Il sogno di Ulla (Daniele Natali da Caminia)

casarossadan

Il sogno di Ulla

Al mio amico Ciro, che guarda Napoli dal cielo.

 

Vi siete mai domandati quanti sogni passano tra gli scompartimenti stanchi e sudici dei treni italiani? Io mai. Eppure, chissà quante storie interessanti vi si potrebbero trovare!

Quei personaggi annoiati, che magari hanno scambiato con gli altri passeggeri due o tre parole prima di piombare in un sonno profondissimo, mostrano, rivelano a più che sconosciuti, le loro mosse del sonno più intime e segrete: la bocca aperta, il russare, le grattatine e la bava che gentilmente cola sui cappotti odorosi.

Sono tutte cose che non mi hanno mai interessato e credo che a te, caro lettore, affascinino anche meno di me, ma su quel treno intercity, una volta, io, che ho il nome di un Profeta che leggeva i sogni, ho visto una scena da mozzare il fiato.

Mi trovavo con la mia donna sulle gambe, che dormiva, cosa normalissima, direte voi, infatti lo è, ma andiamo avanti, il Sole entrava prepotente dal finestrino, una signora anziana lì vicino, agitava il ventaglio infastidita per l’arsura, tutte cose comuni, l’aria condizionata come sempre faceva cilecca e, come sempre, non ci si aspettava un caldo così, a Dicembre.

Fin qui tutto normale.

Il treno era pieno di vecchi e giovani emigranti che, come ogni anno, ritornano alle loro famiglie per festeggiare il Natale insieme.

Eppure davanti a me, si parò qualcosa di non comprensibile e mai visto prima.

Nel chiasso e la puzza del treno, molto affollato ed in ritardo, nel mio scompartimento, davanti a me, c’era un ragazzo che mi assomigliava e che teneva sulle sue gambe la sua donna che dormiva, che assomigliava alla mia donna che riposava.

Quanti calabresi biondi che si somigliano ci sono nel mondo, che prendono lo stesso treno? Milioni di bazzecole affollavano la mia mente eppure io li vidi.

Erano come me e come la mia ragazza, io le accarezzavo i capelli e lui compiva gli stessi gesti.

Signori, forse fu il limoncello che mi diedero a Napoli, buonissimo, scendeva nella gola come acqua, forse fu la tristezza per il mio amico scomparso, non l’unico, morto per cause di lavoro, forse il Sole, la scarsa voglia di tornare a casa, eppure io ebbi un’allucinazione.

Amici, credetemi, quando alzai il dito per toccare quei due esseri, simili in tutto e per tutto a me e alla mia donna, anche l’altro ragazzo si avvicinò con un dito verso di me e quando stavamo per toccarci, Boom!

 

Mi ritrovai stranamente sospeso in aria, giravo la mia testa, a destra per cercarmi ed il mondo scorreva sotto di me, come fosse una mappa al computer, mi giravo a sinistra, lo stesso.

Non avevo più un corpo. Mi spostavo velocissimo nel cielo, scendevo per terra, potevo guardare le stelle, parlavo e sentivo la mia voce.

Non solo, tra gli alberi di quel luogo, vedevo dei piccoli uomini, riuscivo a sentire qualsiasi cosa dicessero.

Provai a guardare oltre i muri e ci riuscii!

Vidi gente che mangiava, era in bagno, coppie in attività, ragazze dalla pelle liscia che si facevano il bagno e qualcuno intento a smontare e rimontare un fucile.

Riuscivo a sentire i loro pensieri, ciò che facevano, sentivano, provavano.

Da quel momento, di quello strano incantesimo, capii cosa significa essere un Narratore onnisciente.

 

Vi parlerò della storia e dei sogni di una bambina, in realtà due e delle loro avventure.

Non so perché scelsi di interessarmi a loro, forse perché tra tutte le persone nella Terra dei Laghi, dove mi trovavo ad osservarle, erano quelle con i pensieri più puri e comunque più interessanti.

Non chiedetemi cosa sia un pensiero puro… sono anni che non ne faccio uno.

Non c’è storia che si rispetti però, senza una breve introduzione su ciò che succedeva nel paese prima di questa storia.

Il governo del Paese dei Laghi si lasciò corrompere quattro anni fa, dal vicino Paese del Gigante, con promesse di oro, gas e oleodotti. Si vennero così a formare due coalizioni, prima politiche, poi, ahimè, armate: l’esercito nazionale, guidato dai membri del governo patriottico, supportato dal Patto del Mare e lo EA (Esercito per l’Autonomia energetica) che da bravo nome di esercito, porta sulla fronte un paradosso lampante, questo infatti, era guidato da quegli stessi membri del governo, corrotti con i soldi del petrolio e fiancheggiati economicamente dal Paese del Gigante e dai Regni dell’Oblio.

Questi ultimi ricevevano e ricevono segretamente fondi e armi dai Paesi del Patto del Mare che, sempre “segretamente” vengono ricambiati con pozzi di petrolio e facilitazioni commerciali.

Sembrerebbe una guerra inutile, (come tutte !), un paese messo in ginocchio da paesi che si fanno la guerra alla luce del sole e in maniera sotterranea giocano insieme a “chi è più ricco?”, eppure dovreste vedere gli uni e gli altri come si armano di propaganda ed ideologia, per motivarsi e dare basi di incontrovertibile fondatezza alle ragioni dello scontro!

E’ uno scontro etico, etnico, religioso, politico. O almeno, di questo vogliono convincersi.

Da una parte e dall’altra, milioni di uomini con divise diverse, che prima dividevano la loro vita sul territorio in tranquillità, giocando con i loro figli tra le altalene ed il pattinaggio (che va -andava prima della guerra- per la maggiore), si ritrovarono a puntarsi il mitra contro e a premere il grilletto dei razzi a spalla su quelle che erano le case di legno dei loro compagni di merenda.

La crudeltà della “guerra civile” che già di per se è insensata e inimmaginabile, viene inasprita dai tantissimi mercenari, accorsi nel paese per fare affari sulla vita delle loro vittime.

