Intervista a Natalie Marx

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(immagine di copertina: dalla Fotogallery di Francesca Brà e Enrica Luceri)

INTERVISTA A NATALIE MARX

A cura di Lucia Cupertino e Maria Rossi

Cara Natalie, siamo molto felici di poter fare due chiacchiere con te. Abbiamo avuto il piacere di inserire la tua opera di video arte nella mostra “Latidos” (2021) presso la Fondazione Pino Pascali di Polignano a Mare, nata in collaborazione con La Macchina Sognante. Attraverso questa intervista vorremmo far avvicinare i nostri lettori alla tua arte e approfondire alcuni aspetti chiave della tua ricerca artistica, oltre che umana.

 

  1. Innanzitutto una curiosità: come è nato il tuo nome d’arte?

 

Natalie Marx è il mio nome da sposata, invece Naty Technicolor è il mio alter ego virtuale, l’ho creato all’inizio dell’era dei social, a quei tempi l’idea di avere un avatar o un profilo virtuale mi pareva strana, mi rifiutavo di usa il mio vero nome.
Nei Caraibi, il linguaggio è piuttosto illustrativo e certamente molto iperbolico. È comune che le persone cambino il proprio nome per uno che ne rifletta la personalità o addirittura i difetti. Ricordo che quando andavo all’università avevo diversi soprannomi o nicknames. A quel tempo, alla radio si trasmetteva una canzone del cantante argentino Fito Páez, che incarnava molto bene la mia anima rock, ribelle ed esistenzialista degli anni ’90. I miei amici hanno iniziato a chiamarmi con il titolo della canzone “Farfalla Tecnicolor”. L’ho trovato perfetto, anche perché il technicolor è un processo cinematografico di saturazione del colore che mi sembrava una metafora del mio lavoro artistico, in qualche modo volevo evidenziare il colore di un paese dalla natura rigogliosa e culturalmente in fermento dove, però, in generale le condizioni di vita e la realtà della violenza continuano a creare un’atmosfera grigia.

 

  1. Il cortometraggio “Del Muntú” ha catturato la nostra attenzione sin dalla sua prima visione. Abbiamo voluto inserirlo in “Latidos” per la ricchezza di significati che racchiude, per la sua complessità attorno a temi come l’identità e allo stesso tempo per la sua bellezza estetica e la capacità di avere un impatto molto forte. Come è nato “Del Muntú”? Qual è il suo rapporto con la storia e le fonti letterarie del mondo caraibico?

“Del Muntú” è stata una serie ispirata al lavoro dello scrittore colombiano Manuel Zapata Olivella, in particolare al romanzo Changó, El Gran Putas. È stata un’opera che mi ha davvero ispirata e ha cambiato la mia vita, è stato un ricongiungimento con i miei antenati dal punto di vista letterario, in un modo che non avevo mai sperimentato prima. La cosmologia e la cultura africana vengono valorizzate e mostrate con grande dignità e bellezza mistica, nonostante venga raccontata la sofferenza dei neri nelle Americhe dalla schiavitù al movimento afroamericano per i diritti civili negli Stati Uniti. Oltre a Zapata Olivella, un altro scrittore e filosofo franco-caraibico di grande impatto, a mio avviso, è stato Edouard Glissant con la sua Poetica della Relazione. Nel cortometraggio “Del Muntú” parlo come donna appartenente a tre etnie, conseguenza del colonialismo nelle Americhe. La poesia è una genesi della mia storia, recitata mentre cammino attraversando un deserto di sabbie bianche, che simboleggia la vastità della mia ricerca di un’identità afro e indigena violentemente sepolta dalla storia.

 

  1. La danza gioca un ruolo molto importante nella tua video arte, potresti raccontarci quale valore le attribuisci e come si fonde con gli altri mezzi espressivi?

