Il progetto fotografico di Ginevra Cave autrice della fotogallery di questo numero – a cura di Bartolomeo Bellanova

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Per questo numero di LMS ospitiamo la foto gallery di Ginevra Cave, nome d’arte di Ginevra Langella, classe 1993, i cui scatti mi hanno colpito durante l’ultima edizione di Muri di Versi per la profonda umanità colta dietro a ogni volto.

Ginevra, come nasce il tuo progetto fotografico e qual è il suo filo conduttore?

Il mio progetto fotografico è iniziato nel 2016 con l’intento di indagare e documentare la solitudine. Prediligendo la street photography, mi insinuo tra i passanti e i luoghi urbani, cercando di cogliere quante più forme possibili di solitudine ogni persona possiede. Ognuno di noi è una solitudine diversa, ognuno di noi la vive in modo personale. Scorrendo le immagini scattate emergono queste differenze, si comprendono quanti diversi significati può assumere la solitudine:  può essere condivisa, può essere un ponte tra due mondi, un momento di riflessione, sintomo di disagio interiore oppure un invito a superare il confine fra “io”  e “tu”e rispecchiarsi  meglio l’uno negli occhi dell’altro. Quello che fotografo è anche il risultato della mia inadeguatezza emotiva nell’affrontare alcune forme di solitudine.

Dietro all’obiettivo quali sono le tue emozioni, i tuoi pensieri, prevale il distacco “tecnico” o la compartecipazione umana?

Trovo assolutamente catartica e assolutamente necessaria la possibilità di rispecchiarmi e immergermi nella vita degli altri, specialmente nella loro solitudine. Ci sono momenti in cui provo il loro stesso dolore, e alcune volte vorrei potermi avvicinare per sussurrare loro: non sei invisibile, io ti vedo e ti sento dentro. Ma non posso, perché rimane una cosa intima: o la si condivide in maniera consapevole, oppure stai invadendo uno spazio sicuro, e io in qualche modo già lo sto facendo. Quando soffri, o non sei perfettamente a tuo agio in solitudine, è come se fossi senza pelle, puro nella tua essenza, puro nel tuo dolore. E io lo devo rispettare e devo viverlo in altrettanto silenzio. Questo vale soprattutto nei casi in cui la persona non sa di essere fotografata. In generale, credo che chiunque fotografi o venga fotografato perde la propria pelle per una o più frazioni di secondo, nei quali è completamente esposto, sensibile. Quando ci si accorge di essere fotografati, invece, la pelle non c’è più consapevolmente: per poter lasciare una traccia del proprio passaggio o della propria esistenza bisogna essere disposti a mostrarsi per ciò che si è, completamente nudi, e io per prima mi metto in questa condizione fotografando spazi urbani in cui non son presenti persone. Lì sono io – anche se poi in questo “io” può immergersi chiunque-  che faccio i conti con la mia di solitudine e non posso scappare da me stessa. In generale credo che fotografare mi permetta di essere più attenta verso gli altri, più umana. Spesso si nota una certa distanza fra me e il soggetto e anche se potrebbe sembrare, non è una mancanza di coraggio, ma un distacco necessario: nel mio lavoro c’è tanta compartecipazione umana, ma sento che ancora è necessario che io ponga una sorta di confine, un confine che però intendo superare un giorno.

Ginevra

Quali sono le tue regole, i tuoi atteggiamenti nei confronti dei soggetti fotografati?

Cerco di essere il più discreta possibile e cerco di non riprendere frontalmente il soggetto, anche se non sempre ciò è possibile. In altri momenti, invece, capita l’esatto contrario: trovo persone che non vivono la solitudine come una sorta di isolamento, ma come un momento per stare semplicemente con se stessi serenamente. Ammetto che a volte mi ha anche spiazzato la loro sicurezza, e il modo disarmante con cui si lasciavano fotografare. Era come se dicessero: fotografami pure, entrami dentro, tutto quello che senti è qui davanti a te, non c’è niente da nascondere.

Scorrendo insieme la fotogallery che hai individuato per LMS, mi ha colpito l’unica foto proposta che hai scattato a un animale, esattamente un corvo. Ci racconti la genesi di questo scatto?

È una fotografia che ho scattato in Irlanda: ho avuto la netta sensazione che quel corvo mi stesse aspettando e non so bene per quale motivo. Ma qualunque fosse il motivo, il fatto era che il suo stormo volava non troppo distante e questo non sembrava importagli molto. Ho passato dei minuti lunghissimi in cui il corvo mi fissava dritto negli occhi ed io ero paralizzata, incapace di prendere la macchina. È stato come se quello fosse il momento in cui la mia tempra venisse messa alla prova per la prima volta. Non potevo fare davvero niente, perché era come se qualcosa mi impedisse sia di fotografare che di allontanarmi e allora ho capito che dovevo semplicemente stare in silenzio aspettando il momento in cui lui mi avrebbe concesso lo scatto. Alla fine è successo, si è lasciato immortalare nella sua composta e assoluta solitudine, con la differenza che questa volta ero davvero provata emotivamente. È evidente che in alcuni casi io non sia davvero pronta per quello che mi accade, non si può esserlo sempre. Credo che emergano sempre certi limiti personali quando si fa arte, la differenza sta nell’accettarli e scegliere di superarli o meno. A parole è davvero difficile da spiegare, ma in quella foto sono concentrati stati d’animo e momenti successivi. Il primo è il momento in cui mi sono sentita inadeguata, spiazzata e paurosa di fronte a quella vista; mi sono sentita messa alla prova perché quel corvo ha toccato un mio limite personale. Dopo questo impatto è seguito il momento della comprensione, dell’accettazione di questo limite e, alla fine, il conseguente slancio  che mi ha sbloccato lo scatto. Si è realizzata in questa consequenzialità di stati d’animo e situazioni una sorta di doppio riflesso: devo ancora capire se io ho fotografato il corvo o se il corvo ha fotografato me.

 

Immagine in evidenza: foto di Ginevra Cave.

Riguardo il macchinista

Bartolomeo Bellanova

Bartolomeo Bellanova pubblica il primo romanzo La fuga e il risveglio (Albatros Il Filo) nel dicembre 2009 ed il secondo Ogni lacrima è degna (In.Edit) in aprile 2012. Nell’ambito della poesia ha pubblicato in diverse antologie tra cui Sotto il cielo di Lampedusa - Annegati da respingimento (Rayuela Ed. 2014) e nella successiva antologia Sotto il cielo di Lampedusa – Nessun uomo è un’isola (Rayuela Ed. 2015). Fa parte dei fondatori e dell’attuale redazione del contenitore online di scritture dal mondo www.lamacchinasognante.com. Nel settembre’2015 è stata pubblicata la raccolta poetica A perdicuore – Versi Scomposti e liberati (David and Matthaus). Ė uno dei quattro curatori dell’antologia Muovimenti – Segnali da un mondo viandante (Terre d’Ulivi Edizione – ottobre 2016), antologia di testi poetici incentrati sulle migrazioni. Nell’ottobre 2017 è stata pubblicata la silloge poetica Gocce insorgenti (Terre d’Ulivi Edizione), edizione contenente un progetto fotografico di Aldo Tomaino. Co-autore dell’antologia pubblicata a luglio 2018 dall’Associazione Versante Ripido di Bologna La pacchia è strafinita. È uno dei promotori del neonato Manifesto “Cantieri del pensiero libero” gruppo creato con l'obiettivo di contrastare l'impoverimento culturale e le diverse forme di discriminazione e violenza razziale che si stanno diffondendo nel Paese.

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