La borsa nera impazza, centinaia di migliaia i rifugiati costretti ad abbandonare il paese, quasi tutti i bambini sono tristi, non giocano e non vanno a scuola, le donne trovate sole vengono stuprate, boschi interi sono rasi al suolo, l’alcolismo e il suicidio ritornano ad essere piaga sociale, in poche parole, è la guerra.

Eppure, mentre tutto sembra cedere il passo alla disperazione più nera, si formano tra le fila del Popolo, rimasto escluso dal gioco dei governi e dei paesi, le Forze dell’Orso Bruno.

Sono un gruppo di disertori e renitenti la leva dei due eserciti, stranieri giunti da tutto il mondo, per curare gli ammalati, arginare la violenza e compiere una sorta di “cuscinetto” tra le due violenze. Sono vecchi cacciatori stanchi, pastori, agricoltori, stufi di vedere la forza del denaro ridurli alla fame, donne che hanno perso la famiglia o che non hanno più nulla da perdere, vecchi galeotti spediti in galera senza colpa, ex detenuti che non sono riusciti a ritrovare le loro case, ragazzi con i fratelli maggiori al fronte che vorrebbero rapirli e portarli nei boschi.

“Marmaglia”, “spettri”, “banditi”, “briganti”, li chiamano in tutti i modi i loro nemici, che si vedono le bandiere bruciare, le foto dei loro leader prese a fucilate e le loro armi sequestrate.

Tra i comandanti delle Forze dell’Orso Bruno, vi è una signora, Sari, non più giovane, che ha perso la figlia durante un bombardamento e che ha preso con se due bambine: Ulla, la nipotina rimasta orfana (suo padre, un uomo di origini africane, partì al fronte con i nazionalisti, facendo perdere ogni sua notizia) e la sua amichetta con gli occhi a mandorla, Marie Lin.

 

Una delle più grandi bande delle Forze dell’Orso, ha occupato una zona tra i due schieramenti molto importante, perché costituita in prevalenza da boschi e da laghi, oltre i quali sono schierati gli altri due eserciti, ansiosi di far fruttare il loro business più lucrativo, la guerra.

Sari ha disposto delle vedette per controllare le zone occupate.

Due di queste, stanno chiacchierando: “Hai saputo, sono morti altri due dei nostri…”

“Chi?!” domanda l’altro, scrutando attentamente il panorama dal binocolo: “Stephanus: è stato venduto da quel suo amichetto per 70.000 marchi, a quelli “di sinistra”…”

“Non mi aveva mai convinto quello lì…”, sotto di loro, in un tunnel sotterraneo scavato per la guerra, Ulla e Marie Lin, sentono i soldati, mentre la prima tira fuori dalla giubba una boccetta di vetro: “E’ la migliore vodka di tutto il Paese” bisbiglia per non farsi sentire. L’altra, stupita rimane a bocca aperta.

Poi cerca di riprenderla: “Shhhhh! Cosa fai?! No-no-non avrai mica intenzione di aprirla, vero?! Sei matta?!”

“Noooo” detto questo, Ulla la stappa e ne beve subito un grande sorso, passandola all’amica.

“Wauhh!!! E’ fortissima!” grida l’amica dopo averla assaggiata, mentre l’altra le tappa subito la bocca per non essere scoperte.

Intanto da su si sente uno dei due soldati dire: “E l’altro… chi era l’altro che è morto?!”

“L’altro che è morto?!” domanda vago l’altro per poi rispondersi con un “”Tu!”, passando alla tempia del soldato col binocolo, una rivoltella, preme il grilletto.

Le due subito capiscono che si tratta di un tradimento e sono prese dal panico sul da farsi.

“Cosa facciamo adesso?!” domanda coscienziosamente Marie Lin.

“Nulla…” risponde Ulla, burlandosi di lei: “andiamo da mia nonna e le diciamo, sai “bella nonnettina amata e armata”, io e sua nipote eravamo in un sotterraneo a sbronzarci con della vodka che abbiamo rubato ai nemici, mentre abbiamo sentito uno dei nostri sparare ad un altro, che era dei nostri! Siamo due bambine, capito?! Non ci crederanno mai!”

“Siamo due bambine che bevono vodka! Non possiamo non fare nulla! Io vado!” “Aspetta” le risponde Ulla, bloccandola dal braccio, poi stappa la boccetta, tira un altro sorso e sospirando dice: “Ti seguo!”.

Mentre le due escono dal tunnel, vedono il soldato di cui riconoscono la voce, avvertire gli altri che il suo compagno è stato sparato da un cecchino e che il nemico è nei paraggi.

Subito scivolano nel sottobosco per infilarsi nella tenda mimetica della nonna.

“Che fine avevate fatto voi due?” dice stupita Sari, ritrovando le due bambine che le spuntano da sotto un tavolino da campo con delle cartine militari poggiate sopra.

“Ecco… eravamo” balbetta Ulla. “Puzzate di alcol!!!” grida subito sua nonna e cerca di afferrarle, mentre loro scappano all’interno della tenda.

“Comandante possiamo spiegarle!” cerca di parlare Marie “Quando vi prenderò, finirete in punizione a vita!” grida la nonna mentre Ulla grida all’amica: “Che ti dicevo? siamo nei guai!”.

Poi si sentono entrare degli uomini nella tenda ed una voce stentorea che dice: “Comandante! Questo soldato di vedetta, sostiene di aver visto il suo compagno ucciso da un cecchino, siamo stati scoperti, dobbiamo abbandonare la posizione!” Subito Marie Lin prende la parola: “Abbiamo sentito quest’uomo sparare al suo compagno!” “Si, è vero! E’ lui! E’ un traditore!” si aggiunge Ulla.

“Coosa?! L’alcol vi ha dato alla testa? Sapete cosa state insinuando?!” le riprende la nonna.

“Eravamo nel tunnel a bere e lo abbiamo sentito!” grida Ulla.

