Interpretazioni di sviluppo e sottosviluppo in America Latina (Alejandro Pacheco, a cura di Maria Rossi)

boscourbano

Diversi autori hanno fatto il punto sui temi e sulle motivazioni dei processi storici di sviluppo e sulle cause dell’attuale realtà latinoamericana. Come in altri paesi del mondo, lo sviluppo attraverso le riforme agrarie non ha generato un percorso di crescita economica nella quale esista equità (deconcentrazione di terre) come fine sociale. All’interno di questo contesto, ci sono casi di successo che affermano che è possibile questo tipo di sviluppo. Per esempio, alcuni modelli di sviluppo hanno applicato politiche sociali concrete per la distribuzione della ricchezza e l’incentivo alla creazione di piccole realtà agricole.

Discutere sul come fare affinché le teorie di sviluppo siano sostenibili, o su quale sia la strada per il tanto desiderato sviluppo, ci porta a pensare che molte teorie possono sostenersi da qualunque punto di vista attraverso la generazione di occupazione, in quanto miglior meccanismo di distribuzione.

Grazie alle teorie strutturaliste di Celso Furtado collegate alle letture di North, Luciano o Thorp, l’ultima delle quali mette in relazione la piccola proprietà, l’istruzione e il miglioramento della condizione di vita della gente, è possibile stabilire teorie di sviluppo sostenibile. Mettendole poi a confronto con le politiche di sviluppo in America Latina e nei paesi asiatici, verifichiamo che in tutte queste teorie il ruolo dello Stato è positivo in quanto alle riforme, quello del neoliberalismo è discutibile.

Addentrandoci nella storia delle politiche di sviluppo in America Latina, da una prospettiva storica e comparativa, notiamo che subito dopo l’arrivo degli europei ebbe inizio una realtà che avrebbe inciso sui popoli latinoamericani; come la cosiddetta catástrofe poblacional[1] nel caso del Messico, le cui principali cause furono l’introduzione di malattie africane che circolarono nelle pianure (malaria e febbre gialla) e le malattie europee che circolarono ovunque.

A seguito della conquista europea dell’America Latina, molti processi hanno interessato il suo sviluppo. Quando poi nel XX secolo se ne ottennero i dati, si capì come i paesi latinoamericani non sono stati l’unica causa dei loro problemi. Tra la fine del XIX e l’inizio del XX, gli interessi economici dell’America Latina si concentravano sull’esportazione basata sui profitti comparativi, meglio conosciuti come esportazione primaria, che ottengono i paesi industrializzati. Questi non compensano con le perdite che soffrono in caso di crisi, i cui effetti negativi sono stati particolarmente profondi in America Latina (Stiglitz, 2003, p. 22). Tale modello avrebbe generato dipendenza, a beneficio dei paesi industrializzati, ovvero un’economia dell’estrazione dell’eccedente, da cui scaturì una rivoluzione nell’infrastruttura delle comunicazioni e del trasporto che implicò la riduzione dei costi per la logistica (Thorp, 1998, p. 4).

Col tempo, le riforme agrarie in America Latina hanno avuto effetti diversi nella maggior parte dei Paesi (sia per i diversi tipi di economia dell’agricoltura temperata, tropicale, o mineraria, sia per le loro diverse politiche neoliberali), nei quali gli sfaceli delle riforme agrarie hanno contribuito ancora di più alla formazione del neoliberalismo a vantaggio dei latifondisti. In rapporto ai processi di industrializzazione dei Paesi attualmente egemonici, nel XIX secolo l’Inghilterra è stata la fabbrica manifatturiera del mondo che ha aperto le porte ai prodotti primari; in altre parole i due terzi delle manifatture erano di origine inglese, con la gestione e grazie al beneficio del gioco del libero scambio. Si sono formati così nuovi capitali europei con relative biforcazioni economiche sviluppate dalle colonie e dalle ex-colonie dell’Inghilterra – Stati Uniti[2], Canada, Australia e Nuova Zelanda – (Furtado, 1976). Il neoliberalismo rifiutò tutte le politiche a favore della sostituzione delle importazioni[3].

In seguito la storia si ripete in America Latina. Le tendenze neoliberali favoriscono nuovamente i Paesi egemonici che hanno applicato politiche che hanno continuato a mantenuto l’America Latina come produttrice di materie prime attraverso la sostituzione di importazioni, o l’uso della tecnologia che ne fa abbassare il prezzo. Inizialmente spacciavano come positive queste politiche che avrebbero generato il grande sogno di sviluppo, però sfortunatamente poco a poco la relazione di prezzi relativi, o i prezzi di scambio, ha beneficiato nuovamente i paesi industrializzati (Kay, 2002).

