“In braccio alla mamma” Capitolo I – Rose Romano

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Quando Edith Catherine Pozzuoli aveva otto anni uccise sua madre e niente fu più come prima.

Nessuno disse niente ai bambini della morte della loro madre finché non fu l’ultimo giorno della veglia funebre. Non volevano che i bambini fossero troppo tristi. Poi, in quell’ultimo giorno, seduti tutti e tre sul divano in soggiorno, il padre spiegò che la mamma era andata a dormire per molto, ma molto tempo.

Edith era un po’ preoccupata. Il fratello non disse niente. “Ma quando si sveglierà?” chiese Edith.
“Non lo so,” disse il padre.
“Ma dove dorme? E’ in camera da letto?”

“No,” rispose il padre. “E’ in un posto speciale perché questo è un sonno speciale. Oggi, dobbiamo andarci a vedere la mamma per l’ultima volta.”

“Perché per l’ultima volta? Quando si sveglierà, ci vedremo di nuovo, no?”

Il padre non si era preparato a questa domanda. Finse di non aver sentito.

“Adesso,” disse, “dovete vestirsi per andare a vedere la mamma. La zia ti aiuterà, Edith.”

Il padre si girò al figlio.
“E io aiuterò te.”
“Posso vestirmi da me,” rispose il figlio, arrabbiato. “Non sono un bambino. E poi, ho già visto la mamma quando dorme. Non è niente di speciale.”

“Devi andare,” disse il padre, anche lui arrabbiato adesso. “Non hai scelta. E poi, tutti gli zii e tutte le zie saranno lì. Anche le amiche della mamma e i vicini di casa. Ci sarà tanta gente. Cosa penserà di me se voi due non siete lì?”

“Io voglio andarci,” Edith strillò.
“Non strillare,” l’ammonì il padre. “Non è da signora.”
“Non sono una signora,” Edith strillò ancora più forte. “Sono una bambina e voglio andare a vedere la mamma! Subito!”
Edith era un po’ in ansia. Perché tutta questa gente voleva vedere la mamma dormire? Non era normale. Ma questo doveva essere un sonno davvero speciale.
“Io no, invece,” disse il fratello. “E’ uno spreco di tempo.”
“Va bene, va bene,” disse il padre. Non gli piaceva mai avere a che fare con i sentimenti negativi, eccetto i suoi. “Edith, vai nella tua camera dove la zia aspetta per aiutarti a vestirti. Tu, figliolo mio, cerca di sembrare troppo sconvolto per venire a vedere la mamma.”

Il fratello si alzò e andò nella sua camera, dove c’era la sua automobilina. Battè forte i piedi con ogni passo e con quasi ogni parola.

“Non sono sconvolto,” borbottò il fratello. “Perché devo essere sconvolto? La mamma dorme. E con questo? Tutti dormono ogni tanto. Non è una novità.”

La zia, il padre, ed Edith lasciarono il fratello a casa con la nonna e andarono da qualche parte in macchina.

Era un po’ come una chiesa, anche se era evidente che non era una chiesa. Non c’era il crocefisso sul tetto sopra i portoni. Infatti, c’era soltanto un portone, un portone di vetro e non di legno, e dentro una luce soffusa che non sembrava venire dall’elettricità né dal sole, anche se c’erano quelle piccole finestre colorate alte nelle pareti.

A che serve una finestra, pensò Edith, se non puoi vedere il mondo?

Edith entrò, una mano attaccata alla zia e l’altra al padre, tutti e tre camminando lentamente.

C’era qualche santo triste nelle nicchie intorno alle pareti, con davanti quelle piccole scale con quelle tazze per le candele. Non c’era lo scatolone con le candele sotto le piccole scale e nemmeno il salva denaro, come lo chiamava Edith, per mettere dentro le monete.

Ma, si chiese Edith, devi portare le candele da casa? Devo chiederlo alla mamma.

C’era la moquette dappertutto, di un colore che non diceva niente; non era grigio, non era blu, non era marrone chiaro, non era nessun colore.

La moquette in chiesa? si chiese Edith. Ma che razza di chiesa è questa? Forse è un albergo.