“E’ vero, soldato?!” domanda Sari, mentre un altro dietro di lui, inizia ad impugnare una pistola.

L’accusato, sta per dire qualcosa, ma sorpreso, mentre sta per tirare fuori la rivoltella da dietro la schiena, viene colpito alla nuca con una cassetta di munizioni e sviene per terra.

La nonna-comandante da disposizione di legarlo ed incarcerare la spia, mentre prendendo per mano le due bambine, dice: “Per voi, la guerra è finita!”.

Intanto, vicino al luogo dove è stata sparata la vedetta, si stanno avvicinando i soldati dell’EA.

Immaginano che l’attività della spia abbia raggiunto buon esito con la fuga delle truppe irregolari, desiderosi di occupare subito la postazione strategica dell’Orso, per continuare a combattere i soldati governativi.

Ma subito Sari, ordina di mantenere le posizioni e di preparare l’imboscata, mentre lei con altri guerriglieri si sposteranno a cavallo per un accerchiamento.

A seguito dei soldati, ci sono dei cingolati leggeri, non fanno un grande rumore, ma fanno scappare gli uccelli via dai loro nidi per paura, alcuni, che hanno appena imparato a volare, spiccano il volo male, senza i loro cari.

Si sentono i cani ringhiare e sbavare.

Nell’aria sale uno strano odore, è la puzza di morte.

Sari, che porta con se le due bambine, devia dall’accerchiamento per raggiungere la sponda di un lago gigantesco, poco distante.

Ad attenderla è una barca di piccole dimensioni.

Alla persona sulla barca, coperta da un cappuccio, consegna una busta che tira fuori dalla giacca. Poi dice: “Prenditi cura di loro” facendo notare le due bambine che stanno trattenendo a malapena le lacrime.

La persona sulla barca prende da dentro l’imbarcazione un lancia razzi e lo passa alla comandante che lo sistema insieme al fucile sulle spalle, quando Ulla la stringe forte e non la lascia partire.

La nonna, anche se indurita dal campo, abbraccia la nipotina salutandola:

“Non piangere, amore, piccola. Non sono arrabbiata con voi. Ti starò sempre accanto. Ricordati l’albero giallo”, poi corre veloce sul cavallo e scompare tra gli alberi.

 

Ulla e Lin, dopo un lungo viaggio, arrivano nella Città del Vulcano, qui la donna che le ha accompagnate, consegna la lettera ad una signora molto distinta, che subito individua tra le due bambine chi può essere la nipotina di Sari e dopo uno stentoreo “Salve ragazze”, si concede un “Ho conosciuto tua nonna in combattimento. E’ una donna forte”.

Le due vengono portate nel covo della Signora Ursula, questo è il nome con cui devono chiamare chi si prenderà cura di loro.

Dal porto alla loro destinazione, le due bambine tremano di paura e non solo perché non conoscono nulla del loro avvenire, ma anche perché si ritrovano in una città di notte, con statue grottesche che sembrano guardarle per prendersi gioco di loro o per mangiarle, enormi palazzi che sembrano abitati da giganti, le cui finestre sembrano voler rapire ogni piccolo visitatore.

Vengono lavate, vestite e fatte addormentare.

L’indomani, vestite come piccole suore, vengono portate in giro per la città, non senza timore, viste le prime impressioni.

Eppure, con la luce del sole, quella città sembrava essere rinata: bancarelle, gente, pesce appena pescato, venduto ancora vivo ed esibito gesticolando dalle mani dei pescivendoli, fiorai, motorini, bambini in bicicletta, il mare, il porto, musica che usciva dalle finisce aperte, sorrisi, gente allegra, persino le statue che avevano visto di notte e quei palazzi spaventosi, ora facevano parte di un concerto ballabile sulle punte dei piedi.

Era tutto ciò che quelle bambine non respiravano da tempo, era la Pace.

Un enorme vulcano spuntava dal golfo della città e quando alle due bambine venne detto che quello poteva esplodere da un momento all’altro, queste si rattristarono per tutta quella Bellezza, Abbondanza ed Allegria che sarebbero state spazzate via.

Passarono lunghi mesi e le due bambine, facendo lezioni pomeridiane, tenute dalla Signora Ursula con altri bambini, impararono la lingua del posto.

Il loro covo veniva detto “la barca”, perché si trattava di un palazzo storico, diventato un museo, poi abbandonato, lì era stata conservata la lancia reale, a 24 remi, che trasportò il Re della città a riva, prima di essere trasferita nel Museo della Certosa cittadina.

Il “museo” venne tenuto aperto, chiuso al pubblico, per il restauro di una nave gemella, in realtà inesistente. Le Forze dell’Orso Bruno, costruirono sul modello un’ossatura di legno simile, come paravento per la Soprintendenza.

Alle due bambine venne lasciato il permesso di girare libere per la città, ma non potevano abbandonare il loro travestimento da suore, ne parlare con nessun altro proveniente dal Paese dei Laghi a meno che, non gli fosse espressamente permesso dalla Signora Ursula.

Un giorno però, rischiarono di essere scoperte. Il giorno che cambiò le loro vite. Le due curiose bambine, si allontanarono dal covo e finirono per girare lungo vicoli che non conoscevano.

Si trovarono di fronte una maestosa villa, chiusa con lucchetti e pesanti catene. Sul balcone c’era una bandiera, che attirò la loro attenzione, era la bandiera della Terra dei Laghi, avvolta da un lungo e fino drappo nero, terminava con una coccarda dello stesso colore.

Capirono che si trattava dell’Ambasciata del loro paese, chiusa a causa della guerra.

Vedendole ferme un po’ troppo tempo, si avvicinò un signore e vicino alle loro spalle disse nel linguaggio dei Laghi: “Visto cosa succede per colpa dei traditori?”.

Le due raggelarono, non sapevano che fare, se fossero state scoperte, per loro ed anche per gli altri rifugiatisi in quella città, poteva finire veramente male.

