Intervista a Sahar Khalifa, scrittrice femminista palestinese, a cura di Sana Darghmouni

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D: Grazie di aver accettato questa intervista e per il tempo dedicato.

Come prima domanda, credi nella scrittura femminile e come ti consideri in quanto scrittrice impegnata a scrivere di donne e della loro causa come è evidente dalle protagoniste e dai personaggi dei tuoi romanzi?

 

R: Certo, credo nella scrittura femminile. La scrittura femminile mette in evidenza la situazione della donna, l’ingiustizia, la prevaricazione della sua dignità umana, la visione inferiore che hanno le società, i comportamenti anti femministi e i limiti dei diritti civili e legislativi delle donne. La letteratura femminista non è necessariamente ciò che scrivono le donne, ma la scrivono anche uomini progressisti come ha fatto ad esempio Ibsen nel suo testo teatrale Casa di bambola o come ha fatto Bernard Shaw nella sua commedia famosa Major Barbara oppure come ha scritto Nagib Mahfuz in Tra i due palazzi sul personaggio di Amina in contrapposizione alla figura fortemente maschilista di suo marito Abdeljawad e quello che ha scritto sul personaggio di Nafissa in Inizio e fine. Oltre a quello che hanno scritto le donne femministe, e sono una di loro, e trovate un esempio chiaro di questo mio orientamento nel mio romanzo Memorie di una donna non realista[1] in modo particolare e in tutti i miei romanzi in modo generale.

 

D: C’è una protagonista in particolare dei tuoi romanzi che rappresenta Sahar Khalifa, la persona?

 

R: Sì, Afaf in La svergognata mi assomiglia nella fase prima del divorzio, dell’avvio e della liberazione, poi ci sono somiglianze con la maggior parte delle mie protagoniste ma sono somiglianze non complete perché di solito mischio tra realtà e fantasia. Nel senso che prendo dalla mia personalità e dai miei sentimenti alcuni elementi poi li mischio con sentimenti e qualità presi da altre donne. Così i miei personaggi femminili diventano più forti e completi e rappresentano una gamma femminile più ampia.

 

D: Come scrivevi in passato e come scrivi adesso alla luce di quello che succede nel mondo arabo?

 

R: Tecnicamente scrivo con lo stesso stile, nel modo di rappresentare e sviluppare i personaggi, nell’uso del dialogo e nella cura di dipingere il reale e i suoi particolari, nell’analizzarlo per poterlo capire e criticare. Per quanto riguarda invece il lato psicologico sono diventata meno ottimista. Essendo parte di questa realtà difficile, sono influenzata dai suoi mali e dalle sue tragedie. Ma voglio continuare a seguire la realtà con realismo e adottare essenzialmente l’analisi.

 

D:Il nome di Sahar Khalifa è associato alla donna come anche alla Palestina. Come difendi entrambe le cause? E Nablus, la tua città natale, è sempre presente nelle tue opere?

 

R: Difendo entrambe le cause perché sono simili per quanto riguarda l’ingiustizia, lo sfruttamento e la perdita della dignità umana. Per me la questione non è solo culturale, nel senso che come scrittrice intellettuale sono consapevole della contraddizione della nostra situazione, sia come donne che come palestinesi, con i principi essenziali dei diritti dell’uomo. La questione come la vedo e come la avverto è completamente personale, sono una donna in una società che ancora emargina la donna, la sfrutta e la reprime. E come palestinese Israele mi occupa, mi schiaccia, mi sfrutta e mi ruba, ruba la mia terra, la mia acqua e la mia libertà e incarcera i miei uomini e le mie donne. Quindi io e le mie simili soffriamo di una doppia persecuzione, una persecuzione sociale e una politica. E queste due persecuzioni sono l’incubo della mia vita che io combatto come posso.

 

 

D: Credi che la traduzione delle tue opere verso le lingue occidentali contribuisca ad aprire gli orizzonti e a far arrivare la realtà storica nella sua vera versione al mondo esterno?

 

 

R: In realtà la traduzione dei miei romanzi mi ha sorpreso. Io intendevo arrivare alla mia gente e alla mia società in Palestina e al resto dei paesi arabi. Ho una causa, anzi due cause: una causa nazionale e una femminista. E queste due cause contengono dettagli sconosciuti o trascurati e volevo evidenziarle per contribuire a illuminare e rivoluzionare la mia società. Poi sono stata sorpresa da case editrici straniere che chiedevano il permesso per tradurre le mie opere, e questo mi ha fatto piacere perché vuol dire che c’è chi si occupa di noi e delle nostre cause, e anche della mia scrittura.

 

D: In conclusione ti chiedo di rivolgere un messaggio aperto alle donne occidentali che leggeranno quest’intervista. E grazie per la collaborazione.

 

R: Voglio ringraziare le donne italiane in particolare perché sono state le prime ad interessarsi di noi come palestinesi e come femministe arabe. E non dimentico la loro solidarietà con noi nelle crisi, nella prima intifada e nel pieno del conflitto e nei momenti di tortura, nella seconda intifada fino ad ora. Le ringrazio e le apprezzo. Hanno la mia gratitudine e il mio amore.

[1] In italiano porta il titolo de La svergognata, diario di una donna palestinese.

 

Immagine in evidenza: Foto di Melina Piccolo.

Riguardo il macchinista

Sana Darghmouni

Sana Darghmouni, Dottore di ricerca in Letterature Comparate presso l'Università di Bologna, dove ha conseguito anche una laurea in lingue e letterature straniere. E' stata docente di lingua araba presso l'Università per Stranieri di Perugia ed è attualmente tutor didattico presso la scuola di Lingue e letterature, Traduzione e Interpretazione all'Università di Bologna.

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