IN SALITA Intervista ad Eva Rizzin, ricercatrice e attivista sinta (ma non solo) di Elena Cesari

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(Vedo Eva per la prima volta nel 2006 ad una conferenza tenuta dall’associazione Osservazione a Pisa dove studiavo. Mi colpisce per la schiettezza e la determinazione con cui porta avanti le sue idee. Non avrei immaginato che pochi anni dopo, attraverso un progetto europeo sul monitoraggio del discorso razzista e xenofobo nei media, saremmo diventate colleghe ad Articolo 3, osservatorio sulle discriminazioni di Mantova. )

 

  • Come ti piace definirti (se ti definisci in qualche modo) ? Che cos’è per te l’identità?

 

Ho sempre vissuto la mia appartenenza identitaria come motivo di orgoglio. Sono frutto di un matrimonio misto: mia madre appartiene alla comunità Sinta, mio padre è quello che viene definito all’interno della nostra comunità come un “gagio”ossia come un non rom e un non sinto. Fin da piccola mia madre mi ha insegnato ad essere orgogliosa della mia appartenenza e delle mie origini e a credere nel valore dell’istruzione come strumento di riscatto sociale. Non a caso ho scelto di dedicare i miei studi e la mia vita professionale alla mia comunità. In questo senso certo mi piace definirmi come sinta, non solo come quello, ma anche come sinta e sono orgogliosa della mia identità. Gli elementi positivi della mia cultura e che traggo dalla mia esperienza sono la coesione e la solidarietà familiare che spesso sono stati minati proprio dalle politiche discriminatorie delle istituzioni; detto questo, ci tengo a dire che non esiste una sola “identità sinta”, né una “cultura rom”. La cultura è fatta da individui con storie e percorsi di vita molto diversi.  Parlare di “cultura rom e sinta” non ha senso perché quando parliamo rom e sinti parliamo di un universo vastissimo, una galassia infinita di minoranze. Ogni persona sinta e rom è un mondo a sé. Ci sono rom che sono in Italia dal 1400 e rom appena arrivati dalla Romania. Cos’hanno in comune i rom rumeni con i sinti di Bolzano? Forse solo alcune questioni legate alla lingua, però bisogna stare attenti a non generalizzare. Solitamente purtroppo molte delle politiche attuate in Italia partono dall’assunto che esiste un’unica cultura spesso connessa a stereotipi: un esempio eclatante è quello del nomadismo a cui sarebbero dediti tutti i rom e i sinti!

 

 

  • Come sono stati gli anni della tua infanzia e adolescenza? Che aria respiravano i Sinti in Friuli?

 

Io sono nata a Udine nel 1977 ma in realtà sono cresciuta a Tarvisio, che è un piccolo paese di montagna in Friuli che confina con l’Austria e la Slovenia ed è a 90 Km da Udine. Lì sono vissuta sino all’età di 18 anni, lì ho frequentato le scuole elementari e medie. Nel weekend andavamo però a trovare la famiglia di mia mamma a Udine. Tutti i miei compagni di scuola lo sapevano perché i miei parenti erano tutti giostrai e circensi. Poi a Tarvisio abitava mio zio Claudio che era molto famoso in Val Canale, dove aveva un negozio di abbigliamento, vendeva vestiti di alta moda e in quel periodo negli anni 70 fra i suoi clienti c’era Arnold Schwarznegger. Mio zio era molto orgoglioso della sua identità, si pavoneggiava; di conseguenza anch’io non ero inibita nel dichiarare la mia, anzi ero molto avvantaggiata da questo. I problemi sono iniziati in periodo adolescenziale in cui ho vissuto un po’ di smarrimento, non sapevo cosa considerarmi, non sapevo cosa fossi: sinta, gagi o entrambe le cose. Durante la settimana facevo la vita da gagi in casa, a scuola; il weekend invece andavo dai miei parenti sinti a Udine e vivevo nelle roulottes. Ho dovuto lavorare un po’ per comprendere che in me potevano coesistere pacificamente queste due identità. Non ti nascondo che durante l’adolescenza ho avuto anche un momento di rifiuto della mia identità sinta. Per una persona sinta e rom non è facile affermare la sua appartenenza. La necessità di rimanere invisibili va di pari passo con il razzismo e l’intolleranza che esiste nella nostra società. Purtroppo oggi dichiararsi sinto o rom significa essere equiparato ad un ladro e ad un criminale, fatto che spinge moltissimi sinti e rom a nascondere la propria identità. Dichiararsi sinto o rom non è facile, non conviene perché se cerchi lavoro o se cerchi una casa non lo trovi o vieni sbattuto fuori. Però mia madre è stata sempre vigile affinché l’identità mia e dei miei fratelli non diventasse mai un motivo di vergogna.  Ovviamente il dichiarare la propria identità si complica enormemente per le persone che vivono in condizione di emarginazione sociale che sono altamente invisibili.