Quando, Ulla stava per aprire bocca parlando nella lingua della città, si avvicinò uno strano figuro a quel signore, disturbandolo all’infinito.

“Signore! Compratevi una bella cartolina di questa città! Vuole una foto con me?! Solo quaranta soldi! E’ un affare Signore! E che ne dite della manganellata della Fortuna?! E’ gratuita, meglio abbondare!”. Iniziò a prendere quell’uomo in testa con un pezzo di legno dicendo: “Porta bene! Porta bene!” fin quando questo, infastidito se ne andò.

Appena le due diedero le spalle al cancello della villa, videro che quell’uomo che aveva allontanato il loro connazionale, era davvero strano.

Calzava delle basse scarpe di color nero e dai suoi pantaloni larghi e bianchi, spuntava una casacca che nascondeva una pancia spropositata, tipica delle persone malate di denutrizione, sulla testa, aveva un berretto bianco, detto a “pan di zucchero” in testa, piegato a mo’ di berretto frigio, il copricapo degli schiavi romani liberati.

Il particolare più interessante di quell’uomo era una maschera nera con il naso adunco ed un piccolo neo sulla fronte aggrottata.

I suoi occhi erano affascinanti, avevano una strana luce, sembravano pieni di ingegno e di sofferenza.

“Grazie mille Signore!” disse Marie Lin.

“Pace e bene Sorelle, cosa voleva quel tizio da voi?” chiese diretto.

“Ve lo spiegheremo passeggiando” disse Ulla sia per eludere risposte affrettate ed altre domande, sia per allontanarsi da quel luogo.

Le due si fidarono subito di quell’uomo, si misero a parlare con lui, a scherzare, sembrava disperato, affamato ma in fondo sentivano che era buono.

“Non sembriamo venute dalla Terra dei Laghi, Marie Lin viene da molto lontano verso Est, mentre mio padre veniva da molto lontano verso Sud… penso che quell’uomo ha pensato a due sue connazionali, vedendoci ferme davanti l’ambasciata chiusa. E lei invece, caro Signore?” domandò Ulla.

L’Uomo si sentì onorato di potersi presentare e prese la parola: “A quanto vedo, non sono stato l’unico costretto a mascherarsi! La mia storia inizia da molto, molto tempo fa. Ricordo poco della mia infanzia, ricordo solo che sono sempre stato povero, però la mia vita è un’avventura!

Scappato dalle carceri vicereali nel 1432 in seguito ad un tumulto di cui fui capopopolo, fui rinchiuso di nuovo durante la Repubblica Partenopea, ricercato da Manhès, Hugo, Maniscalco, Cialdini, Tore ‘e Crescienzo ed altri famosi delinquenti in divisa e patentati che davano la caccia a me, povero spiantato… senza divisa e ripiantato!

Uhm, perché oggi nessuno ride mai? Che tengo? Lo spirito d’umorismo del Quindicesimo secolo!?Ora sono qui libero e bello… insomma più libero, che bello… Ah-ah!”

Marie Lin chiese se davvero quell’uomo fosse magicamente immortale ma lui dissentì e non sembrò sposare questa teoria: “No, non sono immortale, sono un disoccupato cronico che si guadagna da vivere tramite espedienti, ‘a famm’ e l’elemosina!”.

“Ma qual è il tuo nome?!” domandò Ulla.

“Allora… partiamo da lontano… considerando che mia mamma era la figlia di mia nonna, mio padre il cugino di… ehm… il mio numero è 75, il mio cognome non me lo ricordo… potrebbe essere… insomma, in molti hanno cercato di ricostruirlo – invano!”

“Io ho chiesto il tuo nome…” ripetè la bambina.

“Il mio nome è Pulcinella. Per servirvi”

Ulla sbalordita gli chiese: “Ha il nome di un uccello?!”.

“No, bambine! E’ quella specie di coso, il Pulcinella di mare, quel gabbiano che porta il nome mio…” ribatté risentito.

Dopo una breve consultazione le due dissero quasi in coro: “Beh signore, non riusciamo a pronunciare bene il suo nome”.

“Pu-le-ce-nel-la e questa è la mia città”

“La tua città… non ti credo.” Disse Ulla e vista la sua incredulità, l’uomo mascherato, corse verso il vicolo più vicino a dove si trovavano e fermato un giovane passante, chiese:

“Scusate, guaglione!”

“Ditemi, servo vostro…” disse l’altro.

“Comm’è bella, comm’è bella…”

‘A città e’ Pulecenella!” continuò il ragazzo tutto felice.

Poi, verso un gruppo di persone su un balcone disse sollevando la sua testa: “Signori, signori, scusate!”

“Siii…” risposero quelli.

“Comm’è bella, comm’è bella…”

“A città e Pulecenella!” dissero loro in coro.

Le due bambine, con la bocca aperta quasi balbettavano davanti la fama di quell’Uomo.

“Signor Sindaco!” disse Lin “noi non volevamo, non siamo tanto inclini al potere… alle figure istituzionali… sa, ci hanno ridotto alla fame… alla miseria”

L’Uomo mascherato sorrise e rispose: “No, non sono il Sindaco… questa città è mia, non di chi poggia il suo, parlando gentilmente, “culo” sulla poltrona.

Anzi visto che anche a voi danno fastidio questi personaggi ri-di-co-li, vi accompagnerò e vi narrerò i segreti di questa città incantevole. Anzi, signorine, vi seguirò, fino in capo al mondo. Parola di Pule… dell’Uomo mascherato di nero!”.

Subito Ulla disse:“ Noi veniamo da “in capo al mondo”! Che bello! Ma c’è un problema… siamo a casa…”

“Voi fatemi un fischio ed io sarò da voi!” Tutti e tre erano entusiasti.

“Venite, vi porto a mangiare la sfogliatella da un mio caro amico… sempre dritto”.