La proposta della teoria di sviluppo per sostituzione delle importazioni della CEPAL (1948) era un modello strutturalista che segnava una grande dipendenza dell’America Latina (colonialismo interno, dualismo funzionale; relazione di latifondo con minifondo, agro imprese transnazionali, sparizione della classe contadina) con una marcata presenza di investitori statunitensi; senza tralasciare che agli Stati Uniti non conveniva che l’America Latina avesse una commissione economica. Questo periodo di rapida crescita (1950-1980) finisce con il miglioramento degli indicatori macroeconomici, però con un grande debito sociale e grandi disuguaglianze. La promessa di modernizzazione, rimasta solo proposta, consisteva nel ridurre il gap tra l’America Latina e i paesi industrializzati per ottenere progressi rapidi, migliorando la stabilità o riducendo la povertà (Stiglitz, p. 15).

Ciononostante, il settore rurale è stato il settore determinante per comprendere lo sviluppo di molti Paesi che oggi sono sviluppati, in quanto costituisce, attraverso le riforme agrarie, la piattaforma per ridurre la povertà, come in Finlandia (1920) o in Unione Sovietica (1939). Dall’altro lato il sottosviluppo nei Paesi latinoamericani, con le loro apparenti riforme agrarie che hanno mantenuto la concentrazione e la riconcentrazione della terra (generato dal capitale) pur con ritmi diversi in piccoli gruppi nell’America Latina posteriore alle riforma agrarie. Nel caso del Perù, per esempio, la riforma agraria ha sì avuto un impatto, però fino al 1995, perché a partire da quell’anno torna la concentrazione per la struttura stessa del modello economico, caso che si ripete non solo per il Perù ma anche per la maggior parte dei paesi latinoamericani.

I concetti di latifondo e minifondo hanno continuato ad essere ritenuti la base dello sfruttamento dei contadini, considerando che i Paesi dove è esistita una vera riforma agraria, retta dalle piccole realtà agricole, si sono sviluppati attraverso la loro esperienza, come nel caso della Danimarca e del Giappone. Sottolineando poi che le terre in unità familiari, oltre a fornire alimenti per il consumo nazionale e le esportazioni, arrestano le migrazioni massive perché impiegano più lavoratori per ettaro (North, Seminario FLACSO, 2012). Sono state queste il motore di sviluppo nei Paesi che attualmente hanno questa denominazione. A supporto: “La piccola proprietà costituisce le fondamenta per una società sana dove la gente può vivere in pace. Al contrario, le zone di piantagione sono caratterizzate dalla polarizzazione conflittuale delle classi, con lavoratori mal remunerati da un lato e proprietari ed esportatori multimilionari dall’altro” (North, Seminario FLACSO, 2012).

Al contrario di quello che è successo a Taiwan che ha iniziato con lo sviluppo di riforme agrarie radicali e che si è ritrovato dotato di infrastrutture e istituzioni economiche quando si è reso indipendente dal Giappone nel 1945 e dalla Repubblica Popolare Cinese nel 1949.

Quando non ci limitiamo ad analizzare il settore agricolo, ma anche il minerario, ci rendiamo conto che neanche le politiche sociali implementate nel decennio perduto, gli anni ‘80 in America Latina, segnato dal neoliberalismo, hanno risolto i grandi problemi sociali (il settore minerario non produce sviluppo, piuttosto un grande Stato). I Paesi industrializzati spacciarono tali politiche come una soluzione di lungo termine, che non arrivò, arenando la regione negli anni ‘90 sullo stesso modello economico di estrazione di minerali, in una situazione simile al boom minerario della fine del XIX secolo che neppure risolse i problemi sociali.

A partire dagli anni ‘90, appaiono le critiche al neoliberalismo e sorge il neo strutturalismo che approfondisce il concetto di qualità dello sviluppo dei popoli e raccomanda di stabilire riforme riguardanti le misure alternative, al fine di ridurre la povertà provocata dal neoliberalismo. La riduzione della diseguaglianza, il ruolo delle cooperative e delle piccole imprese, il recupero del ruolo dello Stato (il mercato non risolve il problema), per fare degli esempi. E raccomanda inoltre che la Banca Centrale risponda a interessi nazionali, non ai grandi organismi internazionali; che esista una vera riforma agraria; che si favorisca il credito e la tecnologia per i gruppi meno fortunati; che si fomenti la mobilitazione sociale e l’informazione e, per finire, la realizzazione di svalutazioni adeguate (Stiglitz, 2003).