Sì, la danza è sicuramente di fondamentale importanza nella mia vita e nella cultura caraibica in generale. La danza e i movimenti sono un archivio storico e genetico custodito nella memoria del corpo. La danza è un’espressione culturale. Attraverso la danza e la musica, un patrimonio di conoscenze provenienti dall’Africa e dai popoli e nazioni indigene è stato preservato in tutto il continente. Poco a poco si generò una fusione di ritmi che ha permesso al nostro popolo di continuare a celebrare la vita e le tradizioni ancestrali. A Barranquilla, la città dove sono nata e cresciuta, c’è un Carnevale con centinaia di balli e ritmi popolari, frutto di questa fusione. Fin da piccoli abbiamo imparato a ballare dai nostri parenti a casa e anche a scuola. Ballare e avere ritmo sono quasi un requisito per vivere in questa città; una persona che non ha ritmo è come se avesse una disabilità fisica e subirà la pressione sociale per non essere in grado di ballare. Sempre nella mia città si ritiene che qualcuno che non balla o balla male sia un cattivo amante e gli risulterà difficile trovare un partner. La danza è un linguaggio e una modalità espressiva che mi provoca reazioni contrastanti, è un modo per entrare in contatto con lo spazio. Un modo per sentirmi presente nel mio corpo e nel tempo.

 

  1. Per introdurre i lettori italiani alle arti visuali latinoamericane, qual è, secondo te, lo stato dell’arte attuale? Quali sono i punti di riferimento e le tendenze? Quali le tematiche che gli artisti prediligono?

 

I riferimenti artistici che più mi interessano sono il de-colonialismo e l’indigenismo, oltre a tutta l’arte che facilita la comprensione dei conflitti politici contemporanei che ledono i diritti umani nel continente come risultato delle azioni coloniali. L’artista latinoamericano deve costantemente definire la sua identità perché da lì partono le premesse della sua storia e l’integrità con cui affronta il lavoro artistico. Credo che in questo momento ci sia un grande interesse nei confronti dell’arte e degli artisti latinoamericani. La tecnologia ha favorito un avvicinamento globale di culture e storie prima troppo distanti, inaccessibili e proibite. Avverto maggiore interesse e urgenza nell’ascoltare gli artisti dei popoli e nazioni indigene delle Americhe, nell’apprezzare il loro talento, nel conoscere le loro forme d’arte e la loro relazione con la natura, in particolar modo adesso che affrontiamo le rovine del cambiamento climatico a livello mondiale. In America latina c’è troppa cultura, saggezza e, di conseguenza, espressioni artistiche schiaccianti e urgenti.

 

  1. Risulta molto evidente all’interno del tuo lavoro l’interesse per i diritti umani. Il progetto Paesaggi con giardini porta ad immaginare una Colombia libera dalla violenza, dalla povertà infantile, attenta alla cura della natura e al ritorno alla terra. Puoi raccontarci qualcosa in più su questo progetto? Come si lega ai tuoi interventi nei centri educativi?

 

All’inizio della mia carriera come produttrice cinematografica, ho avuto l’occasione di lavorare a storie documentali e di invenzione che mi hanno avvicinato al conflitto armato in Colombia. Ho potuto conversare e convivere con persone vittime di massacri e sfollamenti forzati per mano della violenza paramilitare a inizio dell’anno 2000, e anche con soldati e membri delle forze armate. Questa esperienza ha lasciato una grande segno nella mia vita per le difficili condizioni di sicurezza che implicano questi lavori e per la devastazione psicologica che ho notato in tutti gli attori e vittime della guerra, prevalentemente contadini. Ho capito che in Colombia la terra e la sua produttività sono e continuano ad essere motivo di guerra. Per questo i diritti umani sono diventati l’ossatura della mia integrità artistica e professionale. Raccontare semplicemente storie non era sufficiente, in qualche modo sentivo e sento la responsabilità di far sì che la mia arte permetta alle persone di guardarsi, di chiedersi chi sono, di collegarsi con altri universi e riflettere su altre storie, di vedere la luce in mezzo a tanto dolore. Credo che per molto tempo il paesaggio in Colombia sia stato dominato dalla morte e quindi ho voluto creare un progetto artistico nel quale potessi pronunciarmi a favore dei diritti umani, della verità e della riconciliazione. Paesaggi con giardini per me è un modo per dare dignità alla vita, alle nostre origini e alla nostra relazione con la terra. Qualche anno fa, in un breve permanenza in Italia, mi sono resa conto di quanto gli italiani amino il cibo fresco. Capiscono che la terra è un bene insostituibile che definisce la qualità della vita di tutti gli abitanti di un posto.