Ricordò il giorno quando la mamma le aveva mostrato una rivista con le foto di alberghi famosi nelle città famose. Erano tutti così belli.

C’erano le porte di un legno scuro e lucente, chiuse, alla parete sulla sinistra, una dopo l’altra, tutte con una piccola cartella con un nome. Cioè, sembravano nomi; anche se camminavano lentamente, andavano troppo veloce perché Edith potesse essere sicura. Infatti, in quel momento, non era sicura di niente.

Forse è un ospedale, si disse Edith. La mamma va sempre in ospedale. Ma non hanno la moquette nemmeno all’ospedale.

All’ospedale, permettevano sempre a Edith e al fratello di entrare a vedere la mamma. Ma non c’era mai altri bambini all’ospe- dale.

La zia e il padre si fermarono bruscamente. Edith continuò a camminare per un attimo, poi balzò indietro.

“Comincia di già,” borbottò il padre.

“Devi comportarti da signora,” disse la zia in un sussurro. “Questo posto è solenne, come una chiesa.”

“Questa è una chiesa?” Edith disse troppo forte. “Lo sapevo io.” “Stai zitta,” disse la zia mentre il padre disse,“Chiudi il becco.”
Il padre aprì la porta davanti al quale si erano fermati.
C’era tanta gente, qualcuno che piangeva, tutti vestiti di nero. Anche Edith era vestita quasi tutta di nero. Aveva una gonna, troppo grande, di cotone nero, che era nuova, e una camicetta bianca, vecchia e troppo piccola. Le scarpe, una volta di nero e di bianco, erano state tinte tutte di nero. La mamma ne aveva un paio così e adesso le loro scarpe non sarebbero state mai più come erano prima. Non avrebbero potuto mai più indossare i completi mamma e figlia con quelle scarpe.

“Ma perché hai tinto le mie scarpe così?” Edith aveva chiesto alla zia mentre la zia gliele aveva infilate ai piedi. “Fanno schifo così.”

La zia non aveva risposto. Edith aveva altre domande ma la zia non aveva risposto.

“Stai zitta.”
Quando entrarono, tutti si girarono a guardarli.
La stanza era molto più grande del soggiorno a casa. Non c’eranoi banchi, come in chiesa. C’erano soltanto file di sedie pieghevoli di metallo. A un’estremità della stanza, c’era qualcosa che sembrava un altare, con tanti fiori e candele. Subito davanti a questo altare c’era uno scatolone. La mamma dormiva lì dentro, come la bambola di Edith nella scatola da scarpe.

Che bello, pensò Edith.

Voleva andare subito dalla mamma, ma la zia le teneva stretta la mano, mentre tutti e tre salutavano ogni persona, una alla volta, il padre spiegando che il fratello era troppo sconvolto per venire con loro ed era a casa con la nonna.

“Poverino,” disse la gente.

Edith continuò a tirare la mano della zia, cercando di scappare dalla mamma.

“Voglio andare dalla mamma,” disse.
“Stai zitta,” disse la zia.
Il padre non disse niente a Edith; era occupato a spiegare perché il fratello e la nonna non c’erano, stringendo la mano a tutti. Finalmente, Edith poteva andare dalla mamma. Dormiva davvero, gli occhi chiusi, la bocca chiusa, tutta chiusa. Ma non portava il pigiama e non si era tolta il trucco. Invece, aveva addosso un vestito come per andare a una festa e il trucco un po’ troppo vistoso. “Ma perché la mamma non si è tolta il trucco per andare a letto?”
“Stai zitta.”
“Perché ha il vestito carino da festa invece del pigiama?”
“Stai zitta.”
“Perché non si è messa i bigodini?”
“Stai zitta.”
“Perché il coperchio della scatola da scarpe è stato tagliato a metà e messo sulla scatola?” “Stai zitta.”

“E chi ha i piedi così grandi da avere bisogno di scarpe così grandi?”

“Stai zitta.”

Era evidente che Edith non avrebbe avuto nessuna spiegazione a niente. Gli adulti erano così; invece di rispondere, dicevano sempre stai zitto, come se credessero che il bambino avrebbe dimenticato la domanda. Ma Edith non dimenticava mai niente.