Successivamente, la domanda cinese e indiana di minerali (2008) migliora gli indicatori macroeconomici latinoamericani e danneggia i Paesi sviluppati, ovvero i favoriti sono risultati i Paesi esportatori di prodotti agricoli temperati.

Quando analizziamo l’impatto delle politiche neoliberali e della globalizzazione sullo sviluppo rurale e territoriale, la tesi del Dipartimento dell’Agricoltura degli USA propone che per coprire le necessità alimentarie mondiali si deve fomentare i mercati globali (una invasione globalizzante rispetto alle economie di sussistenza). Sostiene, inoltre, la liberalizzazione (uno strumento che indebolisce la capacità regolativa dello Stato per temi come il sostegno ai gruppi sociali vulnerabili e impoveriti). Vale la pena sottolineare che l’agricoltura su piccola scala fornisce nettamente più occupazione dell’agricoltura industriale[4] o delle grandi realtà commerciali agricole (Grispun, 2008, pp.65-67).

A seguito di questi fatti, esiste una pressione crescente  – specialmente per i paesi del sud come Cile (frutta), Ecuador (fiori), Messico (assemblaggi agricoli) – affinché questo processo di passaggio ad un’agricoltura di media e larga scala abbia effetto, anche quando l’agricoltura su piccola scala garantisse la produzione di alimenti di prima necessità, e quindi una sicurezza alimentare, contribuendo alla diversità sociale e ambientale, allo sviluppo sostenibile della classe contadina, l’ecologia, l’impiego, l’equità la povertà e la sovranità alimentare (è importante soprattutto mettere in evidenza le disuguaglianze della classe contadina).

A spingere questi processi sono certi organismi internazionali, parallelamente all’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), il cui obiettivo più importante di sviluppo approvato nel vertice del 2000 è dimezzare, per il 2015, la povertà estrema. È molto probabile che non si riesca visto che le condizioni di vita degli abitanti rurali dei Paesi in via di sviluppo non sono migliorate (Grispun, 2008, pp. 74-85). Si vedano le forme di sfruttamento della manodopera che ledono i diritti dei contadini e delle popolazioni indigene, come nel caso delle bananiere ecuadoriane, dove i lavoratori sono sfruttati, e si evidenzia persino il lavoro minorile, per la mancanza di controllo delle autorità che crea uno spazio di concorrenza tra i lavoratori che devono lottare per trovare occupazione sottostando alle condizioni imposte dal capitale (Martínez, 2002). “Il caso dei bananieri che ancora usano una tecnologia tradizionale e non si preoccupano troppo dell’inquinamento ambientale (Caso Rio Babahoyo) o degli effetti negativi sulla salute dei lavoratori (Korovkin, Sanmiguel, 2007). I bananieri hanno preso a modello la flessibilità del mercato del lavoro, sovrapponendo le loro leggi a quelle che regolano il settore lavorativo”.

Continuando con l’analisi, si afferma che, all’interno di un processo globale di rilocalizzazione delle industrie di manodopera intensiva verso Paesi di manodopera economica e dalla povertà generalizzata, è meglio avere lavoro che non averne affatto (dal punto di vista dei neoliberali che lo promuovono come un atteggiamento benevolo verso gli operai).

Precisamente in Ecuador tra 1980 e 1990 il mercato del lavoro diventa flessibile (Martínez, 2002) e le pratiche contrarie ai diritti lavorativi si legalizzano in una nuova legislazione del lavoro con tagli alla spesa pubblica e una razionalizzazione delle agende di governo. Lo Stato perde la funzione di regolatore, i sindacati perdono il loro potere organizzativo – considerati come un fardello economico -; le ONG spingono al rispetto dei trattati promossi dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro.

