In fuga dal Gambia. Il sogno tradito di una Repubblica democratica (a cura di Raul Zecca Castel)

Alhambra

 

Intervista a cura di Raúl Zecca Castel*

 

Se si dovesse scrivere la storia di una nazione come il Gambia tenendo conto unicamente del suo periodo libero e democratico, questa si ridurrebbe a una parentesi di soli trent’anni.

Colonia inglese fino al 1965, anno in cui ottenne l’indipendenza, il Gambia fu guidato da Dawda Jawarà fino al 1994, quando un brutale colpo di stato mise fine all’unico governo democraticamente eletto del paese. Da allora, questo piccolo fazzoletto di terra dell’Africa occidentale incuneato nel Senegal, è sempre stato nelle mani di uno tra i dittatori più feroci e sanguinari del mondo: Yahya Jammeh. Il suo regime liberticida si è contraddistinto per le crescenti persecuzioni politiche, religiose, etniche ed omofobe, cui hanno fatto seguito innumerevoli arresti, giudizi sommari, sparizioni forzate, torture ed omicidi. Il tutto in un clima di totale impunità. Le denunce della stampa e degli organismi internazionali, infatti, non hanno mai potuto sortire alcun effetto mitigatore e le speranze delle generazioni più giovani sembravano così destinate a rimanere vane illusioni. Fino al 1° dicembre 2016. In questa data, l’esito elettorale che già per quattro volte – 1996, 2001, 2006, 2011 – aveva confermato la leadership di Jammeh come presidente del Gambia (nonostante le accuse di intimidazioni e brogli mosse dalle opposizioni e dagli osservatori internazionali) ha inaspettatamente premiato il suo diretto avversario Adama Barrow, candidato di un fronte democratico riunito nello United Democratic Party. Immediatamente, per le strade della capitale Banjul e nel resto del paese, sono cominciati i festeggiamenti, siglati dall’augurio di buona fortuna che Jammeh ha prontamente rivolto al vincitore, ammettendo e di fatto accettando in diretta televisiva la sua personale sconfitta. Anche la vasta comunità gambiana nella diaspora ha accolto il risultato delle elezioni con entusiasmo e una certa dose incredulità. Improvvisamente, le speranze di tutti coloro che nel corso di questi ventidue lunghi anni erano fuggiti dal regime di Jammeh, tornavano a brillare. Migliaia di cittadini gambiani vivono oggi in Italia, principale approdo europeo per i migranti africani richiedenti asilo politico. Ho deciso di intervistare uno di loro per capirne lo stato d’animo all’indomani del risultato elettorale e chiedere conto delle ragioni che hanno spinto così tanti gambiani a lasciare il proprio paese.

Per ragioni di sicurezza, l’intervistato ha voluto restare anonimo.

 

Buongiorno M.S.. Intanto grazie per concederci questa intervista. Come prima cosa vorremmo chiederti cosa pensi del risultato di queste elezioni e se credi che potrà cambiare la situazione che ha tristemente caratterizzato il Gambia per tutti questi anni.

Sono felicissimo del risultato, non posso crederci! La verità è che non avevo alcuna fiducia nella possibilità che Jammeh potesse accettare la sconfitta, ma così è stato. È un giorno di festa per tutti i gambiani nel mondo. Sicuramente ora le cose cominceranno ad andare meglio, perché la situazione politica in Gambia era davvero pessima: la gente non aveva pace, nessuno poteva parlare e dire ciò che pensava, perché non avevamo democrazia. Eravamo tutti disperati per colpa Jammeh…lui poteva fare tutto ciò che voleva. È dal 1994 vivevamo con la dittatura militare. Il nostro popolo stava soffrendo da troppo tempo e tutti coloro che ne hanno avuto la possibilità sono scappate dal paese.

Quali sono concretamente i motivi per cui le persone volevano lasciare il proprio paese?

Le persone scappavano perché avevano paura. Avevano paura di essere arrestate e sbattute in prigione. È già successo a molti, senza aver fatto nulla! Qualcuno ti accusava, venivi arrestato e poi non c’era più niente da fare. Molte persone sono state denunciate in modo anonimo, accusate di essere dissidenti, omosessuali o cattivi musulmani…ed è finita. Nessun avvocato poteva salvarti. Non aavevamo una vera giustizia o dei veri processi: era il regime a decidere che cosa è giusto e cosa è sbagliato.

Esistevano movimenti di protesta?