Quando le due bambine presero a camminare, lui, “preso bene” dalla sua popolarità, si trattenne indietro un attimo e fermando una passante chiese a voce bassa:

Signò, comm’è bella, comm’è bella…” gesticolando per farsi rispondere ma la signora sentendosi importunata, rispose: “Mi scusi, sa, non siamo di qui…”aumentando la velocità del passo e stringendo a sé i suoi bambini.

Visto l’affronto, l’uomo puntualizzò: “Bene, visto che non lo sa… Chista è la mia città.”

La puntigliosa passante non sapendo che dire: “Si, si… andiamo bambini! Questa città caotica è piena di pazzi!!!”

“Vafamm’cca a mammta” disse l’uomo e raggiunse le sue piccole amiche.

Passarono giorni spensierati, in cui le due bambine seguivano quel tizio dappertutto, quando pescava con una canna da pesca il pesce dal secchio dei pescatori sul molo, quando passava con la sua manica gigantesca sulle cassette della frutta, rubando ogni ben di Dio e quando giocavano ad uno dei loro giochi preferiti: far fermare dei vigili da Marie Lin, che fingeva di essere una turista in cerca di informazioni, per rovesciare su questi, un enorme secchio di acqua gelata.

Ma le nuvole scure all’orizzonte avevano ora il vento a favore ed un giorno nel loro covo sentirono dal Telegiornale una notizia sconvolgente:

 

«Il nostro Paese, facendo parte del Patto del Mare, sosterrà maggiormente il governo legittimo del Paese dei Laghi con invio di fondi, nuovi cacciabombardieri e armi per contrastare sia l’invasione corrotta dell’EA, sia i banditi che ponendosi tra i due schieramenti, ritardano la risoluzione del conflitto e dilagano impuniti nel paese.

Sono questi, banditi, pirati, briganti e gente dedita al saccheggio, disertori fomentati dalle frange più estreme del Paese, sono anarchici, non ammettono il comando di nessun padrone, nessun governo, si servono persino di bambini e bambine per aumentare le loro fila perverse.

Da fonti certe del nostro Ministero dell’Interno, alcuni di questi banditi si trovano anche nel nostro Paese e girano indisturbati da clandestini o da richiedenti asilo.

Per questo, stamane, il nostro Premier insieme al Ministero della Giustizia, hanno decretato

per tutti i reati ed i crimini commessi contro le forze del Governo legittimo, non escluse l’alto tradimento, il sabotaggio militare e l’omicidio di pubblico ufficiale, la diserzione e la fuga immotivata, l’estradizione e la consegna di questi criminali che ora soggiornano abusivamente nel nostro Paese.

Visto che sarebbe impossibile capire chi tra i provenienti dal Paese dei Laghi, è una spia, un terrorista, un bandito o un semplice fiancheggiatore, vengono revocati tutti i permessi di soggiorno e le carte di identità rilasciati a questi stranieri, che saranno trasportati nel Centro per Detenzione Stranieri non Riconosciuti più vicino, in attesa che si attivino le procedure per il rimpatrio ed il giudizio. Così ha commentato l’opposizione: “Una misura che ci trova concordi all’unanimità, per ristabilire il ruolo del nostro paese nel Mondo, quale dispensatore di Pace, Legalità e Giustizia…”».

 

 

“Torneremo nel nostro Paese, ma da combattenti!” disse la Signora Ursula.

Prese una scatola, la aprì e tolse fuori la lettera ricevuta il giorno che aveva preso in carico le ragazze.

“E’ tutto scritto qui, ciò che dobbiamo fare, seguiremo gli ordini di vostra nonna. Io vi raggiungerò in Terra dei Laghi, dopo aver radunato tutti i nostri che potrebbero avere problemi. State tranquilli che a questi ministri e a chi tiene aperte queste strutture, recapiterò dei regali molto… esplosivi.

Ma veniamo a voi. Sono fiera di ciò che avete imparato in questi mesi, quasi anni.

Fra un’oretta, dirigetevi al Molo due, troverete all’imbarco di una grande nave da crociera, un certo Marco, alto, chiaro e biondo, in realtà si chiama Markku, è uno dei nostri, fategli notare le mostrine dell’Orso, queste, tieni… tieni… e lui vi farà passare, se nessun posto è disponibile su quella nave, Susanna, una nostra amica fotografa vi farà attendere la prossima, la riconoscete perché gira sempre con il suo fidanzato, uno scrittore molto eccentrico, biondo col baschetto in testa, anche lui difende la Causa.

Non lo hanno messo dentro per le cose che scrive! Se la caverà anche adesso, nascondendo la sua ragazza e voi.

Se ci dovesse essere qualche problema, saranno loro a coprirvi la fuga.

Buona fortuna ragazze, io vi seguo da lontano. Salutatemi vostra nonna.”

Le due parlarono dell’uomo mascherato di nero alla Signora Ursula che acconsentì affinché partisse con loro, così l’Uomo preparò i bagagli, portò con sé tamburelli, canne da pesca, vari gadget, cartoline, maschere simili alla sua e una gallina al guinzaglio che però dovette salutare al porto.

L’Uomo che era tutto entusiasta per una nuova avventura con le sue due piccole amiche, salito sulla nave, piangeva a squarciagola, salutando con il fazzoletto il Porto ed il Vesuvio, facendo forse dei riti scaramantici con cornetti di varie misure.

Ripeteva il ritornello di “Connole senza mamma” (“Mejjo nu jornu ccà napulitano/ca ciento giorni principe luntano!”) e non si capacitava della partenza, le due bambine tentarono di consolarlo, ma niente, lui pianse da quando mise piede sulla nave, a quando sbarcarono nella terra dei Laghi. “Scusate, questa è la prima volta che lascio Napoli!” ripeteva alle bambine. Giorni di navigazione di pianti a dirotto, canzoni nostalgiche e digiuni… anzi, l’uomo mascherato di nero diceva che non avrebbe mangiato ma di nascosto, mangiava e continuava a piangere, bevendo vino a dismisura, soffiandosi il naso che sembrava avesse avuto una tromba al posto della maschera.