 

  • Cos’è l’antiziganismo?

Secondo la recente ricerca Spring Global Attitude Survey realizzata dal Pew Reasearch Center, l’Italia risulta essere il paese europeo più colpito dall’antiziganismo. L’85% degli italiani è contrario ai rom. Paradossalmente l’Italia è anche il paese europeo con la più bassa percentuale di rom e sinti all’interno dei propri confini, solo lo 0,25 percento della popolazione italiana, e allo stesso tempo uno dei paesi più ossessionati e spaventati.

L’antiziganismo è un fenomeno estremamente radicato nella storia, oggi molto spesso alimentato dai mass media e non di rado dai partiti politici e dai rappresentanti istituzionali che usano xenofobia e razzismo per accrescere il loro consenso elettorale.

L’antiziganismo è inoltre un fenomeno largamente inosservato, considerato “normale” e altamente accettato. Da un lato si manifesta attraverso le immagini stereotipate e negative delle comunità rom e sinte e dall’altro con il diniego dell’esistenza di secoli di discriminazione.

Purtroppo cavalcare l’onda d’odio verso rom e sinti conviene a molti politici che in questo modo ottengono maggiore consenso elettorale.

 

  • Quali sono i tuoi impegni attuali di ricerca all’Università di Verona?

 

Attualmente io svolgo la mia attività di ricerca al dipartimento di Scienze Umane dell’Università di Verona e precisamente al CREA, Centro di Ricerche Etnografiche e di Antropologia applicata “ Francesca Cappelletto”. Dal 2015 sto conducendo, con la supervisione di Leonardo Piasere, una ricerca finanziata dalla Commissione Europea e riguarda la condizione delle persone rom rumene in Europa occidentale. Lo scopo del Progetto denominato MigRom è quello di intraprendere una ricerca sul movimento delle persone rom dalla Romania verso Francia, Italia, Spagna e Regno Unito. Durante la ricerca si indagherà sulle esperienze, motivazioni e desideri delle persone migranti rom e le reazioni della popolazione, dei media e delle autorità a questa migrazione. Nello specifico io mi occupo delle studio delle politiche delle istituzioni locali verso le persone rom rumene e dell’analisi dei media. In particolare mi sto ora occupando della rappresentazione mediatica delle persone rom rumene a mezzo stampa degli ultimi 25 anni in Italia. I miei studi su rom e sinti sono iniziati un po’ di anni fa…Mi sono laureata in Scienze politiche all’Università di Trieste con una tesi in geografia politica interamente dedicata alla mia comunità: i Sinti Gackane Eftawagaria, sinti di origine tedesca. Allora non conoscevo nessun attivista rom e sinto. Nel 2005 poi sono approdata al Parlamento Europeo per conseguire il  dottorato di ricerca sul fenomeno dell’antiziganismo nell’Europa allargata. Le mie ricerche vertevano sugli strumenti legislativi messi a disposizione dall’Unione Europea per tutelare le minoranze rom e sinte.

 

  • Quali sono stati i tuoi primi contatti con l’associazionismo rom e sinto?

 

I primi contatti con l’associazionismo rom li ho avuti a livello europeo non Italia. Quando sono arrivata a Bruxelles era appena avvenuto l’allargamento dell’Unione con l’ingresso di numerosi paesi fra questi anche l’Ungheria. L’allargamento aveva spinto i legislatori europei ad investire maggiore attenzione alla questione della tutela dei diritti delle minoranze sinte e rom. Per la prima volta nella storia erano state elette nel parlamento europeo due deputate di origine rom, due donne, entrambe ungheresi: Livia Jaroka e  Viktória Mohácsi.  Per me è stato un evento storico! Le prime romnì a sedere al Parlamento europeo! Un miraggio per il nostro paese. Durante il mio stage ho avuto la possibilità di affiancare Livia Jaroka che si occupava proprio di difesa dei diritti civili. Quest’esperienza mi ha arricchito tantissimo perché mi ha dato la possibilità di conoscere l’attivismo rom a livello europeo e mi sono resa conto in quel preciso istante di quanta strada c’era ancora da fare invece in Italia. In Italia infatti abbiamo dovuto attendere il 2005 per l’elezione, per la prima volta nella storia italiana, di un consigliere comunale sinto: Yuri del Bar di Mantova. Ci sono poi stati tanti altri tentativi di candidature politiche di persone sinte e rom, ma sono tutte tramontate a causa della propaganda razzista. Il mio attivismo in Italia è iniziato nel 2005, anno in cui ho fondato insieme ad altri attivisti ricordo in particolare  il caro amico e maestro Piero Colacicchi, il centro di ricerca-azione Osservazione contro la discriminazione di rom e sinti. Osservazione si occupa di denunciare la violazione dei diritti umani di rom e sinti in Italia.