In Gambia, chi reclamava per i propri diritti veniva assassinato o, se era fortunato, incarcerato per il resto della vita. Tutto il mondo aveva capito che Jammeh stava ammazzando i suoi cittadini come polli. Lo sapevano tutti, ma non lo diceva nessuno. Tutti i giornalisti erano al servizio del regime, perché avevano paura di dare notizie scomode. Sapevano benissimo che se lo avessero fatto sarebbero scomparse nel nulla.

Chi erano i responsabili delle sparizioni? L’esercito?

L’esercito era il braccio armato del Presidente, come è normale in tutti i regimi dittatoriali,  ma quello che forse non tutti sanno è che esisteva un corpo speciale di forze armate direttamente agli ordini del Presidente deputato a svolgere i lavori più sporchi. I suoi membri erano noti come i Jungullars e di fatto erano i boia personali del presidente, un vero e proprio squadrone della morte. Molte persone sono state sequestrate, torturate e fatte “sparire” dai Jungullars.

Hai voglia di raccontarci la tua storia? Perché hai dovuto lasciare il tuo paese?

La verità è che io avevo una bella vita in Gambia. Non mi mancava nulla. Ho potuto studiare e permettermi molte cose. E questo solo perché ero parente di un militare di alto rango al servizio del Presidente. Di fatto era un colonnello, dunque tutti mi conoscevano e mi rispettavano. Ma per lo stesso motivo un giorno ho dovuto lasciare il paese. È accaduto nel 2006. Era notte, stavo dormendo in casa con la mia famiglia quando improvvisamente hanno fatto irruzione alcuni ufficiali armati. Volevano sapere dove fosse questo mio parente, esigevano risposte, ma la verità è che nessuno di noi ne aveva idea. Ci hanno detto che stava per prendere parte a una rivolta contro il presidente, un colpo di stato, e che se non lo avessimo denunciato saremmo finiti nei guai.

E poi? Cos’è accaduto?

Non potevo dargli le informazioni che cercavano, semplicemente perché non sapevo nulla, non sapevo che era un ribelle. Ma non mi hanno creduto e così è iniziata la disgrazia della mia famiglia. Ci hanno tenuti sequestrati in casa per giorni interi, torturandoci ripetutamente. Ci hanno picchiati con calci e pugni su ogni parte del corpo, colpendoci con i fucili, e poi hanno violentato le donne. Io ero l’unico uomo adulto, così hanno infierito su di me, versandomi dell’acido sulle mani e con le scariche elettriche. Svenivo spesso. Ho ancora i segni sul corpo…

Come hai fatto a salvarti?

Come ti dicevo, tutti mi conoscevano, soprattutto i militari e gli ufficiali, anche quelli che mi torturavano. Uno di loro per fortuna mi ha aiutato a scappare durante il suo turno di guardia. Mi voleva bene, e sapeva che non c’entravo nulla con il tentativo di colpo di stato. Dopodiché hanno rilasciato la mia famiglia, che si è trasferita altrove. Non posso dire dove. Io sono riuscito a scappare in Senegal. Ho vissuto lì per qualche tempo, ma la verità è che non mi sentivo al sicuro. Mi arrivavano continuamente le notizie degli arresti e delle sparizioni di tutti coloro che avevano partecipato o sostenuto la rivolta contro Jammeh e temevo che qualcuno potesse riconoscermi. È così che ho deciso di lasciare anche il Senegal e iniziare il viaggio che mi ha portato in Italia.

Sei partito dalla Libia con un barcone?

Sì, ho attraversato il deserto e poi la Libia è stato un altro inferno. In quel paese non c’è legge, non c’è governo. Persino i bambini girano armati. Stavo lavorando da qualche settimana senza essere pagato e quando ho chiesto i miei soldi, il capo mi ha investito con la sua jeep. Voleva uccidermi. Non riuscivo più a muovermi, non sentivo le gambe, ma non potevo andare in ospedale. Sono rimasto immobile quasi due mesi, curandomi con rimedi tradizionali, ma la verità è che pensavo di morire. Appena ho avuto le forze mi sono imbarcato e ho attraversato il mare.

Come ti senti ora? Sei in contatto con la tua famiglia?

Ora sto abbastanza bene. In Italia mi hanno curato, ma dovrò prendere alcune medicine per tutta la vita. La cosa che più mi spaventa sono i pensieri. Non potrò mai dimenticare quello che mi hanno fatto. A volte è difficile dormire. Anche perché sono in pensiero per i miei familiari. Potevo parlare con loro, ma le conversazioni dovevano essere brevi, perché sicuramente avevano i telefoni sotto controllo. Ci sentivamo solo per sapere che stiamo bene. Dal giorno precedente le elezioni non li ho ancora sentiti, perché Jammeh ha interrotto tutti i servizi di comunicazione. Non vedo l’ora di poter festeggiare insieme a loro.