Poi, tutto d’un tratto, Edith ebbe una bella idea, senza nemmeno grattarsi la testa. Invece di aspettare che la zia rispondesse, che sarebbe stato anche dopo che la mamma si svegliasse, decise di svegliare la mamma.

Si mise in punta di piedi e alzò la mano per dare dei colpetti con le dita al braccio della mamma.

“Mamma,” disse.
“Stai zitta.”
Si girò e guardò su in faccia alla zia.
“Ma perché la mamma è così fredda? Deve mettersi il maglione.” “Stai zitta.”
Si girò di nuovo verso la mamma e la guardò. Tornò a darle al braccio dei colpetti con le dita. “Mamma,” disse, un po’ più forte. “Stai zitta.”
“Mamma,” disse, ancora più forte. “Stai zitta.”

La mamma non si mosse.
Ma questo sì che è un sonno speciale, si rese conto Edith.
Ma qualche volta, soprattutto la domenica, Edith svegliava la mamma buttandosi sul letto, proprio sopra la mamma. Funzionava sempre. La mamma si svegliava, sembrava infastidita, ma poi, quando vedeva che era Edith, sorrideva e la prendeva in braccio.

Edith, veloce veloce, salì nello scatolone da scarpe.
“Mamma!” gridò, aspettandosi di essere presa in braccio.
Ma la mamma non si mosse.
Subito ci fu molto rumore e movimento nella stanza. Erano tutti adulti ma si comportavano come bambini, urlando, strillando, anche correndo di qua e di là.

Fuori da questa massa di gente, apparve il padre.
Con una mossa brusca, afferrò Edith e cominciò a trascinarla verso la porta. Poi, la prese in braccio, sempre correndo verso la porta. Edith si dimenò per liberarsi dalla stretta delle braccia del padre. Dava calci a vuoto.

“Mamma! Mamma!! Mamma!!!” strillò Edith, sempre più forte.
“Stai zitta.”
Eppure, girando il collo in modo doloroso per vedere la mamma, vide che la mamma non si era svegliata, nemmeno con tutto il trambusto nella stanza, gli adulti che urlavano quelle cose stupide e inutili che gli adulti urlano sempre quando vogliono che i bambini facciano come vogliono loro e non hanno un motivo per giustificare niente.

Eppure, la mamma non si svegliò.
Ma questo sì che è un sonno speciale! pensò Edith.
Fuori nel parcheggio, il padre aprì la portiera della macchina e letteralmente, buttò Edith sul sedile posteriore. La zia, che aveva seguito il padre, si sedette accanto a Edith, che stava ancora strillando e dando dei calci, per tenerla immobile.

“Stai zitta.”

Una volta a casa, Edith sedeva rigida sul suo letto, il padre in piedi davanti a lei, la zia nel vano della porta. Il fratello e la nonna erano in cucina a consumare il pranzo.

“Ma come ti sei permessa di comportarti così?” urlò il padre a Edith. La voce era pieno di odio.

Edith non disse niente. Il viso era pallido, gli occhi spalancati, vitrei e terrorizzati. La bocca era aperta. Un po’ di saliva scendeva fino al mento. Le mani e il labbro inferiore le tremavano. Tutto dentro il corpo tremava. Guardava il padre ma non lo vide. Non vide niente. Non sentì niente.

“Ma è sconvolta per la morte della mamma,” la zia disse.

“Non è sconvolta per niente,” disse il padre in tono aspro. Fece un breve sorriso crudele. “Guardala. Si siede lì come se niente fosse.”

Edith sedeva rigida sul bordo del suo letto. I piedi non raggiungevano il pavimento ma le gambe non dondolavano; erano immobili come le sbarre sulla finestra. Sembrava una bambola, una cosa vuota di plastica, bianca come il latte, occhi di vetro e bocca aperta, incapace di esprimere.

“Sconvolta!” ripetè il padre, come se la parola fosse una minaccia.

“Non piange nemmeno. Non se ne frega un cazzo della mamma. Vuole soltanto essere il centro dell’attenzione, anche al funerale di un altro.”