 

  1. A quali progetti stai lavorando in questo momento?

 

In questo periodo sto lavorando a una nuova serie appartenente al genere “mockumnetary” (o docucommedia) in collaborazione con Darja Filippova. È un progetto che mi emoziona perché contiene elementi delle performance e delle commedie che sono nuovi per me visto che, dopo aver lavorato per tanti anni sul tema della violenza e della colonizzazione, sentivo di aver perso completamente il mio spirito umoristico. Natasha in cerca d’Amore in Prospect Lefferts (Natasha, Searching for Love in Prospect Lefferts) è il primo cortometraggio della serie dove affrontiamo il tema dell’immigrazione e dell’eco-femminismo. L’opera racconta la vita di un’immigrata ucraina auto-proclamata esperta in denaro che vive a Brooklyn, all’interno di una comunità di persone con scarse risorse, prevalentemente caraibici e africani. Natasha, interpretata da Filippova, è un personaggio ispirato a Melania Trump. È una donna originaria dell’Estonia in avanzato stato di gravidanza alla ricerca di uno sposo americano ed è accompagnata da Beto Gabriel, stereotipo del macho latino interpretato da me, che la aiuta a creare video per il suo profilo internet in una pagina di appuntamenti. Il cortometraggio termina con Natasha che invia lettere d’amore in bottiglie di plastica nella stazione ecologica. Questo lavoro cerca di mostrare la giustapposizione della cruda realtà materiale della comunità migrante con scarse risorse degli Stati Uniti e l’idealizzazione del sogno americano, oltre alla vulnerabilità della donna sradicata e immigrata.

Io e Darja ci siamo conosciute in un laboratorio di arti vive radicali (radical performance art) de La Pocha Nostra, giudato dall’artista messicano-chicano Guillermo Gomez Peña, noto per la sua performance Couple in The Cage: Two Undiscovered Amrindians Visit the West.

 

Grazie mille cara Natalie per le tue parole e per aver condivido con noi il tuo lavoro e tutto ciò che lo sostiene.

 

Natalie Marx, pseudonimo di Natalie Romero González, è artista visuale e performer, documentarista, regista e produttrice cinematografica e di Natalie Marx2 new media. Nel 2008 lascia la Colombia e si stabilisce negli Stati Uniti dove, da allora, lavora a progetti multidisciplinari di cinema indipendente, cinema-danza, teatro immersivo e d’avanguardia. Attualmente è docente di Cinema Digitale presso la Monclair State University.

Riguardo il macchinista

Maria Rossi

Sono dottore di ricerca in Culture dei Paesi di Lingue Iberiche e Iberoamericane, ho conseguito il titolo nel 2009 presso L’Università degli Studi di Napoli l’Orientale. Le migrazioni internazionali latinoamericane sono state, per lungo tempo, l’asse centrale della mia ricerca. Sul tema ho scritto vari articoli comparsi in riviste nazionali e internazionali e il libro Napoli barrio latino del 2011. Al taglio sociologico della ricerca ho affiancato quello culturale e letterario, approfondendo gli studi sulla produzione di autori latinoamericani che vivono “altrove”, ovvero gli Sconfinanti, come noi macchinisti li definiamo. Studio l’America latina, le sue culture, le sue identità e i suoi scrittori, con particolare interesse per l’Ecuador, il paese della metà del mondo.

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