Tuttavia, la deregolarizzazione e la liberalizzazione dei mercati hanno colpito i paesi in via di sviluppo per gli effetti della delocalizzazione dell’industria (Korovkin, Sanmiguel, 2007). Le nuove politiche alternative allo sviluppo (la nuova economia digitale), il dominio del capitale sullo spazio, le devastazioni ambientali massive e il riassetto produttivo per generare nuove tecnologie hanno creato un nuovo campo di potere e di relazione tra territorio, imprese transnazionali, Governo e Stato con lo scopo di creare un’industria locale e globale[5]. Tutto questo per far sì che il capitale imponga una forma specifica di sviluppo basata sull’accumulazione della ricchezza mediante l’estrazione di risorse naturali in un’economia di flussi con connessioni mondiali e avvalendosi, inoltre, di tutti i progressi tecnologici per quanto riguarda le tecnologie dell’informazione e della comunicazione (TIC) (Pástor, 2011). Proprio come intravedeva Agustín Cueva nell’origine del Capitalismo.

 

Dove ci porta il neoliberalismo?

L’obiettivo del modello economico neoliberale è produrre in meno tempo usando l’infrastruttura che colleghi tutte le risorse materiali e naturali. Autori quali Bebbington e Sucrrah analizzano la transnazionalizzazione dello spazio e della produzione attraverso il riordino spaziale, per il quale i maggiori beneficiari sono le imprese con grandi capitali che potrebbero danneggiare i Paesi che non risultano favoriti dalla globalizzazione economica. A ben guardare, Acosta difende la possibile esistenza di altri modelli di crescita nella misura in cui si tenga in considerazione la vita (modello bio-centrico) come fine, e non più un modello dove l’uomo che causa danni e catastrofi ambientali a livello globale è l’unico fine (antropocentrico), riconoscendo inoltre che il settore minerario non è sostenibile (Pástor, 2011).

Pertanto l’instabilità economica e l’applicazione di politiche neoliberali hanno generato ostacoli insormontabili per sradicare la povertà, la disuguaglianza e l’esclusione.

Alla fine ci rendiamo conto concretamente che lo sviluppo non è vincolato sempre alla crescita economica. Il caso di Kerala (India) che ha avuto poche entrate però un alto sviluppo, chiarendo che gli indicatori presentano un basso consumo di alimenti[6] pro capite e un alto sviluppo umano, con la riduzione delle distanze spaziali (Kannan, 2000). Dall’altro lato il caso del Pakistan (Hameed Khan, 1997) con una popolazione di un milione di persone e con molti problemi sociali, dimostra che si possono comunque implementare programmi sociali. In questo caso, in modo particolare, è stato organizzato un sistema di fognature, visto che tutti gli escrementi e l’immondizia umana circolavano per le strade. Poco a poco il progetto si è vincolato alle persone e tutto lo sforzo è consistito nell’imparare a insegnare.

Un altro caso di successo è rappresentato dai programmi in Cearà Brasile – un paesino rurale dominato maggiormente dai latifondisti, edificato da un governo (1980) orientato verso la modernizzazione delle politiche statali e volto a sviluppare riforme per migliorare la situazione nelle zone rurali (un governo che ha l’intenzione di migliorare le cose). Altro caso in Centro America, nello specifico in Guatemala, dove la maggior parte dei principali problemi sociali ha riguardato la mancanza di nutrizione, per cui in un dialogo con le ONG si è riusciti a migliorare l’agricoltura, con la costruzione di terrazzamenti a basso costo (Krishna, Bunch, 1997) – sebbene Pipitone critichi le brevi storie agrarie di Messico (Guajaca), Italia (Sicilia) e India nel caso specifico del Kerala, in modo particolare la struttura agraria e il sistema di casta, lo stesso autore non approfondisce molto l’analisi -. Esistono casi come quello del Costa Rica, la cui popolazione risulta alfabetizzata dal 1904 con indici più alti dell’Italia, della Spagna e del Portogallo nella stessa epoca.

Anche in Ecuador possiamo trovare casi di successo di sviluppo territoriale in zone di piccoli poderi della sierra. Questi casi, per la distribuzione delle terre, sono un’eccezione in Ecuador e risultano relazionati alle discussioni di Rosemary Thorp relative al possesso delle terre o all’accesso all’istruzione di qualità da parte delle donne e non solo degli uomini, tra tanti. In altre province ci sono stati diversi tipi di sviluppo come Chimborazo, Cotopaxi e Pichincha, sottolineando come lo sviluppo in Tungurahua è stato un modello da seguire per molte variabili positive menzionate: come il possesso di terre per più contadini, più alti livelli di istruzione, il ruolo della donna che ha prodotto tassi minori di disoccupazione nella stessa provincia e, di conseguenza, uno sviluppo più veloce in rapporto a quello di altre province oggetto di studio.