Come vedi il tuo futuro e il futuro del Gambia?

Non lo so. Mi hanno dato un permesso di soggiorno per motivi umanitari, ma ho fatto ricorso perché ritengo di avere diritto all’asilo politico. Voglio essere riconosciuto come un rifugiato e avere la protezione internazionale. La mia vita è distrutta, completamente distrutta. Non so quale futuro mi aspetta qui. Mi manca molto il mio paese, è un paese bellissimo e vorrei tornarci. Ora che Jammeh è caduto potrò farlo, ma prima ho bisogno di sapere che davvero non c’è più nessun pericolo. Questi momenti sono molto confusi, e anche pericolosi. Bisogna avere pazienza e sperare che il nuovo presidente sia in grado di sollevare il paese e mantenga le sue promesse democratiche. Ho molta speranza…

Grazie mille e buona fortuna.

 

P.S.

Il 10 dicembre 2016, Yahya Jammeh ha ritrattato le sue precedenti dichiarazioni: “Dopo un’attenta indagine ho deciso di rifiutare l’esito delle recenti elezioni – ha affermato -. Sono dispiaciuto per il fatto che ci siano state serie e inaccettabili irregolarità durante il processo elettorale”.  Le speranze di un Gambia libero e democratico sono così nuovamente piombate nel terrore e ora si temono ulteriori ripercussioni e violenze contro i sostenitori di Adama Barrow. Nello stesso annuncio, infatti, Jammeh ha intimato la popolazione a non protestare, minacciando dure repressioni.
Il 19 gennaio 2016, infine, Jammeh ha espulso dal paese l’ambasciatore americano Omar Faye, colpevole di aver espresso un invito al rispetto dell’esito elettorale.
Quale sarà il futuro di questa piccola striscia di terra e dei suoi due milioni di abitanti non è dato saperlo. Bisognerà attendere fino al 19 gennaio 2017, data ufficiale di scadenza del mandato presidenziale, ma le aspettative, certo, non lasciano spazio a molto ottimismo. Il sogno di ritorno dei tanti esuli gambiani pare così destinato a rimanere nel cassetto, almeno per ora.

 

Per gentille concessione  dell’autore  LogoCC

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* Raúl Zecca Castel è dottorando in Antropologia Culturale e Sociale presso l’Università di Milano-Bicocca, ha lavorato a stretto contatto con i richiedenti asilo e i rifugiati del progetto SPRAR di Milano, ed è autore del saggio “Come schiavi in libertà. Vita e lavoro dei tagliatori di canna da zucchero haitiani in Repubblica Dominicana”, Ed. Arcoiris, Salerno, 2015.

 

 

Foto in evidenza di Melina Piccolo

Foto dell’autore. a cura di Raul Zecca Castel.

 

 

 

 

Riguardo il macchinista

Lucia Cupertino

LUCIA CUPERTINO (1986, Polignano a Mare). Antropologa culturale, poetessa e traduttrice. Ama anche mettere le mani nella terra e sta cercando di apprendere agricoltura naturale e strumenti della transizione culturale. Scrive in italiano e spagnolo e suoi lavori sono apparsi in riviste italiane quali Nuovi Argomenti, Fili d'aquilone, Irisnews, Versante ripido, Sagarana, Carmillaonline, Le Voci della Luna e internazionali come La otra, Círculo de poesía, Bitácora pública, Vallejo and company, La Jornada, Monolito, Aerea, El grito. Ha pubblicato: "Mar di Tasman" (Isola, Bologna, 2014), "Non ha tetto la mia casa" (Casa de poesía, San José, 2016), sua antologia poetica in versione bilingue, italiano-spagnolo. Una selezione di sue poesie è apparsa tradotta in albanese sulla rivista Poeteka. Ha tradotto e curato "43 poeti per Ayotzinapa. Voci per il Messico e i suoi desaparecidos" (Arcoiris, Salerno, 2016) che ha ricevuto una menzione critica nel premio di traduzione letteraria Lilec dell’Unibo. Co-curatrice di "Muovimenti. Segnali da un mondo viandante" (Terra d'Ulivi, Lecce, 2016). Cofondatrice della rivista La macchina sognante, con la quale prende parte a eventi culturali in Italia e all’estero. Ha curato l'edizione italiana del documentario brasiliano "Fiore brillante e le cicatrici della pietra" sugli indigeni Guarani-Kaiowà. A varie latitudini ha svolto ricerche universitarie e antropologiche incentrate su mondo indigeno, educazione e transizione sociale.

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