 

Stavano per terminare il loro viaggio, quando qualcuno bussò alla loro cabina. Era Markku, avvisava che il porto della Capitale era pieno di spie e di agenti dei servizi segreti dei due eserciti, non era di certo un posto sicuro. I tre avrebbero dovuto fare i bagagli e scendere a terra alla penultima tappa, sulle Isole Mediane, lì dei ribelli li avrebbero aspettati. Markku salutava i tre e raccomandava di non proferire parola con nessuno del suo operato. Quando Ulla, Marie Lin e l’Uomo mascherato arrivarono sulle Isole Mediane, mentre scendevano, videro Markku, far salire in fretta due tre famiglie da un’altra passerella, la maggior parte erano vestiti in maniera poverissima, con degli scatoloni sulle spalle e i bambini che erano tutti pelle ed ossa.

“Li fanno salire qui” disse Ulla all’uomo “per fargli lasciare il Paese, in attesa della Pace”.

L’uomo mascherato di nero, vedendo un porto desolato, si mise a domandare in maniera compulsiva:

“Siamo arrivati? Dove dobbiamo andare? Scusate… Dove siamo diretti?”

Ulla scrutava la boscaglia.

Marie Lin rispose: “un attimo, un attimo, ancora non lo sappiamo”

“E come? Voi mi schiodate da Napoli e non abbiamo nemmeno una direzione?!”

Mentre diceva questo, si udì un fischio tra i rami e spuntarono tra i tronchi di betulla e di pino, una ventina di persone con tante divise malconce e diverse, alcuni si disposero sui lati con i fucili, altri avanzavano, avevano orientativamente dai dodici, ai cinquant’anni.

Uno tra quelli, disse: “Ulla-Marie Lin e Uomo mascherato di nero. Siete voi?”

Alla risposta, si presentarono e le tensioni sparirono. “Voi siete una banda di mascalzoni! Mi piacete!” disse Pulci… l’Uomo mascherato di nero.

I tre vennero informati delle enormi difficoltà degli irregolari, chiusi tra due fuochi potentissimi; i due Governi erano supportati da tutte le grandi Potenze economiche e militari del Mondo e crescendo la loro forza di giorno in giorno, aumentavano il livello e la violenza degli scontri.

Le Forze dell’Orso ricevevano aiuti da collette internazionali, contavano solo sul materiale bellico e alcune provviste “conquistati” durante i mesi in cui il buio avvolge la Terra dei Laghi e le imboscate.

La loro conoscenza del territorio poteva molto ma poco contro lo spionaggio, i missili, i corazzati e l’artiglieria.

Così, l’Uomo mascherato di nero chiese interessato: “La Capitale… com’è?”

Gli risposero: “La Capitale è in mano ai due eserciti e ai loro generali, è quasi irraggiungibile, controllatissima, tenuta d’occhio a vista da truppe d’élite, conquistarla, significherebbe avere la vittoria”.

A queste parole, l’uomo ebbe un lampo di genio, tanto che si sorprese delle sue intuizioni e chiese: “Dove siamo diretti?”

“All’Albero giallo” gli rispose un soldato. Nell’udire quelle parole, Ulla si ricordò della nonna che le salutava. Era quella, la parola segreta che designava il quartier generale mobile dei resistenti.

Arrivarono da Sari e la trovarono seduta, quei mesi passati erano trascorsi molto pesanti su di lei, non combatteva più, dava solo consigli sulle strategie da seguire.

La nonna non-più-combattente fu felicissima di vedere la nipotina sana e salva, il giorno che si salutarono, raccontò, perse molti uomini e donne delle Forze dell’Orso.

Le due bambine presentarono l’Uomo mascherato di nero, colpito dalla forza della disperazione, dai visi di quei soldati di ogni età.

Il “maiale grasso”, metafora usata in “La legge di Natura” di Kari Hotakainen per descrivere lo stato sociale di quel paese che da sei mammelle le riduce a quattro, vista la crisi, con la guerra e la fame, aveva perso anche quelle.

Spiegarono all’Uomo ciò che stavano pianificando, c’erano tutti i più grandi combattenti e strateghi che avevano tenuto testa a truppe di molto superiori, meglio equipaggiate e supportate.

Lui, ad un certo punto, bloccò la riunione e disse: “Vi chiedo: qual è il punto debole di un soldato di professione?!” essendo l’organizzazione degli scontri contro i mercenari più difficili l’ordine del giorno.

Uno balzò su “le spalle!” un altro disse “la testa!”

un brigante grossolano se ne uscì dicendo: “Quando li spogliamo per fregargli i proiettili!” tra le risate grasse di molti.

L’Uomo mascherato di nero non si scompose “Si, si… tutta roba da gente da imboscata…” puntualizzò “…io intendevo roba più fine, più sofisticata.”

Alzò la mano e sfregò il pollice con l’indice.

I presenti si guardarono tra loro non sapendo cosa quel gesto significasse, poi Marie Lin si avvicinò all’Uomo, gli diede uno scossone col gomito e gli disse: “Spiegati a voce…”

“Ragazzi, siamo messi proprio “ingua-ia-ti”! Questo è il gesto dei soldi.

Da che mondo è mondo, un soldato deve avere… numero uno: un’arma per sparare, numero due: la pancia piena con la testa ubriaca, Numero tre: una paga! E… se questi sono mercenari, invertite tutti i numeri. Un uomo può combattere senza armi, ma non combatterà mai sotto padrone se non gli lasciate almeno la sua scatoletta, l’alcol e i soldi”.

“Cosa intendi fare?!” domandò curiosa Sari.

“Ah-ah-ah cosa intendo fare? Ah-ah-ah… venite qui… li lasceremo a secco! Se non possiamo vincere questa guerra contro due eserciti da soldati, né da banditi, la vinceremo… da ladri!”

Il Consiglio si divise tra quelli che lo stavano a sentire e molti che presero questa sua affermazione come una bestemmia.