Questi modelli positivi di sviluppo umano ci fanno riconsiderare altri indicatori per misurare la povertà umana, la salute e l’istruzione, come ha proposto Amartya Sen. La cosa interessante di questi modelli di successo è che non contano sempre sul capitale sociale, però esiste un miglioramento delle condizioni di vita e dell’occupazione, come il caso di Pelileo – il piccolo Taiwan. Visti da un’altra prospettiva, questi casi si sono centrati sull’alleggerimento della povertà, partendo da programmi di sviluppo dei governi statali. Se facciamo un paragone con il caso ecuadoriano, l’indicatore della speranza di vita dell’Ecuador è di 72 anni vs i 71,8 del Kerala, pur essendo le entrate dell’Ecuador 10 volte maggiori. Mentre in Ecuador negli anni ‘80 e ‘90 si stava pensando ai modelli neoliberali, il Kerala si sviluppava senza crescita.

Considerando che, nel 1999, secondo l’Indice di Sviluppo Umano l’Ecuador si posizionava all’84 posto su 162 Paesi, superiore solo alla Bolivia in America del sud, le esportazioni primarie hanno costituito l’elemento dinamico fondamentale della crescita però con scarsa diversificazione delle esportazioni. Alla fine del 1999, il debito estero era di 16.102 milioni di dollari, che corrispondeva al 118% del PIL e la povertà nel 1995 toccava il 56% della popolazione – 76% della rurale e 73% dell’indigena –, con una diseguaglianza sociale storica in base al coefficiente di Gini della terra.

Continuando con l’analisi della situazione ecuadoriana, l’auge petrolifero (1972-1982) creò una grande concentrazione di entrate per la nuova popolazione urbana. Inoltre, l’Ecuador è stato l’unico Paese latinoamericano con il maggior sottoutilizzo di forza lavoro o sottoccupazione strutturale, fatto che provocò una flessione della PEA (Popolazione Economicamente Attiva) – riduzione di 100.000 di occupazioni salariate nel settore agricolo tra il 1974 e il 1982 -.

Successivamente in Ecuador, all’interno di programmi sociali del settore pubblico, migliora l’accesso ai beni di prima necessità con la conseguente riduzione della povertà, e si contribuisce all’investimento nella formazione del capitale umano. Il processo di adeguamento strutturale e di promozione delle esportazioni ha intensificato la pressione sulle risorse naturali, sostenendo che questi modelli economici non sono sostenibili, con la possibilità concreta di cadere nella malattia olandese[7].

Dal punto di vista del settore minerario, nel caso ecuadoriano (Cotacachi) e peruviano (Cajamarca) riscontriamo un apprendimento del processo di resistenza al settore stesso, dove si sono generati più alti livelli di creatività delle persone, una maggiore unione dei movimenti sociali e una generale interazione con la comunità (Bebbington, 2007). Le persone di queste città stabiliscono dibattiti pubblici che sono presi in considerazione da molti settori e persino dalla classe politica.

 

A mo’ di conclusione

La storia non può negare che da sempre sono esistite politiche interne ed esterne per mantenere l’America Latina nel sottosviluppo, sbandierando l’idea secondo la quale la crescita economica avrebbe migliorato tutti gli indicatori: Lo stesso sviluppo e sottosviluppo indica nella crescita economica il percorso che devono seguire i paesi sottosviluppati e soprattutto l’America Latina (Prebich, 1947).

Parallelamente, la storia ci ha dimostrato che la terra non è una questione di leggi, forse è un inizio e si ha bisogno di altre strategie di sviluppo quali: inserimento nel mercato globale, processo di deconcentrazione dall’alto a favore dei piccoli produttori attraverso politiche di credito dei governi neoliberali (forse perché questo è il cammino verso la modernizzazione). Si sottolinea che esiste un altro gruppo di concentrazione di minor forza prodotto dalle economie in scala (la classe contadina dei piccoli produttori), tenendo in considerazione che la concentrazione della terra è legata all’eterogeneità spaziale, economica e sociale che genera processi di deterritorializzazione e ne crea nuovi di valorizzazione come risposte alla crisi capitaliste a livello globale, alla domanda di alimenti e biocombustibili (North, Seminario FLACSO, 2012).

