Ilaria Clari: dell’innocenza che nemmeno il “guscio” e quello che c’è dentro hanno (Elena Dolcini)

Clari 2 courtesy up news

 

“Adversity forced awareness on us, and it works, it bites us when we go too near the fire, when we love too hard. Those felt sensations are the beginning of the invention of the self. And if that works, why not feeling disgust for shit, fearing the cliff edge and strangers, remembering insults and favours, liking sex and food? God said, Let there be pain. And there was poetry. Eventually.”

Nutshell by Ian McEwan

 

Il lavoro di Ilaria Clari mi ha incuriosito perché lo ho incontrato per la prima volta quando da poco avevo scoperto di essere incinta. L’artista torinese ama di un sentimento bonario e burlesco, cinico e compassionevole le sue figure femminili, goffe ma leggere, che spesso dipinge gravide, in attesa di una prole immortalata nella vita fetale, interna all’utero, ma visibile all’occhio di uno osservatore onnisciente. Ilaria Clari parlava così di me, del mio sentirmi “strana”, nauseata, interdetta, di me che facevo fatica a riconoscermi in un corpo che non era più il mio, che si ingrossava e sformava e che avrebbe poi “fatto uscire” l’inimmaginabile rivoluzione, che tuttora sconvolge (di gioia, soprattutto) la mia vita. Così ho incontrato le sue donne; ritratte sole o insieme ai loro partner, come se fossero due insiemi geometrici il cui spazio comune verrà occupato dal futuro pargolo.

Il disegno di Ilaria mi ha cosi incuriosito non solo perché è simpatico – fa sorridere, anche quando il soggetto viene ritratto in una situazione amara – ma perché è empatico – chi lo osserva si immedesima immediatamente nei suoi personaggi diretti, schietti, paradossali, contradditori, banali ma profondi, divorati da voragini interiori a cui ci si è quasi arresi a porre rimedio – ed è anche patico – perché a volte ritrae solitudini e sofferenze universali.

 

Clari 1- courtesy marie claire-2

Il lavoro di Ilaria Clari mi ha incuriosito e mi ha appassionato per il suo minimalismo esistenziale, perché racconta molto con pochi gesti. È un minimalismo che si libera del suo retaggio modernista per adottare un gergo contemporaneo fatto di innesti tra lingue e culture diverse, tra alto e basso, sporco e raffinato. L’artista ha un tratto semplice, facile da seguire; se non in acquarello rosa, le sue tavole sono in bianco e nero, come per sottolineare l’universalità di ciò che ritrae, situazioni quotidiane esperibili da tutti, ma che però solo un’abile e sensibile artista sa rendere liriche.

Singolare è il luogo in cui posiziona i suoi soggetti, singoli o coppie di individui, umani troppo umani, macchie nere abbandonate nella vastità del foglio intonso, lasciato pulito. Quelle di Ilaria sono composizioni musicali à la William Blake, tra l’esperienza del nero e l’innocenza del bianco. Un bianco che però non è vuoto, non è la mera cornice dei soggetti dell’artista, e che quindi forse è sbagliato definire come innocente. Penso al bianco del muro che mia figlia fissa mentre le cambio il pannolino; un’esperienza, senz’ombra di dubbio, per lei quasi mistica, considerata l’estasi dipinta sul suo volto, quasi un’epifania indicibile a noi adulti.

clari 3 courtesy pinterest

E di nuovo torno a associare il lavoro di Ilaria alla mia esperienza come mamma e ritrovo il suo minimalismo nell’essenzialità che mia figlia mi sta insegnando e che ora caratterizza il mio mangiare, ii mio vestire e le mie relazioni sociali; nel tempo che non ho più per “me”, per le cure che egoisticamente (e giustamente) riservavo a me stessa e che ora posso concedermi solo se qualcuno corre in mio soccorso. Ritrovo nei suoi seni disegnati la formosità, la pienezza e la strabordante vitalità dei miei che allattano mia figlia e che a volte fanno male…come le spine di un cactus!

 

Il lavoro di Ilaria Clari mi ha incuriosito, appassionato e coinvolto intellettualmente perché parla di casa, o meglio, della prima casa, che è l’utero materno. Una casa di cui non abbiamo ricordi, ma che, sembrerebbe, ci condiziona e da una sorta di imprinting a quella che sarà poi la nostra esperienza nel mondo. Un a priori che non esclude l’a posteriori.

Ecco, il lavoro di Ilaria mi sembra parli sia dell’a priori – della vita fetale, così come del periodo immaginifico dell’attesa, durante il quale noi donne, invano, cerchiamo di immaginare come sarà la nuova vita – sia dell’a posteriori – del nostro immergerci e sporcarci nell’esperienza del quotidiano con i suoi ritmi a tratti insostenibili, le sue tragedie, a volte comiche – e lo fa accennando a connessioni tra questi due tempi, che l’arte sa comprendere visivamente, e a cui sottrae la mera dimensione del prima e del poi.

Nel guardare i lavori di Ilaria mi sono ricordata di una frase di Hegel, che afferma che nemmeno le pietre sono innocenti; mi sembra che Ilaria ci racconti questo, dell’esperienza totale in cui siamo immersi, anche dentro l’utero materno. Di come anche questo spazio non sia “bianco”, non sia neutro, ma ci coinvolga inconsapevolmente in azioni e stimoli. Un po’ come l’arte, dove di bianco c’è poco, nemmeno nella tela che si prepara prima di iniziare l’opera.

