. Insomma ci sono davvero tanti messaggi.

 

MS: Lei si ritiene una persona che ha vissuto l’esilio?

RA: No! L’esilio no! Però se si parla di abbandono sì. Poi comunque dipende cosa intendi con esilio.

 

MS: Infatti la seconda domanda è cos’è l’esilio per lei?

RA: L’esilio per me è l’impossibilità di ritornare indietro per correggere i miei sbagli. Per me questo è importante in quanto la terra non mi dice niente. Non è di certo il Marocco che mi dà quell’abbraccio che io voglio, può darsi che l’Italia mi ha dato molto di più. Mi sento sola anche nella mia terra natale, in quanto la solitudine che ho vissuto lì è molto più immensa di quella che ho vissuto qui. Per me l’esilio è l’esilio dell’anima; è la difficoltà di ritornare indietro e di correggere molte cose. Probabilmente chi ha vissuto un esilio a causa di una guerra è diverso, ma di questo io non posso parlare perché non l’ho vissuto. Posso affermare che una volta ho scelto l’esilio per conto mio, ho deciso di non tornare in Marocco per ben dieci anni; quindi era una scelta. Adesso se avessi la possibilità di tornare a vivere lì non riuscirei, per me è un po’ diverso da altre persone. Sì, ci vado per passare delle vacanze ma sento il bisogno di tornare sempre qui. Ecco per me l’esilio è il non poter tornare indietro per rivivere molti momenti e per chiedere ancora risposta alle domande, a cui non troverò mai risposte. Quindi per me l’esilio dell’anima è molto più grande di quello del corpo.

 

MS: Ha mai provato a chiedere ai suoi genitori di rispondere a tutti i suoi quesiti?

RA: Si, ovvio che ho chiesto, ma come ti ho già detto, erano risposte che molto spesso contrarie, una risposta contraddiceva quella prima, finché arrivi al limite, fino al punto di cominciare a darti tu delle riposte. Spesso sono molto difficili da accettare ma sei obbligata a fartene una ragione e a conviverci.

 

MS: Qual è il capitolo del suo romanzo “La memoria delle valigie” che si avvicina molto di più a Rashida?

 RA: Il secondo, in quanto al suo interno è presente un amore di una figlia per suo padre e una morte, che esprime l’abbandono, la lontananza etc… Poi anche l’ultimo capitolo. Lì trovi la decisione, la determinazione, la volontà di fare. Infatti è intitolato Il viaggio della dimenticanza, in arabo النسيان رحلة, dove scoprirai davvero il coraggio di espormi e di raccontare la mia esperienza. Io mi guardo indietro e spesso comincio a pensare a quello che fatto, tutto ciò che ho passato, come ho vissuto un’infanzia e una vita davvero difficile, cercare di raccontare questa mia esperienza crudele, che talvolta non riesco nemmeno a narrare a me stessa e soprattutto ci vuole un grandissimo coraggio per scriverla un giorno. Quando vedo dove sono arrivata adesso, credo che ho avuto una forza interiore immensa. Non tutte le donne riescono ad affrontare questo e ad arrivare al mio punto attuale. Ecco, in qualche modo, si trova Rashida in tutti i capitoli, perché m’immedesimo nei mei protagonisti, li faccio nascere io e li faccio anche morire.

Ovviamente è chiaro che è sempre lo scrittore che decide il destino di ogni suo personaggio, così ho fatto anche io per i mie 26 personaggi.

 

MS: Nel suo libro ha parlato del Marocco?

  RA: Sì, ho parlato anche delle brutte tradizioni che esistevano; non a caso nel quarto capitolo, se non sbaglio, si trova نحاس من فتاة (La bambina di rame) nel quale si parla delle usanze marocchine, delle tradizioni e soprattutto della storia di questa bambina di dieci anni che ha sposato un uomo malato di mente. Tutto ciò che viene raccontato è pescato dalla realtà, non l’ho vissuto sulla mia pelle ma sono vicende e testimonianze di persone che ho conosciuto. In aggiunta parlo di Meknès, che è una città imperiale bellissima, la quale mi piace molto e soprattutto è la mia città natale. Per me lei è come una madre, infatti, in uno dei capitoli del romanzo, è presente la sua descrizione dettagliata, con le sue stradine piccole, con le sue mura, con la sua enorme piazza, nella quale è avvenuto il primo incontra d’amore tra due protagonisti del libro. Inoltre c’è molta critica da parte mia, per esempio il fatto che la gente non legge, non compra libri, il modo di vivere dei marocchini che si trovano sempre in caffetteria etc… Una realtà marocchina di tutti i giorni è racchiusa tra le pagine del mio testo.

 

MS: Se potesse tornare indietro sceglierebbe comunque il viaggio, o i viaggi, che ha fatto per arrivare qui in Italia? Non avrebbe voluto fare altro?