Bisogna strutturare nuovamente le riforme agrarie sulle nuove organizzazioni economiche e allora, qual è la reale riforma e rivoluzione? Sta semplicemente dove i valori sociali predominano sui criteri economici. Da qui si può partire e si possono trovare esempi su cosa sia in realtà lo sviluppo, se consisterà solo nella crescita del PIL, di crudi indicatori macroeconomici o di indicatori più umani o sociali. La crescita del PIL non risulta trascendentale se tale crescita non è omogenea tra i settori. È importante fomentare il ruolo dell’agricoltura multifamiliare, creare modelli di sviluppo rurale e regionale e generare forme di partecipazione sociale necessarie per assicurare il successo delle riforme e del sostegno alla piccola agricoltura (North, 2012).

D’altro canto, se i cambiamenti nelle tendenze mondiali hanno portato dai prodotti agricoli ai manufatti, il problema non risiede in queste transizioni bensì nei valori sociali sui quali si basa la politica, valori umani sugli economici. Risulta chiaro che abbiamo cattivi esempi di sviluppo visto che gli uni si sono formati sullo sfruttamento degli altri, però credo nella possibilità di un benessere sociale senza necessariamente sostenere che lo sviluppo è la base del successo per i popoli, specialmente di quelli che non hanno partecipato alla spartizione della torta.

All’interno dell’economia politica, considerando che ogni economia è politica, colpita dagli attori economici quali: i governi, lo Stato, i militari, questi stanno ricoprendo un ruolo fondamentale per la qualità dello sviluppo per le popolazioni latinoamericane (Thorp, 1998, p.11). L’alfabetismo tra uomini e donne e la speranza di vita sono indicatori che hanno subito un cambiamento positivo dagli inizi del XX secolo fino ad oggi, dimezzando la distanza tra uomini e donne e affermando inoltre l’esistenza di differenze tra i Paesi con maggiore o minore grado di sviluppo, come nel caso del Costa Rica, con migliori indicatori, o di Haiti con i peggiori indicatori della storia (Thorp, 1998, p. 14).

Il modello di sviluppo basato sul mercato globale e retto da accordi commerciali[8] genera più povertà rurale e rappresenta la falla più importante della politica pubblica. Non esisterà un vero accordo fino a quando non esisteranno politiche a favore della protezione commerciale, della riforma agraria (che non passerà mai di moda), delle opere pubbliche, del miglioramento della salute e dell’istruzione pubblica, della sicurezza alimentare e della riduzione della povertà (Lefeber, 2008, p. 103). Il suddetto modello di sviluppo ha creato instabilità economica e ha reso insuperabili gli ostacoli per lo sradicamento della povertà, diseguaglianza e dell’esclusione in America Latina.

Nel neoliberalismo, nel mercato del lavoro, i lavoratori sono merce che deve competere per produttività, efficienza ed efficacia[9], intendendo queste ultime dal punto di vista neoliberale secondo il quale non si analizza il concetto di efficacia sociale e che, sfortunatamente, non considera che l’offerta di lavoratori è più alta della domanda. Per tale ragione esiste questo tipo di sfruttamento lavorativo, che propone al lavoratore attività temporanee e non permanenti, provocando molte volte confusione negli stessi lavoratori che credono che gli imprenditori stiano facendo loro un favore quando li assumono.

Questa nuova forma di economia globale nello spazio sarà unicamente sostenibile quando il consumo si manterrà a livelli alti, non importa se questo consumo si concentri nei Paesi sviluppati. “Nessuna crescita economica è infinita. Di quanti pianeta terra abbiamo bisogno per mantenere il nostro livello di consumo sulla base delle risorse naturali? (Acosta)”. Ovviamente dovremo cambiare i nostri modelli culturali e di consumo.

In diverse società si sono apprese lezioni che aiutano a stabilire politiche di sviluppo a basso costo, dove la gente senza istruzione però intelligente può portare a termine programmi di governo per migliorare l’accesso ai beni di prima necessità con la conseguente riduzione della povertà. – Questi programmi statali contribuiscono inoltre ad investire nella formazione del capitale umano, al processo di sistemazione strutturale e alla promozione di esportazioni, intensificando la pressione sulle risorse naturali -. Inoltre è importante avere una visione diversa delle politiche sociali senza limitarsi a quella strutturalista o a quella assistenzialista. Autori come Tendler non offrono formule né dibattono la possibilità secondo cui la governabilità di successo sia sostenibile, visto che stiamo parlando di esseri umani le cui istituzioni possono retrocedere, non solo avanzare.