Nel 2005 ancora non esisteva un’organizzazione nazionale rappresentativa di sinti e rom: la partecipazione in Italia è un fatto nuovo perché è nata nel 2007, anno in cui si è formato il comitato che  avrebbe poi dato origine nel maggio del 2008 alla Federazione Rom e Sinti Insieme. Tutti gli organismi europei ritengono che la partecipazione diretta di rom e sinti alla vita culturale, civile e politica di uno stato sia un requisito fondamentale per garantire loro i diritti di cittadinanza. In Italia manca proprio questo requisito base! Molti progetti assistenziali verso rom e sinti sono falliti nel corso degli anni, tuttavia si continua ad ignorare che la causa di questo fallimento sta proprio nella mancata partecipazione soprattutto dei giovani rom e sinti. L’assistenzialismo è stato la rovina dell’Italia, bloccando l’iniziativa culturale e politica delle persone rom e sinte, considerate incapaci di poter interloquire e di essere partecipi del proprio destino. In Europa c’erano deputati e un attivismo politico molto diverso!

 

  • Che ruolo hanno le donne nel mondo dell’associazionismo sinto e più in generale all’interno della comunità rom e sinta?

 

Il mio primo contatto con l’attivismo sinto io l’ho avuto con due donne. Anche in Italia in questo momento un ruolo di primo piano è rivestito da una donna, Diana Pavlovic, romnì. Diana è di Milano, è attrice teatrale ed è una grande attivista. A Torino c’è poi Laura Halilovic, regista rom, pluripremiata per il suo documentario “Io, la mia famiglia rom e Woody Allen”, Saška Jovanović Fetahi, una romnì serba, con diploma di ingegnere e imprenditrice, presidente dell’Associazione Romni.  poi mi viene in mente una mia carissima collega anche lei parte del progetto MigRom che si è appena laureata col massimo dei voti a Venezia. Poi, naturalmente, ci sono tantissime storie di donne rom invisibili. Su questo è illuminante il  libro di Pino Petruzzelli “Non chiamarmi zingaro”, nel quale viene raccontata la storia di una neurologa rom che nasconde, a causa del pregiudizio, la sua appartenenza persino alla propria famiglia.

 

 

 

  • Che bilancio fai delle lotte politiche e civili portati avanti in tutti questi anni da rom e sinti in Italia?

 

Purtroppo nel corso degli anni ho accumulato un senso di grande frustrazione perché in Italia c’è stato, è vero, un cambiamento di rotta, ma in senso negativo, con un’escalation della discriminazione. Nel 2008 in Italia è stato realizzato il censimento etnico ed è stato dichiarato lo stato d’emergenza nei confronti delle minoranze rom e sinte con il raccoglimento delle impronte digitali e delle schedature etniche, in netta violazione dei diritti sanciti dalla nostra Costituzione a partire dall’articolo 3 e da innumerevoli risoluzioni del Parlamento europeo. Se siamo arrivati alla dichiarazione dello stato di emergenza le responsabilità sono da individuare in scelte politiche sia di destra che di sinistra. Già nel 2005 infatti i primi sgomberi di comunità rom e sinte sono iniziati a Bologna ad opera dell’allora sindaco Sergio Cofferati. Successivamente in molte città italiane si firmarono i cosiddetti “patti per la sicurezza” divenuti poi strumento di propaganda politica e nel 2008 con il governo Berlusconi siamo giunti alla dichiarazione dello “stato di emergenza in relazione agli insediamenti di comunità nomadi”nelle regioni di Campania, Lazio, Lombardia poi nel Veneto e nel Piemonte. Di questo ci siamo occupati come Federazione: si è trattato di uno dei periodi più bui degli ultimi anni. Fu un periodo di fervente attività politica per me e per molti altri attivisti rom e sinti come ad esempio Diana Pavlovic. Andavamo a visitare diverse organizzazioni rom e sinti, siamo andati a Vienna a manifestare, all’OCSE per denunciare la situazione in Italia con i nostri cartelloni con scritto “STOP FINGER PRINTINGS”. Successivamente ho sentito il bisogno di distaccarmi un po’dalle questioni rom e sinte, di prendere una “pausa” dall’attivismo, a causa di questo senso di frustrazione montante di cui ti parlavo prima. Non volevo fare per tutta la vita la sinta che si occupa solo di rom e sinti, avevo bisogno di ampliare il mio orizzonte e di capire un po’la situazione discriminazione che vivevano le altre minoranze. E’ iniziata così la mia partecipazione ad Articolo 3 Osservatorio sulle discriminazioni di Mantova.