RA: Mah…ho i miei primi viaggi non le ho mai scelti io, anche quello dell’Italia, non è che l’ho deciso io, mi ci sono trovata perché ovviamente sposandomi un uomo che lavora qui, dovevo seguirlo. I viaggi che ho fatto di mia volontà sono altri, sono viaggi che ho compiuto con la mia famiglia, tipo in Egitto, in Tunisia, in Francia etc… Sono questi i viaggi, dove ti metti a tavola con tutti e decidete ogni cosa insieme: ecco questi non lasciano quasi niente da raccontare, invece gli altri sono stati molto utili per scrivere. Tre sono i fattori necessari per fare questo: innanzitutto è necessario avere un buon bagaglio linguistico per poter affrontare ogni tipologia di narrativa; il secondo punto è il coraggio, che senza quello non si ha la possibilità di esporsi, infine e forse l’elemento di grande rilevanza è la disgrazia. Secondo me senza le disgrazie non riesci… anche scrittori molto importanti hanno vissuto delle disgrazie e da quelle si riesce a scrivere dei grandi romanzi. Io non riesco a spiegarmi che ci scrivono coloro che parlano del viaggio della morte, io mi auguro che ci scrivono qualcosa perché quelli che già lo fanno, ci fanno venire la pelle d’oca, perciò non credo che chi fa un semplice viaggio in America, scriverà qualcosa che lascerà a bocca aperta il lettore come invece gli altri. Se voglio avere le informazioni che metterà questa persona sul suo viaggio banale, posso accedere ad internet e cercarli lì. Il mio romanzo invece, te lo giuro, non lo trovi lì, perché è caratterizzato dalle mie personali disgrazie che ho vissuto solo io. Quindi se tornassi indietro, griderei a mia mamma di lasciarmi con lei, di tenermi legata alle sue gambe e di dirmi io ti voglio bene. Però purtroppo non ho avuto il coraggio da bambina di farlo. Questi giorni sto leggendo un libro dal quale non riesco a staccarmi, intitolato in arabo ماما لتخبر (Non dirlo alla mamma). È un romanzo inglese di una bambina che ha avuto queste paure; lei si chiama Antoinette, ed ogni volta che leggo, mi dico questa è Rashida, questa è lei, con le sue paure, con i suoi pianti… sai quando piangi da sola, solo al buio, quando non c’è nessuno, quando sei coraggiosa e non vuoi piangere davanti agli altri, ma devi farlo. Quindi, anche questa bambina voleva che sua mamma la salvasse da queste disgrazie, ma purtroppo sua madre, come la mia, non è riuscita a capire il suo messaggio. Ho vissuto dunque senza madre, è brutto! Io non so cosa sia la madre, è anche brutto dire, io posso descrivere tutte le emozioni e i sentimenti, cosa vuol dire essere madre, cosa significa essere moglie, come è essere immigrata, ma essere figlia no! Io tantissime volte, da piccola ma anche da grande, ho detto sarebbe stato meglio se lei fosse morta, non vederla mai piuttosto che incontrarla sempre e dire questa persona non mi ha voluta. È brutto, perché vivi con l’angoscia di chiederti sempre il perché. Ho fatto qualcosa di male? Che cosa ho sbagliato?

 

MS: I suoi genitori biologici sono ancora vivi? Se sì, quale rapporto ha con loro?

RA: No no, e comunque io non ho mai avuto rapporto con loro. Sì, li conoscevo, ma come due persone normali, non a caso quando mia madre è morta non ho pianto.

 

MS: Adesso che lei è un genitore, è felice? Ha raggiunto la serenità che cercava? E se si ritiene una madre esemplare per i suoi figli.

RA: Ma… io spero di sì, sono loro a dire se sono una madre esemplare oppure no, perché io spesso chiedo a mio marito se siamo stati bravi con loro, se abbiamo fatto mancare loro qualcosa? Lui mi tranquillizzava sempre dicendomi che abbiamo offerto loro tutto, che io sono sempre stata presente per loro, li ho sempre seguiti etc… Felice, invece, sì. La felicità… siamo noi che dobbiamo creare la nostra felicità, nel nostro piccolo. Non dobbiamo aspettare che i soldi ci facciano contenti, perché quelli ci servono per raggiungere un obiettivo e non di essere soddisfatti. Sinceramente, io ero già serena con mio marito quando sono arrivata qua, e vivevo in una casa di soltanto 20 metri quadri. Ridevamo e scherzavamo; anche adesso che siamo diventati più grandi, dopo 30 anni di matrimonio, ci si comporta come prima. Mi fa paura la solitudine; quando sono sola penso sempre a me, a quando ero piccola, a quando ero solitaria, che ero pure maltrattata. Quindi quando ho questi sentimenti, cerco sempre di prendere un libro e cominciare a leggere perché è lì che trovo rifugio.

 

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Mariem Sallami, 24 anni, nata il 5 ottobre 1994 a Siliana – Tunisia. Arrivata in italia all’età di 10 anni,  senza conoscere  la lingua italiana, ha frequentato le scuole medie, superiori e in fine università qui. Inizialmente ha scelto il liceo linguistico a Montepulciano, per poi intraprendere la carriera universitaria a Siena, laureandosi alla triennale in ” Comunicazione, lingue e culture”. Successivamente, il 26 marzo 2019, ha concluso la laurea specialistica in “Lingua e cultura italiana per stranieri” con voto 110.  Inoltre, tra un arco di tempo limitato inizierà un dottorato di ricerca.  Pertanto grazie agli studi compiuti parla 5 lingue, l’arabo ( madrelingua), italiano, come lingua nativa, inglese, francese e tedesco. Ha lavorato in diversi ambiti, tra cui educatrice in lingua inglese alle scuole elementari, addetta al back-front office ecc

 

 

Immagine di copertina: Foto di Rashida Al-Ansari Al-Zaki.

Riguardo il macchinista

Sana Darghmouni

Sana Darghmouni, Dottore di ricerca in Letterature Comparate presso l'Università di Bologna, dove ha conseguito anche una laurea in lingue e letterature straniere. E' stata docente di lingua araba presso l'Università per Stranieri di Perugia ed è attualmente tutor didattico presso la scuola di Lingue e letterature, Traduzione e Interpretazione all'Università di Bologna.

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