“E’ evidente che è triste,” disse la zia.
Le lanciò un’occhiata torva.
“Quando i bambini sono tristi, piangono,” insistè, incollerito, tornando a guardare Edith.
“Ma lasciala in pace per un po’,” disse la zia.
“Stai zitta, maledetta stupida,” urlò il padre.
Con un solo passo, raggiunse sua sorella, le prese un braccio, e la trascinò fuori dalla stanza. Chiuse la porta, sbattendola.
La zia, senza tentare di rientrare, andò in cucina per prendere il pranzo. Si sedette alla tavola e si prese qualche polpetta. Dopotutto, morire di fame non avrebbe certo aiutato Edith.
“Cos’ha fatto questa volta Edith?” chiese il fratello, con la bocca piena di polpette.
“Stai zitto.”
Nella camera di Edith, il padre stava in piedi davanti a Edith. “Tu! Piccola ingrata!” disse in tono di minaccia. “Dopo tutto quello che ho fatto per te! Come hai potuto mancarmi di rispetto in questo modo? Non pensi mai ai sentimenti degli altri? C’erano tutti quelli che conosco al mondo lì dentro. Come farò a guardarli negli occhi dopo questo spettacolo? Perché nessuno pensa mai a me? Sei abbastanza grande per sapere che anche gli altri hanno i sentimenti.”

Cominciò a camminare su e giù per la stanza, sempre parlando in quel modo minaccioso, il tono sempre più aspro.

“Hai ucciso la tua mamma,” bisbigliò lentamente, il tono sempre minaccioso, sempre più astioso. “Non lo sapevi, vero? Perché io non volevo che tu lo sapessi. Perché volevo proteggerti da questi brutti sentimenti. E io ti avevo anche perdonata. E adesso io non ho la moglie e il tuo povero fratello non ha la madre. E dobbiamo lasciare che quella maledetta di mia sorella viva con noi per prendersi cura di te e del tuo povero fratello.”

Il padre continuò a camminare su e giù per la stanza.
“E vuoi sapere come l’hai fatto? Nascendo! Anche se la mamma è morta otto anni dopo la tua nascita, è morta proprio perché tu sei nata. Il dottore aveva sempre detto che la tua mamma non era abbastanza forte per fare un bambino e adesso abbiamo visto che aveva ragione. Era soltanto una questione di tempo. La mamma aveva il cuore troppo debole. Ma non te ne è importato niente; tu sei nata lo stesso, piccola ingrata. E adesso, grazie a te, la mamma è rimasta ancora con noi solo per otto anni. E’ tutta colpa tua.”

Per un attimo, sembrava che il padre stesse per piangere, ma non lo fece.

“Sei nata e solo otto anni dopo hai ucciso la mamma. Sei malvagia. Sei sempre stata malvagia. Sei un piccolo demonio. Non vali proprio niente. Ma anche con tutto questo, la mamma ti voleva. Io le avevo sempre detto che non doveva darti alla luce, che doveva disfarsi di te, che dovevamo toglierti fuori e buttarti nella spazzatura. Ma, lei, no, diceva sempre di no. La mamma ti voleva e adesso vediamo come l’hai ringraziata. Tu adesso rimani in questa stanza e non ti muovi.”

Con un gesto di sprezzo, il padre uscì dalla stanza, sbattendo la porta.

“Figlio mio,” disse la nonna quando entrò in cucina il padre, “siediti e mangia qualcosa.”

Sogghignando, il padre disse in tono stanco, “Ma va’ fà nculo.” Uscì dalla casa, sbattendo la porta.
Il fratello si girò verso la zia, sobbalzando sulla sedia.
“Ma che vuol dire?” domandò alla zia.