L’Uomo mascherato di nero continuò: “non gli lasceremo nemmeno i letti per dormire… La Capitale… la città è pattugliata da truppe d’élite… gnè gnè, non avete mai visto l’élite dei miserabili! Voi fate sempre imboscate! Cos’è più facile da fare, beccare un tizio invisibile, o rubargli il latte?”

Udendo quell’uomo parlare di qualcosa che poteva risolvere il conflitto, come quasi di una “ricetta magica” dopo centinaia di tentativi finiti in un nulla di fatto se non in amare sconfitte, sentire parlare un “qualcuno” che nessuno aveva mai visto prima, tra i presenti, soprattutto tra i più “affezionati” alle tecniche classiche di guerriglia, serpeggiò dell’invidia nei confronti del nuovo arrivato e sicuramente non poca diffidenza.

Un ragazzo alto e robusto, di quelli che non lasciano parlare gli altri al proprio posto, si fece coraggio e diresse all’indirizzo dell’uomo mascherato un “Chi ce lo dice che non ci tradirai?!”

Fu un silenzio di ghiaccio. “Ve lo dico io” disse Sari.

L’Uomo mascherato di nero ringraziò la nonna sempre combattiva di Ulla, poi continuò, “E noi ci supereremo… gli staccheremo persino il riscaldamento e… avete per caso un bandito basso basso e forzuto?”

“C’è Jean che è una scheggia per infiltrarsi!”

“Ecco, Giuannino, dopo un breve apprendistato col sottoscritto, sarà persino capace di sfilare tutti i cavi di rame delle caserme, senza prendere neppure una scossettina. Masaniello rispetto a me, era

un principiante! Ora lasciatemi solo, vado a meditare.”

Tutti ora erano rimasti rincuorati dai discorsi di quell’uomo che aveva riacceso la speranza di una vittoria, in cui nessuno aveva prima, mai, sperato. Subito quei maldestri e goffi combattenti dei boschi, capaci di sparare, assediare, colpire e scappare, votati all’agguato, all’alcol e alla rissa, posati i fucili e i pugnali, si scambiavano opinioni su come fregare il nemico, furtivamente, senza farsi scoprire.

Tutti rimasero a scambiarsi pareri, tranne Ulla, piena di pensieri su dove fosse finito quell’uomo, si allontanò dagli altri e si mise a cercarlo.

Seguì le sue tracce che da fuori l’accampamento si allungavano nella boscaglia.

Ulla girò piano intorno l’albero dove si fermavano le tracce che solo una bambina cresciuta tra i boschi sa ricercare.

Dietro quel tronco, l’uomo mascherato di nero aveva la manica che lasciava scoperti l’avambraccio e parte del braccio, un piccolo tubo legato intorno il bicipite e lo tendeva con i denti, mentre nell’altra mano trovava spazio una siringa con un ago enorme.

L’Uomo era combattuto, sembrava che una parte di lui volesse traforare con quell’ago persino le sue ossa, mentre l’altra, impersonata da quella mano che reggeva la siringa, tremava per la resistenza.

Quando Ulla lo scoprì, l’Uomo spalancò la bocca e lasciò andare quel tubo.

La bambina era di pietra. Lui anche.

“Ul-la…” disse.

“Pulecennella. Io ho rubato una boccetta di vodka, una, due, tre volte…”

“Senti, piccola, non mi faccio da vent’anni, capito? Ora è diverso”

“Cosa?! Sei stato un drogato?!” gridò sbalordita Ulla.

“Nooo!!! Cosa pensi ci sia qua dentro?! Della Soluzione fisiologica!?”

Lei si mise a piangere, poi scappò nel bosco.

Lui la inseguì, la chiamò, continuò a correre, “Ho smesso, non volevo mi vedessi! Dai! Ho smesso, ho smesso” pianse disperato e lei gli capitò a vista, “Ulla”.

La piccola continuò a correre, fin quando i due non arrivarono vicino un alce, era enorme, stava mangiando tranquilla, lì dove il bosco finiva per diventare prateria.

Ma quello che si presentò davanti i loro occhi era ben più impressionante della vista di quell’animale.

Il cielo era tagliato da un arco, come un arcobaleno di fuoco.

Era la scia rumorosa di missili e bagliori d’esplosione che da una parte all’altra dell’orizzonte, rimbalzavano ad una parte all’altra della Terra, a chissà quanti chilometri di distanza. Era un arco di morte e quell’alce ne era stranamente indifferente.

“Pum” ad un tratto, l’alce stramazzò per terra, emettendo il suo ultimo verso, colpita sul fianco dal quale era partito tantissimo sangue che era schizzato sulla faccia di Ulla.

Si alzarono due uomini che erano appollaiati, lì vicino, erano loro che avevano sparato.

La tensione si avvertì sulle facce impaurite della bambina e dell’uomo, allontanatisi dal loro campo.

I due soldati recavano le insegne dei soldati governativi, nell’avvicinarsi all’alce, notarono i due.

Tutta la vita passò davanti gli occhi malinconici di Pulcinella, la nascita in un basso di Napoli, sua madre, Masaniello, gli Spagnoli, la sua prima partenza da soldato che lo vide disertore, il suo matrimonio, tutti i pezzi della sua vita, Totò, De Filippo, l’incontro con le piccole Ulla e Marie Lin, il viaggio, il suo tentativo di resistere alla ricaduta nella droga e quell’alce, l’arco di fuoco nel cielo, i due soldati che si sollevano e vanno verso di loro.

Tutta la vita gli passò davanti per l’ultima volta. Pulcinella cadde col suo sorriso amaro sulla Terra dei Laghi, colpito da tre colpi al petto.

Ulla venne catturata dagli uomini del Governo, mentre cercava di divincolarsi, di correre sul corpo dell’amico, che ora sputava sangue.

“E’ ancora vivo, lasciatemi! Marie! Nonna!!!” Ulla gridò ma nessuno la sentì, i soldati le legarono le mani “Sono solo una bambina” disse piangendo e la portarono via.