Ho trovato necessario scrivere queste righe anche ispirata da un’intrigante coincidenza; qualche mese fa è uscito l’ultimo libro di uno degli scrittori che stimo maggiormente, l’inglese (ed europeista) Ian McEwan, la cui ultima fatica è “Nutshell”, guscio in italiano. Nel libro si racconta della volontà di commettere un omicidio da parte di una gestante e del suo amante; ciò che destabilizza è la prospettiva da cui viene raccontata la storia, quella del feto prossimo alla nascita, che immagina, sa, pensa, critica, non è innocente, è già immerso nelle vicende di una vita che lo aspetta e a cui probabilmente non ha fretta di partecipare.

Ho trovato una similitudine tra la scrittura sensibile, franca, a tratti spietata di McEwan e l’arte di Clari, che ostinatamente rivela e non oscura, anche se parla di sentimenti spesso indicibili. I suoi sono reali individui che raccontano la loro esperienza nel mondo; senza essere imbarazzati o imbarazzanti, si lasciano guardare apertamente, come per ricordarci l’universalità delle situazioni e ammiccare a una condivisione, goffa e ironica, ma salvifica.

 

Testo  inedito per gentile concessione di Elena Dolcini

livia s first art exhibition-1Elena Dolcini nasce a Forlì nel 1982. Studente di filosofia estetica, prima nella Bologna di Anceschi e poi nella Roma di Garroni, e appassionata di musica dagli echi punk, scritta da disperati licantropi anti-sistema, si avvicina all’arta contemporanea e inizia ad “andar per mostre” tra le gallerie e i musei della capitale. Ma ascoltare musica, quasi tutta anglofona, e non capire le parole non le va giù, quindi si trasferisce prima a Melbourne, città natale del suo adorato Nick Cave, nonché grande amore e nostalgica meta di pellegrinaggi di oggi, e poi a Edimburgo, dove ha la fortuna di frequentare il College of Art e specializzarsi in teoria dell’arte contemporanea (come se la sua base filosofica non fosse stata sufficiente all’inattualità di un ipotetico lavoro). Ferma nella grigia Londra per quasi due anni, Elena conosce da vicino il mondo delle gallerie commerciali, lavorando per Hollybush Gardens (quest’anno due delle artiste rappresentate dalla galleria sono nominate Turner Prize….check them out!!) Nel 2015 torna nella risvegliata Forlì e qui, dopo un’esperienza alla Galleria Marcolini, spazio anti-white cube per eccellenza da visitare per le sue peculiarità ambientali e di ricerca scientifica, diventa presidente dell’associazione di promozione sociale [dif-fù-sa contemporanea], il cui scopo è, come dice il nome stesso, la diffusione dell’arte contemporanea a partire dal territorio (impresa don chisciottiana?? L’importante è poter dire di averci provato!) Da febbraio 2017 Elena è mamma di Livia, la cui prima mostra è stata proprio un’esposizione allestita in Marcolini, e la sua prossima, chissà, speriamo una fuori dall’Emilia Romagna (siamo logisticamente realisti), per riprendere a viaggiare e scoprire insieme nuovi posti.

Immagine dell’autrice, la figlia Livia in passeggino alla sua prima mostra, a cura della Galleria Marcolini e dell’artista Roberto Paci Dalò

Foto delle opere di Ilaria Clari nel testo (prima foto ripresa da Marie Claire, seconda foto ripresa da Pintrest). L’immagine in evidenza ripresa da UpNews .

 

Riguardo il macchinista

Walter Valeri

Walter Valeri, MFA, MAXT/ART Institute at Harvard University in drammaturgia. Ha fondato nel 1973 a Cesenatico la rivista Sul Porto, del fare cultura in provincia. È stato assistente personale di Dario Fo e Franca Rame dal 1980 al 1995. Nel 1981 con Canzone dell’amante infelice (Guanda) ha vinto il premio internazionale di poesia Mondello. Nel 1985 a Londra ha fondato e diretto la rivista indipendente Il Taccuino di Cary. Nel 1990 ha pubblicato Ora settima (Corpo 10) con la presentazione di Maurizio Cucchi. Ha scritto vari saggi fra cui Franca Rame: a woman on stage (Perdue University Press,1999), An Actor’s Theatre (Southern Illinois University Press 2000), Donna de Paradiso (Editoria & Spettacolo 2006), Dario Fo’s Theatre: The Role of Humor in Learning Italian Language and Culture (Yale University Press, 2008). Ha fondato e diretto dal 2000 al 2007 il Cantiere Internazionale Teatro Giovani realizzato dalla Città di Forlì e Università di Bologna. Nel 2005 ha pubblicato l’antologia di versi Deliri Fragili (BESA). Ha tradotto vari testi di poesia, prosa e teatro, tra cui RequiemTedesca di James Fenton, Carlino di Stuart Hood, Adramelech di Valére Novarina, I Ciechi di Maurice Maeterlinck, Knepp e Krinski di Jorge Goldemberg, Nessuno Muore di Venerdì di Robert Brustein. Nel 2006 ha fondato il Festival internazionale di poesia Il Porto dei Poeti. Ultimi versi pubblicati Visioni in Punto di Morte (Nuovi Argomenti, 54, 2011), Another Ocean (Sparrow Press, 2012), Ora settima (seconda edizione, Il Ponte Vecchio, 2014), Biting The Sun (Boston Haiku Society, 2014), Haiku: Il mio nome/My name (qudu edizioni, 2015). Collabora alla rivista teatri delle diversità e Sipario. È membro della direzione del The Poets’ Theatre di Cambridge. Vive negli Stati Uniti e insegna al Boston Conservatory e MIT.

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