Articolo3 nasce nel maggio del 2008 in seno al Tavolo permanente per la celebrazione della Giornata memoria, dalla partecipazione di diversi istituti: l’ istituto mantovano di storia contemporanea di Mantova, la comunità ebraica di Mantova, l’associazione Sucar Drom che si occupa della tutela delle minoranze sinte e rom, l’istituto di cultura sinta e l’Arcigay “La salamandra” di Mantova. L’idea originaria dell’Osservatorio era creare un fronte comune delle comunità cosiddette minoritarie che analizzasse e denunciasse le discriminazioni e le innumerevoli forme di razzismo.

 

  • Credi che esista una forma di potere sui corpi e sulle vite delle persone che non rientrano nella categoria della “normalità”, concetto definito in vario modo, ad uso e consumo di poche persone?

 

Sì. Trovo che la vita quotidiana di chi appartiene ad una minoranza , rubando l’immagine usata da un amico, sia come una partita di calcio giocata su di un campo inclinato, dove chi appartiene ad una minoranza, deve giocare in salita. Lavorando ad Articolo 3 ho avuto l’opportunità di conoscere le discriminazioni subite da altre minoranze. Mi ricordo che mi bastò un viaggio fatto in treno per andare a Bologna ad un convegno del MIT (Movimento Italiano Transessuali) con una cara amica per vedere quante discriminazioni quotidiane subiscono le persone trans!

E’ necessario che le minoranze escano dalla propria logica identitaria ristretta per riprendere il concetto di fronte comune davanti alle discriminazioni.

 

  • Quali sono i tuoi nuovi impegni come ricercatrice o attivista?

 

Ultimamente ho lasciato un po’ l’attivismo e ad Osservazione mi hanno definita “la socia dormiente”. Perché “sto dormendo”? In questi anni mi sono dedicata ad altro. L’attivismo richiede moltissime energie e in questi anni ho fatto scelte anche nella mia vita privata che mi hanno portato a diverse riflessioni. La nascita di mio figlio Davide ha cambiato le mie priorità e ho scelto di godermi questi momenti speciali e dedicare le mie energie alla formazione soprattutto in ambito scolastico perché penso sia importante lavorare e dedicare tempo alle nuove generazioni. Non so se si può definire attivismo, io penso di sì. Fare formazione agli studenti sull’antiziganismo, sulle discriminazioni subite nel corso dei secoli da rom e sinti penso sia importante. Io vado nelle scuole a parlare di storia, perché parlare della storia dei rom e dei sinti significa parlare della storia dell’antiziganismo. Racconto la storia della mia famiglia, delle persecuzioni che ha dovuto subire in epoca fascista in Italia e quando ricevo mail di studenti che mi ringraziano di quanto hanno sentito, per me questo vale tantissimo.

Basta arrivare a una persone su duecento; è  già un successo incredibile!

Ricordare quello che è avvenuto in un passato recente è fondamentale. Il genocidio di rom e sinto è stato per lungo tempo narrato con omissioni e imprecisioni. La legge in vigore, la  211 del 2000 che istituisce il Giorno della memoria non menziona lo sterminio subito dalle minoranze sinte e rom. Per questo quando vado nelle scuole io parto dalla questione della memoria, ricordando tutte le vittime delle persecuzioni nazi-fasciste: persone sinte, rom, omosessuali, le persone con disabilità, ebrei, oppositori politici. Cosa sanno gli studenti? Spesso sanno che cos’è la Shoah, ma non sanno che cos’è il genocidio di sinti e rom.

La mia non è volontà di vittimismo, ma credo che  per superare i pregiudizi e le discriminazioni di oggi sia necessario prima elaborare concretamente quello che è successo nel  genocidio di rom e sinti.  Per lungo tempo è stato un pezzo di storia ignorato e solo abbastanza di recente con gli studi rigorosi di storici come Giovanna Boursier, Luca Bravi, sono venute alla luce gli avvenimenti di quegli anni. La memoria del genocidio è essenziale, gli studenti devono conoscere il passato.

Intervista inedita per gentile concessione di Elena Cesari LogoCC

 

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Foto in evidenza di Luciana Messina.

Foto dell’autrice a cura di Eva Rizzin.

Riguardo il macchinista

Sana Darghmouni

Sana Darghmouni, Dottore di ricerca in Letterature Comparate presso l'Università di Bologna, dove ha conseguito anche una laurea in lingue e letterature straniere. E' stata docente di lingua araba presso l'Università per Stranieri di Perugia ed è attualmente tutor didattico presso la scuola di Lingue e letterature, Traduzione e Interpretazione all'Università di Bologna.

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