Il senso di Giulio per la luce- recensione di “Italiana”, antologia fotografica di G. Rimondi (Salvatore Piermarini)

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“Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra, c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti. Ma non è facile starci tranquillo.” Non è affatto un caso fortuito che l’autore di un libro di fotografie decida di scegliere un esergo come questo, un brano di Cesare Pavese tratto da La luna e i falò. Giulio Rimondi è un fotografo che s’è messo in viaggio, seguendo un percorso solitario nato e coltivato nel tempo, per la sua terra peninsulare a camminare, osservare, ascoltarne vita e luoghi. Il suo lungo reportage, diventato libro con il titolo di Italiana, rappresenta un buon esempio del disincanto e del nuovo realismo che restituisce dignità allo sguardo, in tempi dove il mostrare e l’apparire sembrano occultare ogni bagliore di sincerità. Giulio percorre strade diverse, nascoste, pensate, attraversando luoghi residuali, collaterali, apparentemente ovvi e insignificanti; incontra persone, oggetti, animali e paesaggi, guardando, a volte con delicatezza a volte d’istinto, la vita anche nella sua dimensione più cruda e antipittoresca. Il segreto, forse, per rinnovare il mistero dell’occhio che guarda non è poi così scontato, ma è serbato nei lumi di quell’ostinata osservazione che risponde alla fotografia e che di essa si nutre. La “versione” di Giulio si snoda quasi nel buio in compagnia di tante lune, molti falò e specchi di mare, con uno sguardo mai crepuscolare ma notturno, dove lui spezza l’immagine illuminando alcuni spazi essenziali dell’inquadratura. Spesso non c’è differenza tra interni ed esterni, luce naturale e luce artificiale si combinano: ombre lunghe e nere si succedono in pieno giorno e contrasti misteriosi appaiono – nei toni del colore o del bianco e nero – e mostrano un’atmosfera apparentemente indifferente, ma spietata, poetica, crudele e avvincente. Terra, acqua e cielo sono tre elementi sempre presenti, oppure compongono il fondo della scena occupandone una quinta essenziale, minima e prospettica. Spazi abbandonati, vuoti antichi e moderni, dove spaesata resta qualche anima persa. Persone e animali che lui incontra e ritrae diventano statue immote, spettrali e solitarie, oppure epifanie, presenze ancestrali di gruppi raccolti in coro. Mentre oggetti inanimati, sculture, effigi, affreschi, graffiti, architetture e qualche monumento riprendono vita in un gioco assordante di spiazzamenti e trompe-l’oeil.

Sono proprio queste immagini a reclamare con l’impervia e dolce natura, ora pacata ora ribollente, popolata di cose, strutture e personaggi, a calamitare la nostra attenzione. I fotografi delle fotografie hanno la responsabilità di conoscere il linguaggio dei segni, dei corpi e delle figure, di riconoscere l’iconografia di un paesaggio classico come di quello industriale e metropolitano. Una memoria visiva recuperata dal passato prossimo e lontano, volta a qualche realtà futura che già, a tratti, si predispone.

Christian Caujolle, raffinato studioso di fotografia, sottolinea con schiettezza nel testo che accompagna il libro una sorta di spiazzamento o spaesamento dal classico viaggio in Italia e nell’area mediterranea. Riflette sulle vie traverse di questo tour d’Italie, che in certa misura rimandano ai ricordi di un Giulio adolescente, quando guidato dalla mamma l’accompagnava per le basse valli del delta del Po fino alle prime montagne appenniniche. Questi giri “per caso”, viaggetti come scampagnate, furono forse le sue prime prove di esplorazione in spazi aperti, alla scoperta di zone poco battute e nuove vedute. Rimondi non sembra averlo dimenticato, ha raccolto quella consuetudine nomade nella sua giovane vita di fotografo, ispirandosi ai viaggi di Nicolas Bouvier, a quel suo modo di raccontare, visitare e fotografare il mondo fino a setacciarlo, come fosse polvere di terra e cenere di cremazione.

Non ho mai incontrato di persona Giulio, lo conosco solo attraverso qualche contatto epistolare, ma soprattutto con le sue fotografie e i suoi due libri, Italiana appunto e il suo precedente Beirut Nocturne sull’incerto dopoguerra libanese. Le dediche, scritte di suo pugno, mi parlavano in entrambi i casi di speranza e amicizia. E mi sembra davvero di essergli amico anche seguendolo da lontano, nei suoi reportage e solo per via informatica. Mi sorprendo sempre per come riesca a fotografare con la sua Leica M digitale, cosa per me impossibile: non saprei dove mettere le mani legato come sono alla vecchia tracciatura delle pellicole sensibili. Tra i giovani della sua generazione, non solo italiani, mi sembra dotato di uno sguardo unico, originale e riconoscibile, un linguaggio senza grida né forzature. Mi piacerebbe vedere i suoi provini, impossibile naturalmente per l’uso delle nuove tecnologie, ma almeno sedere davanti a un monitor insieme a lui e guardare tutti i file dei suoi viaggi fotografici. E’ risaputo che la postproduzione delle immagini alfanumeriche è una tentazione immateriale e perversa a modificare, mortificare la luce che si è vista e dosata durante la ripresa. Tuttavia apprezzo il suo equilibrio, il distacco e la sua distanza dalla tendenza a saturare o desaturare esageratamente i toni dei colori e del bianconero – una moda che cancella la visione della realtà – e, ingenuo, mi illudo ancora che le sue foto siano prese in pellicola, magari con la mia Leica M6 meccanica.