 

Oggi, tredici febbraio, le ultime truppe dell’Esercito Nazionale dell’Orso, nato dalla scissione che si venne a creare tra le fila delle Forze dell’Orso, il giorno della scomparsa di Ulla e la proposta dell’Uomo mascherato, nove mesi fa, sono state accerchiate e sconfitte dall’Esercito per l’Autonomia energetica, non ci sono prigionieri, né sopravvissuti.

Lontano da quella sacca di resistenza, le truppe dell’Orso Mascherato, nate quel giorno, trasportano sulle spalle rame, materassi, cassette di munizioni, armi, Pacchi di divise e stivali, cassette contenenti le paghe dei soldati nemici, cibo, come abili formiche operose.

Oggi, esattamente dopo nove mesi dall’adozione delle nuove strategie, esposte dall’Uomo con la maschera col naso adunco, le truppe dell’esercito governativo e quelle dell’esercito contrapposto, hanno subito notevoli perdite, molte di più di quelle che avevano riportato dopo gli scontri tradizionali; molti soldati e una quantità spropositata di mercenari hanno preso la via del ritorno, infreddoliti, affamati, stanchi e senza uno spicciolo, proprio come nelle previsioni.

Inoltre, Marie Lin, che ha preso il comando dopo la morte di Sari, ha ordinato che si spediscano lettere ai soldati dei due schieramenti che riportano ”cattive notizie” finte, per scoraggiarli ulteriormente a combattere, mentre si prepara l’assalto ai cunicoli della vecchia Metropolitana della Capitale.

Giorno e notte, l’esercito ha studiato come nuocere al nemico e mettere in atto piccole grandi strategie per tendergli dei colpi bassi ma ora è venuto il momento tanto atteso.

Si rialza la testa, il corpo a corpo più atteso, la resa dei conti, quella da vedersi con i generali ed i politici che hanno scatenato tutte le morti e le sofferenze della guerra, è sempre più vicino.

Il nemico è abbastanza debole e sarà sorpreso dell’attacco.

Oggi, tredici febbraio, il giorno prima di San Valentino, quella che fra una decina di mesi, sempre il tredici, ma di dicembre, diventerà la prima Santa Lucia straniera della Terra dei Laghi, è la stessa Marie Lin si stringe le nocche, conforta le donne armate e tutte le persone richiamate a casa per prendere parte allo scontro epico che nessuno vuole perdersi.

Le Forze dell’Orso Mascherato cantano in coro “la canzone di Natale di Sylvia” che dal Vulcano vola migrante nella terra dei Laghi per tornare a casa.

Attaccheranno prima l’intellighenzia di quell’esercito nato dalla corruzione e dalle ingerenze straniere e dopo fulmineranno gli alti gradi e i politici dell’altro esercito, quello “governativo”, che affermando la divisione, ha stabilito che si rispondesse con le armi all’opposizione ed è stato così se non il primo, il più colpevole delle ostilità.

Marie Lin, muove la sua banda di improvvisati eroi che imbracciano le armi rubate della disperazione, insieme ai suoi uomini più fidati, che in ricordo dell’uomo che ispirò le loro strategie e per nascondersi durante i sabotaggi, indossano la maschera nera col naso adunco ed il neo sulla fronte.

 

Ma giunti a questo punto, amici cari, che mi avete sopportato egregiamente in questo che è uno dei miei primi racconti, per cui vi chiedo di essere clementi nei vostri giudizi, mi sento catapultare nel mondo reale.

Ho di nuovo un corpo, non riesco a guardare oltre i muri ed i pensieri, non sono più onnisciente.

“Mi scusi signora, dove siamo?” domando alla signora che prima si sventolava.

“Come dove siamo?! Sul treno!” mi risponde e capisco che nel mondo in cui siamo costretti a vivere pieni di limitazioni, noi scrittori, non può esserci consolazione.

“Amore, siamo arrivati, sveglia!” dico alla mia ragazza, magari dico una bugia, però almeno ho qualcuno con cui parlare.

“Come? Dove siamo?” dice la mia Ulla sgranando i suoi occhioni chiari.

Le rispondo: “Tra un po’ arriviamo a Lamezia Terme, cosa volevi, il treno fino a Catanzaro Lido?!”

Lei sorride, così continuo a lamentarmi di questo folle mondo: “Lasciamo stare, ci vorrebbe una rivolta per ogni problema… Anzi… Una rivolta sarebbe il minimo! La gente dovrebbe alzare la testa e lottare! Noi al Sud per primi! Questi politici…”

“Penso che i sogni, per realizzarli, debbano rimanere tali…” mi risponde la mia ragazza con la “puzza sotto il naso” saccente tipica di chi ha dormito in treno sbrodolandosi il giubbino.

Io mi alzo e mi sgranchisco le gambe prima dell’arrivo.

Lei si alza, prende la sua borsa e si accorge che le cade qualcosa da sotto.

Sta per lasciare lo scompartimento ma lancia un’occhiata dentro.

E’ una foglia a forma di fiamma. E’ una foglia di betulla.

Daniele Natali da Caminia Licenza Creative Commons  Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.

Foto in evidenza di Melina Piccolo

 

Riguardo il macchinista

Daniele Natali

Daniele Natali è uno dei macchinisti fondatori e ha collaborato fino al numero 4 del contenitore. Si è ritirato dal gruppo operativo a novembre del 2016. Nato a Catanzaro nel 1988, cresce in un ambiente stimolante di migrazioni ed incontri nella sua casa sul Golfo di Squillace. Fin da piccolo si occupa di teatro, trasferitosi a Torino inizia a scrivere. Partecipa a varie edizioni di Festivaletteratura di Calabria posizionandosi sempre tra i primi tre posti. Menzione d'onore per il premio nazionale "Penna d'autore" di Torino. Trasferitosi a Bologna, conduce il programma "Parola Sonora"., format di Ciao Radio. Vince nella sezione Poeti per "Musici e Poeti", premio di radio Città Fujiko.

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