 

Traduzione di Maria Rossi. LogoCreativeCommons

 

[1] La popolazione messicana passò da 30 milioni di abitanti alla fine del XV secolo, a 3 milioni agli inizi del XVII secolo.

[2] Nel caso degli Stati Uniti, l’industria venne promossa a seguito della Guerra Civile che terminò nel 1964.

[3] L’origine di questo modello risponde alla corrente di pensiero economico denominata strutturalismo o desarrollismo e alla teoria della dipendenza; entrambe affermano che i paesi ricchi sfruttano i poveri e che, di conseguenza, le relazioni economiche interazionali danneggiano questi ultimi.

[4] Il commercio internazionale di alimenti rappresenta una piccola porzione della produzione mondiale totale.

[5] Autori come Alberto Acosta chiamano “Glocalizzazione” questo fenomeno dell’industria locale e globale.

[6] Il numero di calorie non è un buon indicatore nutrizionale; non necessariamente una persona in buona salute deve consumare 1500 calorie al giorno, esistono casi in cui una persona senza parassiti può consumare meno e usare tutti i nutrienti degli alimenti.

[7] La malattia olandese si ha quando un Paese che scopre petrolio ha un aumento repentino delle esportazioni di greggio, il che aumenta le sue entrate grazie ad un più alto ingresso di divise. Se queste sono destinate nella loro totalità all’importazione, non ci sarà nessun effetto diretto nella massa monetaria del Paese né sulla domanda di beni nazionali. Però nel caso in cui, per esempio, vengano convertite in moneta locale e si usino per acquistare beni nazionali non commercializzati, il risultato dipenderà dal tipo di cambio (nominale) del Paese, cioè se è stabilito dalla Banca Centrale o se è flessibile.

[8] La AsA, Acuerdo sobre la Agricultura (OMC, Organizzazione Mondiale del commercio) sta creando le condizioni per l’espansione del mercato alimentare e agricolo dominato da giganti corporazioni dove esiste un’eccessiva influenza di potenti interessi economici; è molto verosimile che si danneggino di più gli interessi dei piccoli Paesi.

[9] Concetti di taglio neoliberale usati per misurare la competitività che si basano sulla misurazione dei risultati o sistemi pragmatici di indicatori del Forum Economico Mondiale.

 

alejandro-pachecoAlejandro Pacheco ha lavorato presso il Congresso Nacional dell’Ecuador, la Confederación Parlamentaria de las Américas (COPA), Ministero dell’Economia e dell’Inclusione Sociale (MIES), Consulente indipendente e professore di Economia in Ecuador, Messico e Australia. Direttore ORI (Operación de Rescate Infantil). Laureato in Economia presso la UIDE, Diploma e Master in Economia presso la FLACSO. Master in Economia e Gestione Ambientale (JCU), dottorando in Economia (JCU Australia). Formatore presso l’Istituto di Sviluppo in America Latina (IDL) e CRECE (Messico).  Linee di ricerca: La disuguaglianza e il benessere, JCU 2016; il futuro dell’eroismo e benessere sociale, MUROCK 2016; l’innovazione come fattore di competitività nello sviluppo di software in Ecuador, FLACSO 2013; BSC e sua applicazione in consulenza, FLASCO 2011; analisi della competitività della APT, UÍ 2001. Conferenze: L’altruismo e il buen vivir, Perth, luglio 2016; Sostenibilità nei tropici, Cairns, novembre 2015.

 

Foto in evidenza di Lucia Grassiccia.

Riguardo il macchinista

Maria Rossi

Sono dottore di ricerca in Culture dei Paesi di Lingue Iberiche e Iberoamericane, ho conseguito il titolo nel 2009 presso L’Università degli Studi di Napoli l’Orientale. Le migrazioni internazionali latinoamericane sono state, per lungo tempo, l’asse centrale della mia ricerca. Sul tema ho scritto vari articoli comparsi in riviste nazionali e internazionali e il libro Napoli barrio latino del 2011. Al taglio sociologico della ricerca ho affiancato quello culturale e letterario, approfondendo gli studi sulla produzione di autori latinoamericani che vivono “altrove”, ovvero gli Sconfinanti, come noi macchinisti li definiamo. Studio l’America latina, le sue culture, le sue identità e i suoi scrittori, con particolare interesse per l’Ecuador, il paese della metà del mondo.

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