Torniamo alle sue fotografie: a volte sembra di stare all’inferno, a volte di essere davanti a un presepe, altre volte dentro un acquario, altrove in un luogo indefinito, verso la fine del mondo o alle porte di un nuovo mondo, in presenza di nature morte di cui nessuno tiene conto ma che circondano il nostro mondo. I soggetti sono abbandonati in solitudine e pensierosi, o raccolti in compagnia, in silenzio, comunque a bassa voce o in sonno. Nulla è strillato se non un certo irrompere della natura e dell’uomo. Ma questa è realtà fotografica di un giovane e talentuoso fotografo realista. Quello che colpisce lo sguardo, riguardando queste pagine, è l’assoluta mancanza di geolocalizzazione, dove nella geografia italiana il nord sembra il sud, e viveversa, e il centro si confonde con le isole; così tanto che un lettore poco esperto e non avvezzo a riconoscere posti, luoghi, situazioni e panorami, trova risposta solo nelle didascalie che compaiono alla fine del libro. Si tratta di un ingegnoso meccanismo di bilocazione figurata: mischiare le carte per poi rimetterle in ordine.

A parte L’usage du monde di Bouvier e il mood dei suoi molti reportage, non riesco a immaginare quali siano gli altri modelli fotografici di Giulio, quale il suo fotografo guida, quale il suo maestro di riferimento. Ne ho in mente qualcuno, ma non mi sbilancio. Lui mi ricorda invece la fotografia di una certa cinematografia, in particolare le inquadrature di alcuni film di Michelagelo Antonioni: vedo i calanchi di Lucania e penso alla Death Valley di Zabriskie Point, scorgo il litorale laziale e ricompare L’eclisse, scruto le stoppie bruciate e il fuoco che si alza sull’orizzonte di un campo a Scardovari e rivedo Il deserto rosso e Gente del Po. Antonioni è stato un esempio per molti fotografi per il suo modo di guardarsi intorno, di posizionare la macchina da presa e per l’idea straordinaria del suo piano-sequenza. Mi chiedo, sarà stato un punto di riferimento anche per Rimondi?

Italiana (quasi un album perfetto, edito e messo in stampa dall’editore tedesco Kehrer) è un libro prezioso, compatto, piacevole al tatto, da leggere e sfogliare, ben rilegato e cucito nel formato classico e verticale del 24×18, che raccoglie e mette in pagina 55 fotografie, una scelta tra le molte e molte altre prese da Giulio Rimondi durante i suoi reportage. Potrebbe diventare un classico, una guida del punto di vista di un fotografo sul guardare e, per i più smemorati, un’oggetto da portare con sé e da infilare nel proprio bagaglio a mano.

 

Inedito, per gentile concessione dell’autore Salvatore Piermarini, luglio 2017.

Per vedere una selezione di foto dall’antologia “Italiana” cliccare sulla Fotogallry di questo numero http://www.lamacchinasognante.com/fotogallery/

 

PIERMARINI-SALVATORE

Fotografo free-lance molto ammirato nel mondo della fotografia internazionale per i suoi libri e gli innumerevoli servizi fotografici che appaiono su testate internazionali,  Salvatore Piermarini, nato ad Ascoli Piceno nel 1949 sceglie come temi e motivi del suo lavoro la fotografia di impegno sociale, l’arte contemporanea, le trasformazioni del paesaggio metropolitano, il ritratto, il teatro e il mondo della cultura. Per farsi un’idea della varietà dei soggetti e delle tecniche vedere il suo account Flicker https://www.flickr.com/photos/salvatorepiermarini/

 

 

 

 

giulio-rimondiGiulio Rimondi nasce nel 1984 a Bologna, vive e lavora tra l’Italia e Beirut. Nel 2006 si laurea in Lettere e Filosofia all’Università di Bologna, intraprende i primi lunghi viaggi che diventano presto una costante nel suo stile di vita e inizia parallelamente il suo percorso artistico. Per un periodo soggiorna a New York, dove conosce e frequenta David Alan Harvey, fotografo dell’Agenzia Magnum. Viaggia in Sudamerica, in Africa e in Medioriente. Partecipa a diversi workshop internazionali di fotografia, a New York, in Israele e in Palestina. Per saperne di più http://www.magzine.it/giulio-rimondi-da-beirut-a-algeri-inseguendo-le-storie/ 

 

Foto dell’autore a cura di Salvatore Piermarini e Giulio Rimondi.

Foto in evidenza di Giulio Rimondi, “Venezia”  tratta dall’antologia fotografica Italiana, Keher Verlag Heildelberg Berlin (2016).

Riguardo il macchinista

Pina Piccolo

Pina Piccolo, la macchinista-madre, è una scrittrice e promotrice culturale calabro-californiana. Si imbarca in questa nuova avventura legata alla letteratura spinta dall'urgenza dei tempi, dalla necessità di affrontare la complessità del mondo, cose in cui la letteratura può dare una mano. Per farsi un'idea dei suoi interessi e della sua scrittura vedere il suo blog personale http://www.pinapiccolosblog.com

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