“Stai zitto.”
“Ma lo dice sempre e nessuno vuole dirmi cosa vuol dire.”
“Stai zitto.”
“Ma voglio sapere cosa vuol dire.”
“Stai zitto.”
“Nipotino,” disse la nonna. “Se hai finito con le polpette, ti do un po’ di gelato, va bene?”
“Sì, Nonna.”
Mentre il fratello mangiava il gelato, la zia e la nonna parlavano fitto fitto in napoletano.
Quella notte, Edith non dormì. Giaceva sul letto. Guardava il soffitto. Era tutto buio, freddo, con il vento che fischiava anche dentro casa, niente più mamma, niente più l’amore della mamma, niente più le braccia della mamma che erano calde e potevano proteggerla, niente più luce, niente più vestiti colorati, niente più giocattoli, niente più libri, niente più sicurezza.

Edith rimase da sola in un pozzo buio, senza modo di salire fuori, niente finestre e niente porte, niente scala a pioli, nemmeno grandi rocce a cui aggrapparsi per salire su. Vedeva, tanto in alto, le gambe della gente che passava, uomini, donne e bambini, pantaloni, gonne e scarpe. Edith gridava, gridava, sempre per chiedere il loro aiuto, ma nessuno veniva mai ad aiutarla.

C’era una signora che si fermava ogni tanto per guardare nel pozzo, mentre tutti gli altri la camminavano intorno, tutti indaffarati con la vita e senza il cuore.

Questa signora si vestiva sempre con un abito tutto bianco e lungo fino alle caviglie, con un mantello azzurro altrettanto lungo, e senza scarpe. Voleva tanto aiutare Edith ma Edith non la vedeva. Era troppo impegnata a piangere.

Doveva pensare, ma poteva farlo soltanto di notte.

Non osava chiedere niente agli adulti. Non si fidava più degli adulti. Non si fidava più di niente e di nessuno. Doveva imparare a pensare da sé.

Ed Edith doveva farlo tutto di notte, in silenzio, doveva piangere soltanto di notte, perché non era permesso a Edith o al fratello di piangere la morte della mamma. Dicevano, il padre e la zia, che era venuta a vivere con loro per badare ai bambini, che sarebbe stato troppo per i bambini, troppo triste e troppo duro. Era meglio lasciarli essere gioiosi, come una volta con la mamma. Era meglio lasciarli crescere come bambini normali, felici e spensierati, come tutti i bambini normali. Tutti i bambini, secondo loro, avevano il diritto di essere contenti. Ci sarebbe stato abbastanza tempo, nella vita, di essere tristi e preoccupati come tutti gli adulti.

Non era che avessero letto queste cose sui libri di psicologia. Infatti, tranne per un giornale scritto per quelli che leggevano al livello del terza elementare, non leggevano mai niente. Invece, avevano pensato questo da sé perché per loro era più facile fare così.

Ma era tutto buio e non c’era modo di salire da quel pozzo.

 

 Per gentile concessione dell’autrice. Primo capitolo di  “In braccio alla mamma”, malafemmina press, 2019.

 

 

 

Rose Romano è una scrittrice italo-americana che vive in Italia. Negli Stati Uniti ha fondato e diretto la rivista letteraria, la bella figura e ha fondato la piccola casa editrice malafemmina press, le prime iniziative editoriali che pubblicavano esclusivamente il lavoro  delle scrittrici italo-americane.  Le sue raccolte di poesia in lingua inglese Vendetta e The wop factor, come pure la sua antologia La bella figura: a choice fanno parte di collezioni bibliotecarie ed archivi universitari. Diverse università negli Stati Uniti includono le sue opere tra i materiali di insegnamento. Ha organizzato e partecipato a reading  di poesia e presentazioni di libri negli stati Uniti , in Canada e in Italia.

 

Immagine in evidenza:  Dalla copertina del libro “In braccio alla mamma”, Pueblo Mother and Child, Market Place, Santa Fe, An  Organic Digital Quantism,  di  Robert Bharda.

Riguardo il macchinista

Pina Piccolo

Pina Piccolo, la macchinista-madre, è una scrittrice e promotrice culturale calabro-californiana. Si imbarca in questa nuova avventura legata alla letteratura spinta dall'urgenza dei tempi, dalla necessità di affrontare la complessità del mondo, cose in cui la letteratura può dare una mano. Per farsi un'idea dei suoi interessi e della sua scrittura vedere il suo blog personale http://www.pinapiccolosblog.com

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